Capitolo 2
2.
Luglio 1999
Lorenzo chiuse gli occhi per un istante, mentre cadeva faccia al suolo; li riaprì solo dopo aver sentito il tonfo del suo torace sul terreno. La maglietta e i pantaloncini corti divennero marroni e polverosi. I granelli di ghiaia e terriccio si attaccarono alle sue braccia sudate. Si girò su se stesso, vide Samuele scendere al volo dalla sua bicicletta e avvicinarsi a lui.
"Tutto bene?" disse Samuele. Scrutava il corpo dell'amico accertandosi che non ci fossero ossa rotte. Lorenzo tirò via una goccia di sudore che gli era colata dalla fronte fin dentro l'occhio. Strofinò il palmo della mano e sentì il terriccio sulla sua faccia. La sua bicicletta era di fianco a lui, riversa a terra, con il manubrio completamente storto. Si sollevò da terra tenendosi sui gomiti, si mise seduto, e vide che la ruota posteriore continuava a girare. Un rivolo di sangue colò lungo il suo polpaccio. Le ginocchia scorticate bruciavano, come se una lama stesse raschiando via strati di pelle.
"Sì, sto bene. Mi sono solo graffiato, anche se con una buca del genere potevo uccidermi." Nel parco, intorno a Lorenzo, ognuno continuava a vivere la propria vita. Una coppietta di sedicenni seduti su una panchina si baciava, con un'intensità che azzerava spazio e tempo. Lui carezzava i capelli di lei. Lei si perdeva negli occhi di lui. Un anziano correva a petto nudo, come un forsennato, come a distanziare la morte ormai non così lontana. Un'altra coppietta, più disinibita, era sdraiata sul prato, uno sopra l'altro, cercando la giusta posizione affinché i loro genitali trovassero un punto di contatto tra gli strati di vestiti, senza destare i sospetti dei passanti. Ognuno era immerso nel proprio mondo, vivendo istanti che sarebbero diventati ricordi. Nessuno che degnasse uno sguardo a un ragazzino caduto dalla bicicletta.
"Forse stavamo andando un po' troppo veloci, ma lo sanno tutti che quel fosso è pericoloso." disse Samuele; sollevò Lorenzo da terra tirandolo per un braccio e vide il sangue che rigava la sua gamba.
"Se l'avessi visto, l'avrei evitato." rispose Lorenzo scrollando lo strato di polvere dalla maglietta. Sentiva pulsare la sua gamba, come se la lama che prima sembrava raschiasse strati di pelle, ora fosse giunta all'osso. Era dolorante, continuava a guardare il sangue sulla sua gamba, zoppicava non riuscendo a distendere del tutto il ginocchio.
"Anche l'anno scorso, era già lì, mio padre mi aveva avvertito che dovevo stare attento, altrimenti sarei saltato dal sellino della bici. Quest'anno è ancora più grande." osservò Samuele. Vide che Lorenzo non pulì i pantaloncini impolverati, come se avesse paura di toccare la sua gamba. "Ti fa male?"
"No, brucia soltanto un po'. Non esce più sangue." Le fiamme dell'inferno gli percuotevano tutta la gamba, ma Lorenzo non voleva sembrare un rammollito, non davanti al suo migliore amico con cui aveva condiviso il banco al primo anno della scuola media e con cui stava vivendo le prime giornate da solo in giro per le strade del Vomero. Libero. Dalla scuola, dai compiti a casa, dalla presenza dei genitori. Tutto ciò che contava era la compagnia di Samuele e il vento sulla sua faccia mentre scorrazzava sulla bicicletta.
Lorenzo tentò di pulire i pantaloncini con delicatezza. Appena passò la mano sul ginocchio, sentì la sua pelle tirare, e vide altro sangue uscire dalla sbucciatura; non colò, restò fermo sul ginocchio come la grossa testa di uno spillo. Lorenzo avrebbe voluto piangere, dare sfogo al suo essere, ancora in parte, un bambino, indeciso se comportarsi da grande o meno. Preferì tenere il suo dolore per sé.
"Bisogna pulire subito la ferita." disse Samuele; raccolse la sua bicicletta da terra e si avviò verso la fontana del parco. Lorenzo continuando a zoppicare, prese la sua bicicletta e lo seguì. Vide che il manubrio era storto, che alcuni raggi della ruota anteriore si erano rotti, e la ruota stessa era leggermente piegata; trascinare la bicicletta divenne una fatica già dopo pochi metri.
"Vieni, l'acqua toglierà tutta la polvere e il sangue." disse Samuele premendo il bottone della fontana. Appena Lorenzo mise la gamba sotto il flusso d'acqua fredda sentì ancora più dolore. La ritrasse dopo pochi secondi.
"Vedi, non è un graffio profondo. Puoi stare tranquillo, non ti taglieranno la gamba." disse Samuele ridacchiando con la sua voce squillante. "Al massimo hai bisogno di un cerotto." Il tono profondo e suadente, che avrebbe caratterizzato il suo modo di cantare con i Fandango, era ancora nascosto dentro un corpo che timidamente mostrava i primi segni della pubertà. Nonostante i suoi dodici anni, Samuele era molto alto e magro – non scheletrico come Lorenzo -, e aveva capelli neri e corti. Gli occhi verdi avevano un taglio mediterraneo, il suo sguardo da furbetto era reso ancora più intenso dalle ciglia lunghe e dalle spesse sopracciglia nere. La sua testa rasata risaltava ancora di più l'abbronzatura dei pochi giorni trascorsi al mare sull'isola d'Ischia con i nonni a giugno. La sua carnagione scura accentuava la presenza di peluria sulle braccia e sulle gambe. Non erano ancora veri e propri peli, neri e folti. Lorenzo, a confronto con Samuele, era la controparte bianca della pubblicità dei biscotti Ringo; nonostante cercasse di abbronzarsi durante i mesi estivi, continuava ad avere un colorito lunare, che poche volte diventava rossore.
"La gamba è apposto, non ci vuole nessun cerotto, ma mio padre mi taglierà la testa quando vedrà la bicicletta." disse Lorenzo. Il tardo pomeriggio era accompagnato da un vento caldo che rompeva la cappa di calore in cui era rinchiusa l'intera città durante il giorno, l'acqua sulla sua gamba si asciugò dopo pochi istanti.
"Dai, non lamentarti." sbuffò Samuele, "Può capitare a tutti di cadere. Vedi questa cicatrice?" disse mostrandogli il braccio all'altezza del gomito. Sulla sua pelle abbronzata risaltava un lembo più chiaro. "L'anno scorso, stavo giocando a pallone qui alla Floridiana con mio padre e mio nonno, mentre correvo sono inciampato, e questo è stato il risultato." Samuele sciacquò le mani sotto il getto d'acqua della fontana, poi ne bevve un sorso. "Vedrai, se gli spieghi come sono andate le cose, non ti farà storie."
"Si vede che non conosci mio padre." Lorenzo sentì l'invidia, per la naturalezza del rapporto tra Samuele e suo padre, strisciare fuori dalle sue parole e insidiare il bene che voleva a Samuele. Immaginava il suo miglior amico con suo padre mentre costruivano ricordi insieme, consolidando il loro legame tra un calcio a un pallone, un giro in bicicletta e un arpeggio sulla chitarra. Un padre che insegnava la vita al proprio figlio, e Lorenzo non aveva mai provato questa sensazione. Né con suo padre, né con sua madre. I ricordi erano la connessione diretta con il passato e tra i cassetti della memoria di Lorenzo erano cristallizzati soltanto silenzi e mancanze. Un abbraccio, un sorriso, una carezza. Era tutto ciò che Lorenzo chiedeva e non riceveva mai.
