Capitolo 16
16.
Maggio 2009
Lorenzo guardò la chitarra e la maledisse; non sapeva più cosa ci facesse lì, seduto in un angusto stanzino di un locale ad accordare la sua chitarra rosso fuoco, con la seconda bottiglia di birra quasi vuota poggiata sulla custodia. La luce bianca del neon sul soffitto era impercettibile e illuminava soltanto il centro della piccola stanza, gli angoli erano bui e le pareti erano ricoperte dalle firme di tutte le band che erano passate per quel piccolo spazio adibito a camerino.
Su un tavolino, poco più alto di uno sgabello, erano poggiati i cellulari degli altri Fandango, alcune bottigline d'acqua, una confezione semivuota di birre Heineken e le immancabili buste di patatine che Luciano portava sempre con sé come scorta per il dopo concerto. La porta era contornata dalla luce che proveniva dalla sala in cui si sarebbero esibiti; soltanto pochi centimetri dividevano Lorenzo dal suo mondo, e, quella sera, non aveva alcuna voglia di esserne parte. Era solo, si era defilato dalla folla accorsa al primo concerto a Firenze dei Fandango, mentre Samuele, Luciano e Daniele si godevano il loro momento di gloria.
Bianca era ancora al suo fianco, aveva seguito la band nel piccolo tour in giro per l‟Italia organizzato con l‟aiuto del signor Tondo e si occupava di vendere il merchandising – una serie di magliette con il logo dei Fandango e dei poster con la copertina di Sangue nelle vene.
Lorenzo non aveva più fiducia di Bianca ma, dopo essere stato in totale solitudine nei giorni successivi la morte di suo padre, era tornato da lei, non trovando il coraggio di dirle addio. Non poteva rinunciare a lei, non dopo aver visto la sua famiglia crollare come un castello di carte sentendosi tremendamente solo. Non poteva rinunciare a lei e allo stesso tempo non era più in grado di essere il ragazzo di cui Bianca si era innamorato.
Aveva perso la bussola della sua vita, suonare le sue canzoni a Roma, Bologna, Milano, Torino e infine Firenze, non gli dava alcuna gioia. Giorno dopo giorno, era diventato sempre più distante da tutto ciò che aveva sempre desiderato, le note che suonava con la sua chitarra erano scevre della loro magia, della loro intensità, non arrivavano più dritte al cuore e alla mente.
Non immaginava fosse possibile, eppure, non credeva più in ciò che le sue canzoni rappresentavano. Non erano più storie di vita e racconti di emozioni, erano parole vuote, e il signor Tondo gli aveva già spiegato il motivo: se avete difficoltà con le parole, significa che non avete nulla da raccontare.
Lorenzo ripensava continuamente all'ultima conversazione con suo padre: era giunto a convincersi che fare il musicista fosse realmente una perdita di tempo; si era autoinflitto una punizione inviando la domanda di assunzione alle poste, solo per sentirsi meno colpevole della sua morte. Aveva affrontato il primo colloquio con un peso nel cuore e una sensazione di rigetto nello stomaco, ma l'aveva superato brillantemente. Sapeva che, proprio come gli aveva detto suo padre l'ultima mattina in cui si parlarono, fosse tutta una formalità; era stato assunto e presto avrebbe iniziato a lavorare.
La porta dello stanzino si aprì, Lorenzo fu pervaso dalla musica che si propagava nella sala dalle casse e dall'odore di frittura che arrivava direttamente al suo naso dalla cucina del locale. Erano trascorsi molti anni dalla prima esibizione dei Fandango, eppure sembrava che nulla fosse cambiato; i grandi palcoscenici erano ancora lontani, tutto ciò che lo attendeva era un'esibizione in un pub con una sala che ospitava band per musica dal vivo.
Luciano entrò e richiuse la porta alle sue spalle; era eccitato, il suo viso era teso e allo stesso tempo rilassato, come se la paura e l'esaltazione si scontrassero tra di loro senza mai prevalere l'una sull'altra.
