Capitolo 6
6.
Settembre 2001
Lorenzo si risvegliò con le coperte ai piedi del letto per il troppo caldo, e lo sguardo rivolto alla sua nuova vita. Le mani erano totalmente insensibili, soltanto un formicolio le percorreva. Si strofinò gli occhi senza avere la sensibilità del contatto tra i suoi polpastrelli e le sue palpebre; si era appisolato nelle ultime ore della notte, stringendo le mani sotto la sua testa. Aveva trascorso ore a rigirarsi nel letto senza trovare pace, pensando che non fosse pronto per un nuovo inizio.
Per tutta l'estate aveva discusso con Samuele su come sarebbe stato lasciare la scuola media e iniziare a frequentare il liceo. Samuele era in trepidante attesa di conoscere nuove persone e vivere nuove esperienze, Lorenzo, invece, era spaventato all'idea di dover affrontare nuove materie, come il latino e il greco, e dover studiare per pomeriggi interi, sottraendo tempo da dedicare alla chitarra.
Ma la sua vera preoccupazione era un'altra.
Più si avvicinavano l'inizio dell'anno scolastico, più Lorenzo aveva paura di perdere quei tre lunghi e intensissimi anni vissuti insieme a Samuele.
Erano finiti nella stessa classe, ma il signor Forti aveva parlato personalmente con il preside del Sannazaro, il liceo classico del Vomero, affinché i due ragazzi fossero divisi.
Il signor Forti, durante uno dei suoi brevi sermoni a tavola, aveva spronato suo figlio a crescere, ad affrontare il mondo da solo, senza contare sull'aiuto di nessuno. Secondo la sua visione, legarsi a qualcuno era un modo per non affrontare in prima persona le difficoltà cui la vita decide di sottoporti.
Tanto, potete essere amici ugualmente, non dovete essere per forza culo e camicia aveva detto il Signor Forti. Lorenzo aveva dibattuto con tutte le forze, provando a persuadere sua madre a fargli cambiare idea. Non vi fu verso, ma ebbe il beneficio del dubbio. Il preside della scuola non garantì il cambio di classe di Lorenzo; bisognava attendere che si liberasse un posto in un'altra sezione.
Lorenzo, anche quella mattina, appena sveglio, sperò che nessun ragazzo avesse deciso di cambiare scuola condannandolo a separarsi dall'amico. L'intera faccenda lo affliggeva sin dai primi giorni di settembre, ma aveva deciso di non dire nulla a Samuele; tenne tutta la preoccupazione per sé, mascherandola mentre correvano in bicicletta o suonavano la chitarra.
L'estate che si lasciava alle spalle era decisamente la più bella di sempre.
Lorenzo aveva smesso di sentirsi a metà strada tra un bambino e un ragazzo e aveva vissuto le sue prime esperienze che lo facevano sentire grande. I primi baci imbarazzanti con una ragazza che frequentava il gruppo di amici della classe, poi i baci travolgenti e infiniti, in cui l'unica cosa importante era spingere la lingua nella bocca della ragazza, gli innamoramenti fulminei e passeggeri, le sigarette fumate di nascosto nel parco della Floridiana, le prime canzoni scritte con Samuele con l'aiuto del Signor Tondo.
Tutta la magia adolescenziale che aveva vissuto giorno dopo giorno, da giugno a settembre, stava per svanire. Lorenzo, con gli occhi spalancati e stanchi, aveva ripensato milioni di volte a quella mattina.
Con le mani ancora indolenzite si alzò dal letto e guardò la fotografia con Samuele in bella vista sulla parete di fronte al letto. Un ritratto della felicità rappresentata dall'amicizia, dalla musica e dal crescere insieme.
Notò che la finestra era ancora chiusa e la tenda blu non si muoveva. L'odore della notte ristagnava nella stanza, una nuova giornata non era entrata delicatamente nel suo piccolo mondo domestico. Sua madre, nonostante dalla cucina provenisse l'odore del caffè e la sigla dell'oroscopo televisivo, non aveva messo in atto il suo solito rituale del risveglio.
Lorenzo entrò in cucina, quasi in punta di piedi. Rimase bloccato sull'uscio della stanza quando vide suo padre seduto vicino al tavolo che sorseggiava il caffè e guardava distrattamente il televisore.
