Capitolo 14
14.
Febbraio 2009
Samuele sbuffò, si alzò dal pavimento e passò la chitarra a Lorenzo seduto al centro del tappeto dello studio del signor Tondo. Daniele e Luciano erano visibilmente stanchi e annoiati, ingannavano il tempo guardando i nuovi acquisti del padre di Samuele; aveva trovato un‟intera collezione di vinili a buon prezzo in un mercatino dell‟usato e non si era fatto sfuggire l‟occasione. Lorenzo non si arrese; continuò a fissare il foglio davanti a sé e canticchiava parole sempre diverse in attesa che avesse un colpo di genio.
"Lorè, secondo me per oggi abbiamo finito," disse Samuele "è più di un ora che siamo fermi sulla stessa strofa e non ne usciamo."
"Lo so," disse Lorenzo cancellando un'intera riga sul foglio, "ma questa melodia è forte, dobbiamo solo trovare il testo giusto."
"Si, ok. Ma se stiamo bloccati sempre sullo stesso pezzo non arriveremo a nessuna conclusione." disse Luciano posando su un ripiano della libreria un vinile di Miles Davis.
"E poi abbiamo scritto più di quindici canzoni," aggiunse Daniele "non penso che cambi qualcosa se non finiamo questo pezzo."
"Non significa niente," disse Lorenzo "ci sono band che scrivono anche più di cento canzoni prima di scegliere i brani di un disco."
"Allora il nostro secondo disco non uscirà neanche nel 2020 se le tue intenzioni sono queste." disse Daniele in tono scocciato.
"Scusate, ma sembra che sia l‟unico a voler fare un buon lavoro," Lorenzo guardò Samuele in cerca di un'intesa. "stiamo per spendere altri soldi, non vorrei buttarli nel cesso."
"Ho capito cosa ci vuole." Samuele aprì la porta dello studio e chiamò suo padre che era pronto a uscire e raggiungere sua moglie dai nonni di Samuele. "Lui ha sempre capito da subito quali fossero le nostre canzoni più forti."
Lorenzo si accertò che la chitarra fosse accordata e iniziò a suonare il riff che aveva abbinato alla melodia ancora senza parole.
Appena il signor Tondo entrò nello studio batté le mani complimentandosi con i ragazzi; ascoltò soltanto pochi secondi e gli bastarono a capire le potenzialità di quella canzone ancora allo stato grezzo.
"Non capisco quale sia la vostra preoccupazione." chiese il signor Tondo, "La melodia funziona, il riff è accattivante e avete anche parte della struttura della canzone."
"È il testo il vero problema." disse Luciano accendendosi una sigaretta.
"Se avete difficoltà con le parole, significa che non avete nulla da raccontare." il signor Tondo si avvicinò alla libreria stracolma di vinili e ne prese uno dagli ultimi acquistati: Beggars Banquet dei The Rolling Stones. Estrasse il vinile dalla custodia e lo poggiò sul giradischi lasciando che la prima traccia, Sympathy For The Devil, risuonasse ad alto volume.
"Ascoltate," disse guardando un punto fisso nel vuoto, "Mick Jagger sta raccontato una storia. Non sta cantando tanto per fare una canzone orecchiabile. Ogni parola ha una precisa importanza, un tassello di un puzzle. Più la canzone procede, più chi l'ascolta la capisce e può farla sua."
Lorenzo rilesse velocemente ciò che aveva scritto, si rese conto che le parole del signor Tondo erano tremendamente veritiere; le rime che aveva appuntato erano forzate e sconnesse. Accartocciò il foglio e lo lanciò via.
"Dovete solo decidere cosa raccontare," disse il signor Tondo "scrivete quello che voi vorreste ascoltare." Si toccò i baffi e continuò a rimuginare, come se volesse dare altri consigli, ma non disse più nulla. Lasciò che le sue parole fossero semplicemente un input per migliorarsi. "Restate a casa stasera?" chiese.
"Sì, ora ordiniamo le pizze e le mangiamo qui." disse Samuele. "Oggi a lavoro mi hanno distrutto, non ho neanche la forza di uscire."
"Poi Bianca domani ha un esame. Se fossimo usciti avremmo fatto sicuramente tardi." aggiunse Lorenzo.
"Riesce a studiare mentre voi suonate?" disse il signor Tondo.
"No, per niente." Bianca comparve nello studio con in mano un evidenziatore giallo e alcuni fogli sottolineanti. "Soprattutto se ascoltate musica da alto volume."
"È stata colpa mia." disse il signor Tondo spegnendo il giradischi. "A volte dimentico che lo studio e la stanza di Samuele sono uno fianco all'altra."
"Oh, si figuri," disse Bianca sistemandosi i capelli dietro le orecchie. "tanto ormai sono rassegnata. Sono sicura che domani andrà di nuovo male quest‟esame."
"Secondo me, se usciste e vi svagaste un po' sarebbe meglio per tutti. Tu," disse il signor Tondo rivolendosi a Bianca "stacchi la spina e ti ricarichi per l‟esame, e voi liberate la mente da tutta l'improduttività di oggi. Non dovete mica fare mattina, giusto un giro e rientrate."
"Io sono comunque stanco." rispose Samuele cercando il numero telefonico della pizzeria nella rubrica del cellulare. "Domani mattina ho la sveglia presto per andare a lavoro."
