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Cose da femmine

Finalmente le lezioni mattutine sono finite. Non so perché, ma oggi mi sono sembrate decisamente più dure del solito da seguire. Forse è dovuto alla mia scarsa concentrazione e voglia di fare di questo periodo. Davvero, odio essere donna in certi momenti.

Esco dall'aula quasi con gioia, sospirando. Come se fino a poco prima, in classe, soffocassi e nel corridoio, invece ci fosse aria pura.
La sensazione di libertà, però, dura davvero poco, perché neanche venti secondi dopo che sono uscita ecco che Miss "sono la più bella" arriva a rompermi le scatole.
«Guarda un po' chi c'è! Capiti proprio al momento giusto! Stiamo andando fuori a pranzo, ma Charlotte ha dimenticato i soldi a casa.» dice con quella sua vocetta irritante.

«E allora?» domando io, non capendo dove vuole andare a parare.
Forse in un altro momento, o in un altro giorno, avrei capito al volo le sue intenzioni, ma oggi sono troppo stanca persino per fare due più due.
«Beh, sono sicura che, gentile come sei, ci aiuterai a risolvere questo piccolo inconveniente, dandoci tu i soldi per il pranzo.» spiega meglio lei, scostandosi i capelli biondi con un deciso gesto della mano.
Alzo le sopracciglia, completamente sconvolta. Ha scelto proprio il giorno sbagliato per fare la prepotente con me.
​​«Non ci penso proprio. Te lo scordi che ti dia soldi.» protesto, stringendo la cinghia della tracolla e superandole, pronta a dirigermi verso il mio armadietto.

«Pensi davvero che ci interessi il tuo parere?» mi provoca lei, proprio quando le sono di fianco.
​Con una manata mi spintona e viste le mie scarse energie, cado a terra come una pera cotta, accorgendomi solo in quel momento di avere la tracolla aperta, che sbattendo contro il pavimento, assieme al mio fondoschiena, fa scivolare fuori la macchina fotografica e il borsellino.

«Oh, cos'abbiamo qui?» domanda una delle due ancelle, quella con i tratti orientali, allungando una mano verso il mio portafoglio e afferrandolo.
«Ehi!» cerco di protestare io, rimettendo a posto la mia Polaroid, controllando che non ci sia nessun danno, anche perché se no gliel'avrei fatta pagare con gli interessi.
Lei però non mi calcola di striscio e passa ciò che mi ha rubato alla bionda, che con tutta la disinvoltura che può avere una persona innocente, lo apre e ne estrae dieci euro.
​«Ecco questi sono perfetti, grazie!» dice, lanciandosi alle spalle il mio borsellino e allontanassi con i miei soldi.

Sento la rabbia furiosa ribollirmi in corpo. Vorrei saltarle alla gola e azzannarla per quanto sono incazzata, ma qualcosa, forse la stanchezza, forse quel briciolo di buon senso che mi è rimasto, m'impedisce di farlo.
​Raccolgo il borsello, infilandolo nuovamente nella borsa e con passo pesante mi dirigo verso l'armadietto, ho seriamente bisogno di andarmi a cambiare, dopodiché credo che mangerò un'insalata e mi butterò su una panchina del cortile fino alle lezioni pomeridiane.


Almeno questa è stata la mia intenzione iniziale.
Eppure, nonostante il mio fisico sia stanco e distrutto, la mia mente è rabbiosa e furente. Praticamente per tutto il pranzo non ho pensato ad altro che fargliela pagare in qualche modo. Non voglio certo spingermi al loro infimo livello, ma perlomeno voglio una piccola e succulenta vendetta. Giusto per far capire loro che non sono come Ken e che non mi si può prendere in giro in questo modo. In fin dei conti era una cosa che facevo anche al vecchio liceo con chi mi infastidiva.
​Esco dalla mensa con questa idea malsana in testa su cui sto ancora rimuginando, quando nel corridoio incrocio il fratello dell'arpia. Ancora mi domando come fanno ad essere anche solo parenti.

«Vanille, che succede? Hai una faccia.» mi dice e per un attimo rimango incantata da quel suo sguardo apprensivo.
Sospiro, non so mai se parlargliene. Insomma mi pare brutto parlare male di Ambra proprio a lui. 

La mia lingua però, è stata più veloce della mia mente, perché non ho nemmeno il tempo di cercare parole giuste, che già mi lamento con lui.
​«A quanto pare questa volta sono stata io la vittima di tua sorella! Nemmeno mezz'ora fa mi ha rubato i soldi.» dico con uno sbuffo, mordendomi poi il labbro, rendendomi conto di essere stata troppo avventata.