Dal giorno in cui suo padre gli aveva detto di aver parlato con il preside della scuola, Lorenzo aveva evitato di rivolgergli la parola; stava maturando un vero e proprio odio nei suoi confronti. Non si sforzava più di capire perché suo padre fosse così severo con lui. Semplicemente decise che avrebbe ignorato qualsiasi cosa gli avesse detto o fatto.
"Dov'è mamma?" Lorenzo ruppe il silenzio e fu la prima cosa che chiese, ma suo padre non rispose. Gli occhi dell'uomo erano vuoti, la sua mente era altrove, e, nonostante fosse impeccabile come sempre nel suo completo da ufficio, aveva un aspetto cadaverico. Nessun odore di lavanda preannunciava che sua madre fosse in qualche altra camera della casa.
"Dove sono finite le buone maniere? Non si dice buongiorno? " disse il signor Forti con voce stanca, quasi afona. Si allentò il nodo della cravatta e continuò a bere il suo caffè.
"Buongiorno." Lorenzo era nervoso, aveva dormito poco e le prime parole di uno dei giorni più importanti della sua vita erano state di rimprovero. "Dov'è mamma?" chiese di nuovo. Preparò in fretta la sua colazione; il bollilatte era già sul fuoco, prese la scatola dei cereali dalla dispensa e li versò in una ciotola.
"È uscita." disse il signor Forti quasi tra i denti. La sua fronte era bagnata e le tempie erano rigate dal sudore.
"E dov'è andata così presto?" incalzò Lorenzo.
In tanti anni era la prima volta che suo padre era in casa a quell'ora. Il signor Forti, escludendo i giorni di riposo, si recava a lavoro molto presto, questa variazione per Lorenzo sembrò una rottura delle abitudini della sua famiglia.
"Aveva delle commissioni da fare, poi passava dalla nonna."
"Commissioni? Alle sette e mezza di mattina?" Lorenzo era stranamente insospettito.
"Sì, adesso sbrigati. Non devi assolutamente arrivare in ritardo al primo giorno di scuola." disse suo padre chiudendo la discussione. Si alzò, tirò via il sudore dalla fronte con il palmo della mano e si diresse in bagno. Era nervoso, agitato, come se parlare di sua moglie facesse uscire fuori tutti quei sentimenti e delusioni che stava palesemente cercando di trattenere dentro di sé.
Anche Lorenzo se ne accorse, si chiese cosa stesse succedendo. I suoi genitori, per anni, avevano condiviso soltanto silenzi, e, alle soglie di un nuovo capitolo della vita del loro unico figlio, si allontanavano anche fisicamente.
L'oroscopo aveva lasciato spazio al telegiornale riprendendo il loop in cui si alternavano anche il meteo e il traffico autostradale. Freneticamente si avvicendavano notizie che il telegiornale sparava come proiettili pronti a colpire. Il loro obiettivo era far male e incutere timore a chi si apprestava a uscire di casa con buoni propositi e positività. Dal bagno proveniva la voce sussurrata del signor Forti, parlava al cellulare.
Lorenzo tolse il bollitore dal fornello e versò il latte nella ciotola. Si sedette al tavolo mentre George W. Bush dalla televisione rilasciava l'ennesima dichiarazione sullo stato delle cose.
Crollava l'America. Crollava l'economia. Crollava la speranza di Lorenzo di avere un supporto da parte di suo padre, almeno il primo giorno di liceo.
Non si aspettava più nulla da lui, non dopo l'ennesima dimostrazione di quanto poco contasse suo figlio. Lorenzo sapeva che nessun altro genitore avrebbe tentato di far dividere due miglior amici volontariamente, solo perché, nella sua visione, ritrovarsi da solo avrebbe fortificato il suo carattere.
Improvvisamente, mentre in televisione passavano ancora le immagini dei due aerei dirottati dai terroristi schiantarsi contro le torri gemelle del World Trade Center di New York, sentì suo padre gridare più volte non permetterti di riagganciare. E poi, prima che tornasse in cucina, ci fu un lungo silenzio.
Lorenzo con la testa china nella ciotola di latte bollente mangiò tutti i cereali.
Il cuore gli batteva all'impazzata, in quegli istanti dimenticò Samuele e tutta la storia dell'inizio del liceo; sentiva che suo padre aveva litigato con sua madre e che lei non era fuori per fare delle commissioni.
