Capitolo 2 -Un'ombra in due-
«Il vostro abito sarà pronto per l'indomani. Ve lo farò recapitare direttamente a palazzo.»
Miss Blanca tiene gli occhi fissi sul pavimento.
Si rigira tra le mani un piccolo cuscinetto, nel quale sono conficcati diversi aghi e fermagli.
«Vi ringrazio, Miss Blanca. »
Mi dispiace aver rovinato la bella atmosfera che si era creata tra di noi, ma la verità è che le sue parole hanno cominciato a risuonare nelle mie orecchie, tanto vere da rendermi inquieta.
Mio padre non si farà sfuggire un'occasione come quella della festa. Sono certa che non veda l'ora di vedermi tra le braccia di un uomo colto e ricco. Un uomo su cui potrà fare affidamento politico in caso di necessità.
Infondo è solo di questo che si parla.
Persino Kieran sarebbe stato utile allo scopo, dal punto di vista di mio padre.
Un attimo, sto pensando di nuovo a lui?
Aspetta.
È per lui che mi sono agitatata tanto, quando Miss Blanca ha preso a parlare di uomini?
Attendo che la porta si chiuda alle mie spalle, prima di prendere una grossa boccata d'aria.
Chiudo gli occhi e mi godo la piacevole sensazione dell'aria fresca che si scontra con la pelle accaldata delle mie guance arrossate.
«Calmati, avanti.» Me le tocco con le mani, cercando di raffreddarle grazie ai miei palmi freddi.
Non è il luogo e neppure momento di pensare al passato, soprattutto se quel passato include Kieran.
Non ho voglia di ricordare il suo nome, o il suo viso, o la sua voce, o quello che mi ha fatto.
Non adesso, mai.
Eppure davanti a me, pare quasi che il suo ricordo si sia addensato, diventando nitido e reale. Vedo i suoi capelli scuri, le sue spalle larghe, il mantello con lo stemma della città di Mudrest.
Ce l'ho davanti agli occhi, proprio qui.
Il cuore comincia a battere sempre più forte, mentre la testa si fa pesante, a causa dei pensieri che si accavallano l'uno sull'altro, rendendomi la vista opaca e le mani tremanti.
Appoggio una mano sul petto, pregando me stessa di non cedere al panico.
Lui non può essere qui. Ne sono certa.
Devo pensare razionalmente:
Kieran non si spingerebbe mai a Nezia; non dopo quello che è accaduto... e poi, i suoi capelli non sono mai stati così neri e lunghi, e le sue spalle non si sono mai curvate così tanto da farlo sembrare piccolo ed indifeso.
No, quello che ho a pochi metri di distanza non è di certo Kieran, e nemmeno il frutto della mia immaginazione beffarda.
Accenno un paio di passi in avanti, fino a quando il mio respiro non torna regolare, e la mia testa non diventa di nuovo lucida.
Seduto elegantemente sul muretto a ridosso della strada, adesso, riesco a riconoscere con chiarezza Ezio, che scarabocchia pigramente sul suo taccuino da viaggio, abbozzando linea dopo linea i profili irregolari delle piccole case che formavano il centro abitato della mia città natale.
I suoi capelli corvini gli coprono la fronte aggrottata, oscurandogli di tanto in tanto la vista, e costringendolo a tirarli indietro con la mano sporca di grafite, mettendo in mostra il naso adunco e le labbra carnose, tanto rosse da sembrare truccate.
Vorrei far finta di non vederlo, vorrei correre sulla mia carrozza e scappare via, lontano da lui. So, che se solo incrociassi il suo sguardo, i suoi occhi, tanto simili a quelli di suo fratello, mi farebbero vacillare, crollare a terra come un cumulo di cenere portata via dal vento.
Lo vorrei, davvero, eppure...
«Signorina, va tutto bene?» Ezra, a guardia del vialetto, si fa avanti, attirando così l'attenzione di Ezio, che si volta verso di me.
Lo ucciderò.
«Maël Solimano, siete voi?» Gli occhi neri di Ezio si illuminano, facendomi sprofondare.
Quelli di Kieran si sono mai illuminati in questo modo?
«Potrei stare meglio.» Fulmino l'inconsapevole Ezra, che confuso alterna lo sguardo tra noi, prima di salutare Ezio con un mezzo inchino.