"Allora, sei pronto?" disse Luciano "Il locale è pieno, non puoi immaginare quanta gente c‟è."
"Finisco di accordare e arrivo." rispose Lorenzo scolandosi ciò che restava della sua birra.
"Forza, Lorè, che questa serata ce la ricorderemo per sempre. È l'ultima prima di iniziare a registrare il nuovo disco. Ti rendi conto? Sembrava che non sarebbe mai arrivato questo momento." Luciano sciolse la coda e lasciò che i suoi lunghi capelli biondi incorniciassero il suo viso confondendosi con la barba. Prese una birra dalla confezione e l'aprì.
"Sì, sarà davvero fantastico." disse Lorenzo senza alcun entusiasmo.
"Sicuro di stare bene?"
"Sì, tranquillo. Solo un po' di stanchezza. È stato pesante fare tutti i concerti in pochi giorni." rispose Lorenzo cercando di giustificarsi.
"Ci pagano, ci fanno suonare, e ci sono un casino di ragazze." disse Luciano bevendo un sorso di birra. "Vorrei essere stanco ogni giorno pur di fare sempre questa vita."
Lorenzo sorrise con un velo di malinconia nel suo sguardo e chinò la testa sulla chitarra per continuare ad accordarla; si spostò con la sedia cercando un po' di luce del neon che era oscurata dalla sagoma di Luciano.
"Gli altri sono già pronti?" chiese.
"Sì, stanno fremendo per iniziare." Luciano prese il suo cellulare dal tavolino e controllò che nessuno l'avesse chiamato. "E anche io voglio spaccare quel palco, stasera." aggiunse.
"Dammi solo altri due minuti."
"Va bene, se non ti vedo sul palco tra due minuti, vengo a prenderti a calci in culo." disse Luciano con un sorriso e lasciò nuovamente Lorenzo da solo.
Le corde della chitarra vibrarono sotto le sue dita; provò a suonare sia con il plettro sia senza, la delicatezza con cui toccò lo strumento era inusuale. Conosceva a memoria tutti i tasti del manico, tutti gli accordi e i riff necessari per il concerto e le canzoni da suonare, ma si sentiva distante anche da lei, dalla sua chitarra rosso fuoco.
Lorenzo sospirò e si alzò; non poteva più rimandare, tutti aspettavano solo lui e salire sul palco, quella sera, era un dovere, non un piacere. Sistemò la tracolla della chitarra sulla spalla e prese un'altra birra da portare con sé sul palco. Tolse il suo cellulare dalla tasca e lo posò insieme agli altri sul piccolo tavolo per evitare che squillasse o che creasse interferenze con gli amplificatori nel bel mezzo dell‟esibizione. Il cellulare di Samuele vibrava, lo schermo s'illuminò e Lorenzo lesse il nome sul display. Papà.
Una chiamata che valeva più di tutte le persone che erano accorse per sentirli dal vivo. Il legame tra Samuele e suo padre non era cambiato di una virgola negli ultimi dieci anni; era diventato più intenso mese dopo mese, concerto dopo concerto, sorriso dopo sorriso. In fondo, era questo che rendeva Samuele una montagna di positività che riusciva a scrutare il futuro senza paura. L'amore incondizionato di suo padre, di sua madre, di quella splendida unione che crea una famiglia.
"Allora, tra quanto iniziate a suonare?" disse il signor Tondo appena Lorenzo rispose al cellulare.
"Sono Lorenzo, adesso iniziamo. Mi ha beccato un secondo prima che salissi sul palco."
"Ah, sei tu, Lorè! Samuele dov'è?"
"È nella sala insieme agli altri."
"E tu perché non sei con loro?" chiese insospettito il signor Tondo. "lo sai che il momento prima di salire sul palco bisogna stare tutti insieme, porta fortuna."
"Si, lo so... ma avevo... avevo bisogno di stare un po' da solo." disse sinceramente Lorenzo.