E se non fosse più tornata?
Se l'avesse lasciato da solo con suo padre per sempre?
Preferì far scivolare via dalla sua mente tutte queste domande.
"Dai, fai colazione in fretta. Così usciamo insieme." disse il signor Forti rientrato in cucina. Cercò di mascherare la rabbia nella sua voce, ma non ci riuscì. Le parole vennero fuori affilate e penetranti come una lama.
Lorenzo restò immobile con la ciotola colma di latte sospesa a mezz'aria tra il tavolo e le sue labbra.
"Va bene." fu l'unica cosa che riuscì a dire, mentre dal televisore il meteo segnalava una giornata settembrina piena di sole.
Come se fosse una gara contro il tempo, bevve in un solo sorso l'intera tazza di latte ustionandosi il palato. Corse in camera, si vestì velocemente, prese lo zaino nero Eastpak peso piuma - poiché al suo interno c'erano soltanto un quadernino e una penna - e indossò il suo cappellino dei New York Yankees.
Per tutta l'estate aveva ascoltato con Samuele Chocolate starfish and the hot dog flavored water dei Limp Bizkit e lo stile nu-metal cercava d'insinuarsi pian piano anche nel suo armadio. Lorenzo e Samuele, mentre passeggiavano per via Scarlatti, la strada principale del quartiere, fiancheggiata su entrambi i lati da una fila d'alberi e venditori ambulanti che cercavano di rifilargli occhiali da sole di pessima fattura, furono rapiti dalla vetrina di Foot Locker e decisero che avrebbero risparmiato per un po' di tempo sulla paghetta settimanale, per poter comprare insieme il cappellino dei New York Yankees. Si erano ripromessi di indossarlo entrambi per il primo giorno di scuola.
"Dove credi di andare con quello?" disse suo padre togliendogli il cappello dalla testa e gettandolo sulla poltrona della cucina.
Lorenzo, questa volta, era pronto a replicare. Non poteva restare in silenzio, non poteva permettergli di aver sempre l'ultima parola per ciò che riguardava la sua vita. Suo padre non aveva mai sorriso e asserito che qualcosa che volesse fare Lorenzo andasse bene. Le parole gli si fermarono in gola, immaginò che tutta la rabbia che aveva riversato nella conversazione al cellulare potesse ricadere anche su di lui. Non disse niente.
"È il primo giorno di liceo, cerca di fare una buona impressione. Quel cappello di certo non ti aiuterà, e infila la camicia nei pantaloni."
Buttò giù l'ultimo sorso dalla tazzina blu e la posò sul tavolo. Nello stesso punto in cui dieci anni dopo Lorenzo e Nina avrebbero fatto l'amore, fregandosene del passato e delle tazzine blu.
Tutti i ricordi frantumati, come una liberazione.
Il rumore metallico delle chiavi che suo padre ripose in tasca sigillò l'addio alle lunghe mattinate trascorse tra la musica, la chitarra e la realtà sognata. La porta di casa era chiusa.
La porta sul mondo era aperta.
Il signor Forti chiuse con forza il portoncino del condominio e, insieme a suo figlio, che camminava due passi dietro di lui, s'incamminò in silenzio lungo il Corso.
L'unica voce che Lorenzo riusciva a sentire era il vento caldo che penetrava tra i piccoli alberi sfrondati che accompagnavano il loro percorso. Era un momento difficilmente ripetibile; Lorenzo e suo padre, insieme per strada.
"Buongiorno, Giulià. Lo prendi un bel caffè questa mattina?"
Ciro, il barista, fumava una sigaretta sulla soglia del bar. Il grembiule bianco, leggermente ingiallito e macchiato di caffè, metteva in risalto la sua sproporzionata pancia, le braccia gli cadevano lungo i fianchi come l'estremità di una grossa caciotta rotonda, gli ultimi capelli che resistevano alla caduta erano elettrizzati e si muovevano appena un soffio di vento li raggiungeva. Nonostante ingerisse una quantità industriale di caffè e sigarette tra un cliente e l'altro, non mostrava mai segni di nervosismo, era sempre di buon umore. Il miglior caffè del quartiere.
"No, grazie Cirù. Sono in ritardo." disse il signor Forti sorridendo.