Lo vedo sgranare gli occhi, completamente sconvolto, come se non si fosse aspettato quella mia affermazione, come se per lui la sorella fosse la persona più dolce e gentile al mondo. Insomma è possibile che non si rendesse conto che sua sorella fosse una vipera? O lei è davvero così furba e brava da fingere davanti al fratello e agli altri familiari?
«Sei seria?» mi domanda, come se fossi io la pazza che stava mentendo.
​«Mai stata più seria. Dovresti fare qualcosa, sai?» 

Lui sospirò, passandosi una mano tra i capelli, esasperato. No, non era come credevo, conosceva bene sua sorella, forse semplicemente non se l'aspettava.
​«Accidenti, mi dispiace... Devo ammettere che ultimamente è insopportabile anche a casa. Comunque, posso rimborsarti i soldi... Quanto ti ha preso?» mi domanda con fare gentile, mettendo già la mano sulla tasca posteriore dei suoi jeans.

«Non è per i soldi. - dico per poi mordermi il labbro - Senti, è tua sorella no? Non potresti parlarci e convincerla a lasciarmi in pace?» domando.
Insomma, forse è meglio tentare un approccio più pacato, prima di gridare vendetta.
«Insisto, prendi almeno cinque euro!» dice lui, estraendo dal portafoglio una banconota e porgendomela.
La afferro con un po' di riluttanza, mi dispiace sul serio che sia Nathaniel quello che deve pagare per le cavolate della sorella. Chissà se anche a casa loro è così.
​«Comunque proverò a parlarle, ma non sono sicuro che mi ascolterà...»

Rinfila il portafoglio nella tasca, mentre si passa l'altra mano dietro la nuca, evidentemente nervoso e dispiaciuto di quella situazione.
«Grazie. - rispondo - Ora scusa ma devo andare.»
Da un lato avrei voglia di stare ancora un po' con lui, di godermi ancora un po' della sua compagnia. Dall'altro però stare lì, in piedi, in mezzo al corridoio, con i crampi alla pancia, non fa proprio per me. Ho bisogno di relax, almeno per qualche minuto.
«Certo, a dopo Vanille.» mi sorride gentilmente lui.
​«A dopo.»


Quando arrivo alla panchina del cortile è vuota, e quasi tiro un sospiro di sollievo, accasciandomi su di essa e chiudendo gli occhi, per godermi al meglio il venticello che c'è oggi.
​All'improvviso però qualcosa comincia a pizzicarmi il naso. Un odore fastidioso e pungente. Apro la bocca e tossisco un po', rialzando le palpebre e vedendo cosa mi sta dando così fastidio.

Di fianco a me c'è Castiel, con una delle sue maledette sigarette a cui, ovviamente, in questo mio periodo, sono più sensibile.
​Gli lancio un occhiata di fuoco, nel tentativo di fargli capire che mi ha infastidito, anche se il colpo di tosse doveva essere già un chiaro segno.

«Che c'è?» domanda lui, alzando il sopracciglio fiammeggiante.
Senza emettere un fiato indico il cilindro che tiene tra le dita.
​Lui, per tutta risposta, alza le spalle noncurante.

«E da quando le mie sigarette ti danno fastidio?» fa, con un altra domanda.
​Sospiro, trattenendomi dall'urlagli addosso tutta la mia rabbia e la mia frustrazione.

«Senti Castiel, non è giornata, okay?» gli dico, cercando di mettermi più comoda sulla panchina.
Lui fa un'altro tiro, per poi pormi l'ennesima domanda.
«Come mai stamattina facevi da guida turistica al prof? Insomma perché te ne sei occupata tu?»
«Non lo so. A quanto pare capita sempre a me di occuparmi di cose del genere.» sbuffo.
​Lui ghigna, quasi pronto a scoppiare a ridere, ma il mio sguardo omicida lo blocca all'istante.

«Credo dipenda dalla tua faccia gentile, perciò se ne approfittano.» dice lui.
Quella sua frase, improvvisamente mi ricorda ciò che mi ha detto Ambra prima di pranzo e il nervoso torna prepotente.
«Già, forse dovrei comportarmi più da stronza!» dico portandomi le dita alle tempie e massaggiandomele.
​Quanto vorrei che questa mattina avessi deciso di rimanere a casa.

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