"Sono quasi trent'anni che mi alzo presto per lavoro e ciò non mi ha mai impedito di uscire di sera. Sei proprio un vecchio," disse il Signor Tondo sorridendo al figlio. "io e tua madre siamo sempre in giro, e tu a casa. Il mondo è cambiato!" Posò il vinile e si avviò verso la porta d‟ingresso, poi tornò indietro "Ah, se volete nel frigo ci sono un paio di birre." disse. I ragazzi annuirono, Daniele corse in cucina a prenderne una.
Appena il signor Tondo uscì da casa, Luciano prese dalla tasca il suo pacchetto di sigarette e tirò fuori una canna già rollata. "Dai, rilassiamoci un po'. Al massimo il pezzo lo continuiamo dopo cena." Luciano la accese, si sdraio pancia allìaria sul tappeto e fumò.
"Sta squillando," disse Samuele. "che pizza volete?"
Lorenzo, si alzò dal pavimento e si stiracchiò; in due ore non si era mosso di un solo centimetro. "Per me, una margherita, e una porzione di patatine." disse, "sono affamato."
"Fammi fare un tiro." Bianca gettò i fogli e l'evidenziatore sul tappeto come a volersene liberare, poi si abbassò e prese la canna che le passò Luciano. "per me una diavola." disse sedendosi anche lei.
Lorenzo le si avvicinò e le carezzò i lunghi capelli neri e aspettò che la canna arrivasse a lui. Daniele e Luciano ordinarono due ripieni, e Samuele prese anche lui una diavola.
"Hanno detto che il ragazzo delle consegne non arriva prima di mezz'ora." Samuele si sedette anche lui sul tappetto e riprese la chitarra.
"Cazzo, io sto già morendo di fame." disse Luciano. "credo che mi stia già facendo effetto."
"Allora quest'erba è davvero buona." disse Daniele continuando a bere la birra dalla bottiglia.
"Dio salvi La Sposa." disse Lorenzo. Luciano, con gli occhi già rossi, intonò God save the Queen dei Sex Pistols cambiando l'ultima parola del titolo con Sposa, si alzò dal pavimento e iniziò a far finta di suonare il basso come Sid Vicious. Si dimenò, strappò la canna da mano a Lorenzo e fece un tiro lunghissimo. Continuando a far finta di suonare inciampò sul tappeto e cadde su Lorenzo e Bianca; si guardarono e scoppiarono a ridere.
"Voi sapete perché la chiamano La Sposa?" chiese Luciano ancora in preda a fragorose risate.
I Fandango non si erano mai interrogati sul nome della loro spacciatrice, forniva un ottimo prodotto, tanto era sufficiente. Bianca si mise seduta e iniziò a raccontare.
"Io sì." disse "La tipa che oggi vende l‟erba doveva sposarsi e il suo uomo era uno spacciatore ricercato. La polizia piombò in chiesa il giorno del matrimonio e lo arrestò sull'altare. Immaginate il casino. Gente che fuggiva a destra e a sinistra, la polizia che sbarra l‟ingresso, la sposa che cerca di liberare il suo uomo mentre lo portano via."
"Che sfiga!" l‟interruppe Daniele; finì di bere la birra e si sedette anche lui sul tappeto. Mancava soltanto un piccolo fuoco, la situazione era perfetta per un racconto di una notte d‟estate, come in campeggio con la natura e la musica.
"Forse invece è stata la sua fortuna, in pratica tutti vanno a prendere l‟erba da lei." disse Bianca.
"Questo lo sappiamo bene." disse Samuele suonando delicatamente le corde della chitarra "noi la prendiamo solo da lei."
"Sembra che stiamo parlando di un supermercato in cui si fa la spesa." disse Luciano trattenendo una risata.
"E poi, com'è finita?" chiese incuriosito Lorenzo.
"Dopo l‟arresto, indossando ancora l‟abito da sposa andò nel posto dove il ragazzo spacciava. Giurò fedeltà al clan e disse che avrebbe preso il posto del suo mancato marito." Daniele accese un'altra canna e la passò a Bianca. "Da allora per tutti è diventata La Sposa."
"Che cazzo di storia." disse Luciano guardando il soffitto, si era sdraiato sulle gambe di Lorenzo dopo essere caduto e non si era più mosso.
"Credi che sia vera?" chiese Lorenzo. "sembra una di quelle leggende metropolitane che cambiano di persona in persona."
"Lo sai come succede con queste storie," disse Bianca, "nascono da una verità e poi ognuno ci vede dentro quello che vuole."
"Certo che ci vuole coraggio a sacrificare la propria vita per amore come ha fatto questa donna." disse Samuele, fece un tiro dalla canna e si alzò per aprire la finestra. La stanza era piena di fumo. "È come un atto di fede. Lo fai, anche controvoglia, ma lo fai."
"L‟amore è tutto."
"Già. L‟amore supera anche la legge."
"Anche la morte."
"Avete mai visto La sposa cadavere?" chiese dal nulla Luciano.
Pensieri a ruota libera si avvicendarono a ritmo serrato. Tra un tiro, una frase senza senso e una nota strimpellata da Samuele sulla chitarra acustica, era difficile riconoscere chi parlasse e chi dicesse cosa.
"Cazzo, sì! Tim Burton è un fottuto genio."
"Ho letto su Facebook che sta girando un film su Alice nel paese delle meraviglie."
"Scommetto che ci sarà Johnny Depp come attore principale."
