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Capitolo 6

Conan's POV

Non sapevo che ore erano, fatto sta che mi svegliarono delle urla. Alzai subito il busto, scoprendo la loro fonte, ovvero Ai. Più che urla erano bestemmie. Bestemmie molto... ehm... pesanti, oserei dire. Mi avvicinai subito a lei chiamandola: 

-Ai! Ai svegliati! E' solo un incubo, e smettila di imprecare! Il bambino che è in me è traumatizzato!-

Lei aprì gli occhi di scatto e solo allora notai che era imperlata di sudore, aveva gli occhi lucidi e un respiro affannoso. Poi si accorse di me, e mi guardò negli occhi. Dopo pochi istanti abbassò lo sguardo e mi sussurrò con voce impercettibile:

-Grazie-

Non capivo il perché del suo ringraziamento, ma immaginai che l'avesse fatto per averla svegliata. Quindi farfugliai un:

-Di niente-

Guardai l'ora sul cellulare, accecandomi, e notai che era solo l'una di notte. Mi ricordai il perchè avevo dormito dal dottor Agasa e decisi che forse era il momento giusto per chiederle di continuare la sua "storia"; dopotutto, credevo che le avrebbe fatto bene parlare con qualcuno.

Ma non riuscii nemmeno ad aprire bocca, che lei mi precedette:

-So a cosa stai pensando, va bene. E' normale che tu voglia raccogliere informazioni per poter mettere dietro le sbarre l'Organizzazione, quindi credo di doverti accontentare; continuerò da dove ho interrotto la settimana scorsa.-

Restai a bocca aperta, mai mi sarei aspettato che lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà; anche se in un certo senso, glielo avevo chiesto io, ma dettagli.

Quindi aspettai che continuasse.

-Allora... ti stavo dicendo che io lavoravo per l'Organizzazione. Sono io che ho creato l'aptx4869, e so anche che ho causato centinaia di morti- continuò guardandomi.

Mi sentii un po in colpa, perchè sapevo di averla ferita dicendo che era stata la causa, seppur indiretta, di innumerevoli morti; ma comunque non la interruppi:

-Quindi ho chiesto di lasciare l'Organizzazione, ma, come ben sai, questa richiesta è pari a chiedere di essere uccisi; infatti mi rinchiusero in una stanza, ammanettandomi per non permettermi di fuggire, mentre nel frattempo decidevano cosa ne sarebbe stato di me. Non so neanche io per quale strano e assurdo motivo, ma trovai nella tasca del camice che indossavo, una pillola di apotoxina. Decisi di prenderla, ben sapendo che avevo solo due vie di uscita se l'avessi ingerita: o sarei morta, cosa che in realtà mi andava più che bene, visto che non avevo, e non ho tutt'ora, nessun motivo per continuare a vivere; oppure mi sarei rimpicciolita. Come puoi ben vedere, sono diventata una bambina. Quindi, si, ho subito il tuo stesso destino. Ma comunque... le manette erano troppo grandi per queste mani da poppante, - continuò guardandosele -quindi riuscii a liberarmi, e, non chiedermi in che modo, perché non lo so neppure io, a scappare da quella struttura. Quando uscii ero stremata e mi faceva male dappertutto, i miei vestiti erano giganti, e, come se non bastasse, diluviava. Camminai per un po finché davvero non riuscii più a muovere un solo muscolo, quindi svenni. Quando mi svegliai mi ritrovai nella casa del dottor Agasa, che mi aveva soccorsa, e, dato che so che di lui mi posso fidare, conoscendo tutto di te, anche i tuoi alleati e amici; gli raccontai tutta questa storia. Devi sapere che io ti controllavo a distanza, perché dovevo studiare gli effetti dell'apotoxina, e appena ho scoperto che non eri morto ma che ti eri solamenre rimpicciolito, ho dovuto pararti il culo, altrimenti in questo momento sia io che te saremmo all'altro mondo. Quindi, morale della favola: Non sono una vera bambina, l'Organizzazione non immagina neppure che sei vivo e appena lo scopriranno ti daranno la caccia, non sa che l'apotoxina può anche far diventare la gente dei bimbi-rompi-palle, mi sta cercando perché mi vuole morta, e in pratica so tutto di te e della tua vita. Fine- Concluse tutto d'un fiato.