"Lo so che è dura, e che può sembrare banale... ma passerà." ci fu un breve silenzio in cui Lorenzo sentì soltanto il brusio che proveniva dalle persone sotto il palco. "Tutto passa, tu sei forte, te lo ripeto continuamente. Poi, lo sai, io per te ci sarò sempre."
"Grazie." disse Lorenzo con voce spenta. "Ora è meglio che vada, altrimenti Samuele s'incazza e lui vuole sempre iniziare a suonare in orario."
"Vai, vai. Spaccate, e appena finite fatemi sapere come è andata."
Lorenzo riagganciò con la sensazione di non aver detto tutto al signor Tondo; fissò il cellulare di Samuele e restò interdetto se fosse il caso di richiamare o meno. Il vociare delle persone presenti alla serata iniziò ad aumentare e Lorenzo fu preso dal panico. Per la prima volta era terrorizzato di salire sul palco; non era adrenalina, non era emozione. Era vera e propria paura.
Doveva farlo, doveva richiamare il signor Tondo e dirgli che, da sempre, era stato come un vero padre per lui. Tutto ciò che sapeva della musica, dell'avere fiducia in se stessi, del sentirsi supportati, era soltanto merito suo; aveva aiutato Lorenzo nel superare razionalmente la morte di suo padre e tutte le verità che erano venute a galla. Sua madre non ebbe più il coraggio di vivere sotto lo stesso tetto di Lorenzo, e dopo che la famiglia di Giuliano le negò di essere presente al funerale, si trasferì da Piero. Tornava soltanto sporadicamente a casa scatenando l'ira di suo figlio.
Il signor Tondo aveva ascoltato gli sfoghi di Lorenzo e le sue parole piene di rabbia e gli aveva sempre consigliato di chiudere con tutto ciò che era successo e andare avanti; soltanto così avrebbe smesso di star male e la malinconia sarebbe sparita dai suoi occhi. Lorenzo doveva ringraziarlo e sapeva che se gli avesse detto tutto ciò che pensava del loro rapporto sarebbe salito sul palco con leggerezza.
Cercò sul cellulare il registro delle chiamate e restò immobile, con una birra in una mano e con il cellulare di Samuele nell'altra. La paura improvvisamente passò dallo stomaco alla testa diventando timore.
Prima di partire per il tour, Samuele aveva chiamato ripetutamente Bianca; la durata delle chiamate non era mai inferiore ai dieci minuti. Il timore fece largo alla rabbia e Lorenzo andò dritto nei messaggi ricevuti e poi quelli inviati. Con gli occhi incollati allo schermo lesse velocemente a ritroso una serie di messaggi tra Bianca e Samuele che gli fece ribollire il sangue nelle vene.
- Ok, ma promettimi che glielo diremo.
- Perché tu stai bene con me, e io sto bene con te. Non è difficile.
- Sono stata benissimo con te, ma dobbiamo dirlo a Lorenzo. Non posso fargli anche questo!
- Non sentirti in colpa, sono stata io che ho iniziato. Nessuno deve saperlo. E non deve succedere più.
- Grazie per avermi ascolta. Erano settimane che non stavo così bene. Non so perché l'ho fatto, ma era quello di cui avevo bisogno.
- Ok, passa quando vuoi. Io sto studiando, non credo di uscire.
- Non ce la faccio. Lo vedo che mi guarda schifata quando gli parlo.
- Lorenzo non lo riconosco più. Che cosa possiamo fare per farlo stare meglio?
- Te lo prometto.
- Come faremo in tour? io non avrò neanche il coraggio di guardarlo. Quando torneremo a casa gli diremo tutto, ma non possiamo rovinare il tour.
- Io non posso dirglielo. Mi odierebbe, lo capisci? Ma perché stiamo facendo questa cazzata?
- Ok, non voglio perdere Lorenzo, ciò non significa che tu non sei nessuno, ma Lorenzo...è come mio fratello. Capisci?
- Anche io sono stato bene, ma non è giusto. Non posso fargli questo proprio io.