"E sua moglie, Helena Bonham Carter."
"Ma loro non sono sposati."
"Probabilmente non scopano se Helena non fa parte del cast."
I quattro ragazzi risero, anche più del dovuto, era la lunga scia degli effetti dell'erba.
"Che cazzata questa cosa dell'atto di fede che hai detto, Samuè." disse Bianca.
Il fumo iniziò a dissiparsi dall'ambiente e dalle menti, le frasi tornarono ad avere un volto.
"Perché mai? Io ci credo. Anche il nostro, per la musica, è un atto di fede. Sappiamo che tutte le cose che abbiamo fatto potrebbero non portarci a niente di concreto. Ma le facciamo, perché vogliamo crederci. Dobbiamo crederci, altrimenti non serve a nulla."
"Io non credo in niente." disse Bianca guardando Lorenzo. "È da stupidi sacrificarsi per gli altri. Abbiamo solo una vita, non è giusto che delle stupide usanze debbano limitarci."
"Ma di che stai parlando?" chiese Lorenzo.
"Di tutto." Bianca sentì le labbra intorpidirsi e le parole uscivano sempre più lente dalla sua bocca. "Tutti quanti fanno delle cose solo perché le fanno anche gli altri. I miei genitori invece se ne sono fregati di tutto, hanno capito che era meglio divorziare e continuare ognuno per la propria strada. Io li apprezzo per questa scelta."
"Non è per tutti così." disse Samuele. "I miei genitori si sono giurati fedeltà e sono felici, credono nel loro rapporto e fanno in modo che non finisca mai, perché entrambi si amano. Non si sentono dei leoni in gabbia."
"Cazzo, quando vorrei vedere Il Re Leone, adesso." disse Luciano, continuava a fissare il soffitto e faceva oscillare le mani in alto come se vedesse le ombre proiettate sui muri e poi gridò "Mufasaaaa!"
"Ti stai un po' zitto!" Daniele gli diede uno spintone con il piede, ma Luciano restò con la testa appoggiata sulle gambe di Lorenzo.
"I tuoi genitori sono un dono, Samuè." disse Lorenzo. "Credo che siano un'eccezione. Prendi mio padre e mia madre. Perché c'hanno messo tanto a lasciarsi?" guardò Bianca e vide che continuava a fumare, prese la canna dalla sua mano, fece un ultimo tiro, poi sentì il sapore del filtro di carta nella sua bocca e la spense. "Perché non hanno deciso prima di continuare ognuno per la propria strada?"
"Forse, per non farti soffrire." disse Samuele con un filo di voce.
"Ho sofferto molto di più a causa del rumore dei loro silenzi e le loro litigate. Prima l'indifferenza, poi mio padre che dormiva sul divano, poi tornavano a dormire insieme, infine ognuno con la propria vita." Si fermò e cercò di riflettere prima di chiedere nuovamente "Perché, dopo tutto questo tempo?"
"È palese." disse Bianca. "Tuo padre è ancora innamorato di tua madre."
"E perché non hai mai fatto nulla per dimostrarlo?"
"Quand'è che deciderai di accettare la verità? Solo uno stupido continuerebbe a far finta di non vederla." Bianca prese l'evidenziatore e i fogli da cui prima stava studiando e iniziò a colorarli con tanti piccoli cerchi.
"Lo so che mia madre ha avuto qualcun altro." disse Lorenzo.
"Perché parli al passato?" chiese Bianca.
"Dovrei parlare al presente?"
"Dovresti."
"Ragazzi, se non vi dispiace... " disse Luciano sbadigliando. "io vado a prendermi una birra". Daniele lo seguì a ruota, sentiva che quella discussione era troppo riservata per esserne parte e anche Samuele, che, nonostante fosse come un fratello per Lorenzo e conoscesse tutte le problematiche che avevano afflitto l'amico nel corso degli anni, sapeva di essere di troppo.
"Richiamo la pizzeria, vedo quanto tempo ci vuole ancora." disse Samuele usandola come scusa per uscire dallo studio.
Lorenzo non esitò un secondo. "Tu sai chi è?" chiese apertamente. "Sai chi è l'uomo che sta con mia madre?"
"Sì," Bianca continuò con lo sguardo basso a tracciare cerchi sui fogli. "ma non spetta a me dirti chi è, soprattutto come ne sono venuta a conoscenza."
Lorenzo la fissò, cercò di scrutare attraverso i suoi occhi una verità. Non relativa ai suoi genitori, ma a loro. "Tu mi ami, vero?" chiese.
"Certo che sì." rispose Bianca con un sorriso privo di lucidità.
"Allora perché hai detto che non credi in nulla?"
"È la verità. Da sempre sono così, credo solo in quello che faccio. Se non provassi nulla per te, puoi star tranquillo, sarai già sparita." Bianca si alzò dal tappeto e sentì la testa pesante, come un macigno che vuole schiantarsi al suolo. Barcollò e cadde su Lorenzo, sorrise e lo bacio, senza passione, senza trasporto. Soltanto con la consapevolezza di doverlo fare. "Puoi stare tranquillo," ripeté Bianca. "non hai nulla da temere."
