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10.


Izuku è tornato a scuola da una settimana, io non sono ancora uscito dalla mia stanza.

Non ne ho il coraggio.

Sono rimasto rannicchiato nel mio letto col diario stretto al petto, ho fissato il soffitto tanto da aver imparato a memoria ogni piccola crepa negli angoli della stanza.

Non ho ancora capito come affrontare tutto quello che mi aspetta, so solo che uscire dalla mia camera renderebbe tutto reale ed io ho bisogno di vivere ancora per un po' in un mondo in cui Izuku mi ama.

Eijiro e Shoto vengono a vedere come sto più o meno tre volte al giorno.

Il mio migliore amico ha perso ogni traccia di sorriso sul volto, non credo riuscirà mai a guardare Izuku negli occhi senza chiedersi quanto male gli ha involontariamente fatto.

È ingiusto che anche lui ci sia finito di mezzo; quanto male può fare un amore non corrisposto? Pensavo di essere l'unico a pagarne le conseguenze, sarebbe stata la cosa più sensata.

Eppure, mentre guardo Eijiro seduto alla mia scrivania intento a fissare il muro, mi rendo conto che il mio orgoglio ha distrutto più vite di quanto pensassi.

Shoto sta cercando di perdonarci entrambi, lo vedo dal modo in cui mi circonda la vita con le braccia per costringermi a mettermi seduto e a mangiare qualcosa.

Lo lascio fare, mi sento come una bambola senza vita ultimamente, così lui si prende cura di me.

Forse, nella sua testa, aiutare qualcuno che ha tanto odiato è un modo per chiedere scusa alla vita.

Anche adesso, mentre se ne sta seduto sul mio letto, mi chiedo cosa gli passi per la testa.

Poggia la schiena al muro e sposta le coperte arrotolate intorno alle mie gambe, i capelli bicolore si intrecciano leggermente sulla punta del suo naso.

«Puzzi» mormora con un sospiro. Mi stringo nelle spalle, tengo gli occhi chiusi, spero sempre più spesso di non riaprirli il giorno dopo.

«Come sta?» non ho bisogno di specificare. Non lo vedo, ma sento che mi guarda.

«Sta bene.»

Shoto sembra lottare con sé stesso per non urlare. Tiene le dita sulla mia gamba, io copro gli occhi con un braccio per non piangere ancora.

Certo che sta bene. In fondo, ogni traccia di tristezza ed insicurezza è sparita insieme al mio ricordo.

«Sai, pensavo...» Shoto sembra esitante, per qualche motivo so già dove vuole andare a parare e la cosa mi terrorizza.

«Non farlo...» mormoro con una disperazione che non mi appartiene nella voce.

«Ma... Dio, Kats... i suoi sentimenti saranno anche andati persi, ma siete sempre voi. E se si innamorasse di nuovo di te?»

Alle mie labbra sfugge un ringhio, sento le mani formicolare tanto che probabilmente troverei pace solo sbattendogli la testa al muro.

«Spero davvero che non succeda» sbotto senza guardarlo.

Questa volta è lui a ringhiare, neanche fossimo due lupi pronti a sbranarsi.

Shoto è l'unico in grado di tenermi testa, questo l'ho capito dal primo giorno in cui abbiamo messo piede in questa scuola, ma ora odio il modo in cui riesce a leggermi dentro.

Non ha mai reagito alle mie urla, sembrava sempre annoiato piuttosto.
Adesso, invece, è il mio silenzio a mandarlo fuori di testa.

«Sei un coglione» sbotta incrociando le braccia al petto.

«No, tu sei un coglione» ribatto mettendomi seduto per guardarlo. «Lui avrà anche dimenticato quello che ho fatto, ma io no. Io lo so, mi tormenta ogni giorno quando sono sveglio ed ogni notte quando chiudo gli occhi. È sempre qui, è un loop senza fine che non riesco a far smettere, mi tortura lentamente e mi sta scavando dentro fino al giorno in cui mi ritroverò consumato dal mio stesso odio.»

Shoto non mi guarda, scuote la testa.

«È sempre stato questo il problema» mormora fissando un punto impreciso sul pavimento. «Izuku ti ha perdonato prima che tu perdonassi te stesso.»

Non rispondo, mi limito a buttarmi di nuovo tra i cuscini.

Shoto mi lascia in pace tre secondi prima di decidere che è arrivato il momento di trascinarmi fuori dal letto.

«Che cazzo fai?!» chiedo mentre sento le sue mani tirarmi su e spingermi di peso verso il bagno.