- Appena posso vengo da te, così mi racconti cosa sta combinando. Anche alle prove non ci sta con la testa. È sempre pensieroso, e lo capisco...suo padre.
- Dovresti provare a parlargli e fargli capire che ci sei.
Lorenzo lanciò il cellulare contro la porta, e lo calpestò con i piedi. Era deluso, era arrabbiato, era cosciente che non avesse una sola persona leale al suo fianco. Il destino aveva la sua puntualità, e Bianca aveva sfruttato il suo momento di vulnerabilità per allontanarsi da lui. Il dolore, quello più intenso, quello che penetrava nel cuore e lo scalfiva come la lama di un coltello, era per Samuele.
Lorenzo avrebbe dato la sua stessa vita per l'amico, quei messaggi rivelavano quanto fosse uguale a tutti gli altri che da sempre gli avevano nascosto la verità nonostante fosse a un palmo di naso da lui. Fece un grosso respiro, indossò i suoi occhiali da sole per evitare qualsiasi sguardo e aprì la porta dello stanzino. Una chitarra, una birra e un concerto, che, sapeva, sarebbe stato l'ultimo della sua vita. I Fandango, per Lorenzo, erano morti. Bianca era morta, Samuele...era la delusione più grande della sua vita.
Luciano, poco distante dallo stanzino continuava a bere birra e parlare con una ragazza che sembrava pendere dalle sue labbra. Lorenzo fu pietrificato da centinaia di occhi che lo fissavano, alcuni ragazzi parlottavano tra loro e cercarono di avvicinarsi per salutarlo; senza dar retta a nessuno andò nel retro palco dove lo aspettavano Samuele e Daniele. Luciano lo seguì a ruota.
"Non c'è mai stata così tanta gente a un nostro concerto." disse Daniele facendo tamburellare le bacchette contro il muro.
"Non potevamo chiedere un finale migliore per il tour." Luciano prese il basso e sistemò la tracolla.
"Tu non dici niente?" chiese Lorenzo senza guardare Samuele in faccia.
"Mi sto cagando sotto. Cioè, hai capito che lo ricorderemo a vita questo concerto?" disse Samuele facendo piccoli saltelli sul posto.
"Io di certo non la dimenticherò mai." disse Lorenzo, finì di scolarsi la terza birra della serata, poi entrò sul palco dalle quinte.
Samuele non capì il tono con cui Lorenzo aveva pronunciato quella frase, lo seguì sul palco insieme a Luciano e Daniele. I Fandango furono accolti da un lungo applauso, dopo pochi secondi Daniele diede il via alla serata.
I ragazzi sotto al palco cantavano, saltavano e facevano foto, ma per Lorenzo davanti ai suoi occhi non c'era nessuno. Non c'erano i suoi compagni, non c'era Bianca in fondo alla sala con il merchandising, non c'era nessuno del pubblico. Suonò senza voglia, senza lasciarsi trasportare da nessuna parola, senza gioire attraverso gli occhi degli spettatori. Suonò consapevole che era il suo addio alla band.
"Quando abbiamo scritto questa canzone, più di tre anni fa, non avremmo mai immaginato che un giorno sarebbe diventata il simbolo per tutti voi, che ci seguite sempre." disse Samuele dal microfono. "Ogni volta che saliamo sul palco, sentiamo nell'aria che fremete per saltare e cantarla insieme a noi."
Il pubblico sapeva di cosa stesse parlando; le parole che avevano scritto Samuele e Lorenzo in poche ore, pervasi solo dal suono delle loro chitarre, era diventato l'inno della band e del pubblico. Una storia che raccontava la passione e la fame di musica, gli occhi pieni di fuoco per vivere intensamente ogni giorno, la rabbia per dover decidere che direzione prendere nella vita.
"Stasera si chiude un capitolo davvero importante per noi. È l‟ultima data del tour e vi chiediamo qualcosa che per noi significa tantissimo." Samuele cercò lo sguardo di Lorenzo per stabilire la complicità che da sempre si ricreava sulle note che stavano per suonare, ma fu inutile. "Vi chiediamo di cantare come se non ci fosse un domani, come se dovessero sentirci tutti, da qui fino alla luna."