Il citofono suonò come a sancire che non vi fosse più nulla da dire. Mangiarono in silenzio le pizze, ognuno immerso nei propri pensieri, nei propri dubbi, nei propri interrogativi. Lorenzo, quella sera, non avrebbe più scritto il testo di quella canzone in cui credeva tanto; avrebbe nascosto la melodia in un cassetto della sua memoria e l‟avrebbe tirata fuori solo dopo aver conosciuto Nina e aver pronunciato una semplice frase come Piove il sole dentro me.
Lorenzo aprì gli occhi: l‟aria pungente del mattino lo raggiunse in pieno volto mentre era ancora arrotolato nelle coperte. Guardò la finestra della sua camera, era spalancata. Non poteva essere stata sua madre, non dopo che aveva interrotto il suo rituale per tanti anni. Alzò la testa di scatto e vide suo padre in piedi, spalle al suo letto; osservava con minuziosa attenzione tutti i ricordi musicali che Lorenzo aveva accumulato negli ultimi dieci anni e che riempivano le pareti della stanza.
"Che ci fai in camera mia?" Lorenzo si sedette al centro del letto, guardò suo padre e gli sembrò davvero strano che non indossasse uno dei suoi completi d'ufficio nonostante fosse quasi ora di andare a lavoro. "Che ci fai qui, a casa?"
"Oggi non lavoro. Devo parlarti, e fino a prova contraria questa è ancora casa mia." disse il signor Forti continuando a guardare le foto di Lorenzo e i poster musicali sulle pareti. "Vuoi del caffè? L'ho appena preparato."
"Mamma sa che sei qui?" chiese Lorenzo ignorando la domanda di suo padre.
"E tu ti chiedi perché tua madre non è qui?"
Lorenzo non rispose. Se l‟era chiesto, e la risposta era la stessa che le aveva dato Bianca la sera precedente: sua madre aveva una relazione con un altro uomo.
"Forza alzati, che è già tardi." disse il signor Forti.
"Non devo fare niente, potevo dormire ancora." Lorenzo si strofinò gli occhi e si alzò dal letto. Aveva un leggero cerchio alla testa; l‟erba della sera precedente era stata davvero forte.
"Non devi andare all'università? O studiare?" disse il signor Forti con gli occhi pieni di delusione. "Mi stai solo facendo sborsare soldi inutilmente." Si voltò e andò in cucina. Lorenzo lo seguì in silenzio e vide poggiato sulla poltrona un borsone da viaggio. "Sei venuto a prendere altri vestiti?"
"Sì, ho anche trovato un piccolo appartamento in cui stare, vicino Piazza Dante, massimo un paio di settimane e mi trasferisco. Sono stanco di stare a casa di tua nonna e sentire tutte le dicerie che dicono nel suo palazzo."
Il signor Forti prese le tazzine blu e la moka e si sedette a tavola. Lorenzo ascoltò le parole di suo padre; non pensò che fosse una confessione a cuore aperto, o un modo per instaurare un tardivo rapporto. Sentiva che era semplicemente il risultato del peso della situazione che si era creata con sua madre. Il signor Forti guardò Lorenzo, quel figlio di cui sapeva davvero poche cose e sentì la rabbia montargli dentro. Lo sguardo gelido di Lorenzo nei suoi confronti era il frutto delle sue mancanze, lui ne era diventato consapevole con il tempo. "Non vuoi sapere di cosa devo parlarti?" chiese.
"Onestamente, no." disse Lorenzo, prese la tazzina blu, si versò del caffè e lo bevve tutto in un sorso.
"Ci sono due cose che devo dirti." continuò ugualmente il signor Forti.
"Perché proprio stamattina? Perché adesso?" disse Lorenzo alzando il tono di voce.
"Perché devi sapere la verità." gridò il signor Forti balzando dalla sedia. "Perché devi sapere che non sono io quello che ha voluto tutto questo. Per troppi anni ho rincorso tua madre, per troppi anni ho subito umiliazioni pur di non perderla."
Il suo viso divenne rosso, poi violaceo, e le vene sul collo si gonfiarono. Ogni parola era gridata ai quattro venti, come se sputasse fuori dalla sua anima il malessere che l‟aveva incatenato per tanti anni. "Non ho mai avuto il coraggio di lasciarla, e lei... m‟illudevo che restasse con me per prendersi cura di te, invece aspettava soltanto i soldi del mio stipendio a fine mese. Nel frattempo tu crescevi, eri sempre più distante, indifferente, solo per colpa mia."
Il signor Forti si sbottonò i primi due bottoni della camicia; il collo era teso e le vene pulsavano. "Io ho sempre punito te, per gli errori che commetteva tua madre."
Lorenzo sentì gli occhi riempirsi di lacrime e le labbra diventare tremolanti. Era inerme seduto davanti a suo padre; per la prima volta nella sua vita gli sembrò un gigante dalle dimensioni spropositate. La rabbia del signor Forti si mescolò al rimpianto, al risentimento, alla tristezza per aver perso la cosa più cara del mondo. Non sua moglie, ma suo figlio.
"Devi sapere la verità." continuò cercando di calmarsi. Le mani tremavano, erano sudaticce, si sedette e bevve altro caffè. Lorenzo divenne rigido come una statua; se ne stava immobile e ogni parola di suo padre era un pungo, e ogni pungo aveva il suo prezzo, la verità sulla sua famiglia gli sarebbe costata anni d'infelicità.
"Tua madre mi ha sempre tradito." il signor Forti si fermò, come per sentirsi libero dal peso delle sue parole. "La prima volta che lo scoprii tu avevi circa otto anni. La perdonai, e sai perché?"