Dopo tutta la sfuriata al cellulare, e lo sguardo spento di chi ha perso qualcosa d'importante nella vita, riusciva a mantenere il suo status di uomo ben voluto da tutti quando si relazionava con le altre persone.
"Vabbuò!" Ciro aspirò l'ultimo tiro dalla sigaretta, "domani è un altro giorno, e ti aspetto qua." disse. Ciro aveva una particolarità che lo rendeva ancora più simpatico; nelle sue conversazioni i modi di dire, i detti popolari, le frasi fatte non mancavano mai.
"Certo, Cirù, buona giornata." Giuliano, il padre di Lorenzo, sorrise ancora e rifiutando l'invito di due minuti di pausa dal suo ruolo istituzionale, proseguì dritto mentre Ciro spegneva la cicca della sigaretta con il tacco della scarpa e rientrava nel bar.
Il signor Forti guardò l'orologio e accelerò il passo, incitando Lorenzo a sbrigarsi. Attraversarono la strada per fermarsi all'edicola per comprare Il mattino, poi superarono alcuni venditori di libri usati e diede un altro sguardo all'orologio. In meno di un minuto si assicurò, esattamente quattro volte, che il tempo non scappasse portandosi via preziosi secondi di lavoro. Intervallava i suoi monologhi con le lancette con saluti che arrivavano anche all'altro lato del marciapiede. Nel quartiere lo conoscevano tutti.
Lorenzo fu sopraffatto dall'ansia quando suo padre ritrovò l'uso della parola e elencò una lunga serie di raccomandazioni su come comportarsi a scuola. Ascolta le lezioni, fai sempre domande ai professori, mettiti in mostra, frequenta sempre chi è più bravo di te, da oggi è tutta una strada in salita, solo studiando troverai un lavoro che ti farà fare carriera.
Lorenzo era un ragazzino, voleva solo assicurarsi di non aver perso il suo migliore amico e che avrebbe condiviso con lui tutte le esperienze dei successivi cinque anni. Il futuro, il domani, il lavoro, erano prospettive così lontane che, anche se fosse salito sulle spalle di un gigante, non sarebbe riuscito a vederle.
Gli sarebbe bastato essere trasportato sulle spalle di suo padre quando era piccolo. Per divertimento. Per sentire una vicinanza affettiva che non aveva mai sperimentato. Per reggersi ai capelli del padre mentre era sulle sue spalle per avere percezione della vita che lo aspettava. Per prefigurarsi un futuro reale, costruito da regole che suo padre gli stava imponendo, ma non aveva avuto la capacità di spiegargli. Per far comprendere a Lorenzo le sue idee.
Estraniandosi da tutto il rumore della città che si muoveva caoticamente verso milioni di nuovi inizi, Lorenzo non si accorse di essere arrivato esattamente fuori scuola. Ragazzini disarmati di speranza con lo sguardo spaventato popolavano lo spazio davanti l'ingresso del Sannazaro.
Il signor Forti guardò ancora una volta l'orologio. Era il segnale. Il tempo era scaduto e doveva andarsene, doveva dimostrare sempre di essere il dipendente più diligente per aspirare alla poltrona di direttore.
"Non commettere errori, il tuo futuro inizia oggi." concluse guardando Lorenzo dritto negli occhi. Si voltò e si diresse verso la Funicolare Centrale, poco distante dall'ingresso della scuola. Camminava a passo svelto per non perdere la corsa e aspettare altri quindici minuti.
Lorenzo continuò a fissarlo mentre si confondeva tra tanti altri uomini grigi che neanche si guardavano tra di loro e raggiungevano il loro ufficio.
Non commettere errori risuonava nella mente di Lorenzo; avrebbe desiderato un sincero in bocca al lupo, sei forte figliolo, non aver paura. Invece tutto si riduceva a non commettere errori, e Lorenzo aveva deciso. Non avrebbe commesso errori, avrebbe seguito la sua strada. La porta sul mondo era aperta e aveva deciso che non sarebbe mai diventato come suo padre.
