Capitolo 1 -L'ultima stella del cielo-
Mi sento stanca, drenata.
Il mio corpo non sembra più rispondere ai miei comandi, mentre me ne sto con la nuca appoggiata alla fredda pietra del muretto sul quale mi sono accasciata qualche attimo fa, o forse qualche ora...
Quanto tempo è passato?
Non riesco a capirlo, eppure il tiepido della sera ha lasciato posto al gelo della notte, ed il telo con cui di solito sello il mio cavallo, e nel quale mi sono aggrovigliata, ormai stenta a trattenere il mio calore corporeo.
Tremo.
Ma non è il freddo a farmi palpitare i muscoli, o a farmi serrare i denti, supplicando i miei occhi di non lacrimare.
Mi stringo un po' di più nella stoffa rigida e maleodorante, cercando di mettere a fuoco le stelle che illuminano il cielo.
Ne vedo a decine, creare archi e scie luminose nella notte, senza provare meraviglia, senza sentire nulla che non sia dolore.
Puro dolore, che mi avvolge il petto, rendendomi difficile respirare.
Sono scappata via da lui. Ancora una volta.
No, questa volta sono scappata da quello che provo, da quello che ormai ho capito non essere ricambiato.
Quando è successo?
Quando, i suoi sentimenti sono cambiati?
Ha mai provato davvero qualcosa per me?
Forse no. Forse il mio amore per lui è sempre bastato per entrambi... almeno fino a questa notte.
L'ho supplicato di rimanere con me, di non lasciarmi sola con me stessa.
Sono debole, e lui era l'unica cosa che mi teneva in piedi.
Un rumore alle mie spalle.
Lui.
No, lui non mi cercherebbe mai. Non mi ha mai cercata, e solo adesso mi rendo conto che non lo farà mai più. Per lui non sono mai stata nulla più di un passatempo. Un gioco con cui si è divertito fino a consumarlo, fino a renderlo noioso, privandolo della sua natura, plasmandolo fino a renderlo irriconoscibile.
Un'altra stella attraversa il cielo.
Chiudo gli occhi.
Non sono nulla.
Non provo nulla.
Nero. Buio. Vuoto.
Un tutt'uno con la notte.
«Signorina?»
Il cielo stellato sfuma nell'oscurità delle mie palpebre chiuse.
Il marmo freddo sotto le mie cosce scoperte mi fa rabbrividire, mentre asciugo in fretta le lacrime che hanno preso a scorrere sulle mie guance arrossate dal sole.
Non mi sono neppure accorta di essermi appisolata, seduta sul davanzale.
«Signorina, mi state dando ascolto?» Cerelia si sta affannando verso di me, tentando di scavalcare le collinette di vestiti e libri che si annidano qua e là per la stanza luminosa.
Tolgo l'auricolare che avevo all'orecchio, e subito la musica che stavo ascoltando, viene sostituita dallo sbuffare ansioso della mia ancella.
«Morana.»
Biascica in difficoltà, guardando un po' me, un po' il disordine che la circonda.
Ridacchio e la raggiungo, lanciando i vestiti che le impediscono di passare, in un altro angolo della stanza.
Lei mi guarda male, ma subito si ricompone, ripiegando le maniche della sua camicetta.
«Non mi avete sentita entrare.» Si lamenta. «Se solo qualcun altro vi avesse vista con quell'affare, sareste stata in guai seri.»
Fa un cenno verso l'auricolare che ancora pende dall'altro orecchio, causandomi un gemito di frustrazione.
«Nessuno a parte te, o Drystan, osa mettere piede qui dentro. Dovresti saperlo.»
«Sono solo preoccupata per voi.» Il suo sguardo è sincero, tanto da provocarmi una fitta allo stomaco. «Sembra che passiate sempre più tempo chiusa qui dentro da quando...» Si blocca.
Il mio stomaco si stringe ancora un po'.
«Sono passate settimane dalla scomparsa della regina.» Sbuffo. «Il tempo del lutto è ormai passato. Non dovresti più essere così sconvolta nel nominarla.» Eppure anche a me manca il fiato al solo pensiero.
Mia madre è stata la persona più importante della mia vita: il mio centro, la mia ragione, il mio tutto. E ora non c'è più.
Trascinata a fondo dall'unica cosa che non potrò mai combattere con le mie forze.
La morte.