"Perché l'amavi." disse Lorenzo con un filo di voce ricordandosi le parole di Bianca della sera precedente; sentì il sapore salato delle lacrime sulle labbra e si asciugò gli occhi con il palmo della mano.
Il signor Forti annuì e un leggero sorriso beffardo comparve sul suo volto. "L'ho sempre amata e ancora oggi non so se sono pronto a perderla per sempre." Si passò una mano sulla fronte e si asciugò il sudore che colava sul suo viso come un fiume in piena. "Ma lei ha sempre continuato. Dopo avermi tradito la prima volta ce ne sono state altre, dopo aver sfogato la rabbia cercavo sempre di ricostruire il nostro matrimonio, ma oggi sono stanco." bevve ancora del caffè e sentì la sua bocca asciutta e la lingua stopposa. "Tua madre non è qui, perché ha dormito fuori, dal suo nuovo compagno. Ma credo che queste cose tu le abbia capite da tanto tempo."
Lorenzo annuì e provò una strana sensazione di pace. La tempesta delle rivelazioni aveva spazzato via ogni cosa, lasciando soltanto una domanda da fare. "Che cosa hai fatto per riconquistarla?"
"Ho fatto tantissime cose per lei che tu non sai." il signor Forti guardò le tazzine blu e sentì il respiro diventare affannoso e lento. "Quando scoprii che era stata con un altro uomo, impazzii dalla rabbia. Mi passarono così tanti pensieri per la testa che..." abbassò la testa perdendosi nel fondo della sua tazzina vuota e fece una lunga pausa prima di continuare "misi anche in dubbio che tu fossi mio figlio. Ma ti guardavo crescere, eri uguale a me." alzò lo sguardo e scrutò Lorenzo, i suoi occhi, il suo volto rigato dal pianto, le labbra serrate, "sei uguale a me." aggiunse.
Lorenzo abbozzò un sorriso perché tutti gli dicevano sempre che era una versione giovane di suo padre, era la prima volta in cui non si arrabbiava per quest'affermazione.
"La perdonai e facemmo un viaggio. Andammo a Parigi, furono dei giorni indimenticabili. Le vedi queste tazzine?" disse il signor Forti tenendone una tra le mani come un oggetto prezioso. "Abbiamo fatto colazione a letto per una settimana intera in albergo. Ogni mattina richiedevamo due caffè espresso, ce li servivano in queste tazzine blu. Prima di ripartire le rubai e le misi in valigia. Il primo giorno che tornammo a casa dal viaggio le preparai la colazione e la portai a letto, con le tazzine di Parigi."
Il signor Forti sbottonò i polsini della camicia; nonostante non urlasse più, il suo volto era ancora tutto rosso. "Le cose andarono bene per poco più di un anno, poi riprese ad allontanarsi e io, per non pensare che stesse rifacendo lo stesso errore, mi dedicai solo al lavoro, trascurando anche te."
Lorenzo ascoltava, come se tutto il resto del mondo non esistesse. Per tutta la vita aveva scelto che quelle verità giacessero dentro di lui; ma era finito il tempo di ignorare il suo dolore. Provò a dire qualcosa, ma non ci riuscì.
"Ti starai chiedendo se conosco il nuovo compagno di tua madre." sospirò il signor Forti "Certo che lo conosco, ma credo che sia meglio che tu non sappia chi sia. Almeno per adesso." Si alzò dalla sedia e prese un foglio dal borsone. "Ho un'altra cosa da dirti." Poggiò il foglio sul tavolo e lasciò che Lorenzo lo leggesse.
"Che cosa significa?" Lorenzo diede uno sguardo veloce ma non capì il motivo per cui gli mostrasse quel documento.
"È inutile prenderci in giro, Lorè. Lo so che non stai più frequentato l'università e che anche quest'anno hai fatto pochissimi esami. Quindi, se tu non vuoi pensare al tuo futuro, ci penso io."
"E vorresti farmi lavorare alle poste?" adesso era Lorenzo a essere allarmato e agitato.
"Sì, presto ci saranno nuove assunzioni e ti farò fissare un colloquio. Questa è la domanda che devi compilare," disse porgendo nuovamente il foglio a Lorenzo. "al resto ci penserò io."
"Io sono un musicista." disse Lorenzo con la rabbia tra i denti.
"Non sarai mai nessuno se non inizi a costruire qualcosa per te stesso. Lo sai meglio di chiunque che suonare non ti poterà mai a niente." disse il signor Forti. Se fosse stato un film western, quella era la resa dei conti. Invece era la realtà dei fatti, era il momento di non tacere più niente.
Lorenzo scattò in piedi dalla sedia. Senza accorgersene aveva nuovamente gli occhi pieni di lacrime "Io sono un musicista, ti ho detto. Io racconto storie e tu non mi hai mai chiesto che cosa si provasse a scrivere una canzone, o a sentire le persone che ti fanno i complimenti per il tuo lavoro." Lorenzo prese fiato e non pensava più quello che diceva, lasciava soltanto la sua mente libera di sfogarsi, come non aveva mai fatto prima di allora. "Non vorrò mai essere come te. Non m'importa se mi hai raccontato di quanto ci tenessi a mamma, a me. È tardi per chiedere scusa per i tuoi comportamenti. Io ho costruito i legami più importanti della mia vita grazie alla musica, ho raggiunto piccoli traguardi, e l'ho fatto con le mie forze. Tu, invece, sei un egoista che pensa solo alla fottutissima carriera." Il volto di Lorenzo era un insieme di sensazioni contrastanti in cui si avvicendavano lacrime di dolore, di gioia, di liberazione, di piena identità.
