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La grandezza di Roma

Era un giorno qualunque nell'antica Roma. Uno di quei giorni caldi ed estivi in cui il sole splende e il vociare della gente per le strade ti mette allegria.

Sarebbe stato bello per Antiochas se anche lui si fosse sentito come tutti gli altri, se avesse potuto passeggiare per le strade sterrate e acciottolate di Roma senza delle catene ai piedi o magari senza la paura di poter perdere la vita da un momento all'altro.

Antiochas era un gladiatore, un prigioniero di guerra ben messo in fisico che dopo essere stato catturato dall'esercito romano era stato venduto al mercato, a un ottimo prezzo, in qualità di combattente. L'unico scopo era quello di soddisfare la plebe romana e qualche spensierato aristocratico combattendo negli spettacoli circensi che l'imperatore Vespasiano aveva indetto nel suo Colosseo.

E così, la vita di Antiochas era ogni giorno appesa a un filo, il filo che le Moire, troppo pietose o forse troppo funeste, tenevano ben teso in attesa di reciderlo da un momento all'altro.

Antiochas era un abile generale. Un tempo il suo esercito era rinomato in tutta la sua regione, finanche il suo nome, Efesio. Perché era così che si chiamava quando faceva una vita da comune cittadino romano con famiglia, e lavoro retribuito.

Era giovane, sì, ma il destino non era stato generoso con lui. Avrebbe preferito morire con onore in battaglia piuttosto che essere reso schiavo e veder perire ogni giorno decine di uomini sotto i colpi ben calibrati e potenti della sua spada.

"Antiochas!".

Il ragazzo alzò gli occhi per vedere chi lo stesse chiamando. Il suo padrone, Aurelio, era entrato in cella entusiasta.

"questa volta è il tuo turno...", sorrise, "combatti bene, ammazzali tutti e fai fare una figura decorosa al vecchio Aurelio. Oggi tra gli spalti dei ricconi ci sarà un'ospite d'onore".

Antiochas annuì, senza neanche chiedere di chi si trattasse. Era ogni giorno la stessa storia, il padrone arrivava, lo trattava sempre bene perché era la sua pedina più forte, ma alla fine la sua unica richiesta era quella di far stroncare vite al suo schiavo.

Aurelio ordinava e Antiochas eseguiva senza batter ciglio. L'unica alternativa erano le frustate, se solo avesse rifiutato.

"Su, va a prepararti ragazzo!", lo sospinse Aurelio.

Il gladiatore raccolse la sua rozza spada e senza dire neanche una parola si levò dal suo scarno giaciglio salutando i suoi compagni di cella con un cenno del capo.

Chissà con chi avrebbe dovuto scontrarsi quel giorno. Qualche belva feroce? Altri uomini senza speranza e senza colpa come lui? Padri di figli o mariti? Fratelli?

Ignorò quei pensieri e raccolse un pugno di sabbia da terra, aveva bisogno che le sue mani non fossero sudate se voleva avere più semplici i movimenti con la spada, poi si incamminò per i corridoi bui e tutti uguali. La mente vuota e leggermente stordita. L'unico pensiero che ogni tanto gli balenava nella mente era uno: "uccidi o verrai ucciso" e così raggiunse le uscite per l'arena.

Rumori di catene, vociare di uomini, altri compagni al suo fianco coi quali si sarebbe trovato dinanzi all'ignoto.

Le grandi porte si spalancarono e il gruppo di gladiatori si riversò nell'arena.

Antiochas era in testa, alla guida del gruppo. "Ave Cesare, morituri te salutant", urlarono fissando l'imperatore agli spalti più vicini. E fu in quel momento che Antiochas la vide.

Era seduta accanto alla sposa dell'imperatore e guardava dritto davanti a sé. Era bella, coi suoi cappelli corvini e gli occhi scuri. Il suo sguardo sembrava essere di pura compassione, appariva triste, o forse lo era per la frase che aveva appena sentito pronunciare loro.

Quando l'imperatore diede il segnale per l'inizio dei giochi fu l'inferno, e l'unico scopo di Antiochas fu quello di restare vivo, almeno per un altro giorno, almeno per potere rivedere la luce della luna, quella notte... per poter riempire i polmoni d'aria fresca con la rassicurazione di avere superato anche quella battaglia a cui la vita lo sottoponeva.