Lorenzo con gli occhiali da sole, aveva la testa china sulla chitarra e sembrava irrequieto. Non per voglia di far ascoltare al pubblico la sua canzone più importante, ma per mettere fine a quel concerto. Daniele iniziò a suonare la grancassa con un colpo continuo, il pubblico lo seguì battendo le mani.
"Fate un lungo respiro," continuò Samuele "poi cantate con tutta l'aria che avete nei polmoni, con tutta la voce che avete in gola, ma soprattutto..." Lorenzo suonò svogliatamente le prime note della canzone, permettendo a Samuele di fare il suo stupido gioco di parole, "con tutto il sangue che avete nelle vene."
Lo sento, arriva,
arriva con il vento,
lo sento, arriva,
ha il sapore del tormento.
Batte le ali sulle teste di chi come me guarda al domani,
lancia dal cielo una risposta che afferro con le mani.
Lo sento, è vicino,
sta arrivando come un lampo,
lo sento, è vicino,
ed è sacro più di un santo.
Sbatte contro la testa di chi non crede nel domani,
cade una piuma dal cielo e reggo il suo peso tra le mani.
Una volta e per sempre, questa è la mia strada,
il mondo è una foresta, è la mia grande casa,
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene che scorre come un fiume
tra alberi di gioia, di rabbia, di passione e confusione.
Lo sento, è arrivato,
arde qui al mio fianco,
lo sento, è arrivato,
e smetto di esser stanco.
Non c'è più il buio qui a fermarmi,
il battito di ali e il ritmo del tempo sono le mie armi.
Lo sento, cresce dentro,
arde e brucia, è come un fuoco.
Lo sento, cresce dentro,
scorre e brucia, è tutto ciò che sono.
Una volta e per sempre, questa è la mia strada,
il mondo è una tempesta, è la mia grande casa,
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene che scorre come un fiume
tra vortici di gioia, di rabbia, di passione e confusione.
La notte sarà sempre dura
e potrei camminare fino alla strada più cupa.
Corro ad occhi chiusi, c'è chi mi sentirà
Nuoto senza fiato in un fiume di note e parole
Respiro tutto il sangue, e svanisce ogni dolore.
Una volta e per sempre, questa è la mia strada,
il mondo è una festa, è la mia grande casa,
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene
Lo sento, lo sento, quel sospiro tra i denti
È sangue nelle vene che scorre come un fiume
tra brindisi di gioia, di rabbia, di passione e confusione.
La voce di Samuele, per l'intera durata della canzone, fu sovrastata dal pubblico che cantò a squarciagola ogni singola parola di Sangue nelle vene.
Lorenzo era impassibile, aveva sempre desiderato un segno che gli facesse capire che stava seguendo la strada giusta nella sua vita, e, quando era arrivato, non poteva gioirne. Non per colpa sua. Scrutò la sala del locale, e attraverso gli occhiali da sole vide in seconda fila un volto conosciuto. Gli bastarono due secondi per mettere a fuoco chi fosse la ragazza dal volto smunto che continuava a salutarlo; Laura e il concerto dei Placebo a Roma erano proprio lì, dietro un angolo della memoria. Lorenzo ricambiò con un cenno della testa e continuò a suonare l'ultimo brano della serata.
Il concerto finì mentre il pubblico chiedeva ancora altre canzoni. I Fandango erano giunti al termine della loro scaletta, ma avrebbero potuto suonare alcune cover che avevano preparato per il tour. Samuele si avvicinò a Daniele, davanti alla batteria, Luciano fece lo stesso. Lorenzo staccò il jack dalla sua chitarra facendo fischiare l'amplificatore. Il concerto, per lui, era finito, aveva adempito al proprio dovere e non voleva fermarsi un minuto di più sul palco.
"Ma che fai, Lorè?" disse Samuele.