Davanti agli occhi di Lorenzo sfrecciavano ragazzi che, con l'ansia di essere in ritardo, si accalcavano all'ingresso della scuola. Alcuni di loro indossavano abiti e zaini ereditati dalle scuole medie, altri mostravano con fierezza i loro capi firmati comprati appositamente per l'occasione. Un agglomerato di adolescenti che faceva sentire Lorenzo fuori posto. Non vedeva l'ora che Samuele lo raggiungesse per sentirsi meno solo in quel mare di omologazione. Non immaginava ancora che, a sua volta, stava ricalcando una moda d'oltreoceano che presto si sarebbe diffusa anche in Italia. La sua camicia nera a mezze maniche sistemata nei pantaloni grigi, le converse nere e lo zaino Eastpak, sempre nero, stonavano con la vivacità dei colori che sfoggiavano gli altri coetanei.
Lorenzo, in cuor suo, si sentiva un vero e proprio rocker, la sua carnagione chiara, inoltre, gli donava l'aspetto di un ragazzo straniero e attirò lo sguardo di molti dei presenti. Lo osservavano come un alieno appena sbarcato sulla terra. Invece, era semplicemente un ragazzo che stava imparando a scegliere da solo le cose che gli piacevano senza farsi influenzare dai genitori. Eppure, quella mattina, aveva lasciato che suo padre avesse la meglio sulla sua volontà, e fu la prima cosa che gli fece notare Samuele appena lo raggiunse fuori scuola.
Il rumore della Harley Davidson del signor Tondo lasciò a bocca spalancata tutti i ragazzi che erano nelle vicinanze. Il padre di Samuele era la persona più rock'n'roll che Lorenzo avesse mai conosciuto. Accompagnò suo figlio al primo giorno di scuola con la moto e allo stesso tempo indossava il suo completo giacca e cravatta pronto per andare in ufficio. Lorenzo sapeva che, sotto quei vestiti e quel casco cromato con le fiamme, si nascondeva un uomo nel cui corpo scorreva musica come linfa vitale.
Samuele scese al volo dalla moto e salutò suo padre, il quale fece un grosso in bocca al lupo a entrambi i ragazzi per questo nuovo inizio, poi filò via. Samuele indossava una maglia nera dei Ramones, un jeans chiaro strappato sulle ginocchia da cui s'intravedevano le gambe pelose e un paio di converse rosse, in tinta con il cappellino della squadra americana di baseball, proprio come si erano entrambi ripromessi.
"Come mai non indossi il cappello dei New York Yankees?"
"Secondo te?" chiese ironicamente Lorenzo.
"Tuo padre?"
"Bingo!" rispose Lorenzo con un mezzo sorriso amaro. "ha detto che oggi avrei dovuto fare bella impressione con i professori e tutte le sue solite menate sul futuro."
"Un inizio di giornata grandioso! Fossi in te avrei nascosto il cappello nello zaino appena si fosse distratto." disse Samuele.
"Non hai capito, me l'ha tolto e l'ha lanciato sulla poltrona due secondi prima che uscissimo di casa e..."
Improvvisamente calò il buio sui suoi occhi e sorrise. Samuele si era tolto il cappellino poggiandolo sulla testa dell'amico.
"Tieni, servirà più a te. Per sembrare figo. Io già lo sono."
"Credici." disse Lorenzo e gli diede un leggero pugno sulla spalla. "Grazie."
"Per cosa? Per averti prestato il mio cappello per mezza mattinata?" Samuele minimizzava un gesto colmo di significato. Sapeva esattamente in che modo dimostrare la sua amicizia.
"Grazie per tutto." disse Lorenzo.
I suoi occhi erano colmi di gioia, ma sapeva che presto avrebbe dovuto affrontare una terribile realtà. Avrebbe scoperto se fosse in classe con Samuele o se il preside avesse accolto la richiesta di suo padre e l'avesse spostato in un'altra sezione.
"Non iniziare a fare il tipo sentimentale, Lorè." Samuele rispose con lo stesso gesto ricevuto pochi secondi prima dall'amico. Un leggero pugno sulla spalla di Lorenzo.
"Credi che abbiamo tempo?" chiese Lorenzo.
Samuele tirò fuori dalla tasca dei jeans il cellulare, un Nokia 3310 avuto in regalo per il superamento degli esami della scuola media e controllò l'orario. Mancavano dieci minuti all'inizio delle lezioni.
"Si, ma dobbiamo fare in fretta."