Quando aveva paura di morire, stroncare vite umane diventava addirittura più facile.

Molti dei suoi compagni perirono nell'ardua impresa quando furono sottoposti alla furia di leoni maltrattati e affamati. E subito dopo si spalancarono le porte lasciando entrare un altro gruppo di gladiatori avversari.

Ogni tanto gli occhi di Antiochas vagavano sugli spalti. Lei era ancora là, immobile, col fiato sospeso e la paura negli occhi. Chissà chi era, come si chiamava...

E proprio quando lo scontro cruento e sanguinoso stava per terminare qualcuno lo colpì alla coscia.
Antiochas urlò accasciandosi a terra. La vista gli si appannò e lo scontro terminò con la vittoria dei suoi compagni sull'altro gruppo di gladiatori. Restava solo Antiochas ferito. Il suo destino era appeso al filo della volontà dell'imperatore.

Pollice in alto? Pollice in basso?

Il pubblico urlava chiedendo la grazia. Incitava l'imperatore a premiare la forza e il valore di Antiochas. Ripeteva con un boato il suo nome. E l'imperatore guardò la donna che sedeva accanto alla sua sposa.

Probabilmente stava accordando all'ospite la decisione.

Antiochas non si rese conto di come andò a finire, la vista non lo aiutava a capire, e molto presto perse i sensi, il suo destino lo avrebbe scoperto dopo.

Quando Antiochas riaprì gli occhi si ritrovò nella sua cella, coi suoi compagni. Qualcuno gli aveva fasciato la ferita dopo avergliela ripulita e lo aveva adagiato malamente sul suo giaciglio.

Tentò di alzarsi ma la forza delle gambe non glielo permetteva.

Gemette e ricadde su se stesso. Le porte inferriate della cella si aprirono lasciando entrare qualcuno.

Un uomo dal volto stanco e segnato, una guardia, intuì il ragazzo, lo prese di forza trascinandolo con sé.

"Qualcuno ti aspetta", grugnì l'uomo conducendolo a passo lento verso l'ingresso di una cella vuota.

"Resta qui", gli disse a mo' d'ordine. Richiuse la cella e si allontanò senza aggiungere altro.

Antiochas si sedette sulla panca addossata alla parete. Si ritrovò a pensare che anche quel giorno l'aveva fatta franca.

Poteva ancora dire con orgoglio di avere la facoltà di respirare. Il suo cuore batteva ancora. Dunque l'imperatore gli aveva accordato la grazia.

Ma era stata davvero una cosa così positiva? In fondo quello non era che il prolungamento di una lenta agonia. Non era morto quel giorno, ma non avrebbe resistito in eterno, chi voleva imbrogliare?

Il suo flusso di pensieri venne interrotto da un rumore di ferraglia.

Antiochas si stupì di vedere entrare nella cella una donna. E guardandola meglio comprese che si trattava della giovane che aveva intravisto quella mattina sugli spalti.

Intuendo la sua natura nobile Antiochas si inchinò davanti all'esile figura incappucciata e fece una profonda riverenza.

"No, vi prego, sollevatevi". Lo invitò la donna.

"Con chi ho l'onore di conversare?" chiese Antiochas risollevando a fatica le ginocchia.

La ragazza accennò un sorriso. "Sono Afrodisia, principessa della Tessaglia, sono ospite dell'imperatore". Si presentò.

Una principessa greca, dunque.

"Ti ho visto combattere, oggi, gladiatore. Qual è il tuo nome?", chiese la ragazza con un tono autoritario.

"Sono Efesio di Zankle, ma mi chiamano Antiochas".

"Antiochas", gli fece eco la principessa guardandolo con tenerezza.

Il ragazzo annuì, poi rimase in silenzio chiedendosi cosa potesse volere da lui, umile schiavo, una principessa Greca.

Afrodisia si guardò intorno, poi tornò a fissarlo negli occhi e disse: "Ho chiesto all'imperatore di accordarmi una visita qui. Lui non ha saputo dirmi di no, ma... ho intenzione di comprarti Antiochas e se ne sarai degno, di renderti libero".

