Capitolo 1
1.
Ottobre 2011
La tenda blu si mosse. Dalla finestra socchiusa, insieme alla luce fioca del mattino, entrò un soffio di vento nella stanza. Alcuni fogli sulla scrivania di Lorenzo si spostarono, altri erano tenuti fermi dal peso del cellulare e del posacenere stracolmo di cicche di sigarette. Un plettro che era appoggiato sul davanzale interno della finestra cadde delicatamente, come se fosse una piuma, e finì sui boxer neri di Lorenzo che erano vicini al letto. Nell'istante in cui la tenda blu si mosse di nuovo, e la notte scomparve definitivamente, Nina strinse le lenzuola nella sua mano sinistra e trattenne un gemito tra i denti mordendosi le labbra. Piegò la testa all'indietro sul cuscino, la sua fronte era imperlata di sudore, i suoi lunghi capelli biondi sembravano una cascata dorata che precipitava in uno specchio d'acqua bianco, come il materasso. Le lenzuola, stropicciate e umide, si confondevano con la pelle lattea di Lorenzo. Lui risalì baciandole il ventre, Nina spinse con la mano destra la testa di Lorenzo nuovamente tra le sue cosce.
La finestra, ora, era quasi del tutto spalancata. Il vento aumentò, il sole di fine ottobre era freddo e la temperatura all'interno della stanza diminuiva rapidamente. Un brivido risalì lungo la schiena nuda di Lorenzo. Si fermò di colpo percependo quanto fosse salda la presa di Nina sul suo corpo e quanto lei non fosse ancora del tutto appagata in quel momento. Per un breve istante pensò anche di alzarsi dal letto per chiudere la finestra.
"Non fermarti, non adesso." disse Nina, parve leggergli nel pensiero. Gli accarezzò la schiena con un piede. Un altro brivido scosse Lorenzo; questa volta non era il freddo, era l'eccitazione che tornava a scorrere nelle sue vene. Le parole sussurrate di Nina, erano più efficaci che mille morsi sul collo. Lorenzo tornò a baciarle il ventre. Un istante dopo lei premette le sue cosce sul suo viso e il freddo scomparve di colpo.
Lorenzo era inebriato dal sapore di Nina. Il calore del corpo della donna che amava davanti ai suoi occhi. Il freddo insolito per una città come Napoli che entrava nella stanza alle sue spalle. Un contrasto che generò una strana alchimia. Nina aveva smesso di trattenere i gemiti: diventavano sempre più brevi e acuti quanto più si avvicinava all'apice del piacere e muoveva il suo corpo come se fosse uno strumento suonato dalla lingua di Lorenzo. Dentro e fuori. Caldo e freddo.
Il vento continuava a far muovere la tenda blu. La cenere delle cicche di sigarette aveva sporcato alcuni fogli sulla scrivania e lo schermo del cellulare. Altri fogli erano caduti sul pavimento ai piedi del letto, dove, di fianco ai boxer neri e un mucchio di vestiti dei due amanti, c'era la chitarra rosso fuoco di Lorenzo, chiusa nella sua custodia nera. Lorenzo tenne i fianchi di Nina saldi e fermi, poi lentamente fece scivolare una sua mano verso i suoi piccoli seni. La sua mano sfiorò delicatamente i capezzoli turgidi della ragazza, e, quando Lorenzo strinse il seno destro in un pugno, sentì Nina inarcare la sua schiena; vide che riaprì gli occhi in un atto liberatorio, lasciando che le lenzuola avvolgessero il suo corpo sudato. Poi il silenzio. Restavano il respiro accelerato di Nina e le labbra umide di Lorenzo.
Il vento ora soffiava più lentamente, lasciando dietro di sé le tracce della sua presenza.
"Adesso puoi chiudere la finestra." disse Nina. Prima gli passò una mano tra i capelli neri, mentre Lorenzo era ancora appoggiato con la testa sulle sue gambe, poi gli diede uno schiaffetto. Lorenzo indugiava ad alzarsi dal letto.
"Muoviti, muoio di freddo."
Lorenzo sorrise.
"Cos'hai da ridere?" disse Nina.