"Prendi il tuo cazzo di lavoro alle poste e ficcatelo in culo." esplose Lorenzo sbattendo la sedia contro la tavola.
"Fai come vuoi, Lorè. Arriverà un momento in cui capirai che ho ragione e che stai commettendo degli errori." Il signor Forti si sedette sulla sedia, senza forze, senza reagire, non restava alcuna traccia dell'uomo sicuro e orgoglioso che era sempre stato.
Lorenzo fece entrare tutta l‟aria possibile nei polmoni e gridò a gran voce. "Sono anni che continui a ripetermi che non devo fare errori. Io voglio sbagliare, non devi essere tu a dirmi se quello che faccio è un errore o meno." Guardò suo padre dritto negli occhi, senza alcuna paura e senza alcuna esitazione. "Sai che ti dico? Vaffanculo, papà." Tornò in camera sua; sbattendo la porta fece vibrare la cornice con la fotografia con Samuele sulla parete. Quelle furono le ultime parole che disse in vita sua a suo padre.
"Oggi sembra vada tutto storto, uffa." Bianca uscì dal negozio sbuffando. "Quel vestitino è davvero bello, ma non mi piace per niente indossato da me."
L‟esame di Diritto commericiale era andato male come aveva previsto e per la terza volta era stata bocciata. Lorenzo, ancora scosso dalla conversazione avvenuta poche ore prima con suo padre, l‟aveva raggiunta all'università; per risollevarle il morale aveva deciso di accompagnarla a fare spese di vestiti e scarpe a Via Toledo, in cui si alternavano negozi d‟abbigliamento a venditori ambulanti e mendicanti.
"Invece ti stava davvero bene." disse Lorenzo sistemandosi la lunga sciarpa nera che indossava.
"Non è vero, lo dici solo per compiacermi."
"Non ne hai bisogno," Lorenzo le si avvicinò e le prese la mano mentre camminavano "non vedi che ti mangiano tutti con gli occhi?"
"Tu non sei geloso?" disse Bianca fermandosi davanti a una vetrina di un altro negozio di abbigliamento.
"Per nulla. Loro non possono averti, mentre io..." Lorenzo l‟abbracciò dalle spalle, in modo che potessero fissare entrambi la vetrina "che ne dici se dopo andiamo da me?"
"Dopo," disse risoluta Bianca "adesso devo fare shopping altrimenti non mi passa la tristezza. Ti rendi conto che è la terza volta che rifaccio l‟esame di diritto commerciale?"
"Secondo me dovresti lasciarlo perdere e fare altri esami, lo lasci come ultimo prima della tesi." Lorenzo indicò una sciarpa marrone e nera nella vetrina "Ti piace?"
"È orrenda, Lorè." si voltò e gli sistemò lo sciarpone che aveva sempre indossato in quei mesi invernali. "Vuoi solo che la compra così abbiamo entrambi due enormi sciarpe al collo."
"Io insisto, secondo me ti starebbe bene." disse Lorenzo.
"A volte hai dei gusti davvero pessimi." Bianca lo guardò e lo strattonò per la mano riprendendo a camminare "Io odio questa sciarpa che ti ostini a indossare, rovina il tuo look da rockstar."
"Non c‟è bisogno che indossi qualcosa di particolare per sembrare un figo. Mi bastano questi." Lorenzo indossò gli occhiali da sole, nonostante fosse già quasi buio, le strinse un braccio al collo e s'incamminarono lungo il corso incalzando un passo da strafottenti per imitare le grandi Rockstar.
"Ma quanto te la stai tirando?" disse sorridendo Bianca. "non sei ancora nessuno e già ti credi arrivato all'apice del successo."
"Manca solo che mi dici che fare il musicista mi farà essere un fallito per tutta la vita e sembri mio padre. Voi dirmi anche tu che la musica non mi porterà da nessuna parte?" disse Lorenzo.
La rabbia per le parole di suo padre ribolliva nel sangue e nonostante avesse raccontato l'accaduto a Bianca non si sentiva libero dal peso di quella conversazione infervorata.
"Stai ancora pensando a quello che è successo stamattina?" chiese Bianca fermandosi al centro della strada.
"Come potrei non pensarci." disse semplicemente Lorenzo.
"Invece non dovresti. Pensa a te stesso, a quello che vuoi fare nella tua vita e basta."
"Tu mi ami, vero?" chiese Lorenzo togliendosi gli occhiali da sole.
"È la seconda volta che mi fai questa domanda. Ieri sera ti ho risposto che non devi preoccuparti di ciò che provo per te."
"Ma non mi hai risposto. Mi ami?"
"Sì, ti amo." disse Bianca.
"Allora, se ci tieni a me, dimmi chi è l'uomo che sta con mia madre."
"Non posso." Ripresero a camminare e si avviarono verso la fermata Augusteo della Funicolare Centrale. "Sarò anche stronza, ma non posso esserlo fino a questo punto. Posso raccontarti ogni cosa di me, ma non posso svelare i segreti altrui."
"Ma è mia madre, cazzo."