«Ezra, aspettami alla carrozza.» Dico, poi mi rivolgo al più giovane. «Cosa ci fate qui?»
Non mi viene in mente nulla di più carino da dire.
«Siete di cattivo umore quest'oggi, Milady?» Accanto ad Ezio, Theron alza una mano, in segno di saluto. Indossa un paio di pantaloni di pelle neri, coperti fino al ginocchio dalla casacca oro e blu, simile a quella di Ezio.
«Theron, ci siete anche voi.» Avrei dovuto aspettarmelo.
Ezio non viaggia mai senza la sua guardia.
«Non ci vediamo da tempo, Milady.» Lui si inchina leggermente, senza distogliere lo sguardo.
Anche Ezio si fa più vicino, sorridendomi gentile.
Il mio cuore si fa un po' più pesante.
Forse potrei dire di avere un impegno. Se fingessi di avere fretta, mi lascerebbero andar via...
Potrei risparmiarmi tutto questo.
«Credetemi, vorrei che ne fosse passato molto di più.» Mi avvio verso la carrozza.
«Sono contento siate entusiasta di vedermi tanto quanto lo sono io.»
Ezio abbassa lo sguardo, rigirandosi tra le mani la matita, così sono costretta a voltarmi verso di lui, nascondendo una smorfia dietro all'apatia del mio viso.
«Non avete risposto alla mia domanda. Cosa ci fate qui?» Mi passo una mano tra i capelli, prima di legarli con un nastrino dietro la nuca. È una cosa che faccio spesso, quando sono in ansia.
«Disegno.»
Ezio fa ondeggiare il taccuino davanti ai miei occhi, ovvio.
«Sapete che non intendo questo.» Mi costringo a parlare. «Potete disegnare ovunque. Quindi perché siete qui?»
«Siete così contrariata dalla mia presenza a Nezia?» Sospira. «O è il mio cognome a suscitare il vostro astio?»
Un tempo siamo stati amici, io e lui.
Eppure adesso non riesco neppure a guardarlo negli occhi, senza provare un vuoto all'altezza del petto. Come se lui fosse un minuscolo pezzo rotto di qualcosa che so di non poter aggiustare mai più.
«Che cosa state insinuando?»
I miei muscoli si tendono, pronti a scattare.
Theron deve capirlo, perché accenna un passo avanti, pronto a proteggere il suo Signorino.
La sua spalla tocca brevemente quella di Ezio. Un tacito avvertimento. Ezio gli si fa più vicino.
Per un momento sembra quasi si stiano per abbracciare, ma si limitano a starsi accanto. Entrambi immobili, come statue di sale.
«Vostro padre ha personalmente invitato il Signorino a trascorrere i giorni prima dell'inizio della stagione della caccia, nel vostro suggestivo palazzo. A quanto pare non ne eravate a conoscenza.» Theron tenta di prendere parola, per stemperare l'atmosfera tagliente che si è velocemente venuta a creare.
Devo sembrare piuttosto stizzita, perché Ezio china il capo, chiaramente a disagio.
«Mi ero quasi illuso che l'invito di vostro padre in realtà fosse una vostra richiesta.»
Arriccia le labbra, parlando a mezza voce.
«Perché avrei dovuto fare una richiesta simile?»
«In onore dei vecchi tempi, magari.»
Alza di nuovo lo sguardo. Sorride malinconicamente.
E quel sorriso, per un attimo, mi fa tentennare, perché è il sorriso del ragazzo con il quale sono cresciuta. Il ragazzo che non mi farebbe mai del male, come ha fatto Kieran.
«Quindi, sareste venuto qui, con l'idea di giocare con me?» Non posso fare a meno di sorridere anche io, questa volta in maniera spontanea.
«Perché no. Non è quello che fanno gli amici?»
Sento le labbra ritornare piatte, senza riuscire a far nulla per fermarle.
«Non abbiamo più dodici anni, Ezio.»
Gli anni in cui correvamo tra le radici scoperte che deformavano il terreno, scommettendo su chi sarebbe arrivato per primo senza mai cadere; in cui il fuoco scoppiettava, mentre tentavamo di domarlo, come si fa con una bestia selvatica; gli anni in cui seguivamo la caccia, cavalcando di nascosto i nostri cavalli, illudendoci di poter essere noi a catturare le prede migliori.