"Due minuti fa non sembrava che avessi tanto freddo." disse Lorenzo. Le accarezzò l'interno della coscia, segnando la distanza tra due dei tanti nei che costellavano il suo corpo.
"Cretino."
"Scema."
"Ti amo." disse Nina.
Lorenzo, sdraiato con la testa sulle cosce di Nina, guardò dritto davanti a sé. Osservò per alcuni secondi la parete di fronte al letto, ricolma di ricordi e cimeli della sua vita. Poster musicali, plettri e biglietti dei concerti cui aveva assistito negli ultimi dieci anni gli ricordavano che un tempo era un sognatore. Al centro di tutto, una fotografia incorniciata di lui e Samuele che imbracciava una chitarra. Sentì la pace riconquistata con Nina frantumarsi, e, per ovviare a tutti i pensieri bui, s'impose di dedicare quei momenti esclusivamente a lei, a quel ti amo, a quelle due piccole parole che insieme avevano quietato il magma nero della solitudine. Ricoprì di baci il suo corpo. Tracciò un sentiero di baci fino a giungere finalmente alle sue labbra. Aveva bisogno di quelle labbra. Di chiudere gli occhi e poi riaprirli e aspettare che anche Nina riaprisse lentamente i suoi. Per ritrovarsi, per chiudere un cerchio fatto di piacere e amore che poteva trovare il suo punto di fine e partenza nell'unione dei loro occhi.
"Ti amo anch'io." rispose. Sistemò le lenzuola sul corpo di entrambi e abbracciò Nina. Pochi secondi avvinghiati l'uno all'altra sembrarono trasformarsi in eternità, da cui nessuno dei due voleva scappare, ma il calore dei loro corpi non era sufficiente a riscaldare l'intera stanza.
"Allora, non ti è chiaro?" disse Nina indicando la finestra con la testa.
"Ho capito... ho capito." Lorenzo si alzò velocemente dal letto, chiuse la finestra e sistemò la tenda blu. Diede un'occhiata fugace alla confusione che aveva creato il vento. La scrivania era in disordine come sempre, non notò la cenere riversa sulla sua superficie. Il pavimento sembrava uno strano mosaico di vestiti sgualciti e fogli scarabocchiati; parole e cancellature, pensieri impressi su carta e poi eliminati, come a far finta che non gli avessero mai sfiorato la mente. Poi tornò a letto. "Hai freddo, principessa dalla pelle delicata? Se resti con il culetto scoperto poi prendi il raffreddore." la canzonò Lorenzo.
Le lenzuola tornarono ad avvolgere il suo corpo infreddolito. Si strinse ancora a Nina per prendere calore. La sua pelle era ancora rovente.
"Quanto sei simpatico. Non sapevo di essere fidanzata con un comico di Zelig."
"No, ti sbagli. Io sono un filosofo, ricordi? Lo dicesti tu, quel giorno alle poste."
Lorenzo rivide la sottile camicetta floreale che Nina indossava la mattina in cui s'incontrarono per la prima volta.
"Non ti conoscevo ancora. Non potevo immaginare che fossi così scemo. E poi ero ironica." Nina si strinse a Lorenzo, poggiò la testa sul suo esile petto e lasciò che il battito calmo e regolare del cuore del ragazzo si confondesse con il suo.
"Intanto, se non fosse stato per quella frase, forse oggi non saremmo qui, insieme."
"Ogni lacrima è una cascata." disse Nina, facendo riaffiorare dalla sua mente i ricordi di una calda mattina d'inizio agosto dello stesso anno.
Soltanto Nina, un ragazzo moro e pallido di nome Lorenzo che lavorava allo sportello dell'ufficio postale del Vomero, il quartiere in cui abitavano entrambi, e una frase estrapolata da una canzone dei Coldplay. Every teardrop is a waterfall.
"Io non ho smesso di crederci." disse Lorenzo. Il suo tono di voce era cambiato, ora serio.
"Lo so che ci credi." disse Nina, quasi sottovoce.