"Quindi praticamente io non l'ho mai vista perché è venuta dopo la mia ultima visita dal dottor Agasa! Strano però che non l'abbia mai avvistata in giro..." riflettei.

Però decisi di non indagare su quella questione.

-Ecco perché sapevi tutte quelle cose sull'Organizzazione, non sei una vera bambina-

-Già- mi rispose lei, ridendo leggermente.

Ma quel punto io mi stavo già chiedendo un'altra cosa:

-Ma... la tua... famiglia?- sussurrai infatti.

Ai divenne improvvisamente rigida e gli occhi le si fecero lucidi, facendomi capire di aver involontariamente toccato un tasto dolente.

-I miei genitori erano degli scienziati, come me-

-Erano?- chiesi titubante.

-Già... erano. Sono morti in un incendio causato dall'Organizzazione nel loro laboratorio. Quel laboratorio ormai in rovine è come una specie di rifugio per me, una seconda casa, e può sembrare strano, ma si trova nel bel mezzo di un bosco. Lì mi sento al sicuro e protetta, perché mi ricorda i miei genitori- spiegò con un sorriso triste -mia sorella, la mia unica parente rimasta dopo la morte dei miei genitori, invece, è morta uccisa anche lei dall'Organizzazione con un colpo d'arma da fuoco, sebbene il suo corpo non stato ritrovato. Tu la dovresti conoscere, si chiamava Akemi...-

Ero senza parole. Certo che la conoscevo, la incontravo spesso e altrettanto frequentemente ci fermavamo a parlare del più e del meno. Io avevo addirittura assistito al suo omicidio, e non avevo potuto fare nulla. Capii di conseguenza che ad Ai non era rimasto nessuno. Era questo il motivo per cui le andava bene l'idea di farla finita: non aveva più nessuno da cui tornare; qualcuno per cui lottare fino alla fine.

Solo in quel momento compresi il significato delle parole del dottor Agasa: ne aveva passate davvero troppe. Mi riscossi dai miei pensieri quando la sentii tirare su col naso, e mi accorsi che delle lacrime scorrevano veloci sulle sue guance. Titubante, le chiesi:

-Stai... piangendo?-

Lei si asciugò velocemente gli occhi tirando nuovamente su col naso, e, rivolgendomi un'occhiata truce, mi rispose bruscamente:

-No, sto cagando. Secondo te?-

Una risposta del genere non me l'aspettavo, ma decisi di non commentare. Alzai infatti le mani in segno di resa e le dissi:

-Ok, scusa...-

In tutta risposta lei si sdraiò sull'orlo del letto, rischiando di cadere, coprendosi con la coperta e rivolgendomi la schiena. Sbuffai e, dopo essermi sdraiato a mia volta ed essermi infilato sotto il piumone, strinsi tra le braccia la sua vita, trascinandola verso di me e facendo aderire la sua schiena contro il mio petto.

-Ma che caz...?!- iniziò lei irrigidendosi immediatamente, ma io la strinsi più forte, facendola così tacere.

Mi accorsi che era diventata un peperone, e quando ridacchiai per la sua reazione, lei mi diede un pizzicotto che mi fece male e non poco, infatti esclamai:

-Ahia!-

Poi lei, come se niente non fosse successo, e scordandosi delle mie braccia che la intrappolavano in una morsa amichevole, sorrise perfidamente e mi disse:

-Buonanotte-

Ricambiai la buonanotte affondando la faccia nei suoi capelli profumati di vaniglia, cocco e nutella per non so quale assurdo motivo, e giuro di aver sentito il calore eccessivo della sua pelle anche attraverso il pigiama, per non parlare della strana sfumatura di viola che la sua faccia aveva assunto.

Non so perché mi comportai in quel modo: cioè, la conoscevo a malapena, ma sentivo che di lei mi potevo fidare cecamente e per quella volta volevo davvero lasciarmi guidare dall'istinto.

Pensando a questo mi lasciai andare tra le braccia di Morfeo, ancora stretto ad Ai.

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