Si spostarono a passo spedito verso Piazzetta Fuga, il punto esatto in cui c'era la fermata della Funicolare Centrale. Il signor Forti aveva attraversato la piazza soltanto pochi minuti prima. Lorenzo non aveva alcun timore d'incontrare suo padre. Immaginò cosa sarebbe potuto succedere se avesse perso la corsa della Funicolare. In compagnia di Samuele avrebbe potuto squartargli il torace, constatare se avesse ancora un cuore, e, se avesse trovato una minima traccia dell'organo pulsante, l'avrebbe strappato e stretto tra le sue mani fino a sentire i battiti diminuire per poi sparire.
Si sedettero su una panchina, un flusso di persone si muoveva velocemente attraversando la strada e svanendo nel sottopassaggio che conduceva alla fermata della metropolitana di Piazza Vanvitelli.
Un brivido d'adrenalina accese la spia della trasgressione nella mente di Lorenzo facendogli dimenticare il pessimo inizio di giornata. Da quando era uscito di casa non s'era più interrogato del perché sua madre non fosse in casa e perché avesse litigato con suo padre.
Una piccola fiamma e aspirò a fondo. Tossì e quasi ingoiò il fumo.
"Una sigaretta è quello che ci vuole per iniziare al meglio il quarto ginnasio." disse Lorenzo. "che poi non ho ancora capito 'sta cagata di fare quarto e quinto ginnasio e poi i tre anni di liceo." Si passarono il testimone di nicotina dopo tre tiri a testa.
"Sinceramente non me ne frega un cazzo, l'importante è che in classe ci sia qualche ragazza carina. Sei avvisato, se c'è qualcuna che piace a entrambi, è mia." Samuele si sedette cavalcioni sulla panchina, il sole accentuava la sua pelle ancora lievemente abbronzata e mostrava tutto il pallore di Lorenzo.
La visiera del cappellino permetteva a Lorenzo di non essere accecato dal sole, guardava Samuele che quasi lo sovrastava. Il sole gli cingeva la testa come fosse un'aureola e la posizione in cui era seduto lo faceva sembrare un gigante.
"Ovvio, ogni ragazza sarà solo tua." fu l'unica cosa che riuscì a dire Lorenzo, non ebbe il coraggio di replicare, perché sapeva che tutte queste supposizioni potevano essere vane.
"Io ho fatto la mia parte." disse Samuele aspirando dalla sigaretta. Lorenzo non capì cosa intendesse l'amico. "Ti ho prestato il cappello, ma non basta!" Samuele con la sigaretta che gli pendeva dalle labbra indicò, con un cenno di testa, l'addome piatto di Lorenzo.
"Cosa?" Lorenzo continuava a non capire a cosa alludesse Samuele.
"Togliti quella cazzo di camicia dai pantaloni. Sembri mio nonno!"
"Guarda che tuo nonno si veste meglio di noi, alla sua età sembra ancora un ragazzino." Lorenzo tirò la camicia, ormai sgualcita, dalla morsa dei pantaloni, e ritrovò la sua identità che voleva mostrare al mondo. Una camicia portata fuori dai pantaloni aveva una potenza inaudita. "Secondo te di chi è la colpa? Sempre la sua!"
"Lorè, ti devi far valere un po' di più. Stamattina ho preso la maglia dei Ramones di mio padre dal suo armadio, e non ha fatto storie. Abbiamo quattordici anni, dobbiamo fare quello che vogliamo."
"Parli facile tu, i tuoi sono dei fighi della madonna. Pagherei per averli io dei genitori così."
La sigaretta passò dalle labbra umidicce di Samuele alla bocca completamente asciutta di Lorenzo. Fece l'ultimo tiro e la spense. "Ci conviene entrare in classe."
"Andiamo a conoscere questi nuovi fantastici compagni." disse Samuele. Con passi pesanti e ancora il sapore del fumo in bocca, che cercarono di mascherare mangiando una caramella Halls, tornarono all'ingresso del Sannazaro.
Il colore della pelle di Lorenzo si trasformò da pallido vivo a pallido cadaverico. La camicia fuori dai pantaloni lo tramutava in una salma vestita, maldestramente, per essere sepolta. Entrarono nell'istituto e Lorenzo cercò subito la bacheca con l'elenco delle classi. Sperava di non dover affrontare una triste separazione da Samuele.
Sospirò e travolto dalla gioia abbracciò l'amico, che non capì tutto il suo entusiasmo. Lorenzo Forti e Samuele Tondo, separati da alcuni nomi su una lista bianca definita solo dal nero dei caratteri stampati, erano nella stessa classe, insieme per altri cinque anni. Salvo bocciature.