"Ti basterebbe parlare con lui per pochi minuti, capiresti che non gli frega niente di niente." disse Lorenzo. Guardò Samuele che era pronto ad ascoltare le sue parole, si sentì uno stupido. Il solo pensiero di provare sentimenti negativi nei confronti della persona che più sentiva vicina nella sua vita gli provocò una strana fitta allo stomaco. Era disgustato, non voleva che i comportamenti di suo padre influenzassero e cambiassero il suo carattere. Era felice per Samuele, per il bene che gli dimostrava suo padre, per tutta la passione per la musica che gli aveva trasmesso e che adesso condivideva con lui.
"Non è un tipo affettuoso," aggiunse Lorenzo. Sentiva crescere dentro di sé l'urgenza di raccontare quanto suo padre fosse un uomo dalle regole ferree che aveva come unica fede la dedizione al lavoro. "pensa solo ai cazzi suoi, e se da grande il lavoro mi trasformerà in una persona come lui...non vorrò lavorare mai!"
"Ma che dici," disse Samuele con tono sognante, con la voce piena di aspirazioni e di progetti. Di quelli che i ragazzi creano oltre le reali possibilità, immaginando castelli in aria, che appena posto il primo mattone poi diventa semplice costruire tutto il resto. "noi diventeremo delle rockstar, Lorè. Come i Bon Jovi, gli Aerosmith, gli U2. Ti prometto che appena sarò un po' più bravo con la chitarra, insegnerò anche a te a suonare." giurò Samuele.
"Magari tuo padre ci farà suonare la sua chitarra." incalzò Lorenzo, continuando a trascinare la bicicletta con fatica. "Magari riusciremo ad ascoltare tutti i suoi dischi, ci potrebbe aiutare a scrivere delle canzoni."
"Sì, sono sicuro che ci aiuterebbe. Tu, intanto, inizia a convincere tuo padre a comprarti una chitarra acustica, così potrai imparare subito." rispose Samuele.
"Non credo proprio. Appena gli dirò della bicicletta, posso scordami il parco, l'estate e la televisione. Figurati se mi compra una chitarra. Lui non crede alla musica, anzi..." Lorenzo fece una pausa cercando di scavare nei suoi ricordi un momento preciso, ma non lo trovò, "credo di non aver mai sentito mio padre canticchiare una canzone."
"Dai, non ci credo." sghignazzò Samuele.
"Te lo giuro." disse Lorenzo.
"E che cazzo fa tuo padre, oltre a lavorare?"
"Niente. Lavora, torna a casa, cena, guarda la televisione e fine della giornata."
"È già un vecchio, insomma. Però che strano," disse Samuele, "sembra un tipo in gamba, uno che potrebbe intendersi di musica. Magari quella anni '70. Che ne so, i Pink Floyd." Samuele risalì in sella alla bicicletta. Girava in tondo intorno a Lorenzo; temporeggiava in attesa che l'amico trovasse il modo giusto per trasportare la sua bicicletta, ormai rotta.
"No, fidati. Per mio padre la musica non esiste. Tutto ciò che conta è solo il lavoro. Mi ripete sempre che devo studiare, perché così un giorno troverò lavoro facilmente, come è successo a lui. A tavola ripete sempre che tra pochi anni, se tutto andrà bene, sarà il direttore e mamma sembra essere felice di questa cosa, mentre a me non interessa per niente." disse Lorenzo, poi il rumore dei raggi rotti che urtavano contro la ruota storta gli ricordarono ciò che gli aspettava appena sarebbe rientrato a casa. "Sai per quanto tempo mi dirà che sono un incapace per aver rotto la bici?" Si sforzò di far camminare la bicicletta su entrambe le ruote, ma risultava sempre più difficile. Decise che avrebbe issato la bicicletta sulla ruota posteriore e l'avrebbe portata così fino a casa.
"Quante storie, Lorè! È semplice, basta che gli dici che sei caduto ma non ti sei fatto niente. Ha più importanza questo che la bici." Samuele, continuando a procedere lentamente sulla sua bicicletta, diede un'altra occhiata a quella di Lorenzo, come a ispezionarla, per definire l'entità dei danni. "Forse basta anche solo cambiare la ruota davanti e raddrizzare il manubrio."
"La fai semplice tu." Lorenzo riprese a sudare. I residui del terriccio sul suo volto smunto rigarono la sua faccia mostrando nuovamente il suo pallore. Nonostante il pomeriggio fosse quasi finito e il sole non fosse più alto nel cielo, il vento caldo avvolgeva il suo corpo, il parco e l'intero quartiere. Pedalare sarebbe stato molto meno faticoso. "Sono sicuro che finirò in punizione. Non sai che fatica per convincerlo a farmela comprare come regalo per la promozione a scuola." Fece una pausa, poi ripeté con tono triste "sono sicuro che finirò in punizione."
"Non esiste! Se tuo padre non ti aggiusta la bicicletta, continueremo a venire qui, al parco, prenderai in prestito quella che mio padre ha a casa di mio nonno."
"Ma io l'ho vista la bicicletta di tuo padre, è quel modello per vecchi." sbuffò Lorenzo.
"Accontentati! L'estate passa in fretta, e non abbiamo tempo da perdere." Questa era la sacrosanta verità. Presto sarebbero cresciuti, avrebbero iniziato a interessarsi alle ragazze, a cercare il loro posto nel mondo e lentamente avrebbero dimenticato la spensieratezza delle estati delle scuole medie, quando le giornate erano interminabili e l'arrivo di settembre, con l'inizio della scuola, portava con sé soltanto la malinconia e la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre. La verità era che Samuele e Lorenzo avrebbero ricordato quella estate, e tante altre, per sempre.
Samuele, per tutto l'anno scolastico, aveva raccontato a Lorenzo le sue avventure estive nel parco della Villa Floridiana, dove suo nonno lo portava quasi ogni giorno. Anche suo padre era spesso presente; ogniqualvolta riusciva a staccare prima da lavoro li raggiungeva e giocava a pallone con loro. Samuele, sin da bambino aveva trascorso gran parte dell'estate al Vomero, a casa dei nonni paterni. Il signor Tondo, il padre di Samuele, era cresciuto e aveva sempre vissuto tra le strade della zona più elitaria di Napoli, poi, dopo il matrimonio con Anna, si era trasferito per lavoro a Via Marina, nel quartiere Porto, a due passi dal mare. Nonostante tutto, il legame con il suo quartiere era sempre stato forte, e decise che anche suo figlio avrebbe frequentato la stessa scuola in cui aveva studiato lui.
La scelta del signor Tondo era stata la miglior cosa che potesse capitare a Lorenzo; aveva incontrato un amico con cui crescere, un amico vero, divertente, diverso da lui ma allo stesso tempo con un'unica grande passione in comune: la musica. Samuele era una specie di Juke box vivente. Canticchiava centinaia di canzoni al giorno, sempre diverse, e ci teneva a far sapere quando, oltre a cantarla, sapeva anche suonarla.
"Va bene, mi accontenterò, anche se quella è proprio una bici per vecchi..." disse cantilenando Lorenzo. "ma sono sicuro che finirò in punizione."
"Basta con questa storia! Se tuo padre rompe troppo le palle, sai che cosa devi dirgli?" disse Samuele, e senza aspettare che Lorenzo chiedesse, continuò, "Che stavamo imitando i Red Hot Chili Peppers."