Conosceva ogni singolo evento che aveva sconvolto la vita di Lorenzo negli ultimi anni. Un campo minato che rischiava continuamente di riesplodere. Eppure lei, con passi cauti e leggeri, era riuscita ad addentrarsi nel suo passato. Lungo il percorso aveva trovato sensi di colpa, rabbia, sfiducia, aveva visto quanta vita era tenuta sotto gabbia, come a far finta che non esistesse. Nina, dopo una semplice frase come ogni lacrima è una cascata, e tutto ciò che essa rappresentava per Lorenzo, sentì che poteva essere la chiave per far tornare a brillare i suoi occhi neri e profondi.
Lorenzo strofinò il suo naso contro i capelli di Nina e inspirò.
"Non voglio neanche immaginare come sarebbero andate le cose se non ci fossimo incontrati."
Il modo in cui Lorenzo pronunciò questa frase, che manifestava quanto Nina fosse il centro della sua vita, era chiaro. Il passato era ancora un fiume in piena di dolore. Guardò nuovamente la parete di fronte al letto. Il suo sorriso, quello di Samuele, l'innocenza e la passione per la musica di due tredicenni cristallizzati in una fotografia erano l'emblema di tutto ciò che Lorenzo era stato e adesso non era più.
Nina si accorse che Lorenzo guardava al suo passato e tornò a punzecchiarlo, per farlo sorridere.
"Te lo dico io come sarebbero andate!" disse Nina, nuovamente con tono ironico. Si sedette al centro del letto, tirò a sé le lenzuola che avvolgevano Lorenzo, lasciandolo nudo. Il freddo non si era ancora completamente dissipato.
"Ehi, ho freddo anch'io." provò a protestare Lorenzo.
"Zitto e ascolta, Lorenzo Forti. Non interrompere."
"Agli ordini, principessa dalla pelle delicata, sentiamo!" disse Lorenzo e portò una mano alla fronte imitando il saluto dei militari.
"A quest'ora eri sveglio e vestito con il tuo completo scuro d'ufficio, uscivi da casa, forse bevevi un caffè al bar di Ciro e andavi a lavoro. Dopo pochi minuti eri già pronto a bestemmiare in silenzio contro il povero vecchietto di turno che faceva mille domande per pagare una semplice bolletta del gas. Poi pranzavi da solo, con una fetta di pizza o un panino... magari facevi una passeggiata al parco della Floridiana, tornavi a lavoro, continuavi a bestemmiare e angosciato iniziavi a guardare l'orologio ogni dieci secondi. Rientravi a casa, controllavi se la porta fosse chiusa a chiave o se tua madre fosse in casa. Se l'avessi incontrata nel corridoio, ti saresti barricato in camera tua e avresti aspettato che fosse andata via. Poi annoiato, avresti suonato un po' la chitarra, visto un film e cenato. Fine della giornata e poi tutto daccapo."
"Guarda che è quello che faccio ogni giorno." osservò Lorenzo. "Ed è veramente triste se racconti la mia giornata in questo modo, sembra la vita di un triste uomo grigio di mezz'età, non di un ventiquattrenne." Lorenzo, mentre ascoltava Nina, non poté fare a meno di pensare a suo padre. Il ripetersi delle stesse azioni dettate dalla quotidianità e dal lavoro era stato il tratto distintivo di Giuliano Forti, suo padre, e Lorenzo non voleva somigliare a lui. Non voleva che i silenzi diventassero il pane quotidiano della sua relazione, non voleva chiudersi in una corazza non mostrando mai i veri sentimenti; non voleva nascondere la verità e vivere in una famiglia che non esisteva.
Eppure Lorenzo lavorava alle Poste come impiegato, e suo padre era stato il direttore della Posta Centrale di Napoli.
"È la verità," continuò Nina "ma ora quando sei allo sportello dell'ufficio postale almeno sorridi e sei sereno pensando che dopo il lavoro c'è la tua insuperabile musa, che sarei io, ad aspettarti."
Nina si passò una mano tra i capelli biondi e imitò l'espressione da pesce lesso che assumono le modelle sulle copertine delle riviste di moda, poi scoppiò in una risata, era divertita.
"Quanto sei scema." disse Lorenzo.
"Ah, io sarei scema? Quindi vuoi negare che la mattina in cui venni all'ufficio postale sembravi un morto."
"Era agosto, Nina. Faceva caldo, ero senza forze."
Lorenzo continuava a tirare le lenzuola a sé, ma sembravano essersi incollate al corpo di Nina.