Mi sento un po' in colpa se penso che i miei incubi sono costellati di altri ricordi. Mi sento in colpa ad avere il cuore spezzato a causa dell'amore, piuttosto che dalla sua assenza, eppure c'è qualcosa di tremendamente rassicurante nella scomparsa di mia madre. Come se la sua morte fosse stata solo un lieto finale per la sua favola. So che la vita con lei non è di certo stata clemente, così come sono certa che morire le ha dato l'unica cosa che aveva sempre agognato: la pace.
Osservo il cielo limpido, privo di nuvole.
Il vento crea delle piccole increspature nell'acqua, formando scie luminose che catturano i raggi del sole, per poi diffonderli in piccoli e velocissimi guizzi di luce, che rendono la mia pelle un po' più calda.
Sorrido leggermente, consumata dai miei stessi pensieri, mentre stringo le braccia al petto, cercando di scaldarmi.
«Avete freddo? Devo chiedere a qualcuno di andare a prendere i vostri abiti invernali?» Cerelia si avvicina nuovamente, pronta ad assolvere ai suoi doveri.
«Non ti sembra un po' presto per quelli?» Soffoco una risata, prima di arrotolare con cura gli auricolari intorno all'apparecchio della musica, che infilo sotto al cinturone di cuoio che tengo allacciato in vita.
Ne sento la fastidiosa pressione sulle costole, ma non me ne curo. Il pensiero che qualcuno possa portarmelo via in qualsiasi momento, è decisamente più acuto della sensazione di disagio che mi provoca.
«Voi e quell'apparecchio infernale prima o poi mi farete dare di matto. Perché non lo buttate via? Saremmo tutti più tranquilli senza uno strumento del genere in giro per il palazzo.» Non è arrabbiata. Piuttosto, sembra impaurita. «Devo forse ricordarvi che ogni forma di tecnologia è stata abolita?» Scuote nuovamente la testa, rivolgendomi uno dei suoi sguardi accusatori mal celati. «Se solo vostro padre ne venisse a conoscenza, Dio solo sa cosa potrebbe succedere.»
E' da tempo che non la vedo tanto alterata.
Probabilmente i preparativi per il ballo di palazzo rendono inquieta anche lei.
Alcuni ciuffetti castani le sono sfuggiti dalla crocchia, e si arricciano sotto la nuca a causa del sudore. Gli occhi argentei sono contornati da violacee occhiaie e gli abiti logori a causa del lavoro, la rendono visivamente più trasandata di quanto voglia realmente apparire.
Cerelia è poco più giovane di me, e come tanti altri ragazzi, figli di nessuno, è finita a servire il ceto più ricco, in cambio di pasti caldi, e un tetto sopra la testa.
Certe volte, guardandola, mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me, se solo fossi nata nella famiglia sbagliata. Cosa sarebbe potuto accadere se la mia discendenza fosse stata un'altra, se solo io non fossi stata la figlia del Narchin di Nezia.
«E' un regalo di mia madre. Non darei mai via uno degli ultimi ricordi che ho di lei.» Mi impunto. «E poi a mio padre non importa di quello che faccio. Se fosse stato Evander ad averlo, forse...»
«Soltanto perché vostro padre ha a cuore il futuro del suo regno, ciò non significa che non ci tenga a voi. Dovreste tenerlo bene a mente.»
Sento l'impulso di dire qualcosa, ma si accorgo di non avere nulla di concreto con cui ribattere.
«Dimmi Cerelia, cosa ti porta qui?» Sospiro alla fine.
«Oh, avete ragione, stavo quasi per dimenticarmene. Avreste dovuto essere dalla modista almeno mezz'ora fa.» Arrossisce di colpo.
«Maledizione. Perché non lo hai detto subito?»
Mi alzo frettolosamente dal davanzale sul quale mi ero seduta nuovamente, lasciandomi alle spalle il meraviglioso panorama, per dirigermi come un fulmine verso l'armadio. Getto in aria la maggior parte degli abiti, creando al mio fianco l'ennesima collina di stoffa, prima di rendermi conto che nessuno degli stracci che uso di solito per gli allenamenti, sia consono all'occasione.
«Sarebbe troppo per te, venire qui ad aiutarmi?» Mi innervosisco, allora.
Cerelia punta le mani sui fianchi, mostrandomi per un solo breve attimo il proprio disappunto, prima di dirigersi verso di me, soffocando un sospiro.
«Dovreste smettere di trascurarvi in questo modo. Questo disordine non si addice affatto al ruolo che ricoprite in questa società.»