"Come se sapesse chi sono!" disse Lorenzo. "Intanto, sono già pronto per Scar tissue. Tanto, una piccola cicatrice mi resterà sul ginocchio e sono già sporco di terra." Lorenzo scoppiò a ridere. La sintonia tra loro due era tale che non c'era bisogno di spiegare ogni singola cosa che dicessero. I riferimenti ai videoclip musicali erano il loro pane quotidiano. Samuele trasmetteva a Lorenzo tutta la cultura musicale che suo padre custodiva gelosamente nel suo studio a casa, mentre Lorenzo guardava Mtv a ogni ora del giorno, conosceva a memoria tutte le novità e i video che erano nella programmazione del canale. Poche settimane prima, aveva scoperto la melodia superfiga di un brano di una band, i Red Hot Chili Peppers, che tornava sulle scene dopo una lunga assenza, e se ne innamorò. Scar tissue, cicatrice. L'immagine dei componenti della band californiana completamente ricoperti di polvere, terra e ferite a bordo di una Cadillac rossa e arrugginita nel deserto, così come si presentavano nel videoclip, era ciò che più somigliava a Lorenzo in quel momento. Il deserto era una strada di ghiaia nel parco della Floridiana, le ferite erano una piccola sbucciatura sul ginocchio, la Cadillac era sostituita da una Mountain Bike semi distrutta, e il rock'n'roll scorreva già nelle vene di Samuele e Lorenzo al posto del sangue.
Tra una pedalata e il tintinnio dei raggi rotti della ruota, iniziarono entrambi a canticchiare.
Scar tissue that I wish you saw, sarcastic Mister know it all, close your eyes and I'll kiss you 'cause with the bird I'll share.
Due toni di voce, totalmente diversi ma complementari. Proprio come sarebbe successo con i Fandango alcuni anni dopo.
"Oh, stai sicuro che tuo padre non ti lascerà solo una cicatrice. Se ti rompe la testa, come dici tu, ti farà tante, tante cicatrici." disse Samuele; pedalando sempre lentamente per tenere il passo dell'amico, si avvicinò a Lorenzo e gli diede un piccolo pugno sulla spalla. Era un grande gesto d'affetto. Era l'emblema di quello che sarebbe diventato negli anni il loro rapporto: non due semplici amici, due fratelli di musica, due chitarre al suono della stessa vita. Il ritmo e la malinconia. La rabbia e la meditazione.
"Ahia! Ma sei coglione, mi fai male." disse Lorenzo sempre trascinando la bicicletta sulla ruota posteriore.
"Oh, poverino, come sei delicato." ghignò Samuele, "faresti meglio a camminare più veloce. Io non ho problemi d'orario, stasera dormo dai nonni, e anche se torno tardi non fanno storie." Reggendo il manubrio della bicicletta con una sola mano, prese dalla tasca il suo cellulare, Alcatel One Touch Easy, vide che erano le sette di sera passate. "Ma tu, sei fai tardi..." si trattenne per non ridere, infine esplose "...finisci in punizione."
"Sei davvero uno stronzo." piagnucolò Lorenzo.
"Eddai, sorridi un po'. Non potranno mica chiuderti in cameretta per tutta la vita." disse Samuele.
"Lo spero." rispose Lorenzo, e non disse più niente. I due ragazzi erano giunti all'uscita del parco. Le loro strada si sarebbero separate, ma Samuele decise che avrebbe accompagnato l'amico fin sotto casa, quasi come se fosse un supporto morale.
L'intero pomeriggio trascorso a pedalare, a parlare di musica e a cantare, li aveva sfiniti. Districandosi tra le auto e le persone che passeggiavano per il corso principale del quartiere, non dissero molte parole. Samuele sottovoce continuava a canticchiare Scar tissue. La stanchezza era visibile sui loro volti e lo stomaco iniziava a far sentire i suoi brontolii; l'estate era anche questo per loro, spingere al massimo le proprie energie fino a tornare a casa senza la forza di salire le scale.
Lorenzo era ulteriormente preoccupato: più si avvicinava alla strada dove abitava, più sentiva il suo cuore accelerare e dimenticava il dolore alla sua gamba. Quasi non zoppicava più. Temeva che se suo padre fosse già in casa, non solo avrebbe saputo immediatamente cosa era successo alla bicicletta, ma l'avrebbe visto anche completamente sporco di terra. A quel punto la punizione sarebbe stata ancora più severa.
"Ehi, allora io giro qui. Taglio per questa strada." disse Samuele. Lorenzo sembrò quasi ridestarsi da un sogno a occhi aperti.
"Va bene, va bene. Ci sentiamo domani." disse distrattamente Lorenzo.
"Chi lo sa, dipende se ti mettono in punizione." disse Samuele risalendo sul sellino della bicicletta.
"Ma vaffanculo!" disse Lorenzo con un sorriso che nascondeva l'ansia. "Bravo, corri, vai a casa e sfondati di seghe su Britney Spears."
Samuele si era già allontanato di alcuni metri, si voltò e vide Lorenzo mostrargli il dito medio.
"Puoi scommetterci. Appena i nonni vanno a dormire, seghe per tutta la notte." Samuele sorrise, e lo salutò anche lui con un vaffanculo. Girò l'angolo, scomparve, Lorenzo rimase da solo, con la bicicletta e il portoncino del condominio già aperto.
Entrò furtivamente, senza fare troppo rumore. I raggi rotti della ruota continuavano a dondolare quasi come se fossero degli acchiappa-sogni e rendevano vano ogni sforzo di Lorenzo di passare inosservato. Nascose la bicicletta nel sottoscala vicino all'ascensore, sperando che si confondesse tra le bici degli altri inquilini, e salì le scale a piedi. Le ultime energie della giornata.
Suonò il campanello della porta di casa. Una. Due volte. Sua madre era una casalinga, giovane e affascinante, che trascorreva il suo tempo tra le uscite con le amiche, le passeggiate per il corso e le visite a casa di sua madre, la nonna di Lorenzo. Si occupava dell'ordine e dell'arredamento della casa, non per una naturale predisposizione, ma per sottolineare agli ospiti quanto fosse dedita alla cura dei dettagli. Era impossibile che fosse uscita, soprattutto in serata, sapendo che suo marito sarebbe rientrato come ogni sera alla stessa ora e avrebbe richiesto parte dei doveri di una moglie. Una cena che lo deliziasse e l'ordine della casa. Questo, e soltanto questo. Il signor e la signora Forti non erano soliti scambiarsi gesti d'amore davanti al figlio; mai un bacio, una carezza, uno sguardo d'intesa. Tutto si riduceva sempre a sterili parole telegrafate, cifre di bollette da pagare e brevi aggiornamenti sui vari membri della famiglia. Cugini, zii, nipoti.
Conoscendo le abitudini di sua madre, Lorenzo continuò a suonare il campanello. Al quarto tentativo sentì sua madre che, con passi svelti a piedi nudi, si avvicinava alla porta.
"Chi è?" disse.
"Apri, mamma, sono Lorenzo."
La porta di casa si aprì, Lorenzo fu pervaso dall'odore di lavanda che da sempre era un tratto distintivo di sua madre. Era pronto a sentire tutte le lamentele per essersi sporcato, invece, la donna, si voltò senza guardare il figlio e tornò in cucina. Lorenzo la seguì e la vide prendere la cornetta del telefono poggiata sul tavolo e continuare la conversazione. Con grande abilità riuscì a tenere la cornetta tra la spalla e l'orecchio; avendo entrambe le mani libere, poggiò un piede su una sedia della cucina e continuò a mettere lo smalto sulle unghie dei piedi. I lunghi capelli neri e mossi le coprivano parte del viso, impedendo di vedere Lorenzo davanti ai suoi occhi.
"È mio figlio... si, non preoccuparti posso continuare a parlare. Ci metto poco a preparare la cena."