"Allora parlane con lei." Bianca gli lasciò la mano e camminò al suo fianco. "Dai, andiamo da te. Tanto ormai mi è passata anche la voglia di fare spese."
Tornarono alla Funicolare Centrale di Via Toledo e aspettarono la corsa per tornare al Vomero. Appena svoltarono l'angolo per la strada di casa, l‟odore del caffè di Ciro li catturò come pesci che cadono con facilità nella rete dei pescatori. Entrarono nel bar senza esitazioni.
"Chi non muore si rivede." disse Ciro appena vide Lorenzo. "Tutto bene? È parecchio che non ti vedo la mattina."
"Hai ragione, Cirù. Ma non sto andando all'università, la mattina non scendo quasi mai." disse Lorenzo.
"Ogni scusa è buona." disse Ciro pulendo il bancone con uno straccio; piccoli granelli di zucchero ricoprivano l‟intera superficie. "Secondo me, stai andando a prendere il caffè da qualche altra parte."
"Ma quando mai, lo sai che come lo fai tu non lo fa nessuno." disse Lorenzo cercando la complicità di Bianca che era diventata silenziosa.
Dietro il bancone, su di una mensola ad altezza uomo, c'era una vecchia radio; per sintonizzarsi sulla giusta frequenza bisognava ruotare una manopola affinché finisse il brusio d‟interferenza.
"E allora mo0' vi faccio due caffè come Dio comanda!" disse Ciro, "aspettate solo un minuto." armeggiò con la radio e si diede pace solo quando, dopo vari tentativi, riuscì a trovare la giusta frequenza. Per ironia del destino, la canzone che trasmetteva era la storia di un padre e di un figlio: Tears in Heaven di Eric Clapton.
"Buonissimo questo caffè." disse Bianca sorridendo all'uomo. Ciro la ringraziò e continuò a servire gli altri clienti. Lorenzo girò lo zucchero nel caffè con lo sguardo perso in un punto fisso.
"Smettila di pensare a tua madre." disse Bianca, "Se la serata deve continuare così, preferisco andarmene a casa."
"Ti giuro che non sto pensando a lei. La conosci questa canzone?" chiese Lorenzo.
"Sì, l‟ho sentita in radio qualche volta, ma non so chi sia."
"È una canzone di Eric Clapton." Lorenzo bevve il suo caffè, lo trovò buono come sempre. "Ripensavo a quello che mi ha detto il padre di Samuele ieri. Ogni canzone deve raccontare una storia, parola dopo parola. Clapton sta raccontato una storia davvero triste, senti quanto dolore trasmette mentre canta. Dedicò questa canzone al figlio morto a quattro anni, precipitò da un grattacielo di New York".
L'ambiente che li circondava divenne cupo e Lorenzo poté percepire ancor di più il freddo di quel Febbraio, nonostante il caldo del caffè appena ingerito fosse ancora presente nel suo corpo e la lunga sciarpa avvolgesse il suo collo.
"Che tristezza." disse Bianca sorseggiando ancora dalla sua tazzina. "Deve essere una cosa orribile affrontare la morte di un figlio."
"Credo che la morte sia difficile da affrontare sempre." disse Lorenzo.
Nel bar risuonò l'ultimo ritornello della canzone di Clapton e il cellulare di Lorenzo squillò. Era sua madre. Lorenzo rispose ma la linea era disturbata. Probabilmente era quel posto ad avere problemi d'interferenze, non solo con lo stereo, ma anche con gli apparecchi telefonici.
"Pronto?" Lorenzo sentì sua madre singhiozzare. Sembrava quasi che la sua voce provenisse dalle viscere della terra, era lontanissima. Lorenzo agitato uscì d'istinto dal bar sbattendo contro il freddo che aveva quasi dimenticato per pochi minuti.
"Che succede, mi senti?" disse Lorenzo; in attesa di una risposta sentì i battiti del suo cuore accelerare mentre vedeva formarsi sempre più profusamente la nube di fumo dovuto al contatto del suo respiro con il freddo.
"Torna a casa, Lorenzo". disse sua madre.
Nuovamente silenzio.
Bianca lo raggiunse fuori dal bar e cercò di capire cosa stesse succedendo.
"Tuo padre ha avuto un infarto. È morto."
Lorenzo, senza aspettare l‟ascensore, salì pesantemente gli scalini che lo dividevano dal suo dramma familiare. Aveva il respiro pesante, il cuore a mille pulsazioni e gli occhi pieni di lacrime. Bianca era in silenzio dietro di lui.
La porta di casa era spalancata e Lorenzo non era pronto ad affrontare ciò che lo attendeva oltre la soglia. Entrò in casa in punta di piedi, come se improvvisamente quel posto fosse diventato sacro. Carmela era nel soggiorno con alcune vicine di casa, parlottavano tra loro mascherando la loro curiosità sull'accaduto con finto dolore. Appena Carmela vide Lorenzo, lo abbracciò e gli passò una mano sulla schiena per consolarlo.
"Lui dov'è?" chiese Lorenzo. Era catatonico, non riusciva a mettere nulla a fuoco, gli sembrava un sogno che sarebbe svanito con il risveglio.
"Non è qui," disse Carmela, "va in cucina. C‟è tua madre."
La signora Forti sedeva sulla stessa sedia su cui suo padre era seduto quella mattina; era distrutta, il suo trucco colato mostrava il suo dolore. Al suo fianco c'era Piero, il padre di Bianca.