"E aspetti che ti creda? Eri a pezzi."
Lorenzo smise di tirare le lenzuola, la guardò per un istante. "Quindi sono un pessimo attore, credevo di riuscire a mascherare meglio i miei stati d'animo," fece una pausa, poi continuò "quella mattina stavo una merda. Avevo incontrato mia madre per strada. Posso immaginare da dove venisse. Mi aveva salutato e il suo cazzo di profumo alla lavanda mi si era appiccicato addosso."
Appena pronunciò queste parole, Lorenzo si fece improvvisamente triste.
Nina non voleva che Lorenzo raccontasse ancora una volta il rapporto con sua madre. Non era un problema per lei, ma sapeva che l'intera questione avrebbe riaperto molte altre ferite ancora non cicatrizzate definitivamente.
"Stiamo davvero per parlare ancora di tua madre?" disse Nina con tono pungente.
"Hai ragione. Che vada a farsi fottere," disse Lorenzo, "ha già rovinato troppe cose in questa casa. Non rovinerà anche questa giornata."
Un tempo casa Forti era un luogo siderale dove regnavano silenzi, finti gesti d'affetto e un padre e una madre che non erano mai stati realmente tali. Adesso quell'appartamento di un palazzo in una traversa di Via Luca Giordano al Vomero, era il posto più caldo del mondo per amarsi e per tornare a vivere. Nella stanza di Lorenzo, attraverso la finestra, sarebbe potuto entrare tutto il vento che soffiava su Napoli, la tenda blu avrebbe potuto muoversi e ondeggiare per tutto il tempo necessario. Niente avrebbe mutato la pace e i sorrisi di gioia di Lorenzo.
"Non rovinerà nient'altro nella mia vita." sussurrò Lorenzo, quasi come se fosse un monito per se stesso. Nina lo guardò. Seguì con gli occhi la sottile linea di peli che dall'addome piatto scendeva giù fino al suo pube. La pelle bianca di Lorenzo, il suo fisico smunto, la sua aria tormentata, era ciò che maggiormente eccitava Nina. Allungò un piede verso di lui. Poteva sentire i peli delle sue gambe che si drizzavano, mentre saliva lentamente verso il suo pene.
"Tu mi hai regalato un risveglio bellissimo." disse Nina.
"Adesso, potresti ricambiare." disse Lorenzo, già eccitato.
"Eh, no!" sobbalzò Nina. "Hai detto che l'intera giornata è dedicata a me, che hai chiesto un giorno libero da lavoro solo per starmi accanto. Quindi tu dovrai fare penitenza." Il suo piede carezzava delicatamente l'interno della coscia e la base del pene di Lorenzo.
"Vuoi proprio farmi morire." Lorenzo deglutì.
"Esatto." disse Nina con aria di sfida.
"Adesso, ti faccio vedere io." Lorenzo spostò il piede, le afferrò le spalle e iniziò a solleticarle le ascelle. Nina allentò la presa e le lenzuola si aprirono, mostrando agli occhi di Lorenzo nuovamente l'invitante corpo della ragazza.
Davanti a lei, era pronto a perdersi nuovamente tra le sue cosce. Nina prese la mano di Lorenzo, la strinse nella sua e la avvicinò a sé, sui suoi fianchi. Aveva ancora voglia dei suoi baci pieni di passione. Nessun rumore, nessun gemito, soltanto la frenesia di due lingue che s'incontrano come se fosse la prima volta.
Nina era sdraiata, le lenzuola sotto di lei erano ancora più sgualcite di prima.
L'intensità del loro bacio, e il preludio del piacere, fu interrotta dal suono del cellulare sulla scrivania.
"Merda, ho dimenticato di disattivare la sveglia per andare a lavoro." sbuffò Lorenzo. Si sedette di nuovo al centro del letto e vide sparire velocemente la sua erezione. Si alzò e afferrò il cellulare soffiando via la cenere dallo schermo.
"Ma che cazzo, la cenere è ovunque." Lorenzo mise fine al suono della sveglia e silenziò la suoneria del cellulare. Nessun altro avrebbe disturbato la loro pausa dal mondo.