Mentre sua madre continuava a parlare a telefono, Lorenzo si fermò sull'uscio della porta della cucina, in attesa che sua madre gli dicesse qualcosa. Voleva che, come qualsiasi altra persona avrebbe fatto, lo guardasse e gli chiedesse cosa fosse successo. Lorenzo, nonostante in cuor suo sapesse che era impossibile, sperava che sua madre lo spalleggiasse per raccontare la vicenda al padre.
Dopo pochi secondi, la signora Forti percepì la presenza di Lorenzo, alzò la testa, scostò i suoi capelli dalla faccia, e vide Lorenzo, ma soprattutto vide la maglietta e i pantaloncini completamente sporchi.
"Che cosa hai combinato?" disse sua madre con tono scocciato. "Sì, scusami devo riagganciare. Ci sentiamo...no tranquillo, non è successo niente. Solo che mio figlio è tornato a casa come se si fosse rotolato nel fango con i maiali." disse sua madre alla cornetta. Poi sorrise, la persona all'altro capo del telefono doveva aver fatto una battuta, e riagganciò. Poggiò lo smalto sul tavolo e lentamente, facendo attenzione che le dita dei piedi non toccassero mai il pavimento, si avvicinò a Lorenzo.
"Si può sapere che ti è successo?" disse sua madre. Lo guardò e vide la sbucciatura sul ginocchio. "Hai litigato con qualcuno? Con quel tuo amico...come si chiama..."
"Samuele." rispose Lorenzo. I suoi occhi si riempirono di lacrime. Sapeva che avrebbe dovuto dire a sua madre ciò che era successo al parco della Floridiana.
"Sì, Samuele. È stato lui?"
"No, mamma." Lorenzo non riuscì ad andare avanti.
"Perché piangi?" Sua madre si accovacciò e gli asciugò le lacrime con il palmo della mano.
Lorenzo restò ancora alcuni secondi in silenzio, poi divenne un fiume in piena di parole. "Sono caduto dalla bicicletta, c'era una buca enorme nel parco, mi sono fatto male, e la bicicletta si è rotta. Però Samuele ha aiutato a rialzarmi, a pulire il sangue sulla gamba con l'acqua della fontana del parco. Poi ho provato a far camminare la bici ma ormai la ruota davanti è andata. Papà si arrabbierà e non mi farà più uscire. Dirà che non sono in grado di fare niente, che sono in punizione e che non posso più andare al parco al pomeriggio." Lorenzo raccontò tutta la storia velocemente, senza prendere fiato, come se sapesse che se si fosse fermato non sarebbe più riuscito a proseguire. Così appena finì di raccontare tutto nei minimi dettagli, aspettò che sua madre dicesse qualcosa. Che almeno lo sgridasse, per non essere stato attento, per non aver avuto cura per un regalo avuto poche settimane prima, per essersi sporcato, invece sua madre sorrise.
"Non c'è mica bisogno di dire proprio tutto a papà!" disse la signora Forti.
Si sedette sulla poltrona della cucina e guardò suo figlio. L'osservò come se fosse un ragazzino che lei non conosceva, come se fosse un estraneo piombato in casa e fosse scoppiato in lacrime. La signora Forti non poté fare a meno di notare che ormai suo figlio cresceva a vista d'occhio, che non era più il bambino silenzioso e timido che preferiva stare chiuso da solo nella sua camera con i suoi giochi, e la musica. Non era più il bambino da svegliare ogni mattina per andare a scuola.
La signora Forti, aveva istituito, anni prima, un rituale che metteva in pratica ogni mattina, e Lorenzo aveva imparato ogni suo passaggio mentre era ancora a letto e fingeva di dormire. La luce penetrava debolmente nella sua stanza attraverso la lunga tenda blu e la finestra era ancora ben chiusa. Sua madre, ogni mattina, entrava in punta di piedi per lasciare uno spiffero aperto portando dietro di sé una scia del suo profumo, che per Lorenzo era diventato sinonimo di è ora di alzarsi; poi accendeva il televisore in cucina e ascoltava in loop le prime notizie della giornata mentre preparava la colazione. Aumentava gradualmente il volume del televisore a ogni ripetizione del telegiornale, intervallato dal meteo, dalle informazioni sul traffico autostradale e dall'oroscopo. Lorenzo, ogni mattina si risvegliava lentamente dal torpore della notte percependo una serie di segnali che rappresentavano l'unico momento in cui sentiva di essere al centro della vita della famiglia.
Piccole attenzioni di una madre, premurosa e assente.
Poi, improvvisamente, in una giornata estiva, che sarebbe stata ricordata per sempre per la caduta dalla bicicletta al parco, qualcosa sembrò cambiare. Lorenzo sentì che sua madre stava andando oltre i gesti cui era solita, e tentava di condividere qualcosa con suo figlio. Qualcosa che implicasse la bugia, la negazione.
"Tutti dobbiamo avere dei segreti. Questo sarà il nostro! Nessuno saprà mai della bicicletta, la farò riparare e così papà non saprà niente." sua madre gli fece un occhiolino come per sigillare il patto, e Lorenzo annuì con la testa. Seduta sempre sulla poltrona, alzò le gambe, osservò le unghie dei piedi e soffiò per far asciugare più velocemente lo smalto. Il tempo da dedicare a suo figlio sembrava essere terminato.
"Adesso fila a fare la doccia, metti tutto nel cestino dei vestiti da lavare. Forza, prima che arrivi tuo padre. Altrimenti il nostro piano fallisce. Io intanto apparecchio."
"Sarò un fulmine, mamma." disse Lorenzo.
Si ripresentò il dolore alla gamba mentre correva in corridoio per andare in bagno, ma era felice. Niente avrebbe cambiato quel suo stato d'animo.
In meno di dieci minuti, lavò via tutto lo sporco e il sudore che si era appiccicato sulla sua pelle, si vestì, e mise un cerotto sul ginocchio. Mentre strofinava i capelli con l'asciugamano, evitando di prendere l'asciugacapelli per il troppo caldo, sentì il rumore delle chiavi nella serratura della porta.
Suo padre, puntuale come solo un uomo che lavora costantemente con scadenze, corrispondenza e pagamenti, rientrò a casa per l'ora di cena. Lorenzo si affrettò a uscire dal bagno per salutarlo. Non avrebbe finto, non temeva di dover mascherare i suoi pensieri per paura che suo padre scoprisse la verità sulla bicicletta. Sua madre era pronta a dargli man forte, e ciò era sufficiente a non fargli avere la tachicardia per tutta la durata della cena. Poi sarebbe scomparso in camera sua.
Lorenzo entrò in cucina e vide suo padre togliersi la giacca e poggiarla sullo schienale della poltrona. Se sua madre, quella sera, sembrava essere diversa dal solito, suo padre era esattamente uguale a tutti gli altri giorni.
Il volto scarno di Giuliano Forti sottolineava la sua mancanza di fame nei confronti della vita. Non si nutriva di gioie, né degli occhi languidi di sua moglie. Non aveva fame d'amore.
Lorenzo faceva anche fatica a ricordare quanti anni avesse suo padre, sapeva per certo che era più grande di sua madre di quasi dieci anni. Quasi non ricordava quand'era l'ultima volta che l'avesse visto sorridere, almeno non per circostanza.
Che cos'era successo nella sua vita per spingerlo a diventare così insensibile?
Suo figlio conosceva tutte le promozioni e le lodi che lo eleggevano a miglior impiegato dell'anno, ma non aveva idea se le prime rughe e i capelli bianchi alle tempie erano sinonimo di saggezza o se fossero semplicemente i segni dell'invecchiamento sul suo corpo.