Sognavamo di diventare forti, invincibili.
«Non ne avete neppure più venti, quindi perché vi comportate come una ragazzina viziata, solo perché mio fratello non ha scelto voi?» Il fiato mi si spezza nel petto. Le sue parole, un pugno dritto nello stomaco. Percepisco le lacrime addensarsi nell'angolo degli occhi, mentre impedisco loro di trovare una via d'uscita.
«Voi non sapete assolutamente niente.»
Il braccio è più veloce del pensiero, e prima che me ne accorga, il dolore si tramuta in rabbia, e io colpisco con forza il viso di Ezio, che barcolla pericolosamente indietro, preso alla sprovvista.
Se solo Theron non gli fosse stato così vicino, probabilmente sarebbe caduto a terra, ma la guardia è fulminea. Lo intercetta, sorreggendolo con forza, prima che colpisca il suolo.
«Credo che possa bastare.» Qualcuno mi afferra il polso, tirandomi indietro con forza, mentre Theron spinge Ezio dietro di sé.
«Signorina!»
Ezra corre verso di noi, con gli occhi spalancati e la mano tremante sull'elsa della spada, ma si ferma, non appena vede chi c'è accanto a me.
«Drystan.» Sussurra, ed il sudore prende a scendergli dalle tempie.
Il diretto interessato, che adesso tiene appoggiata la sua mano sulla mia spalla, si limita a fulminarlo, glaciale.
Nei suoi occhi è implicito ciò che gli riserverà una volta tornati a palazzo.
Sorrido.
«Lasciami stare. Stavo solo tentando di avere una conversazione civile con lei.»
Ezio si divincola in modo agitato, ma Theron non lo lascia andare. Al contrario, lo tiene fermo con forza, anche se dal suo sguardo non trapela il minimo sforzo.
Ed è quasi come guardarmi allo specchio, mentre Drystan fa scivolare la mano dalla spalla al polso, tentando di tenermi fuori dalla portata dei due.
La sua presa è leggera, morbida, piacevole.
«Non penso che quella si possa chiamare conversazione civile, Signorino.»
Theron sorride, condiscendente, ottenendo in risposta un verso soffocato.
«Non trattarmi come un moccioso.»
Ezio lo strattona con violenza, svincolandosi.
Sta per mettere un piede nella mia direzione, ma Drystan scambia in fretta le nostre posizioni, mettendosi proprio davanti a me, così da farmi scudo con il proprio corpo.
«Signorino Ezio.» Il suo tono è a metà tra il saluto e l'avvertimento. «Io non lo farei, se fossi in voi.» Non vedo la reazione di Ezio.
Dalla mia posizione, infatti, tutto quello che riesco a guardare è la schiena poderosa della mia guardia. I suoi capelli castani sono legati con un nastrino viola all'altezza della nuca, lo stesso che mi ha sfilato dalla treccia, soltanto un giorno fa, durante il nostro allenamento congiunto.
Quello in cui me lo ha rubato, è stato l'unico momento in cui è riuscito a sfiorarmi, prima di soccombere alla mia agilità, ed essere irrimediabilmente battuto.
Probabilmente adesso lo vorrà esibire, proprio come si fa con una medaglia al valore.
«Fareste meglio ad ascoltarlo.» Mi affaccio oltre la schiena di Drystan, appoggiandomi al suo braccio, infantile.
Sento i suoi muscoli tesi sotto il leggero strato della camicia che indossa.
«Spocchiosa.» Ezio si copre la bocca con la mano, tossicchiando leggermente tra una sillaba e l'altra, poi con un movimento fluido, estrae la spada, puntandola nella mia direzione.
Il mio sorriso si allarga, anche se il cuore non accenna a rallentare.
«Abbassate la spada! Volete dichiarare guerra alla famiglia che vi sta ospitando?»
È Ezra, che si fa avanti, inciampando nei suoi stessi passi. Anche lui tira fuori la spada.
È una mia impressione o sta tremando? Dio, forse dovrei fare due chiacchiere con Aesira sui suoi sottoposti...
«Oh... Lasciatelo stare.»
Mi intrometto. Potrebbe farsi seriamente del male se continua.
«Infondo Ezio voleva semplicemente giocare con me.»
«Giocare?» Per un attimo le iridi scure di Drystan si fissano nelle mie, facendomi ridacchiare.