Il suo è un sussurro, ma riesco ugualmente a sentirlo.
«Oggi è il giorno delle ramanzine?»
«So perfettamente che quello che sta accadendo a palazzo vi rende inquieta, ma il meglio che potete fare per voi stessa e per la vostra famiglia in questo momento, è continuare la vostra vita e diventare più forte.» Il suo tono si è addolcito, insieme al suo sguardo.
«Non mi sto affatto trascurando. Ho solo perso la cognizione del tempo.» Non ammetterei mai che ha ragione. Il mio orgoglio me lo impedisce.
«Dovreste prendervi maggiormente cura di voi stessa e del vostro ruolo, Morana.»
Calca volutamente sul mio nome, porgendomi con un mezzo sorriso un abito rosa che neppure ricordavo di avere. «Non spetta a tutti avere una vita come la vostra.» Conclude, amaramente.
Le strappo il vestito dalle mani, rifugiandomi in bagno.
Sono consapevole del fatto che se adesso dicessi ciò che penso, darei vita ad una intera e difficile conversazione per la quale in questo momento non ho pazienza, ne tantomeno tempo. Inoltre, Cerelia è un'ottima confidente, ma rimane un'ancella.
Darle il permesso di dire ancora qualcosa a riguardo, le darebbe più potere di quanto gliene possa realmente concedere.
Tolgo gli abiti da allenamento e pettino capelli, lasciandoli ondeggiare liberi sulle spalle scoperte. Le sfumature più chiare brillano sotto i riflessi provenienti dalla finestra aperta, illuminandomi gli occhi stanchi a causa del sonno che continua a mancare, nelle mie notti infinite.
Mi pizzico le guance pallide, prima di fingere un sorriso verso lo specchio.
«La carrozza vi sta aspettando all'ingresso principale.» Cerelia bussa alla porta.
«Vostro fratello oggi sarà impegnato con gli studi, e vostro padre mi ha chiesto di rammendarvi che i vostri allenamenti giornalieri saranno rimandati a dopo il ballo. Senza eccezioni alcune.» Avrei dovuto immaginare che mio padre non avrebbe lasciato nulla fuori dal proprio controllo.
«Sarà Drystan ad accompagnarmi?»
Prendo un respiro profondo per calmarmi, e apro la porta.
«Drystan non è qui, Signorina.»
Cerelia ha preso a rassettare il letto sfatto, ma si ferma non appena mi vede.
«Drystan non è qui?» Ripeto, confusa.
Il viso di Cerelia diventa di colpo di un pallore mortale.
«Credevo lo sapeste.» Balbetta.
«Credevi male. Cosa significa che non è qui? Dove è andato?»
«Ne so quanto voi, Signorina.» Abbassa lentamente il capo.
Sto per chiederle di più, ma lei si affretta a sgattaiolare via dalla camera.
«La carrozza vi sta aspettando.» Urla, chiudendosi la porta alle spalle, lasciando il letto così com'è.
Nezia è uno dei paesi più ricchi e prosperosi delle nuove terre.
Dai piccoli finestrini della carrozza riesco a vedere le villette che costeggiano il sentiero, ricordando una ad una le facce di coloro che le abitano. Mercanti, coltivatori, artigiani... le persone che mantengono in piedi e viva la nostra società.
C'è stato un tempo, in cui queste stesse strade, adesso composte da breccia e terra, sono state coperte dall'asfalto; dove al posto delle casette unifamiliari, si erano eretti alti palazzi fatti di acciaio e vetro. Palazzi che sfidavano le nuvole... grandi e maestosi.
Mi sono sempre chiesta come sarebbe vederne uno. Cosa proverei nel guardare il cielo, scoprendolo coperto da qualcosa di più grande di me. Qualcosa di più grande di ogni cosa che abbia mai conosciuto. Strutture come quella, però, mi ha raccontato una volta mia madre, sono state distrutte ormai decenni fa. Estinte, come animali preistorici.
Ne esistono ancora dei frammenti, da qualche parte a sud della regione, ma a nessuno è permesso andarci...
«Signorina. Siamo arrivati.»
Prendo un respiro profondo.
Incastrato tra due edifici in muratura dall'aria triste, spicca un atelier nel suo verde petrolio, lucido e brillante, tappezzato qua e là di sprazzi bianchi candidi, laddove le ringhiere dei balconi e le finestre si affacciano sulla strada.