Le sue gambe lunghe e magre erano state utili per compiere passi più grandi nella scalata della vita adulta. Avrebbero potuto essere l'albero maestro per issare suo figlio, il futuro capitano della famiglia, oltre l'orizzonte. Invece, nulla di nulla.
Lunghi passi per grandi traguardi. Occhi aperti sul mondo per annientare tutti i sogni.
"Ciao, papà." Lorenzo gli passò di fianco e andò spedito a sedersi al suo posto a tavola. Sua madre, come ogni sera, aveva preparato con cura la cena, facendo trovare vino, pane e acqua a centro tavola, come se a colmare tutti i vuoti fosse sufficiente riempire lo stomaco.
"Ciao, Lorè. Non sarai mica rientrato da poco?" disse suo padre.
"No, no. Ero a farmi una doccia perché fa troppo caldo." sorrise Lorenzo. Tentò di scambiarsi uno sguardo d'intesa con sua madre, ma la donna era di spalle, vicino ai fornelli. Per tutta la stanza si diffondeva l'odore di carne arrostita. Suo padre allentò il nodo della sua cravatta, la tolse e l'appoggio sulla poltrona. Accese il televisore e sintonizzò su Rai Uno, in attesa che cominciasse il telegiornale serale.
"E che cosa hai fatto oggi?" chiese suo padre sedendosi a tavola. Continuava a fissare lo schermo del televisore, senza degnare di uno sguardo suo figlio.
"Niente di che, sono stato al parco con Samuele." Lorenzo cercò di essere generico, fu attento a non dire mai la parola bicicletta.
"Chi è? Il ragazzo di Via Marina, quello che abita vicino al porto?" disse quasi con tono sprezzante. Suo padre sembrava avesse molte più informazioni su Samuele di quanto Lorenzo gli avesse mai detto. Istintivamente guardò sua madre, sapendo che lei aveva visto più volte Samuele durante l'anno scolastico e conosceva tante cose del suo amico, anche se dimenticava sempre il suo nome.
"Sì." rispose Lorenzo.
"Lo sai, non mi piace quel ragazzo, non è cresciuto qui al Vomero. Non è come noi. Poi tiene la faccia da scugnizzo. È furbo, e prima o poi tu ti farai fare fesso e sicuramente ci rimarrai male. "
Il signor Forti, in poche parole, che racchiudevano tutto il suo pensiero, riuscì a esprimere il suo disappunto nei confronti di chi viveva negli altri quartieri di Napoli etichettandole come persone poco affidabili e soprattutto aveva detto apertamente che suo figlio non era molto sveglio.
Lorenzo avrebbe voluto replicare che Samuele, in realtà, era del Vomero, che la sua famiglia era cresciuta proprio lì, così come i suoi nonni, ma sapeva che suo padre avrebbe interpretato quel tentativo di dialogo come una contraddizione. Restò in silenzio, come era abituato da sempre.
"Adesso mangiamo, forza." la signora Forti portò in tavola un vassoio pieno di carne cotta in padella. I silenzi accompagnavano le brevi cene a base di sguardi bassi nel piatto e pensieri rivolti a tutto ciò che accadeva fuori di casa. Ancora una volta, si era aperto uno spiraglio per parlare, per conoscere ciò che accadeva nella vita di Lorenzo. Né suo padre, né sua madre colsero l'occasione. Non c'era fame di conoscersi vicendevolmente a casa Forti, anche un pasto condiviso era una costrizione accettata con il silenzio dei partecipanti e il catastrofico chiacchiericcio del telegiornale.
Il signor Forti prediligeva la carne poco cotta. Il suo piatto si tramutò in un miscuglio di sangue e nervi che tagliava precisamente dai bordi della fetta di carne.
Il cestino di pane a centro tavola, che si contendevano Lorenzo e suo padre, rappresentava il loro unico punto in comune. Sua madre, invece, delimitò il proprio spazio sul tavolo allontanando dalla propria vista qualsiasi piatto che potesse contenere anche una piccola percentuale di grassi. Masticava lentamente l'insalata condita rigorosamente solo con il limone, tenendo gli occhi fissi sul televisore.
Il rumore del coltello con cui il signor Forti stava tagliando la sua fetta di carne catturò l'attenzione di Lorenzo mentre stava afferrando una fetta di pane dal cestino. Una goccia di sangue rigò la lama del coltello poggiata sul bordo del piatto del padre e colò sulla tovaglia bianca, creando una piccola macchia rossa.
Lorenzo non poté fare a meno di pensare al suo ginocchio, al sangue che aveva lavato via con l'acqua della fontana del parco e si autosuggestionò, come se la sbucciatura avesse ripreso a sanguinare. Mentre era quasi ipnotizzato a guardare la macchiolina di sangue sulla tovaglia e a masticare lentamente il suo boccone di carne, squillò il telefono.
Sua madre si alzò e rispose subito, al primo squillo, come se sapesse che la telefonata fosse per lei. Invece era Samuele.
"Lorenzo è per te, il tuo amico." disse sua madre porgendogli la cornetta. Lorenzo si alzò e restò in piedi vicino al telefono poggiato su un mobile della cucina.
"Che succede?" disse Lorenzo.
"Caspita, allora sei ancora vivo, non ti hanno tagliato la testa."
"Sì, poi ti racconto. Non è successo niente." rispose sorridendo Lorenzo. La sua voce copriva di poco il volume del televisore. Sapeva quanto suo padre fosse attento alle notizie del telegiornale, decise che avrebbe parlato da vicino con Samuele "Allora ci sentiamo, a domani."
"Aspetta, aspetta, aspetta." Samuele sembrava su di giri, la stanchezza accumulata durante il pomeriggio era già scomparsa. Le sostanziose cene che preparava sua nonna l'avevano ricaricato d'energie. "Mica ti ho chiamato solo per questo. Metti su MTV, adesso."
"Va bene. Ora riaggancio, però. Altrimenti la carne si fredda."
"Ok, ok. Poi mi dirai." disse Samuele, poi sottovoce aggiunse "io intanto inizio già a pensare a Britney Spears."
"Non ne avevo dubbi, guarda!" disse Lorenzo con un ghigno malizioso stampato sul volto. "A domani."
I suoi genitori, per tutta la durata della breve conversazione, erano rimasti in silenzio, mangiando la carne e l'insalata e tenendo fissi gli occhi sul televisore. Non si erano detti nulla, neanche qualcosa che fosse solo per loro, da non dire davanti a loro figlio.
Lorenzo prese il telecomando e cambiò canale. "Un secondo, papà. Vedo una cosa e rimetto subito il telegiornale."
Gli occhi di Lorenzo s'illuminarono. MTV trasmetteva il videoclip di Scar tissue dei Red Hot Chili Peppers; Lorenzo sentiva la musica che lo chiamava a sé, che era arrivato il tempo di non essere soltanto spettatore e ascoltatore di un mondo visto sempre da lontano. In piedi davanti al televisore aspettò almeno che finisse il ritornello per cambiare nuovamente canale. Lorenzo voleva imparare a suonare, e, complice il momento di felicità che stava vivendo, si rivolse al padre senza neanche pensarci.
"Papà, per il mio compleanno, tu e la mamma volete regalarmi una chitarra? Vorrei tanto imparare a suonare." disse Lorenzo, sintonizzandosi nuovamente su Rai Uno. La voce monocorde del giornalista fece ripiombare Lorenzo nella realtà. Quella in cui suo padre era giudice e giuria.
"Come ti sei fatto male, lì?" Il signor Forti, seduto sempre a tavola con le posate in mano, indicò il cerotto sul ginocchio del figlio.
Lorenzo sentì dentro di sé crescere l'ansia per il timore di essere stato scoperto. Sua madre, testa bassa nel piatto ancora pieno d'insalata, non gli fu d'aiuto.