So quello a cui sta pensando: sei tu che stai giocando con lui.
«Riponete la vostra spada, Ezra. Torniamo a palazzo.» Questa volta sono io a prendere il polso di Drystan, che mi segue, senza fiatare.
«Ve ne andate così?» Ezio abbassa la lama, appoggiandola al suolo, con la punta nascosta tra la ghiaia. Vorrei dirgli che è un'arma e non un bastone da passeggio, ma mi trattengo.
«Vi sto risparmiando un'amara sconfitta.» Sorrido, gentile. «Non è questo, ciò che fanno gli amici?»
Il sole è ormai calato dietro le sagome scure delle montagne ad ovest, quando trovo il coraggio di uscire dalla mia camera.
Durante il viaggio di ritorno a palazzo, Drystan si era praticamente nascosto sul sedile del cocchiere, lasciando che Ezra ci seguisse a cavallo, e una volta arrivati, si era dileguato nelle stalle, chiedendomi di non combinare guai durante la sua assenza.
Il suo viso era pallido e le rughe gli rigavano la fronte. Lo avevo guardato sparire dietro la carrozza con la camicia spiegazzata e macchiata di terra, la stessa terra che colorava il nero dei suoi stivali di un grigio tetro.
Nelle ore successive, mi sono imposta di rispettare il suo volere, saltando la cena, e rifugiandomi nelle parole trite e ritrite di un vecchio libro di storia, ma ho esaurito in fretta i buoni propositi e la pazienza.
La mia curiosità è più forte. Voglio risposte.
Scivolo quindi, verso le scale, superando il corridoio riccamente decorato del secondo piano, per percorrere l'androne principale, in punta di piedi.
Le figure affrescate sul soffitto, paiono seguirmi con gli occhi, facendomi accelerare il passo: uomini e donne cosparsi di oro e di fiamme, macerie di città mai esistite, ed enormi Dei dalle sembianze umane, che si rallegrano di ciò che hanno davanti, come se la distruzione fosse l'energia che permette loro di ergersi in piedi.
Queste rappresentazioni tetre ed inquietanti, di un passato che non conosco, riescono sempre ad intimorirmi, persino quando non le guardo.
Ho chiesto più volte a mio padre di coprirle con qualcosa di più allegro, moderno... ma sono riuscita solo a farlo infuriare.
Per lui, quegli affreschi sono un monito per tutti coloro che credono ancora nella supremazia della tecnologia. È sempre stato convinto che sia stato l'eccessivo sviluppo a portare gli uomini alla distruzione, e che queste raffigurazioni grottesche, non siano altro che un inno alla verità.
Io li percepisco in maniera diversa.
Per me non sono delle semplici rappresentazioni. C'è qualcosa di tremendamente vivido nelle immagini che le compongono; e alle volte, quando cammino da sola sotto di esse, sono quasi certa che i soggetti dall'aria triste e sconsolata raffigurati, possano osservarmi, contorcersi, ed urlare, in cerca del mio aiuto.
Non mi rendo conto di essermi fermata ad osservarli, fino a quando il rumore di una porta non mi distrae dall'affresco di una giovane donna avvolta nel buio, tra le cui braccia sonnecchia un neonato dall'aria serena.
Le rivolgo un ultimo sguardo, mentre attraverso il portone in vetro ed ottone a guardia dell'ingresso, ed esco fuori.
Il rumore leggero di passi che ho percepito poco fa, si dissolve, mentre l'anta si chiude dietro di me, catturando il riflesso fugace della mia figura.
L'umidità colora l'ambiente, rendendo la mia pelle scivolosa e fredda, come se mi fossi immersa nelle acque gelide del lago Amplais, poco più ad est.
Mi appiattisco con le spalle sulla superficie ruvida di una delle colonne che vanno a formare il porticato.
«...a Nord pare che la situazione sia la stessa...» Trattengo il fiato, sfruttando le ombre per celarmi nel buio.
Due guardie passano proprio accanto a me, parlando sotto voce. Hanno le mani appoggiate all'elsa delle spade, e le spalle dritte, come grizzly a caccia.
Lascio che mi superino, prima di continuare a camminare, fino a raggiungere il piccolo antro semi–nascosto che delimita l'ingresso dell'ala secondaria del palazzo: quella riservata a coloro che lavorano per il Narchin.