"Un altro paio di pezzi possiamo suonarli." lo incalzò Luciano. Daniele seduto sullo sgabello dietro la batteria ammirava tutte le persone che erano in silenzio ad aspettare la loro decisione.
"Io ho finito." disse deciso Lorenzo, e senza voltarsi lasciò il palco.
Samuele lo seguì prontamente sul retro. "Perché ti comporti da stronzo? Il pubblico non ha nessuna colpa di quello che è successo a te."
Lorenzo aveva ancora gli occhiali da sole, ciò impedì che la verità arrivasse direttamente a Samuele prima delle parole. "Mio padre e mia madre non c'entrano un cazzo. Ho letto i messaggi tra te e Bianca."
Samuele sbiancò, non sapeva come reagire, né cosa dire, né cosa fare. Sapeva soltanto di aver tremendamente sbagliato nei confronti dell‟amico. "Mi dispiace ma..."
"Non dire niente. È tutta tua. Non ho più niente da condividere né con lei, né con te, né con la band." disse Lorenzo trattenendosi per non aggredire fisicamente Samuele; sentiva la rabbia montargli dentro. "Ora va sul palco e saluta come solo tu sai fare."
Lorenzo uscì dal retro e si ritrovò nella sala, tra la folla, mentre Samuele tornò sul palco con la testa china e, insieme a Daniele e Luciano, si scusò per la brusca interruzione della fine del concerto. Samuele, dal microfono, promise che sarebbero tornati presto a esibirsi; bugia per bugia, doveva continuare a mentire. Lorenzo, prese un'altra birra al bancone del locale e restò fermo ad ascoltare le parole di Samuele mentre alcuni ragazzi si complimentarono con lui per l'esibizione.
"Si può sapere che ti prende?" Bianca si avvicinò e gli si parò davanti cercando spiegazioni. Lorenzo fece finta d'ignorarla e continuò a bere e a parlare con i ragazzi.
"Rispondi, cazzo." Bianca gli strappò la bottiglia di mano e cercò il suo sguardo togliendogli gli occhiali da sole. Tutt'intorno le persone si allontanarono creando un cerchio vuoto.
"Non ti permettere di farlo mai più." disse Lorenzo guardandola gelidamente negli occhi. "Io e te non abbiamo più nulla da dirci. Vai da Samuele, così potrai stare con lui senza problemi." Si riprese gli occhiali e li rimise. "Ho letto i messaggi sul suo cellulare." aggiunse prima che Bianca potesse chiedere come l'avesse scoperto.
"È stata colpa tua se siamo arrivati a questo punto," disse Bianca. "hai punito me per ciò che è successo con tua madre e tuo padre."
"Prova a parlare di nuovo di mio padre, e smetterò di trattenermi. Non vuoi che faccia una scenata qui in mezzo a tutti, vero?"
Lorenzo bevve in un solo sorso il resto della sua birra, la posò sul bancone e ne ordinò subito un'altra. Provò a camminare, il suo passo era incerto, quasi barcollante. "Ora togliti dai coglioni e non rivolgermi più la parola."
Pochi istanti dopo Lorenzo si avvicinò a Laura e la salutò calorosamente. In quel preciso istante, era soltanto una sconosciuta con cui occupare del tempo. Non gli fregava niente di lei, ne importava quanto fosse fisso nella sua memoria il ricordo che aveva di lei a Roma. Con la coda dell'occhio vide che anche gli altri ragazzi erano nella sala; Samuele e Bianca parlavano nell'angolo dove era esposto il merchandising della band. Erano entrambi spenti, guardavano verso Lorenzo con la consapevolezza che avevano definitivamente distrutto una persona che aveva bisogno d'aiuto.
Daniele e Luciano accerchiati dalle persone che avevano assistito al concerto, cercarono di tenere sotto controllo la situazione guardando continuamente Lorenzo.
La musica continuò a risuonare nelle casse dopo la loro esibizione; Come foglie di Malika Ayane, una canzone d'amore, lenta, piena di malinconia, contrastava con l‟adrenalina di Sangue nelle vene.