"No, niente. Sono caduto al parco." Lorenzo tentava ancora di non parlare della bicicletta.
"Quindi per il tuo compleanno vorresti una chitarra?" ripeté suo padre.
"Sì, mi piacerebbe davvero tanto, poi Samuele già suona e ha detto che m'insegnerebbe lui e che poi possiamo..." Lorenzo fu interrotto bruscamente. Le sue fantasie musicali non avevano importanza per suo padre.
"Sentiamo, tratterai la chitarra come hai fatto con la bicicletta?" suo padre, con tutta la calma del mondo, continuò a tagliare la carne, prese un pezzo di pane dal cestino e lo intinse nel sangue nel suo piatto, poi bevve un sorso di vino. Scostò il piatto da davanti a sé, la sua cena era finita.
Lorenzo restò pietrificato, sua madre lo guardò e gli fece capire che lei non aveva nessuna colpa. Tanto meno tentò di difenderlo, o dire una parola a suo favore. Poi si alzò e posò il piatto vuoto di suo marito nel lavandino, come se non volesse intervenire nella conversazione. L'illusione di Lorenzo di avere un alleato all'interno della famiglia, svanì.
"Ho visto la bicicletta nel sottoscala, e poi...", scosse la testa con aria di delusione e rammarico, "così piccolo e già così bugiardo. Non è certo da me che hai imparato."
Il signor Forti buttò giù un altro sorso di vino e guardò in direzione di sua moglie, che, sempre spalle al tavolo era intenta a sciacquare la padella. Non disse niente, non una parola, né per Lorenzo, né per suo marito.
"Ma papà..."
"Per te la cena è finita. Fila in camera tua. Sei in punizione, ci resterai fino a quando decido io." sentenziò suo padre.
Vaffanculo, papà. Ecco cosa avrebbe voluto dire Lorenzo. Invece chinò la testa e andò in camera sua lasciando alle sue spalle la giornata in cui aveva imparato la prima di una serie di lezioni riguardanti la sua famiglia: non poteva contare sull'aiuto di sua madre.
Non immaginava che, molti anni dopo, si sarebbe trovato nella stessa situazione, allo stesso tavolo, e avrebbe gridato vaffanculo in faccia a suo padre. Rompendo definitivamente ogni legame con lui.
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Lorenzo cercò di fare di tutto per non pensare al prurito che gli dava la crosticina di sangue sul ginocchio. Per il terzo giorno di fila era in punizione, e non sapeva quanto a lungo sarebbe ancora durata. Suo padre gli aveva imposto di non uscire di casa, di non vedere nessuno, di pensare a quanto fosse stato sbadato nel non vedere la buca nel parco in cui era caduto, soprattutto a quanto fosse costata la bicicletta avuta in regalo.
Sua madre, invece, non aveva mantenuto la promessa e non aveva fatto riparare la bicicletta. Era tutto inutile, non solo Lorenzo si era sentito tradito da sua madre, ma era confuso dai suoi gesti d'affetto che si alternavano ai silenzi quando era presente suo padre.
E se avessero in mente di tenermi in casa fino all'inizio della scuola? Lorenzo preferì non pensarci; la noia di non poter far niente per ingannare il tempo faceva vagare la sua immaginazione.
Si grattò ancora il ginocchio, delicatamente con le unghie, un pezzettino della crosticina si staccò, tirando via anche una pellicina che ricresceva. Provò un leggero fastidio, niente paragonato al formicolio che aveva percosso la sua gamba quando era caduto al parco.
Lorenzo si spostava continuamente dalla cucina alla sua camera, soprattutto quando fu solo in casa. Suo padre andava presto a lavoro al mattino, per arrivare prima degli altri colleghi. La sua volontà di diventare direttore della Posta centrale di Napoli era talmente forte che lo spingeva a fare anche del lavoro extra non pagato. Sua madre, invece, usciva di casa per andare a fare la spesa, spesso rientrava solo per ora di pranzo, per poi uscire di nuovo nel pomeriggio.
La casa era diventata un luogo sconfinato dove giocare e creare avventure; di volta in volta le stanze si trasformavano in cabine di una nave pirata, di un fortino di soldati in guerra, o di isole deserte da scoprire.
Ma qualcosa era cambiato: dopo aver assaporato il mondo di fuori, giocare da solo in casa non era più così entusiasmante.
Lorenzo aprì la dispensa e mangiò una merendina al cioccolato, poi tornò in camera per inventare altri giochi nuovi, alla fine, preso dalla noia che aumentava sempre di più, tornò in cucina e bevve un succo di frutta.
Gli sembrò di essere ripiombato direttamente nell'estate precedente, quella tra le elementari e la prima media, in cui gironzolava per casa tutte le mattine, ascoltando musica, guardando la televisione e giocando in camera: l'estate in cui capì che qualcosa stava per cambiare.
Una calda mattina di giugno di quell'estate ebbe la consapevolezza che in poco tempo al centro del suo divertimento non ci sarebbero stati soltanto giochi innocenti.
La poltrona della cucina era stata acquistata da poco, per volontà di sua madre per seguire comodamente Beautiful dopo pranzo. Anche il signor Forti, suo padre, aveva il suo spazio riservato sulla poltrona. Il sabato pomeriggio quando guardava Tempi moderni, un talk-show incentrato sui mutamenti sociali e i problemi relazionali.
Sembrava un paradosso. Il signor Forti s'interessava ai problemi che raccontavano i ragazzi nel programma televisivo, eppure aveva un blocco che gli impediva di creare un rapporto che fosse sincero, diretto e pieno d'amore con suo figlio.
Lorenzo quell'estate trascorse molte mattine sintonizzato costantemente su MTV, esattamente come stava rifacendo in quei giorni di punizione. Conosceva a memoria l'intera programmazione dell'emittente musicale. Wake up. Pure morning. Summer Hits. Videoclip in rotazione senza sosta.
Lorenzo ne era affascinato e imparava a classificare i generi dal basso della sua esperienza da telespettatore. Rock, Pop, Metal... arrivò alla conclusione che anche le boyband fossero un genere a parte.
Lorenzo assimilava tutto ciò che era musica e riempiva il suo bagaglio di conoscenze, cercando dell'altro spazio per far entrare altre canzoni. Non avrebbe mai immaginato che alcuni anni dopo, avrebbe rincorso proprio il sogno di vedere trasmesso un suo video. I Fandango, la sua band, allora erano lontani anni luce.
Samuele, invece, l'aspettava due mesi dopo in prima media.
La copertura di cotone impediva alla pelle della poltrona di appiccicarsi direttamente al suo corpo, e nonostante l'estate non fosse particolarmente calda, Lorenzo sentiva il fuoco della novità che divampava. Le erezioni erano il centro delle sue preoccupazioni.
Lorenzo si guardava furtivamente intorno ogni qualvolta doveva spostarsi dalla poltrona della cucina alla sua camera, controllava che sua madre non rientrasse all'improvviso e abbassasse gli occhi scoprendolo. Mtv era un alleato perfetto per permettergli di scorgere lembi di pelle che gli scatenavano qualcosa cui ancora non sapeva attribuire un nome preciso.
You make me completely miserable.
Pamela Anderson comparve a fine giugno davanti ai suoi occhi attraverso lo schermo del televisore, era la protagonista del video Miserable dei Lit. Pamela roteava su se stessa avvolta in uno spazio celeste senza forma, mentre il gruppo di musicisti in versione microscopica, come tanti lillipuziani, camminava sul suo corpo. Un succinto costume bianco impediva a Lorenzo di scorgere i seni dell'attrice di Baywatch, ma la sua fantasia aveva scoperto la miccia dell'erotismo.