L'ho scoperto anni fa, per caso, in un giorno umido, proprio come quest.
Seguivo le tracce di un gatto selvatico, ed ero finita per girovagare nei lunghi e poco illuminati corridoi di quell'ala. All'inizio lo avevo esplorato con curiosità, ma quando avevo individuato ciò che vi si celava all'interno, non avevo potuto fare a meno di tornarci, ancora e ancora.
Mi sporgo da uno dei tanti angoli creati dai corridoi labirintici, e quando sono certa che non ci sia nessuno nei paraggi, avanzo.
I miei passi sono tanto leggeri da confondersi con il lento scrosciare della fontana al centro del giardino, il cui suono arrivava lugubre e ovattato; e mentre il buio si fa più fitto, rischiarato solo dalle torce sulle pareti, le mura diventano più fredde e spoglie.
I quadri e le sculture che arricchiscono ogni sala ed angolo della residenza principale, qui sotto sono stati sostituiti da rozzi ed incolori vasi di argilla grezza, disseminati di qua e di là, come reliquie di una guerra mai combattuta.
Prendo un respiro profondo e corro per l'ultimo tratto, sicura che da qui in avanti non ci saranno più ostacoli.
«Credevo di averti chiesto di stare lontana dai guai.» Drystan esce dalla sua camera, chiudendosi la porta alle spalle, solo per appoggiarsi allo stipite della porta, con le braccia incrociate al petto. Alzo gli occhi al cielo. Mi ha sentita arrivare.
«Non pensavo che ciò includesse stare lontana anche da te.»
Arriccio le labbra, mettendogli candidamente una mano sul petto. Il suo cuore batte in modo irregolare.
«Sei venuta per parlare di quello che è successo oggi con Ezio?» Prende la mia mano, togliendola delicatamente da sé, costringendomi a fare un passo indietro.
Adesso siamo uno davanti all'altra, appoggiati ai due lati della porta, senza toccarci.
«No. Non voglio parlarne.» Ci sono volute ore per smettere di pensarci.
«Forse invece dovremmo. Sono passati quasi tre anni, Morana.» Il suo tono sia abbassa, come se il solo sussurrare possa riuscire a calmarmi. «Forse dovresti smettere di prendertela con Ezio. Credo che non sappia neppure quello che è successo con Kieran.» Serro la mascella.
Deve per forza dire il suo nome con tanta leggerezza?
«E' suo fratello.» La sua piccola copia.
Vorrei dire.
Ma come potrei anche solo esprimere ad alta voce che quando lo guardo, riflesso nei suoi occhi c'è l'immagine di Kieran?
Il suo tocco, marchiato a fuoco sulla mia pelle.
Lo sento scivolare su di me come un serpente, ogni volta che Ezio compare.
«Avanti, Morana, sai anche tu che quei due non si sono mai sopportati. Credi davvero che sia al corrente della persona che è? Di quello che ti ha fatto passare?»
La sensazione di vuoto che ho provato questa mattina, si ripresenta, stringendomi il collo, spezzandomi il fiato.
«Non sono venuta qui per questo.» Dico, allora.
«Dunque per cosa? Sei qui a quest'ora, vestita da notte, con i capelli sciolti e i piedi nudi...»
Mi squadra dalla testa ai piedi.
«Se la tua intenzione è quella di sedurmi per ottenere delle risposte, sappi che non funzionerà.» Dovrebbe essere una battuta?
«Perché dovrei tentare di sedurre un uomo che è già mio?»
Mi rendo conto di aver detto qualcosa di orribile, nell'attimo esatto in cui le parole rimbombano nel corridoio vuoto.
I suoi occhi si fanno più scuri.
«Drystan... Sai che non intendevo affatto che...» Non dovrei nemmeno giustificarmi, eppure vedere la sua reazione mi fa sentire in dovere di dire qualcosa, anche se so che le mie parole sono tanto reali quanto spietate. Entrambi siamo consci del legame che ci unisce.
«Lascia perdere. Non dovresti nemmeno essere qui.»
«Neppure tu dovresti.» Rimbecco. «Il tuo posto è accanto a me.»
«Morana...»
«No, Drystan. Questa volta non lascerò correre.»
Drystan si passa una mano tra i capelli, che solo adesso noto sciolti sulle spalle.