L'edera si arrampica sulle grondaie, coprendone il grigiore tetro, rendendo l'atmosfera sofisticata e allo stesso tempo selvaggia.
«Volete che vi accompagni dentro?»
Ezra si ferma poco fuori il vialetto di ingresso, con le mani rigide sui fianchi larghi, e lo sguardo che vaga da una siepe all'altra, mentre il viso si tinge di una sfumatura più chiara del rosso.
E' piuttosto buffo il modo in cui cerca di evitare di guardarmi apertamente, messo a confronto con i suoi quasi due metri di altezza e la stazza da bufalo.
«No, rimani pure fuori.»
Il suo imbarazzo non sarebbe nulla in confronto a quello che proverei io se mi seguisse. Se ci fosse stato Drystan sarebbe stato diverso: la sua presenza non mi ha mai messa a disagio.
Ma lui è sparito chissà dove, e chissà perché: ho persino provato a cercare mio padre per chiedere spiegazioni a riguardo, ma una delle sue guardie mi ha celatamente sconsigliato di disturbarlo.
Pare che il Narchin non fosse dell'umore adatto a discutere con alcun chi in quel momento.
«Signorina, siete qui. Avevo quasi perso le speranze, ormai.» Miss Blanca, nonché modista di palazzo, si affaccia dalla porta con un sorriso forzato. Do un'ultima occhiata ed Erza, che adesso dirige il suo sguardo sulla strada, prima di rivolgermi a lei.
«Mi spiace avervi fatto attendere, pare che a palazzo gli orologi abbiano smesso di funzionare.» La mia è ovviamente ironia, che la donna non pare cogliere, mentre allarga il sorriso dubbioso, e si fa da parte, per permettermi di entrare.
«Certo, Signorina.» Si piega in un mezzo inchino.
All'interno la bottega è esattamente come l'ho lasciata l'ultima volta, più di un anno fa: le mura sono tappezzate di una verdeggiante carta da parati che mio fratello trova orribile, resa più allegra dalla luce solare, che entra dalla grande vetrata posizionata a sud, la toeletta è ancora nell'angolo più remoto della camera, quasi sia stata dimenticata dalla stessa proprietaria, ed ormai interamente oscurata dalle centinaia di abiti esposti. Una varietà indefinita di piante riempie il restante spazio, rendendo il luogo simile ad una serra affollata, inebriante di profumi tanto diversi da confondere l'olfatto.
Provo a non starnutire, arricciando il naso.
«Vuole qualcosa da bere?» Con lo stesso tono di sufficienza che mi ha riservato pochi secondi fa, Miss Blanca mi si para di fronte, costringendomi indirettamente a sedermi sul piccolo e scomodo divanetto dell'anticamera. Mi affretto a scuotere la testa.
«Già vi ho fatta attendere a causa del mio ritardo, non vorrei darvi altro disturbo. Questa volta farò a meno della vostra ospitalità. Sono qui solo per l'abito.»
Non vorrei essere troppo brusca, ma non credo sia necessario comportarmi in modo gentile. Non del tutto, almeno.
Miss Blanca pare sorpresa, ma anche un po' sollevata.
«Oh bene, allora lo vado a prendere.»
La sua voce sfuma dietro un armadio contenente nastri e spille. Rilasso leggermente le spalle.
E' una sensazione che neppure io riesco ad identificare, eppure ogni volta che entro qui dentro, mi sento come se stessi entrando in una delle camere del palazzo: carica di ricordi, di risate, e di momenti che non potrei mai dimenticare, neppure volendo.
Tra questi, impresso a fuoco dentro di me, c'è il momento in cui mia madre mi ha confessato di essere malata. Ricordo ancora le sue parole, quasi come se qualcuno si fosse divertito a inciderle tra le pareti fragili della mia mente, rendendola meno piacevole da abitare:
«Soffro di un male sconosciuto, Morana... al quale non vi è rimedio.» Aveva detto a voce bassa, come fosse un segreto che poteva condividere con me soltanto. «Ma questo non deve renderti triste, tesoro mio. Troverò il modo di rimanere insieme a te.» Il sorriso le aveva illuminato il volto pallido, in un modo così genuino da farmi quasi credere che fosse vero.
Quasi, perché avevo comunque finito per piangere tutte le mie lacrime, rendendo la stoffa del mio nuovo abito una spugna, e costringendo Miss Blanca ad interrompere il suo lavoro.