Lentamente sentì muoversi qualcosa dall'interno. Nel preciso istante in cui il solo di chitarra rendeva il brano più morbido e ipnotico, nel preciso istante in cui padroneggiava solo la bellezza prorompente di Pamela, Lorenzo vide, attraverso i suoi calzoncini neri dell'Adidas, la forma del suo pene come non gli era mai capitato prima.
Ma come un ospite inaspettato, le erezioni si presentavano nei momenti meno adatti, anche senza alcun pensiero o visioni paradisiache.
In ogni caso, nonostante la piacevole scoperta dell'estate precedente, preferiva di gran lunga le giornate all'aria aperta. I tre giorni di punizione gli sembrava un déjà-vu che non era disposto a vivere, non dopo aver vissuto le prime settimane delle vacanze scolastiche con Samuele. Perdersi da soli nel mondo dei piccoli che iniziano a parlare di cose da grandi, era stata la scoperta più incredibile che i dodici anni potessero riservargli.
Samuele non era soltanto un compagno di classe, né un semplice amico con cui giocare a pallone o andare in bicicletta, era la sua spalla destra, la controparte decisa e rivoluzionaria che serviva a Lorenzo per crescere, per scoprire il mondo oltre la porta di casa. Soprattutto era l'amico con cui condividere la musica; sapeva che gli altri compagni di classe non avevano le stesse aspirazioni, e quando sentivano Lorenzo e Samuele parlare di un video che avevano visto o una canzone che Samuele aveva ascoltato dallo stereo di suo padre, li consideravano un po' strambi.
Dopo aver mangiato tre merendine al cioccolato, - né avrebbe mangiata anche una quarta, ma temeva che sua madre si accorgesse che aveva saccheggiato più volte la dispensa- Lorenzo fu pieno fino a scoppiare. Il suo piccolo stomaco pieno di zuccheri era gonfio, contrastava con il resto del corpo asciutto e magro. La sua pancia era una piccola sfera rotonda, che sarebbe scomparsa dopo la digestione, riportando Lorenzo a essere il solito, magro e pallido ragazzino.
Accese la televisione, fece una veloce carrellata di tutti i primi canali senza interessarsi realmente a cosa stesse andando in onda, si fermò su Mtv, dove davano una televendita. Sbuffò poiché il tempo sembrava essersi fermato; era tentato di scendere e di andare da Samuele, sperando che fosse ancora a casa dei nonni al Vomero, ma appena immaginò cosa sarebbe potuto succedere se suo padre l'avesse scoperto, cambiò idea. Guardò nuovamente l'orologio ed erano ancora le dieci e un quarto. Si sforzò di non grattarsi ancora la crosticina sul ginocchio, sentì il nervosismo che prendeva il sopravvento sulla noia.
Squillò il telefono, lo fissò interdetto, poco prima che risuonasse l'ultimo squillo, rispose. "Pronto?" disse Lorenzo con un filo di voce.
Dall'altro lato della cornetta ci fu il silenzio.
"Pronto, chi è?" ripeté Lorenzo. "Chi sei?" disse ancora.
"Ciao, piccolo, c'è la mamma?" disse la voce di un uomo.
"No, la mamma è andata a fare la spesa. Chi sei?" chiese nuovamente Lorenzo.
"Non preoccuparti, richiamo quando c'è lei."
Subito dopo, riagganciò.
La voce dell'uomo non era familiare, non era un parente, o un amico di famiglia. Lorenzo non s'interrogò a lungo su chi fosse a cercare sua madre. Dopo aver riagganciato la cornetta, riprese a guardare la televisione.
Dieci minuti dopo qualcuno citofonò, ma come sua madre gli aveva ordinato, non rispose.
Sentì qualcuno che lo chiamava ripetutamente dalla strada.
Riconobbe la voce di Samuele e si sporse dalla finestra della cucina. L'amico era in compagnia del nonno; portava a tracollo una chitarra e suo nonno ne impugnava un'altra sotto braccio.
"Ho portato mio nipote a far visita al carcerato." disse sorridendo il nonno di Samuele.
I capelli brizzolati dell'uomo rimarcavano l'abbronzatura sul suo viso. Non aveva il solito aspetto di una persona anziana; indossava scarpe da ginnastica bianche, un jeans, una polo verde, da cui s'intravedeva un leggero accenno di pancia, e un paio di occhiali da sole che nascondevano le rughe ai lati degli occhi. L'età per il nonno di Samuele era solo un numero, e, a guardarli bene, i due sembravano più padre e figlio che nonno e nipote. Anche Lorenzo, sporto dalla finestra, sorrise, era felice. Non vedeva il suo miglior amico dal pomeriggio in cui era caduto al parco.
"Che fai, mi apri? Mi fai salire?" incalzò Samuele.
Lorenzo aprì il cancelletto del condomino dal citofono, e aspettò l'amico sulla soglia della porta. Quando le porte dell'ascensore si aprirono, vide che Samuele aveva con sé entrambe le chitarre.
"Che cosa devi farci con queste?" chiese Lorenzo prima di far entrare l'amico in casa.
"Stare chiuso in casa ti ha fatto diventare scemo, per caso?"
Scostò l'amico dalla porta e andò spedito in camera di Lorenzo per poggiare le due chitarre sul letto. Si affacciò dalla finestra della cucina e salutò suo nonno.
"Tutto bene, nonno. Ci vediamo dopo a casa per pranzo, senza che torni a prendermi."
Suo nonno lo salutò con la mano e gli disse "Divertitevi." Nessuna raccomandazione, nessun stai attento quando torni a casa. Divertirsi era più importante che preoccuparsi per la famiglia di Samuele, Lorenzo sapeva che non era lo stesso per i suoi genitori.
"Mi spieghi che devi farci con due chitarre?"
Lorenzo, in cuor suo conosceva la risposta, ma voleva sentirselo dire, voleva che quell'affermazione risuonasse nelle sue orecchie e non solo nella sua mente.
"Oggi è un grande giorno per te, Lorè. Oggi, t'insegnerò a suonare. O meglio ci proverò, non è che io sia così bravo." disse modestamente Samuele. Lorenzo sapeva che era un bugiardo, aveva visto come suonava Samuele, e non era un incapace. Crescere con un padre che aveva sempre condiviso l'amore per la musica con suo figlio, aveva affinato il suo orecchio e le sue doti da musicista.
"Perché hai detto a tuo nonno che te ne torni da solo? Come le porti due chitarre, sono pesanti fino a casa."
"Infatti, porterò via soltanto la mia chitarra."
Samuele iniziò ad aprire la zip della custodia della chitarra e la tirò fuori. Si sedette sul letto e iniziò ad accordarla.
"Non capisco, l'altra la lasci qui?" chiese confuso Lorenzo.
"Sì, Lorè. Se non ci arrivi te lo dico io. Questa è una vecchia chitarra di mio padre, non la usa più. Certo non è buona come la mia, ma per iniziare a imparare è perfetta."
Samuele poggiò le dita sul manico della chitarra e iniziò ad arpeggiare, lasciando che le note riempissero il vuoto lasciato dallo stupore di Lorenzo.
Ma subito dopo la gioia, venne la preoccupazione. Proprio come gli aveva instillato nell'anima suo padre.
"E quando la vedranno i miei genitori? Sapranno che ho infranto la punizione, che ti ho fatto entrare e per di più mi hai regalato una chitarra."
Fremendo aprì la custodia della chitarra. La tirò fuori prendendola dal manico, sotto le sue dita sentì uno strato di polvere depositato sulle corde, e sentì il profumo del legno e del metallo dei tiranti.
