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Graffi

"Intanto deve restare in macchina, altrimenti rimane troppo esposta al pericolo", disse chiaramente Erik.

"Ho un'idea: in casa ho un crocifisso. Magari potrebbe funzionare", propose Delia.

Tutti si trovarono concordi ad approvare la sua idea, anche perché erano disperatamente senza altre soluzioni. La donna entrò in casa di corsa e poco dopo uscì con in mano un crocifisso altro circa 20 centimetri. Si sporse dentro l'abitacolo della macchina e lo pose sul petto della ragazza posseduta.

Lorena ruggì con rabbia e riuscì a liberare una mano dalla presa di Rachele per afferrare l'oggetto sul suo petto e con i suoi occhi completamente bianchi fissarlo. Tutti rimasero immobili, col fiato sospeso, non sapendo assolutamente che cosa aspettarsi. Lorena con molto lentezza portò la mano un po'a sinistra, poi un po' a destra e alla fine la fermò davanti a Rachele, fissando quest'ultima.

L'amica si sentì morire dalla paura e disse tremando: "No, adesso me lo dà in faccia, adesso mi spacca la faccia!"

Invece Lorena, con un gesto repentino, scagliò il crocifisso di lato, fuori dall'automobile, facendo sussultare gli altri tre che stavano guardando dai vetri. L'oggetto sacro rimbalzò quattro o cinque volte sull'asfalto prima di fermarsi contro un cespuglio di erba incolta e secca per via della stagione. Delia lo andò a raccogliere, dispiacendosi che non aveva funzionato e anche per il fatto che si era tutto rovinato per la caduta. Era certa che la croce avrebbe funzionato, ma evidentemente non bastava. C'era anche bisogno dell'intervento di qualche esperto.

"Provate dal prete, magari con qualche preghiera e benedizione potrebbe aiutarla", disse a Rachele, che nel frattempo era uscita dalla vettura per respirare un po' d'aria, facendosi sostituire da Pietro. Erik invece continuava a stare fuori, per nulla intenzionato a entrare in contatto con la ragazza posseduta, timoroso di farsi influenzare dalle forze negative.

"Eravamo andate dai monaci qualche tempo fa".

"Lo so, ma adesso è notte e non è il caso di andare a perdersi nei boschi con Lorena in macchina in questo stato. Provate ad andare verso Paesana", disse la donna.

"Sì, forse è meglio, così almeno ci avviciniamo a casa", ne convenne Rachele.

"Andiamo, allora, che non ne posso più", urlò Pietro da dentro la macchina.

Salutati in fretta gli zii, Rachele guidò fino a Paesana, sempre con molta difficoltà per via di Lorena che si agitava così tanto che Pietro non riusciva a immobilizzarla nemmeno per un momento.

Giunsero alla Chiesa di Sant'Antonio Abate di Calcinere.

L'edificio era collocato nella parte bassa della frazione Calcinere di Paesana, posto lateralmente alla strada principale che portava nell'Alta Valle Po. Il campanile era staccato dal corpo della chiesa e posto a ovest, accanto alla facciata principale, ma separato da essa dal sagrato e da un accesso carraio per le abitazioni della zona.

Rachele scese in fretta dalla macchina, lasciando Pietro da solo dentro l'abitacolo a tenere ferma Lorena, per correre al portone della chiesa e bussare con forza.

Tutto taceva, il cielo brillava pieno di stelle e la chiesa sembrava vuota.

Rachele provò ad aprire la porta ma era chiusa a chiave, così suonò con molto vigore il campanello.

"Aprite, è un caso urgente", provò a gridare, ma anche così non ebbe risposta.

Dove era finito il prete? Era forse uscito per confessare qualche moribondo? Alla ragazza sembrò strana la situazione, poiché normalmente Don Franco stava sempre in chiesa a quell'ora.

Ma una situazione ben più strana stava accadendo nell'automobile, in cui Pietro lottava assiduamente con l'amica dai lunghi capelli neri perché restasse ferma il più possibile.

"Sbrigati, questa qui fra un po'mi scappa".

Rachele tornò al posto di guida emise in modo il motore: "Andiamo nel parcheggio. Il prete non c'è".

"Come sarebbe a dire che non c'è? Lui c'è sempre a quest'ora".

"Ho quasi buttato giù la porta tanto che ho bussato forte, ma non mi ha aperto nessuno. Se c'era, mi apriva, giusto?"

La macchina si spostò dalla strada al parcheggio.

Rachele guardò Lorena: con disgusto vide che aveva ancora gli occhi bianchi e si trattenne dall'avere una crisi di panico.

All'improvviso, la ragazza dai lunghi capelli neri, fece un grande sospiro, smise di gorgogliare e si sedette un poco più eretta, piegando le gambe e rilassando il corpo. Sbatté più volte le palpebre e poi si guardò attorno. I suoi occhi erano ritornati normali. Lei era ritornata normale.

Rachele e Pietro la guardarono con la bocca aperta.

"Che succede? Come mai mi bruciano le braccia?" disse lei, tirandosi su la maniche della maglia nera.

Con molto stupore tutti e tre osservarono la pelle pallida degli avambracci di Lorena completamente piena di graffi rossi. Non erano segni molto profondi, non c'era del sangue, però erano ben evidenti e anche gonfi. Lorena se li sfregò con i palmi delle mani, arricciando il naso e strizzando gli occhi per il fastidio.

"Guarda che roba, sei piena", commentò Rachele, facendo una smorfia di disgusto, "Come fai ad avere tutti questi graffi?"

"Ditemelo voi, io non ricordo nulla. Cosa è accaduto?"

"Lascia perdere, ci hai fatto passare delle ore d'inferno", rispose Pietro, "Prima ti sei buttata di schiena contro di me, mentre eravamo in macchina, per raggiungere il vetro del lunotto e metterti a grattarlo con le unghie; poi ti abbiamo portata dagli zii di Rachele e lì cercavi di grattarti la gola come se delle mani invisibili ti stessero strozzando e tu volessi togliertele di dosso".

"Sono stata a casa degli zii di Rachele?"

"No, eri fuori, in macchina. Noi facevamo a turno per stare con te e tenerti le mani lontane dalla gola. Ci hai fatto penare un bel po'. Per questo adesso non mi spiego come mai hai le braccia graffiate. Non ti sei mai toccata lì, è impossibile", le narrò la ragazza ricciolina.

"Però le ho", commentò l'amica dai lunghi capelli neri.

"Non ti ricordi davvero niente?" le chiese Pietro, incredulo tanto quanto sfinito.

"Soltanto che c'era di nuovo il fantasma col cappello che mi chiamava, come l'altra volta".

"Non hai idea di tutto quello che abbiamo passato a causa tua, è stato davvero tremendo".

"Mi dispiace..."

"Magari adesso è meglio tornare a casa, cosa ne dite?" li interruppe Rachele, "Io non ce la faccio più, Pietro è ancora più stanco di me e tu devi riposare, dopo tutto quello che ti è successo. Poi domani ci sentiamo e ti spieghiamo ogni cosa".

"Va bene, tanto sono molto stanca pure io. Inoltre non mi va di andare in giro con il trucco sbavato", ne convenne Lorena, tirandosi giù le maniche.

Pietro si mise al volante, portò a casa le fanciulle e poi andò anche lui a dormire.

Sdraiata nel suo letto, con la lampadina da tavolo che proiettava la luce in tutta la stanza, Rachele chiuse gli occhi e il suo ultimo pensiero fu: "Ma come faceva Lorena a sapere di avere il trucco sbavato?"



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