Entrarono in classe e Lorenzo tolse il cappello, non osò sfidare l'insegnante e beccarsi un reclamo durante il primo minuto del primo giorno di scuola. Furono sommersi dagli sguardi degli altri alunni. Ognuno era al proprio posto.
La professoressa De Angelis, una donna che, nonostante si avviasse verso gli anni della pensione aveva ancora un certo portamento e una cura per la propria persona, li accolse con un sorriso e li invitò a sedersi. Era in piedi dietro la cattedra mostrando la sua esile corporatura. Indossava un pantalone verde e una giacca floreale, una camicetta di lino che richiamava una tonalità diversa di verde e un foulard bianco. Il suo collo somigliava a quello di una gallina; la pelle le pendeva dal mento e il volto, solcato dalle rughe e da quelle che un tempo erano cicatrici acneiche, sembrava il suolo lunare.
"Buongiorno ragazzi, stavamo facendo il giro di presentazioni. Quali sono i vostri nomi?"
"Lorenzo Forti."
"Samuele Tondo."
"Bene, siete nell'elenco. Accomodatevi." disse la professoressa De Angelis con clemenza, senza sottolineare il loro ritardo.
Si guardarono intorno e trovarono due posti liberi ai lati opposti della classe. La lavagna dietro la cattedra ricopriva la maggior parte della parete, solo piccoli bordi bianchi permettevano agli alunni di non avere la sensazione di essere di fronte a un grosso buco nero. Le altre tre pareti erano bianche, come la neve; l'aula era stata tinteggiata pochi giorni prima dell'inizio della scuola, e l'odore della vernice circolava ancora nell'aria.
Lorenzo scelse il posto libero in seconda fila.
Posò lo zaino nero a terra, abbassò lo sguardo e vide il suo compagno di banco. Un paio di converse nere con le fiamme fu l'invito a sedersi e conoscersi. Un ticchettio procurato da una penna sul banco lo rapì. Seguì i movimenti che il ragazzo perpetuata in un ritmo ben scandito; la penna era diventata uno strumento musicale. Una bacchetta che marcava cassa e rullante avvicendando i colpi tra il tappo della penna e il gommino mangiucchiato all'altra estremità. Stava letteralmente suonando una canzone inserendo stacchi e colpi accentati.
Daniele, questo il nome del ragazzo, portava gli occhiali con lenti spesse due dita e una montatura rotonda che ingigantiva i suoi occhi; sembrava che scrutasse il mondo attraverso una lente d'ingrandimento. Gli occhiali rotondi furono la sua condanna poiché, pochi mesi dopo l'inizio della scuola, durante le vacanze natalizie, con l'uscita del film La pietra filosofale, sarebbe stato rinominato Harry Potter. Gli occhiali, però, erano l'unica similitudine con il maghetto londinese.
Daniele si presentava come un'accozzaglia di stereotipi messi insieme per gridare a gran voce la propria identità. Lorenzo, conosceva bene il mondo che voleva rappresentare Daniele e capì da subito che avrebbe trascorso piacevoli momenti tra musica, cinema e leggende del rock.
I capelli corti a spazzola, il viso rotondo, un leggero cenno di acne, un polsino dei Nirvana e una camicia a scacchi rossa e nera; Daniele era stato catapultato in una classe del Sannazaro direttamente dagli anni novanta. Come as you are, e aveva interpretato alla perfezione l'invito di Kurt Cobain.
Samuele, invece, si sedette nel posto libero, in un banco in ultima fila, di fianco a un ragazzo alto e biondo. Un figlio di papà con la camicia nei pantaloni e un paio di scarpe classiche marrone, lo salutò svogliatamente dissimulando indifferenza.
Le scarpe non erano adatte per un ragazzo, sembravano essere state rubate dal ripostiglio del nonno, spolverate, lustrate e indossate per aumentare i propri anni. Invece, erano scarpe d'alta moda che, essendo lontane da una generazione che consumava esclusivamente le suole delle Nike Air Max, proiettavano il ragazzo fuori dal mondo. Le scarpe somigliavano a quelle che Samuele aveva visto indossare a suo padre durante un matrimonio di un cugino e poi aveva messo nel ripostiglio senza mai più metterle appena rientrato a casa.