"Certo che tu vuoi proprio farti dire che sei scemo. La nascondi! Sotto al letto, o nell'armadio. Poi appena finisce la punizione la tiri fuori, non sapranno mai quando te l'ho portata. Poi non è un vero e proprio regalo, è una cosa vecchia che mio padre doveva buttare." disse Samuele e fece un occhiolino all'amico.
Bugia per bugia, era disposto a mentire nuovamente a suo padre. Solo in nome della musica. Lorenzo si sedette anche lui sul letto e posizionò la chitarra sulle sue gambe. La cassa armonica urtò contro il suo ginocchio che riprese a prudergli, ma aveva di meglio da fare che staccare crosticine di sangue secco.
"Ecco bravo, la mano sinistra è fondamentale, è lei che guida i tuoi movimenti sulla chitarra." disse Samuele. Di fianco a Lorenzo gli sistemo l'indice e l'anulare sulle corde e gli mostrò come prendere un accordo nel modo giusto. "Poiché la sinistra è fondamentale, ti consiglio d'iniziare a farti le seghe non solo con la mano destra." aggiunse Samuele.
"Guarda che sei tu l'esperto di queste cose. Secondo me conosci meglio i video di Britney Spears che le canzoni degli U2." disse Lorenzo con un sorriso imbarazzato. Nonostante l'argomento tornasse quotidianamente nelle loro conversazioni, era uno di quei temi che lo mettevano a disagio.
Samuele non replicò e si concentrò sulla sua chitarra. "Ecco, ora spostati due tasti in giù", Lorenzo sbagliò e Samuele risistemò le dita dell'amico sul manico della chitarra.
Quando il destino decide che qualcosa deve succedere, nessuno può opporsi. Lorenzo non l'aveva immaginato, ma ogni singolo particolare della sua vita, della sua personalità, dei suoi passatempo, erano una strada dritta al mondo musicale. La punizione che gli aveva inferto suo padre non aveva fatto altro che accelerare il suo avvicinamento alla musica.
Lorenzo e Samuele trascorsero il resto della mattinata, a suonare. Samuele spesso si lasciò sfuggire il suo ruolo da piccolo maestro e si perse a suonare interi brani. Lorenzo con la chitarra appoggiata sulle gambe osservò l'amico, non riuscendo ancora a capire come posizionare correttamente le dita sul manico della chitarra e come rendere quel rumore stridulo quando pizzicava una corda in un suono armonioso.
A mezzogiorno Samuele andò via. Lorenzo per quasi due ore non aveva guardato l'orologio e non pensò che fosse strano che sua madre non fosse ancora rientrata. Restò in camera sua a osservare la chitarra, prese uno straccio dalla cucina e spolverò le corde facendo risplendere nuovamente il manico. Totalmente rapito dalla bellezza di quella vecchia chitarra acustica, sobbalzò quando sua madre entrò in casa. Lorenzo nascose prontamente la chitarra sotto al letto e si assicurò che non si vedesse.
In cucina sua madre aveva velocemente preparato la tavola e messo l'acqua a bollire in una pentola per cucinare la pasta.
"Mamma, non ho molta fame" disse Lorenzo entrando in cucina, "anche un po' di carne, o di prosciutto va bene. Non ho voglia di pasta."
"Dimmi la verità, quante merendine hai mangiato? Credi che non veda che ne mancano sempre di più ogni giorno?" disse sorridendo sua madre. Raccolse i lunghi capelli neri in uno chignon e si tolse le scarpe. Era stranamente di buon umore; dopo il rimprovero del padre a cena tre giorni prima, sua madre non aveva parlato molto con Lorenzo.
"Ne ho mangiate due, ma solo perché mi annoiavo." rispose mentendo Lorenzo, e si sedette sulla poltrona.
"Hai ragione, questa storia della punizione è davvero pesante." spense il fornello e gettò l'acqua che era nella pentola nel lavandino. "Sai cosa devi fare? Oggi chiama Samuele, digli di venire qui, tanto tu non esci di casa. Papà non potrà contestare nulla."
Per una frazione di secondo Lorenzo fu tentato dal dire la verità, ma, reduce dall'episodio precedente, in cui sua madre non gli era stata d'aiuto nella discussione con suo padre, preferì annuire.
"Appena tuo padre decide che la punizione è terminata, puoi andare al parco."
Lorenzo si sedette a tavola e prese una fetta di prosciutto crudo che sua madre aveva messo in un piatto e la mangiò con una fetta di pane.
"E la bicicletta?" chiese Lorenzo tra un boccone e l'altro.
"Secondo te dove sono stata tutta la mattinata, oggi?" chiese con un sorriso sua madre.
"Dove?" Lorenzo per la seconda volta nella stessa giornata non volle solo prefigurarsi una risposta, voleva sentirla a voce alta.
"Ho fatto riparare la bicicletta. Ti avevo fatto una promessa e l'ho mantenuta."
La signora Forti condì un piatto d'insalata con un filo d'olio e un pizzico di sale e si sedette a tavola a mangiare con il figlio.
"E a papà, cosa dirai?"
"Lo convincerò che non è giusto che tu trascorra altri giorni in casa. Soprattutto con questo caldo asfissiante."
Lorenzo mise da parte la delusione per sua madre, masticò l'ultimo boccone di pane e prosciutto e andò dall'altro lato della tavola ad abbracciarla.
"Grazie mamma." disse Lorenzo, lasciò che la sua ingenuità e la sua buona fede avessero nuovamente la meglio. "Ti devo dire una cosa. Però non devi arrabbiarti. Stamattina Samuele è venuto a trovarmi, siamo stati qui fino a poco prima che tornassi tu."
"Perché l'hai fatto andare via? Poteva restare a pranzo con noi." chiese la signora Forti. La clemenza sul volto di sua madre era la stessa che Lorenzo aveva visto esattamente tre giorni prima, poi era sopraggiunto il silenzio. Niente più bugie, decise Lorenzo, confessò che Samuele gli aveva portato una chitarra per imparare a suonare.
"Non c'è mica bisogno di dire proprio tutto a papà!" Sua madre ripeté esattamente le stesse parole usate con la storia della bicicletta rotta. Lorenzo, nonostante lo slancio materno, fu restio a pensare che sua madre fosse dalla sua parte, percepiva che fosse una finta complicità madre-figlio.
Lorenzo bevve un bicchiere d'acqua per togliere il sapore salato di prosciutto crudo dalla bocca e stava per andarsene in camere sua.
"Ha chiamato la nonna?"
"No, ma ha chiamato un signore. Cercava te." disse semplicemente Lorenzo fermandosi sull'uscio della cucina.
"Ti ha detto chi era?" Sua madre cambiò umore in pochi secondi, "A che ora ha chiamato? Ha detto se richiamava?", iniziò a sparare una serie di domande con tono aggressivo; scrutava lo sguardo di Lorenzo per capire se suo figlio stesse dicendo la verità.
"No, non ha detto niente. Ha riagganciato subito". Lorenzo aveva fretta di tornare nel suo mondo.
"Dai, vai in camera tua e prova la chitarra," disse sua madre "sono curiosa di sentire come la suoni." aggiunse per addolcire il tono.
"Ma mamma, ancora non so suonarla, devo imparare."
"Allora cosa aspetti? Vai a fare pratica. Hai tutto il pomeriggio prima che torni papà." lasciò Lorenzo in corridoio e scomparve in camera da letto. Lorenzo sentì che parlava a telefono ma non aveva importanza, non adesso che aveva una chitarra e che la bicicletta era stata riparata. Suo padre, sua madre erano soltanto adulti che faticava a comprendere.
Era pronto per tornare a immergersi nella sua estate.
Samuele, la musica, il vento sulla faccia mentre pedalava, e nient'altro.
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