Il mio nastro è allacciato al polso destro come un braccialetto.
Ci gioca per un po' con la mano, snodandolo e riannodandolo più volte.
«Ascolt--» Sta per parlare, ma si blocca, scattando sull'attenti, quando un rumore lontano attira la sua attenzione, così come la mia.
Arriva qualcuno.
«Maledizione.»
Sono certa che mi nasconda in camera sua, ma lui mi afferra per la manica della vestaglia, trascinandomi dall'altra parte del corridoio. Mi conduce verso il fondo, dove, nascosta agli occhi di molti, c'è la porta della cambusa. La apre, entrando insieme a me.
«Ti spiegherò tutto. Te lo prometto.» Il suo fiato corto mi solletica la guancia, mentre si avvicinava a me per non attirare l'attenzione di chiunque ci sia fuori. «Adesso, però, devi andare.»
I passi si stanno avvicinando.
Faccio per allontanarmi, ma la mano forte di lui mi afferra nuovamente, bloccandomi.
Per qualche istante ci limitiamo a guardarci in silenzio, come se attraverso di esso riuscissimo a comunicare meglio di quanto possiamo fare con le parole, poi Drystan fa un passo avanti.
Il suo petto si appoggia al mio, mentre le sue braccia mi cingono dolcemente la vita.
Il mio viso nell'incavo del suo collo.
Respiro il suo profumo. Lo dipingo tra le pareti spoglie della mia mente, decorandole.
«Ana, non devi venire più qui.» Soffia su di me.
La sua voce è ferma, e allo stesso tempo tanto dolce da trascinarmi verso un passato in cui quella stessa voce è appartenuta ad un bambino dall'aspetto spaesato; così diverso dall'uomo coraggioso e forte che ho adesso davanti.
Un bambino dall'aria allampanata che aveva giocato a rincorrere la propria ombra in mezzo ad una radura arida, come se questa avesse vita propria.
Quando i miei occhi avevano incontrato i suoi per la prima volta, era stato come se d'un tratto i colori della natura si fossero ravvivati. E mentre lui aveva guardato il cielo, come se fosse la prima volta, io avevo guardato lui, con la paura che mi attanagliava le gambe, e con il cuore un po' più leggero.
Eravamo solo bambini, eppure per la prima volta insieme a lui, avevo avuto la sensazione di poter essere meno sola. Il nostro incontro era stato frutto del destino.
Lui era soltanto un orfano. Solo e denutrito, al limitare di un bosco troppo grande e oscuro, per essere considerato casa. E mentre l'autunno aveva lasciato il posto all'inverno, e le giornate si erano fatte gelide, noi eravamo diventati sempre più uniti.
A nessuno piaceva la solitudine, e nel mio animo di bambina mi ero spesso illusa che il solo avere qualcuno con cui parlare avrebbe potuto salvarlo... avrebbe potuto salvare me.
Forse questo era stato il peggiore dei miei sbagli.
Non ci era voluto molto tempo prima che mio padre scoprisse il motivo che mi spingeva a correre via dalla tenuta ogni pomeriggio.
Ordinò alle sue guardie di seguirmi.
Presero Drystan con la forza e lo portarono a palazzo: volevano informazioni sulla piccola figlia del Narchin, e sul tempo che aveva passato insieme a lei.
Eppure lui non aveva fiatato.
Il suo affetto per me era stato più grande della paura che provava nei riguardi del Regno.
Probabilmente era stato in quel momento, che da buon stratega e Narchin quale era, mio padre aveva deciso di usarlo a suo vantaggio.
Capì che Drystan mi avrebbe protetta a qualsiasi costo, e che farlo avvicinare a me avrebbe significato mettere al mio fianco una creatura malleabile, manipolabile: creare ed educare un cavaliere fatto su misura per me; una guardia che avrebbe dato la sua vita in cambio della mia salvezza.
Un ragazzino, e poi un uomo, cresciuto per essere mio, in qualsiasi modo io possa desiderare.
Questa è la natura del nostro legame.
Dal momento in cui i nostri destini si sono incrociati, non abbiamo potuto fare altro che intrecciarli, restando l'uno al fianco dell'altra... e alla fine è diventato come quell'ombra che ci siamo divertiti a rincorrere da bambini.
Lui è parte di me.
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