"Sembra che sia passato un ciclone in questa stanza." Prese i fogli dalla scrivania, aprì la finestra e soffiò via la cenere. Richiuse velocemente. Quei fogli, colmi di cancellature e appunti indecifrabili, erano più importanti che qualsiasi altro desiderio fisico. Erano parte della sua rinascita. Lorenzo non poteva fare a meno di scrivere canzoni, era riuscito a tirar fuori parte del suo dolore sotto forma di note e parole.
Si piegò per raccogliere gli altri fogli caduti sul pavimento.
"Aspetta, ti aiuto." Nina, ancora avvolta dalle lenzuola, si alzò dal letto e prese a raccogliere i fogli. Si bloccò subito; leggendo il titolo di una canzone tornò indietro con la mente a uno dei primi appuntamenti con Lorenzo.
Piove il sole dentro me, e le s'inumidirono gli occhi.
"L'ho scritta pensando a noi, a quella notte, a tutto quello che ci siamo detti." disse Lorenzo.
"È bellissima." Nina era disarmata dalla semplicità di quelle parole. Lorenzo aveva catturato l'atmosfera di una notte trascorsa insieme su una spiaggia, al freddo delle stelle, con il mare che scandiva il ritmo della loro conversazione, con solo una coperta a sigillare la loro conoscenza, con una frase come piove il sole dentro me che era il simbolo di una riconquista. Lorenzo, senza remore aveva aperto il suo cuore. Nina era la scintilla che aveva ricercato per tutta la vita.
"Non dimenticherò mai quella notte." disse Lorenzo.
Aveva sistemato tutti i fogli nuovamente sulla scrivania e aveva accesso una sigaretta.
"Non dimenticherò mai il raffreddore che presi." Nina non riusciva a non essere ironica, mascherava la sua emozione nell'aver scoperto di essere diventata parte di una canzone con battutine e sorrisi.
"Vedi che sei la principessa dalla pelle delicata? Trascorri una notte all'aperto e ti lamenti."
"Non mi sto lamentando." Nina si avvicinò, gli tolse la sigaretta da mano e la poggiò nel posacenere. "Ringrazio quella notte, mi ha permesso di capire quanto tu sia speciale."
Lorenzo non riusciva a staccare i suoi occhi da quelli di Nina. Una calamita che annullava spazio e tempo. Avrebbero potuto trascorrere l'intera giornata a esplorare il loro amore attraverso lo sguardo, senza accorgersi del trascorrere delle ore.
"Ora faresti meglio a vestirti" disse Nina "il freddo non aiuta, il tuo coso è diventato microscopico." Sorrise maliziosamente, prese la sigaretta dal posacenere e fece anche lei un tiro. Uno sbuffo di fumo uscì dalle sue labbra.
"Ti è sempre piaciuto il mio coso." replicò Lorenzo.
"Sì, ma oggi per te è penitenza." disse Nina. Si avvicinò alla scrivania sfiorando un braccio di Lorenzo con il suo seno e spense la sigaretta nel posacenere.
"Quanto ti odio" disse Lorenzo.
"Io invece mi diverto a vederti soffrire. Adesso, dato che sei in mio potere, vai in cucina e prepara un bel caffè, e ringrazia che non ti chieda di andare a prendere anche una sfogliatella al bar di Ciro."
"Agli ordini!" disse Lorenzo imitando nuovamente il saluto dei militari, questa volta coprendo le sue parti intime con una mano. Raccolse dal pavimento la maglia dei Muse, che aveva comprato con Samuele a Milano dopo il concerto del tour di The Resistance, e i boxer neri che erano ai piedi del letto.
Il plettro che era caduto dal davanzale della finestra, finì sul pavimento. Mentre Lorenzo infilava i boxer, Nina lo vide.
"Nascondi i plettri nelle mutande?" disse raccogliendolo dal pavimento. "Cos'è un kit d'emergenza in caso dovessi suonare all'improvviso?"
"Il plettro dei Placebo! Cosa ci fa qui?" disse lui lentamente. Uno degli oggetti che rappresentava la sua vita da sognatore, era finito distrattamente sul pavimento, come se non avesse valore, come se fosse pronto a perdersi, portando con sé gli ultimi dieci anni della vita di Lorenzo.
