Capitolo tre. - "Ospedali."
Camila era entrata dentro la stanza di Lauren nella quale c'erano tanti disegnini impressi sul muro. Lauren era stesa sul lettino.
I suoi occhietti verdi erano spenti, era silenziosa. Il suo nasino era fasciato. «Laur.» disse Camila e Lauren la guardò senza dire nulla.
Camila si arrampicò sul letto e si sedette vicino a Lauren, la guardò con dispiacere. «Mi dispiace.»
La bambina stesa sul letto, negò con la testa. «No.» disse. «Non dispiacerti.» disse sospirando. «Tu stai bene?»
«Io sì. Tu no.» sussurrò, Lauren sorrise e le prese la manina.
«Tranquilla, ho solo il naso rotto.»
«Come solo? È grave quello che ti hanno fatto...» sospirò.
«Non ne saresti uscita viva.» disse Lauren.
«Ho fatto bene.»
«Ma...»
«Camila, mi sarei sentita male se non fossi andata in tuo soccorso. Sono già un disastro così.» respirò profondamente. «Non avrei permesso che tu stessi male, sarebbe stato da co... Co...»
«Codardi?»
«Sì, codardi. Io non sono codarda.» disse. «È l'unica cosa di cui puoi stare certa.» le strinse la mano e Camila sorrise un po'.
«Hai ancora la macchinina?» chiese.
«Sì, certo. È sempre con me.» mormorò prendendola dalla tasca. «Tuo padre non c'è.» disse Camila mentre diede la macchina a Lauren.
La bambina dagli occhi verdi la prese e la guardò, era senza un graffio. «L'hai tenuta in tasca tutto il tempo?» chiese e Camila annuì.
«Certo.»
«Grazie.» le diede la macchinina. «Mi piace quello che fai per me.» disse. «Sei diversa dalle altre persone.»
«Sono diversa?» chiese Camila.
«Nel senso, dentro. Hai un carattere dolce.» sorrise. «Mi piace.»
«Ti piace?» la guardò.
«Uffa, lascia perdere. Non capisci.» disse acida Lauren e fece ridere Camila.
«Dai, che noiosa.» ridacchiò. «Spiegati.»
«Mi tratti diversamente da come mi trattano le altre persone. Vedo nel tuo sguardo voglia di aiutarmi, di farmi sentire tranquilla.» disse.
«Lauren, siamo amiche, no?» la guardò dolcemente mentre dondolava le gambine nel vuoto.
«Siamo amiche, ho davvero bisogno di te.» disse sospirando. «Voglio che ci sia qualcuno nella mia vita.»
«Un fidanzato?»
«Un'amica.» disse. «Io del fidanzato non me ne faccio niente.» ringhiò.
«Scherzavo.» disse Camila sospirando.
«Meglio che tu lo sappia comunque.» disse Lauren seria.
«Tutti noi cresciamo, Lauren. La tua voglia di avere qualcuno di importante nella tua vita, inizierà a nascere e a crescere.» disse Camila accarezzandole la mano.
«Perché?»
«Perché ti sentirai sola, incompleta.» disse. «Ognuno ha bisogno d'amore da dare e ricevere.»
«Nessuno se lo meriterebbe, sinceramente.» disse.
«Chi ti ha detto questa cretinata?»
«Mia madre.» disse.
«È vero.» ringhiò Camila lasciando la sua mano.
«Non ti scaldare.» la guardò Lauren, cercò di mettersi seduta ma un forte dolore allo stomaco le venne all'improvviso. «Ugh!»
«Ti aiuto.» disse Camila e aiutò la sua amichetta.
«Sappi che non ci sarà nessuno con me.»
Camila negò con la testa e sorrise. «Intanto, statti zitta.» le sorrise per poi dare un bacio sulla sua guancia e Lauren brontolò.
Camila si appoggiò a Lauren e quest'ultima le fece qualche carezza sul braccio. «Ti voglio bene.» disse Camila e Lauren sospirò.
«Anch'io.»
La porta si aprì e Freddie entrò dentro la stanza insieme a Sinuhe. «Signorina...» disse. «Mi dispiace.»
«Non dispiacerti, Freddie. Siediti. Pure lei, signora.» disse rivolta a Sinu, la donna prese una sedia e si sedette, fece lo stesso Freddie.
«Suo padre non è venuto.» disse.
«Perché?» chiese Lauren.
«Perché doveva lavorare.»
«Non l'avrei mai detto, sinceramente.» disse con rabbia. «Il suo lavoro è molto più importante di sua figlia.»
«Non dica così.» disse l'uomo e Lauren negò.
«Perché?», «La verità fa male?» lo guardò. «Andiamo.»
«Tuo padre ti vuole bene, Lauren.» disse sta volta Sinu.
«No, è tutta finzione. Potevo morire.» disse Lauren.
«Non è finzione.» disse.
«Allora, se mai mi volesse bene, perché non venuto di corsa da me?» rispose Lauren controbattendo.
«Perché è lontano?»
«Mio padre sa essere veloce per un qualcosa che vuole.» disse piano Lauren. «Non ha avuto voglia di venire perché il suo lavoro è molto più importante di me.»
«Come fai a dirlo?» chiese Sinuhe e Camila rimase in silenzio.
«Lui per me, oltre che farmi le "coccole" non è capace di difendermi da mia madre, Clara.» disse. «E non perché è assente. Proprio perché è codardo.» disse Lauren con rabbia.
«Che ti fa tua madre?»
«Mia madre? Non lo immagini nemmeno. Quella donna è...»
«Lauren.» intervenne il maggiordomo e Lauren rimase in silenzio.
«È vero.» disse.
«Signorina, porti rispetto.» disse.