«Sul serio, fai schifo» sbotta lanciandomi dietro dei vestiti puliti. «Hai deciso di vivere la tua miserabile vita in questo modo? D'accordo, non ho tempo e forze per farti cambiare idea. Ma fatti una cristo di doccia ed affronta Izuku. Se non vuoi che si innamori di te, impegnati per lo meno ad essere l'amico decente che ha sempre meritato.»

Le sue parole mi colpiscono come se mi avesse preso a calci.

Mi guarda con forza; nelle sue iridi spaiate c'è la verità che io non ho mai voluto vedere.

Mi limito ad annuire, non posso fare altro.

Ha maledettamente ragione.

Mi ha dimenticato, ma voglio che sappia che è vero che se il mondo crollasse correrei comunque a salvarlo.

Così mi butto sotto la doccia e mi decido ad uscire finalmente dalla mia stanza.

Cammino lentamente, con la mano vicina al muro, quasi non fossi in grado di tenermi in piedi. Scendo i gradini uno per volta, cerco di prepararmi mentalmente a quello che mi aspetta mentre attraverso le grandi vetrate del dormitorio.

L'aria fresca mi fa subito bene, respiro a fondo e lascio che il sole mi accarezzi la pelle. È piacevole, caldo e quasi rigenerante.

«Bakugou, sei tornato!»

Sgrano gli occhi, non mi giro, è troppo presto, non sono pronto.

So a chi appartiene quella voce, lo so fin troppo bene, ma non l'ho mai sentita pronunciare il mio nome.

Sento subito le lacrime pizzicarmi gli occhi, pensavo di essere più forte di così.

Impegnati per lo meno ad essere l'amico che ha sempre meritato.

Dannato bastardo a metà, esci dalla mia testa.

Stringo i pugni, respiro a fondo. Non posso ignorarlo per sempre.

Quando finalmente mi giro, il mio stomaco si contrae ed il cuore perde un paio di battiti mozzandomi il respiro.

Izuku è raggiante: la pelle è rosea, i capelli verdi svolazzano intorno al suo viso e gli occhi sono pieni di luce. Niente a che vedere con l'ultima volta in cui l'ho visto.

Indossa la divisa di scuola, ma deve aver abbandonato la giacca da qualche parte perché ha la camicia bianca infilata nei pantaloni, la cravatta aperta e buttata intorno al collo e le maniche arrotolate sotto i gomiti che lasciano intravedere le cicatrici lungo tutte le braccia.

Sembra il protagonista di uno di quei film in cui un gruppo di amici va a fare un picnic al lago, con tanto di colonna sonora e primo piano sul suo sorriso mozzafiato.

È vivo, incredibilmente vivo.

Mi si scalda il cuore, lui mi corre incontro e per un folle istante sento l'impulso di abbracciarlo. Lotto contro ogni fibra di me stesso per bloccare il mio corpo, alla fine infilo le mani in tasca e le stringo a pugno nel tentativo di non muovermi.

Lui si ferma ad un passo da me, inclina la testa di lato, è felice di vedermi.

«Mi hanno detto che non stavi bene» mormora premuroso come sempre. «È fantastico che tu stia meglio.»

Non rispondo, non importa. Non saprei comunque come dirgli che tutta la mia voglia di continuare a vivere è sparita insieme ai suoi ricordi.

«Io...sì!» non so cosa dire, mi limito a stringermi nelle spalle. «Anche tu stai bene.»

«Oh, sì!» esclama portando una mano a grattare distrattamente la nuca. «Mi dispiace aver creato dei problemi. Mi hanno detto che mi sono sentito male durante la nostra ronda, ma non ricordo molto.»

Scuoto la testa, ogni facoltà di parola sembra avermi abbandonato.

«Sì, eravamo insieme» ripeto le sue parole senza una logica. «In ogni caso, anche io sono felice che tu stia meglio.»

Accentua il suo sorriso, io sento qualcosa incastrarsi all'altezza del diaframma.

Dio, fa male.

Più di quanto pensassi.

Mi saluta, io lo lascio andare e guardo la sua schiena mentre si allontana.

È così che ci si sente quando si ama qualcuno che non ricambia? Ha provato questo per tutta la vita?

I giorni passano, io faccio del mio meglio per riprendere in mano la mia vita; mi sto abituando molto lentamente a questa nuova situazione, eppure mi sento sempre più estraniato dal mondo.

Tutti i nostri compagni sono stati ovviamente informati: nessuno riesce più a guardarmi in faccia. Leggo solo enorme tristezza nei loro occhi, ed io odio essere compatito.
Per questo passo sempre più tempo in disparte, con grande disappunto di Eijiro e Shoto.

So che tutta questa situazione è un'opportunità. Potrei fare meglio di così, potrei diventare una persona migliore.