"Forse è stato il vento." disse Nina.
"Questo plettro l'ha lanciato Brian Molko durante un loro concerto... io riuscii a prenderlo. Ero in prima fila. Forse dovrei conservarlo in qualche cassetto e non lasciarlo sempre in giro."
"Non me ne hai mai parlato." disse Nina. Entrambi si accorsero che avevano ancora molte cose da scoprire l'uno dall'altra.
"È stato un bel po' di anni fa. È stata la mia prima fuga da Napoli senza dire nulla ai genitori. Andammo a Roma." Lorenzo abbozzò un sorriso. Nina tornò a sedersi a letto stringendosi alle lenzuola, aveva voglia di ascoltare quella storia, quel viaggio, quel ricordo così importante per l'uomo che amava. "Con chi andasti al concerto?"
"Con Samuele, Daniele e Luciano, avevamo così tanta erba che se ci avessero beccato, a quest'ora eravamo tutti in galera."
"I Fandango al completo. Suonavate già insieme, quindi." osservò Nina.
"Già, avevamo da poco fatto il nostro primo live, avevamo suonato al Key Club. Non puoi immaginare che ansia da prestazione."
Lorenzo ricordava tutte le sere in cui, da ragazzino, aveva guardato speranzoso il piccolo palco del locale. Soltanto due dita di rialzo davano la parvenza di essere in una posizione sopraelevata rispetto al pubblico. Lorenzo immaginava di dominare il palco del Key Club, di renderlo il suo mezzo di trasporto verso la folla che lo acclamava, per un bis. Samuele sempre al suo fianco. Due chitarre al suono della stessa vita. Il ritmo e la malinconia. La rabbia e la meditazione. Poi aveva fatto il suo debutto nel mondo della musica dal vivo proprio lì.
"Sì, me l'hai detto. Mi dicesti anche quella sera in scaletta avevate Bring me to life degli Evanescence, e..." Nina esitò prima di continuare "è lì che hai conosciuto Bianca per la prima volta."
Tutta l'ironia e la voglia di scherzare di Nina sparivano quando parlava di Bianca. Era una presenza così misteriosa del passato di Lorenzo che aveva paura a chiedere dettagli sulla loro relazione. Nina sapeva perfettamente com'era andata a finire tra loro due, ma le mancavano tanti particolari, che, in fondo, preferiva non sapere. La sua curiosità impedì che trattenesse un pensiero per sé.
"C'era anche lei al concerto dei Placebo?" chiese.
"No!" Lorenzo non aggiunse altro.
"Scusami, Lorenzo. Non volevo parlare di lei. È solo che il tuo passato, i tuoi amici, la tua famiglia, lei, è tutto così concatenato che non so mai cosa posso chiederti e di cosa è meglio tacere."
"Lo capisci che io ti amo, vero?" chiese Lorenzo. Non aspettò alcuna risposta. "Non devi avere timore di niente. Possiamo parlare di Bianca, di mio padre, di mia madre, dei Fandango, ogni volta che vuoi. Ma non oggi."
Lorenzo si avvicinò al letto e le spostò i capelli dal collo, pronto a darle un bacio. "Ho promesso che oggi sarà una giornata dedicata solo a noi. Tutto il resto non deve neanche sfiorarci la mente." La baciò, e vide la comprensione negli occhi di Nina.
"Non crederai che mi sia passata la voglia di caffè?" disse Nina.
"Nossignora!" Lorenzo fece finta di marciare sul posto. Un perfetto fidanzato che esaudisce ogni desiderio della sua amata.
"Ricorda, due cucchiaini di zucchero e girare poco. Io ti aspetto qui, a letto." disse Nina.
"Lo so, lo so." gridò Lorenzo, già uscito dalla stanza.
Questo era il centro della vita di Lorenzo. Il resto era nulla. Nina, e niente più.
Lorenzo aveva capito che poteva tornare a fidarsi di qualcuno, e quel qualcuno era proprio lei. Nina, in pochi mesi, era diventata la salvezza per Lorenzo, un giovane uomo che aveva sognato con occhi spalancati per tutta la vita e poi aveva deciso di essere cieco per evitare che anche un briciolo di meraviglia lo raggiungesse.
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