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Per Romano quelle non erano giornate semplici. Aveva esagerato, questo è certo. Ovviamente quel bastardo di Antonio rimaneva un cretino, ma... avrebbe potuto evitare. Qualcosa era scattato nella mente dell'italiano quando aveva casualmente visto Antonio abbracciare una ragazza. Nella sua città, per giunta! Cioè , lo aveva ospitato, nutrito, accudito e se lo ritrovava ad abbracciare una tipa (pure cessa!) a piazza Cavour?! Romano alzò lo sguardo, fissando il cielo. Riusciva ad osservare ogni singolo dettaglio di quel tetto sereno, che non sembrava volerlo compatire. Ed aveva ragione. In cuor suo Romano sapeva perfettamente di aver sbagliato. La verità, seppur amara, era semplice e lineare: era un maledetto problematico. Sin da bambino seconda scelta di tutti, Romano era un diffidente di prima categoria. Era stato invaso e conquistato più volte e nulla gli avrebbe tolto dalla testa che lo straniero aveva come unico obiettivo quello di sfruttarlo, usarlo, usufruire delle sue terre e dei suoi frutti per il proprio popolo. Ad ogni modo - essendo solo - non aveva potuto far altro se non covare una rabbia, un dolore, un rancore che lo consumavano internamente da secoli e che non si era mai totalmente spento. Tuttavia, l'arrivo del demente dalla pelle olivastra, con quel sorriso da ebete, mise in dubbio tutte le sue convinzioni. Romano era felice con Antonio. Oddio, lui non sapeva proprio cosa fosse la felicità. Che parola strana. Fe-li-ci-tà. Onestamente l'aveva sempre collegata al suo fratellino, l'altro innocente ebete dalla pelle intatta. Eppure, quando Romano si spogliava la sera, era soddisfatto delle sue ferite. Quello era lui, quelle cicatrici erano parte di lui, del suo vissuto, testimoniavano la sua forza. Sebbene, fatta eccezione per quel dannato spagnolo, nessuno facesse poi tanto caso a lui. Si buttò a peso morto sul letto sfatto e si chiese cosa avesse sbagliato. Forse Dio gli voleva mandare qualche segnale. Forse Romano Lovino Vargas era un semplice fallito che non meritava amore. E, come al solito, le lacrime scesero copiose. La luna, spettatrice silenziosa del dolore dell'italiano, era ormai ben conosciuta a Romano - forse era l'unica ad esserci davvero sempre stata per lui. Preferì chiudersi in casa e spegnere il cellulare, non voleva sentire nessuno.
« Qualcosa ti turba?» Ludwig cinse amorevolmente la vita di Feliciano, depositandogli un leggero bacio sul collo.
Il moretto sospirò, girandosi verso il compagno per abbracciarlo.
«Non sento Romano da giorni. Ho saputo di una discussione abbastanza pesante che ha avuto con Tonio - il quale non vuole saperne nulla per ora - e basta. Stop. Romano ha il cellulare spento e nessuno lo ha più sentito.»
Il tono triste e preoccupato di Feliciano spezzò il cuore a Ludwig, che subito gli propose di andare a cercarlo a Roma.
Feliciano s'illuminò, sorrise e corse a preparare le valigie.
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