Non me la sento, non ancora.

Passo le mie pause pranzo da solo sul tetto della scuola, anche ora sono qui; mi sono rifugiato nell'unico posto che mi fa sentire al sicuro e abbastanza lontano da tutti.

Guardo la città stagliarsi sotto di me e penso che sarebbe bello salire in piedi sulla ringhiera e volare da qualche parte.

Mi va bene qualsiasi cosa che non sia questo posto.

Non è meglio farla finita e basta?
Stringo le dita intorno alle barre di ferro, il cuore mi batte all'impazzata. Quanto sarebbe facile?

A chi mancherei, in fondo? Non è niente che non si possa gestire.

«Ehi, Bakugou!»

Salto sul posto e mi giro di scatto, Izuku è appena apparso dietro la porta verde che separa la scalinata dal tetto.

Il sorriso si gela sulle sue labbra non appena nota la mia gamba alzata oltre la ringhiera; non mi ero nemmeno reso conto di averlo fatto.

«Che stai facendo?» chiede esitante.

«Stretching» rispondo istintivamente. «Avevo un crampo, credo.»

Non è convinto ma non dice niente. Si limita ad annuire mentre si avvicina.

«Posso mangiare qui con te?» chiede risoluto.

So che stai facendo, dannato nerd.

Perché cerchi sempre di salvarmi?

«Hm, certo» borbotto sedendomi sul pavimento. Lui prende posto accanto a me.

Mangiamo in silenzio per quelle che sembrano ore, io ancora non riesco a credere a quello che è appena successo.

«Ehi De...» mi blocco, lui mi guarda confuso. «Midoriya, posso chiederti una cosa?»

«Dimmi!»

«Se il mondo finisse, verresti a salvarmi?»

Non so perché glie l'ho chiesto, so solo che vedere le sue guance rosee e lentigginose mi fa venire voglia di respirare.

Sgrana gli occhi, riesco a leggere tutto il mio passato in quelle iridi color smeraldo.

«Ma certo» mi sorride, sorrido anche io. «Sarò qui ogni volta in cui ne avrai bisogno.»

Annuisco, sento un noto alla gola ma non aggiungo altro.

Devo aver pensato che il mondo fosse finito quando ho sollevato la gamba oltre la ringhiera, eppure sono vivo.

Mi volto a guardarlo, sorride ed inizia a parlare.

Non so esattamente di cosa, ma non importa. Spazia da All Might alla sua collezione di figurine, dal suo nuovo piano di allenamento ai successi che sta raggiungendo con il suo Quirk.

Parla di mille cose, lo fa perché vuole che io mi senta al sicuro, ma mentre osservo il profilo del suo naso un po' all'insù e le guance cosparse di stelle riesco solo a pensare a quanto lo amo.

Lo amo in un modo che non so spiegare.

Lo amo con ogni fibra del mio essere.

Lo amo al punto da non capire dove finiscano i suoi occhi e dove inizi il cielo.

Sento un pizzicore fastidioso alla gola, stringo i denti ed abbasso la testa.

Quando mi scappa un colpo di tosse non sono per niente sorpreso di vedere un petalo verde e brillante sul palmo della mia mano.

Lo fisso in silenzio, i contorni sono leggermente più scuri e sfumano in un colore caldo e rassicurante.

«Ehi, tutto bene?»

Izuku ha smesso di parlare, mi guarda confuso ed io stringo le dita in modo che lui non lo veda.

Sono incredibilmente sereno; per qualche motivo, l'idea di poter mettere un punto alle cose in quel modo mi da pace. «Sì tranquillo, mi sto ancora riprendendo» mormoro stringendomi nelle spalle.

Quando alzo lo sguardo mi sta tendendo la mano.

Resto immobile ad osservare la sua figura che si staglia contro il cielo, il sole crea un'aura dorata intorno al suo corpo e nella mia mente si fa strada l'idea che quella sia la forma che hanno gli angeli all'ingresso del paradiso.

«Andiamo dentro, prenderai freddo qui!»

Non ho paura di quello che succederà.

In fondo, lo merito. So che è così. E non credo ci sia modo più bello per andarsene.

Se avessi saputo che era l'ultima volta, avrei stretto a me con più forza quei momenti in cui mi chiamavi Kacchan.

Mi sarei beato dei tuoi sorrisi, dei tuoi abbracci e della tua risata acuta.

Avrei contato le lentiggini sulla tua pelle, ti avrei permesso di ricordarmi che merito anche io di essere amato.

Forse, mi sarei perdonato.

Non posso dimenticarti, Deku.

Non voglio.

Quindi sì, ti prego, tienimi la mano fino alla fine.




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