"Mamma," disse semplicemente Lorenzo. Non ebbe la forza di abbracciarla né di dire altro.
"Se ne andato. Non tornerà più." disse la signora Forti.
"Dov'è?" chiese Bianca facendo sedere Lorenzo sulla poltrona.
"È a casa di sua madre. È... è..."
La signora Forti ripiombò nello sconforto e riprese a piangere.
"È morto lì." disse Piero.
"Lorenzo, vai da lui." disse sua madre.
"Andiamo insieme." Lorenzo guardava il riflesso di sua madre alle sue spalle dallo schermo nero del televisore spento.
"Non posso." Altre lacrime strozzarono le parole della signora Forti. "Tua nonna non vuole che lo veda. Non è giusto."
"Forza, Elisa. Vedrai che si convinceranno." disse Piero.
Elisa, semplicemente Elisa; questo era il nome della signora Forti e Piero lo pronunciò con un tale trasporto emotivo che Lorenzo non poté ignorarlo.
Si girò di scatto, vide Piero stringere la mano di sua madre e carezzarla. L'espressione di Bianca mutò improvvisamente, era seduta sul bracciolo della poltrona e capì che Lorenzo stava per esplodere.
"Sei tu." disse Lorenzo alzandosi dalla poltrona. Non aveva più lacrime da versare per quella giornata senza fine. "Sei tu." ripeté avvicinandosi al tavolo.
"Lorenzo, calmati." disse Bianca cercando di fermalo.
"Zitta tu." le gridò in faccia. "Sei tu che ti scopi mia madre." puntò il dito verso Piero.
La signora Forti calò la testa e svenne. Piero cercò di sostenerla. Bianca si affrettò a prendere lo zucchero dalla dispensa. Nello stesso istante entrò Carmela. "Che sta succedendo?" disse chiudendo la porta della cucina alle sue spalle per evitare che le altre persone nel soggiorno ascoltassero.
Appena vide Piero che tentava di far rinvenire Elisa e Lorenzo che era fermo immobile con gli occhi pieni di rabbia, capì cosa fosse successo. Anche lei sapeva la verità.
"Calmati, Lorenzo. Non è il caso, non adesso. Ti prego." cercò di farlo ragionare Carmela.
"Tu ti scopi mia madre." ripeté gridando ancora una volta Lorenzo.
Sua madre rinvenne e Bianca le fece bere un bicchiere di acqua e zucchero. Piero era senza parole, colpevole tanto quando sua madre di essere in casa sua in quel momento. La famiglia Forti non esisteva da tempo, ma la presenza di Piero era una mancanza di rispetto nei confronti del lutto subito.
Bianca strinse tra le sue mani la testa di Lorenzo, cercò di catturare il suo sguardo, che continuava a essere fisso su sua madre. Lorenzo era disgustato, era pronto a tutto, ma non a questa terribile verità. Il padre della sua ragazza era il misterioso uomo di sua madre.
"Ti prego, guardami." disse Bianca. "Mi dispiace."
"Tu lo sapevi." Lorenzo strinse i pugni lungo i suoi fianchi, cercò di contenere la sua rabbia. "Lo sapevi, e non me l'hai detto. Da quant'è che va avanti, eh?"
Carmela uscì dalla cucina e tornò nel soggiorno per congedare le persone che erano in casa.
"Dimmelo," gridò Lorenzo "da quant'è che state insieme?" disse rivolgendosi a sua madre.
"Da quasi un anno." disse cercando di alzarsi dalla sedia "non volevo che lo scoprissi così."
"E tu da quant'è che lo sapevi?" chiese a Bianca. Ci fu un lungo silenzio che preannunciò già la risposta.
"L‟ho scoperto dopo poche settimane," disse Bianca. "ma tua madre non ha mai voluto che te lo dicessi."
"Uscite tutti da casa mia." disse tra i denti Lorenzo. "Uscite tutti. Andatevene." Bianca cercò di abbracciarlo, ma Lorenzo la scansò "Andatevene, ho detto!"
"Adesso stai esagerando, ragazzo." disse Piero.
"Tu hai anche il coraggio di parlare?" Lorenzo non aveva più voce. Elisa si resse alla spalla di Piero e cercò di quietare l'uomo. "E tu, è inutile che ti disperi, tanto non hai mai amato papà, è inutile che fai la vittima e piangi."
"Porta rispetto a tua madre." incalzò Piero.
"Proprio tu mi parli di rispetto?" si avvicinò a Piero e lo sfidò, faccia a faccia.
"Basta!" urlò la madre di Lorenzo. "Tuo padre è morto, te ne rendi conto?" e ricadde sulla sedia continuando a singhiozzare.
Lorenzo si fermò, lasciò che quelle parole ancora una volta fossero pugni nello stomaco. Sentì le viscere contorcersi, si portò una mano alla bocca e corse in bagno. Vomitò, si sciacquò la bocca e guardandosi allo specchio era più pallido del solito. Il suo sguardo, i suoi lineamenti erano diversi. Lorenzo si sentiva diverso. Era il peso del senso di colpa, si sentì responsabile per aver detto quelle parole a suo padre e per la sua morte; in cuor suo ebbe subito la consapevolezza che lentamente, giorno dopo giorno, avrebbe dedicato sempre meno spazio alla musica nella sua vita. Tutti gli anni trascorsi con i Fandango sarebbero diventati dei tristi e malinconici ricordi.
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