Antiochas sbarrò gli occhi dalla sorpresa gettandosi ai piedi della principessa.
"Alzati, gladiatore, non ringraziarmi... ringrazia Ares, piuttosto. Il dio della guerra oggi è stato molto clemente nei tuoi confronti".

Il giovane gladiatore era entusiasta di quello che aveva appena udito. "Farei qualunque cosa per porre fine a questa misera vita".

"Chi è il tuo padrone?", chiese Afrodisia dolcemente.
"Aurelio Lucio Dione", rispose in fretta Antiochas.

La principessa sorrise. "E sia, domani chiederò il tuo riscatto".

Antiochas sorrise alla giovane donna. Non c'erano parole per ringraziarla, né c'era una logica spiegazione per cui ad Afrodisia stesse tanto a cuore la vita di uno schiavo pezzente.

La ragazza stava per voltargli le spalle e uscire dalla cella quando Antiochas la bloccò improvvisamente per un braccio.

A quel gesto Afrodisia mosse sull'attenti, negli occhi le si leggevano timore e curiosità insieme.

"Perché fai tutto questo?", chiese soltanto il gladiatore dimenticandosi di rivolgerle la parola con rispetto.

"Perché sono una principessa, e posso". Concluse lei lasciandolo perplesso. E detto ciò aprì la cella e si richiuse la grata alle spalle.

Per quella notte nessuno andò a riprendere Antiochas là dove si trovava, così il gladiatore si accomodò alla bell'e meglio sulla panca di pietra.

Si ritrovò a pensare alla sua vita fuori dai giochi circensi, quando era soltanto un giovane sparuto con l'idea di primeggiare tra gli altri generali. La guerra era la sua vita, non si era preso cura d'altro se non di quello. La spada era la sua unica compagna, la strategia i suoi unici pensieri. Non c'era stato spazio per i sentimenti e per l'amore nella sua vita. Ma poi, quando aveva veramente toccato con mano il destino della fine, Antiochas si era ricreduto. Perché essere gladiatore non è come essere in battaglia. Da gladiatore il tuo destino è segnato, da soldato, se tutto va bene, potrai essere congedato e passare in vecchiaia i tuoi giorni. Non c'è un congedo nella vita del gladiatore. La morte, o prima o dopo, bussa alla tua porta senza preavviso, e non può esserci alcuna speranza che non sia così.

Ed ecco che in quella vita i suoi unici pensieri avevano assunto sembianze diverse. Non era più la spada la sua unica compagna, ma il rimpianto di aver vissuto una breve vita esclusivamente legata ad essa.

Afrodisia gli aveva insegnato delle altre cose essenziali. La pietà, e la speranza di crederci ancora. Gli aveva insegnato la dolcezza e la bontà d'animo. Gli aveva insegnato che uscito di lì, se davvero ci fosse riuscito, avrebbe avuto altre priorità, piuttosto che la guerra.

E con questi pensieri Antiochas si addormentò.

Il giorno dopo Afrodisia non tardò ad arrivare, accompagnata da un soldato entrò in cella e lo invitò a seguirla.

"Mi sei costato caro, gladiatore", scherzò la principessa divertita.

Antiochas si accigliò. "Siete riuscita veramente ad acquistarmi? Ero uno dei preferiti di Aurelio".

"Lo so bene" disse Afrodisia aggiustandosi la veste e camminando a passo svelto.
"Dove mi porterete, adesso, principessa?".

Afrodisia sorrise. "A Zankle, gladiatore".

Antiochas rimase sorpreso, un tuffo al cuore gli fece capire quale immensa gratitudine provasse per quell'essere divino che gli camminava davanti.

"Chi vi ha mandata, principessa? Perché mi riportate a Zankle?", chiese Antiochas affrettando il passo e affiancandola.

"Non ti basta tornare ad essere libero? Perché ti ostini a chiedermi per quale motivo io ti stia aiutando? Chi ti dice che io lo sappia?", concluse Afrodisia con una strana inclinazione nella voce.

"È che... non capita tutti i giorni che...".