Luciano non aveva bisogno di un paio di scarpe per definire la sua identità.
Oasis, Blur, Skunk Anansie erano i suoi ascolti British.
I suoi occhi azzurri, i capelli biondi, i lineamenti delicati e la pelle glabra da ragazzino cresciuto in altezza, ma non ancora uomo, lo presentavano come una versione maschile di Lady Oscar. L'anonima esistenza scolastica di Luciano si sarebbe tramutata, con l'arrivo di una folta barba bionda, in una continua giravolta di lingue, baci e pompini ricevuti furtivamente nell'ora di educazione fisica.
Una collezione di figurine simile a quella dei calciatori Panini. Ce l'ho, Ce l'ho, Ce l'ho. Non ce l'ho, ma ho un appuntamento. Luciano, durante quel primo giorno di scuola, non aveva idea che sarebbe diventato l'idolo della classe con la sua lunga serie di conquiste. Tutto ciò che il suo sguardo indifferente trasmetteva, era sono un fighetto del Vomero, e adoro i soldi di mio padre.
Samuele amava le sfide. Cercò il suo sguardo per capire, per vedere che storia avesse da raccontare. Luciano si sentì osservato e, raccogliendo la sfida di Samuele, lo guardò dritto negli occhi. Si riconobbero, non avevano bisogno di parole o un paio di corna alzate al cielo per inneggiare al Dio del pentagramma.
Erano anime affamate di musica. Erano spiriti nati sotto il segno della melodia. Nessuno dei quattro ragazzi aveva bisogno di borchie, tatuaggi, giacche di pelle, vestiti total black, la maglia dei Ramones o un polsino dei Nirvana per dichiarare la loro appartenenza. Le espressioni dei loro volti raccontavano che cosa significava vivere per la musica.
Lorenzo, Samuele, Daniele e Luciano erano nati Rock.
Pochi mesi dopo quel primo giorno di scuola sarebbero diventati i Fandango.
Chitarra, voce e chitarra, batteria e basso.
Quella mattina, invece, erano ancora un gruppo di sconosciuti alle prese con l'inizio delle superiori.
"Bene, ragazzi, ora che conosco i vostri nomi possiamo iniziare. Farete un tema su un argomento che in questi giorni sta cambiando il mondo. Niente di politico, voglio semplicemente che scriviate i vostri pensieri a riguardo." disse la professoressa De Angelis sedendosi alla cattedra. "Gli Stati Uniti d'America hanno subito uno dei più grandi attacchi terroristici della storia. Il responsabile è Osama Bin Laden, leader dell'organizzazione Al-Qaida. Quali sono le vostre sensazioni su quest'evento?"
Lorenzo si voltò e vide Samuele che parlottava con il suo compagno di banco. Gli fece un cenno con la mano per fargli capire che anche lui sentiva di aver trovato un nuovo amico e Samuele mimò con le labbra ci è andata bene. Sorrise e calò la testa sul foglio per iniziare a scrivere.
Lorenzo fissò la lavagna per alcuni secondi, come se oltre il nero si nascondesse la risposta per trovare l'ispirazione. Ripensò alle urla di suo padre di quella mattina, mentre in televisione passavano le immagini degli aerei che si schiantavano a New York, e s'innervosì sapendo che l'ombra di suo padre era ovunque. Anche nel primo esercizio in classe da liceale. Poi gli balenò in mente una canzone che il signor Tondo gli aveva fatto ascoltare più volte.
Tra il ticchettio della penna di Daniele e l'odore di vernice che penetrava nelle sue narici, Lorenzo scrisse le prime parole:
Io non lo so chi c'ha ragione e chi no, se è una questione di etnia, di economia, oppure solo pazzia: difficile saperlo. Quello che so è che non è fantasia e che nessuno c'ha ragione e così sia, e pochi mesi a un giro di boa per voi così moderno.
Il crollo delle torri gemelle del World Trade Center era avvenuto pochi giorni prima dell'inizio della scuola. LigaJovaPelù e Il mio nome è mai più erano alcuni passi più lontani nel tempo e furono le prime parole impresse da Lorenzo sul foglio.
Lorenzo s'ispirò a una canzone, sarebbe successo spesso nei giorni che erano da venire. I Fandango erano dietro l'angolo.
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