Forse è per questo episodio che ancora prova antipatia nei miei confronti.
«La bozza originale del vostro abito, prevedeva uno scollo profondo sulla schiena, decorato con fiori stagionali e foglie d'edera. So che è stata un'idea di vostra madre, ma credo sia più appropriato un corpetto rinforzato con dettagli in oro, per risaltare l'eleganza della vostra figura.»
La modista torna da me, sfogliando le pagine ingiallite di un taccuino foderato in pelle. Dall'altra mano pende il vestito più lungo che abbia mai visto.
E' stato creato con seta di una meravigliosa sfumatura di verde scuro, coperto in modo leggero da uno strato di tulle dello stesso colore.
Sulla superficie si inseguono diversi disegni, raffiguranti fiori intarsiati in oro.
«Sembra stupendo.» Mi lascio scappare, interrompendo il susseguirsi delle descrizioni dettagliate che lei ha preso ad elencare, passivamente.
Miss Blanca si blocca. I suoi occhi neri come la pece, si fissano nei miei.
«Perdonatemi... devo essermi distratta.» Mi affretto a dire, ma lei mi sorride.
Un vero sorriso le distende il viso.
«Sono lusingata che sia di vostro gradimento.» E per la prima volta, lo sembra davvero.
Sospiro, sollevata.
Da quel momento in poi, l'atmosfera cupa che si era creata, svanisce in un fiume di parole e sorrisi. Miss. Blanca parla dei suoi lavori come fossero i suoi figli, complimentandosi con loro e con se stessa, più e più volte, inseguendo la mia approvazione.
«Avete bisogno di una pausa?»
Sta appuntando diversi spilli sull'abito, adattandolo alle mie forme, così da renderlo, se possibile, ancor più bello.
«Ve ne prego, continuate pure. Non mancano che pochi giorni al ballo, voglio che sia perfetto.» Vederlo su di me attraverso lo specchio, sentire la sensazione della seta sulla pelle nuda, percepire l'orgoglio con il quale Miss Blanca mi sta guardando, mi fa sentire... eccitata.
La donna pare riflettere per un istante, poi annuisce, riprendendo ad appuntare spilli di qua e di là, con maestria e precisione.
«Ho sentito dire che a palazzo saranno ospitati anche i nobili provenienti dalle altre regioni.» Probabilmente il suo è solo un modo come un altro per colmare il silenzio che si è creato, ma la scelta dell'argomento, turba nuovamente il mio umore, facendomi agitare.
L'ultima cosa alla quale vorrei pensare in questo momento, è la lunga sequela di invitati che ospiteremo in casa nostra.
«Pare che il Narchin di Nezia sia un uomo molto ospitale.» Ironizzo, allora, sperando di troncare la conversazione.
«Vostro padre non deve aver badato a spese, per questo evento. Scommetto che sarà una festa indimenticabile.» I suoi occhi neri adesso sono offuscati da qualcosa che sembra renderla quasi cieca, persa nei suoi stessi pensieri. «Credete vi voglia far conoscere qualche appetibile uomo d'onore? Ormai avete quasi passato l'età da matrimonio, non è così?»
Continua, stentando a trattenere un sorriso spontaneo.
Potrebbe essere una scortesia da parte mia, zittirla?
«Ci sono così tanti uomini che sarebbero disposti a prendervi in sposa, Signorina... Forse questa sarà la serata giusta per averne prova.»
«Mettermi in una teca di vetro, così che tutti possano fissarmi per l'intera serata; permettere che giudichino ogni mia azione e osservino ogni mio gesto; lasciare che il miglior offerente mi porti a casa con sé come un trofeo, in cambio di una buona alleanza politica. E' questa l'unica prova che avrò questa sera.» Non sono capace di trattenermi oltre. «Ma su una cosa avete ragione, Miss Blanca: sarà di certo una serata che non potrò dimenticare facilmente.»
Le sue mani si fermano a mezz'aria, mentre le labbra si schiudono per la sorpresa e la consapevolezza di esser stata inappropriata.
«Perdonatemi, ho parlato troppo.» Si esibisce in un profondo inchino.
«Siete voi a dovermi perdonare, pare che questo evento stia mettendo a dura prova i miei nervi.» Mi costringo quindi, a sorridere amabilmente, ma Miss Blanca rimane in silenzio, chiusa nel suo imbarazzo.
E nel silenzio, continua a fare il proprio lavoro.
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