Afrodisia lo zittì con un gesto imperioso della mano. Erano giunti all'uscita della prigioni. Va con questi servi. Ti aiuteranno a ripulirti, dopodiché intraprenderemo il viaggio".

E così fu. Era pomeriggio quando Antiochas, ripulito, e con abiti nuovi si ritrovava in viaggio verso casa. Il lungo viaggio durò molti giorni, e durante quelle ore trascorse con la principessa Antiochas aveva imparato a comprendere cosa significasse soffermarsi per un attimo della vita, e dedicare il proprio tempo a parlare, a conoscere gli usi di altri popoli, ad ascoltare le parole di Afrodisia. Tanto colta e sapiente, quanto nobile e bella.

Fu l'ultimo giorno di viaggio che Antiochas si accorse di un cambiamento nel volto della principessa.

"Cosa volete che faccia...", chiese Antiochas "perché voi possiate rendermi libero?".

Afrodisia rise. "Non è poi così difficile da capire".

Il gladiatore non capì. "Non ho nulla da darvi in cambio, principessa, non qui".

La principessa rimase in silenzio, poi dopo averci pensato un po' rispose mormorando: "Mnèma Kài Filòtes".

Antiochas non capì.

Afordisia guardò i suoi occhi perplessi e sorrise divertita. "Ricordo e affetto", spiegò.

Ad Antiochas parve davvero strana come risposta.

"Quando arriverò a casa, potrò darvi tutto l'oro che possiedo", si affrettò a dire. "Nulla è abbastanza per ricambiare il pagamento di una vita salvata, il vostro gesto è stato davvero grande".

Afrodisia scosse la testa. "Mimnèskeis kài fìleis me, tàuta mònon".

Il gladiatore si chiese se si stesse divertendo a prenderlo in giro.

"Ricordatemi e vogliatemi bene, solo questo", chiarì Afrodisia con distacco. "Può bastare".

"Ma non sarebbe un pagamento equo", protestò il giovane gladiatore guardando fuori dalla carrozza.

Poteva riconoscere la sua terra, le immense distese di grano, le stradine sterrate e le case di campagna circostanti. Il mare che avevano appena attraversato.

"Questo lo dite voi, Antiochas, che non avete mai saputo guardare oltre".

Il gladiatore guardò per un attimo il volto bello della principessa, incoronato da lisci capelli corvini. Come pozzi profondi i suoi occhi eloquenti sembravano rivelargli un'immensa verità.

"La vita è qualcosa di più grande del denaro. L'essenziale è invisibile agli occhi, e se voi mi ricorderete e mi vorrete bene, la vostra gratitudine non avrà il prezzo di una montagna d'oro".

Negli occhi giovani della principessa Antiochas lesse una grandissima lezione di vita.

Si chiese se non fossero stati davvero gli dei a mandarla.

"Ecco le porte di Zankle, Efesio". Afrodisia lo richiamò alla realtà guardando fuori dalla finestra.

"Siete libero, valoroso gladiatore".

Antiochas sorrise, poiché dopo anni aveva la possibilità di tornare a casa. Afrodisia gli aveva fatto dono di qualcosa di veramente immenso.

"Va gladiatore, e ricorda: Mnèma kai filòtes".

La porta della carrozza si aprì, la principessa depose un bacio sulla fronte di Antiochas e gli porse un piccolo sacchetto che conteneva delle monete d'oro.

"Grazie, principessa", mormorò Antiochas stringendola in un abbraccio.

Afrodisia ricambiò. "A te gladiatore, perché senza te, non avrei scoperto chi sono". E con un ultimo sorriso enigmatico richiuse la porta della carrozza e diede l'ordine al cocchiere di ripartire.

Antiochas sollevò una mano in segno di saluto. "Buon viaggio, principessa", sussurrò al vento.

Quel giorno aveva imparato qualcosa di più del profumo di libertà.

Mnèma kai filòtes. La memoria e l'affetto. Cose che non si trovano nella vita di tutti i giorni, se non le si cercano. Cose in cui ci si può imbattere da un momento all'altro e che possono cambiarti la vita.

Antiochas era tornato a casa, ed era un altro uomo.

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