È un inverno che va via da noi.
Lorenzo, dopo aver scambiato due parole con Laura e aver stabilito un'intesa, le ficcò la lingua in gola, esplorando ogni angolo umido della sua bocca.
Allora come spieghi questa maledetta nostalgia
"Ma che cazzo fai, Loré?"
Nonostante il volume alto della musica e il vociare delle persone, Lorenzo sentì chiaramente le parole che Samuele disse alle sue spalle.
"Qual è il problema?" disse Lorenzo voltandosi.
Di tremare come foglie e poi...
"Come, qual è il problema? Cristo santo! Lì c'è Bianca."
Lorenzo portò una mano alla bocca per trattenersi, e poi esplose in una fragorosa risata.
Lì c'era Bianca. E quella frase detta da Samuele gli sembrò talmente ironica che non poté fare a meno di percepirla come una battuta. Laura assisteva stralunata alla discussione tra i due ragazzi; ricordava perfettamente quanto fossero uniti, e ricordava i loro volti soddisfatti quando, anni prima, aveva fatto raggiungere un orgasmo a entrambi contemporaneamente.
Di cadere al tappeto?
Bianca si avvicinò, era sconfitta.
"Lascialo perdere." disse e prese la mano di Samuele per allontanarlo. Mano dentro mano.
"Sei una puttana del cazzo." gridò Lorenzo; continuò a bere, tutto il chiacchiericcio nel locale tacque, tutti gli occhi dei presenti erano puntati su di loro; la musica sembrò sparire, diventando un sottofondo impercettibile.
"Credi che non veda, quanta attenzione hai per il perfetto Samuele? Cos'è, lui ha avuto un padre che gli ha voluto bene, ed è migliore di me?"
L'alcool faceva il suo gioco e liberava tutti i pensieri, anche quelli nascosti in uno dei cassetti più lontani della memoria di Lorenzo; ricordò improvvisamente di essere stato invidioso del rapporto tra Samuele e suo padre durante la loro prima estate insieme, dopo essere caduto dalla bicicletta ed essersi sbucciato un ginocchio nella Floridiana. Per anni, quel pensiero era stato sommerso da tutti i bei momenti che aveva vissuto con Samuele e il signor Tondo e adesso tornava prepotentemente a galla.
"Quante volte avete scopato alle mie spalle, eh?" continuò Lorenzo a ruota libera, barcollò e quasi inciampò sui suoi stessi piedi.
"Smettila." disse Bianca trattenendo le lacrime per l'imbarazzo.
"Sei tu che l‟hai spinta di nuovo da me." gridò Samuele.
"E avreste continuato a fingere che nulla fosse successo, per non farmi soffrire? Che grande gesto di solidarietà. Siete soltanto degli stronzi." Lorenzo continuò a bere. Una bottiglia senza fondo.
"Io ti amavo." disse Bianca.
"Ecco, mi amavi." disse Lorenzo voltando le spalle e riavvicinandosi a Laura. "Ora non hai più niente che ti lega a me."
Bianca gli si parò davanti, lo guardò dritto negli occhi mentre le lacrime rigavano il suo viso "Tu non te ne accorgi, ma non è così che ti libererai dell‟ombra di tuo padre."
"Ti ho detto che non devi più parlare di mio padre." urlò Lorenzo, le si avvicinò a muso duro e Bianca impaurita indietreggiò e cadde all'indietro.
Lorenzo la sovrastò, pronto a continuare a inveire contro di lei.
Samuele strattonò Lorenzo, gli diede un pugno facendolo cadere a terra e facendogli volare via gli occhiali da sole.
Sangue nelle vene. E fuori dai denti, e dal naso, e lungo il mento.
Lorenzo si rialzò e rispose con lo stesso gesto; anche l'ultimo simbolo della loro amicizia fu violato del suo significato originale.
Un piccolo pugno sulla spalla. Un sonoro pugno in piena faccia per liberarsi degli ultimi legami.
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