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Capitolo 22.

La camera di Levi, sarebbe potuta essere usata come una specie biglietto da visita, per l'uomo. Ordinata, pulita. Lì, l'aria viaggiava limpida, fra la stanza e l'ambiente esterno, attraverso la finestra. Affianco alla porta, di un legno scuro e adornato da strani motivi antichi, c'era la vecchia scrivania, di cui Levi andava fiero. Di solito, sulla superficie, vi erano ammassati (sempre in modo molto ordinato) pile di fogli: alcuni firmati, altri da compilare e altri ancora usati semplicemente come mezzo per far volare la fantasia, come i suoi amati manoscritti giapponesi. Inoltre, in rari casi, si potevano addirittura trovare l'inchiostro e la penna, che Levi amava usare, anche solo per scrivere un suo pensiero, a proposito di una storia letta in uno di quelle notti, quando non riusciva proprio a chiudere occhio.
Quel giorno, però, non c'era traccia di alcuno di questi oggetti. Almeno, non sulla scrivania. Sul pavimento, in contrasto con il suo modo di fare, vi erano sparsi quegli stessi documenti, che Levi teneva, quasi gelosamente, nella sua stanza, esattamente nello stesso posto. Eppure, non sembrò importargli più di tanto, quando ne prese una grossa quantità e la lanciò nella camera, facendo fluttuare i fogli  nell'aria, intrisa di tensione, qual era, almeno qualche ora prima.
In posizione fetale, sul letto, il corpicino di Levi respirava pressoché in modo affaticato, come se avesse corso, senza fermarsi, per compiere una delle sue folli acrobazie nei combattimenti. Inutile negare che aveva dato di matto, come mai aveva fatto finora. Si era sempre distinto, fra gli uomini dei vari Corpi, come una persona seria, fredda e dal carattere chiuso, senza squilibri nel suo essere accigliato. Un uomo intelligente, che non aveva bisogno di lanciare oggetti, per far capire di essere nervoso. In quel breve periodo di ira, però, ci fu un cambiamento. Il fatto di aver capito che senza Hanji, non sarebbe potuto andare avanti come sempre, gli svolazzava nella testa, creandogli un senso di nausea comparabile a quello che diceva di avere la stessa donna, che lo aveva accecato. Tutti quegli anni fondati sulla fiducia che aveva costruito, nei suoi confronti, cedettero al peso della menzogna. Si chiese, persino, se Moblit non le facesse la corte già prima che Hanji spendesse la notte con lui. Da una parte, gli sembrò impossibile che una donna come lei potesse avergli mentito. Credeva fermamente nel fatto che Hanji avesse sempre provato qualcosa per lui, oltre la semplice amicizia. Quella fatidica notte, ne fu la chiara prova. E, in quel momento, accettò anche il fatto che l'aveva profondamente ferita e che l'avesse privata della sua dignità, nonché, della sua verginità.
Si sentì una feccia, andando contro il suo orgoglio di uomo. Si pentì e chiese perdono di fronte ad una figura inesistente, che chiamò col nome di sua madre. Pensò anche, nella sua parte più oscura, di aver deluso anche la donna a cui tanto voleva bene.
Inoltre, se fosse riuscito ad accertarsi che Hanji non provasse più nulla per lui, promise che l'avrebbe lasciata in pace per sempre; liberando, probabilmente, anche quel lato che si sentiva colpevole di una colpa assai più dolorosa di un delitto.
Di quella notte travagliata, però, non venne a sapere nessuno, tranne che lo stesso Levi.





Al mio Levi Jr, questo capitolo non piace. >:c

~IAmLeviAckerman33

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