«Non porto rispetto per nessuno. Loro non l'hanno mai portato per me. Ma guarda caso, se si fosse sentito male Christopher o Taylor sarebbero subito intervenuti.»
«È gelosia questa.» disse Freddie e Lauren negò.
«È semplicemente la verità.» sospirò Lauren.
«Ora calmati, va tutto bene.» disse Camila e Lauren sospirò.
«Va bene.»
Sinuhe rimase a guardare Camila e Lauren e sorrise leggermente. Le dispiaceva che tra poco se ne sarebbero dovute andare.
Freddie invece era sorpreso per come quella bambina riusciva a mettere a tacere Lauren con una semplice frase. Sapeva benissimo che Lauren aveva ragione, ma non poteva dirlo in quel modo. Lauren aveva ragione della madre e forse anche del padre.
Se fosse stato in lui, avrebbe mollato tutto e sarebbe corso da sua figlia.
Un figlio era davvero tanto.
Lauren forse era capitata in una famiglia non giusta per lei, la bambina aveva bisogno di tante attenzioni quanto affetto. I suoi sguardi tristi dicevano più di mille parole.
Ogni volta che la madre la rimproverava, le prendeva tutto, la trattava come una bestia, il cuore di Lauren moriva sempre di più.
Freddie sapeva di essere l'unica speranza della bambina, sapeva benissimo che lui le sarebbe stato vicino in ogni momento della sua vita, Lauren giocava spesso con i modellini che le aveva regalato due settimane fa.
A quanto pare, il piano di tenerli nella stanza del maggiordomo era efficace. Lauren era quasi sempre nella sua camera a giocare con le Ferrari, le Lamborghini, etc.
L'uomo era fiero di aver fatto sorridere la bambina facendole quel regalo, sapeva che il loro legame era forte.
La considerava come una figlia.
Italy, Milan
Stava già piovendo a Milano, e una bambina dagli occhialoni osservava la pioggia sbattere contro il vetro della finestra di camera sua.
«Allyson, vieni.» disse la madre quasi slittando sul pavimento limpido.
«È pronto?» chiese la bambina scendendo dal letto morbido in modo tale che abbandonasse la finestra che stava guardando.
I piedini scalzi slittavano sul pavimento lucente, dopo essere arrivata alla scala, decise di mettersi seduta sul passa-mano e di scivolare giù.
«Allyson, quante volte ti ho detto che non devi scendere dal passa-mano?» chiese leggermente arrabbiata.
«Mamma, dai. Lo sai che ormai sono grande e gioco sempre in questo modo.» disse Ally dolcemente mentre si accomodava a tavola.
«Ho preparato del pollo con patatine, ti va?»
«Certo! Sai che mi piace un sacco.» disse Ally sorridendo mentre guardava la madre che si dirigeva verso il bancone dove sopra c'era la teglia con il pollo dentro. Dopo averlo messo sul tavolo, Ally avvicinò la forchetta sull'animale.
«Ally, lo sai.» disse.
«Ah, vero.»
Mancava suo fratello.
La donna andò a chiamarlo, la musica che proveniva da camera sua, per colpa della radio, era altissima.
Allyson Brooke Hernandez, era la figlia del signor Jerry e Patricia Hernandez, aveva un fratello maggiore, Brandon. La famiglia, di origine texana, si trasferì in Italia.
Suo padre, già ideatore di abiti e costumi venne preso nella grande casa di moda Moschino.
Moschino, fondata nel 1983 a Milano da Franco Moschino, è una linea dove nello stesso anno, fu stata lanciata la prima collezione Moschino Donna dove ebbe subito successo. Due anni dopo, ovvero nel 1985, venne rilanciata una collezione uomo appunto per fiancare la donna. Nell'anno 1986, arrivò la linea Moschino Jeans.
La bambina di otto anni si trovava a guardare il pollo fumante, aspettava che il fratello arrivasse per mangiare tutti insieme.
«Ho fame.» disse Ally prolungando la "e" come se fosse una cantilena.
Dopo un po' arrivò la madre mentre teneva per l'orecchio con dolcezza il fratello.
Dopo aver lasciato Brandon, i due si sedettero a tavola e Patricia iniziò a distribuire il cibo.
Ally iniziò a tagliare il pollo con il coltello e non appena lo punse con la forchetta per poi portarselo alla bocca, la madre la fermò.
«Allyson.» la riprese.
«Che c'è?» la guardò e la donna le fece gesto di lasciare la forchetta.
La bambina lo fece. la madre si mise con le mani giunte e chinò un po' la testa.
«Dobbiamo ringraziare il Signore.» disse piano la madre e Ally insieme al fratello copiarono i gesti della donna.
«Grazie Signore per il cibo che ci dai, prega per noi, per la nostra famiglia. Amen.» disse e i due fratelli dissero "amen'' all'unisono.
Finalmente, il pancino di Ally che tanto brontolava fu messo a tacere. «Che buono.» commentò il fratello e Ally annuì felice mentre mangiava.
Il posto del padre era vuoto, come sempre non c'era e Ally ne risentiva davvero tanto.
Brandon era stato più fortunato, il padre gli aveva dato il giusto affetto e gli era sempre vicino in ogni momento.
Una volta arrivata Ally, si dovettero trasferire in Italia, la bambina non sapeva com'era fatta la sua calda terra. «Papà a che ora torna?» chiese Brandon dolcemente alla madre e Patricia fece spallucce.
«Non lo so, sinceramente. Penso per le 21:00.» disse.
«Come sempre.» Ally sospirò. Sapeva bene che per le 22:00 sarebbe andata a letto, visto che il giorno dopo sarebbe dovuta andare a scuola.
Ad Ally piaceva studiare e stare con i suoi compagni. Era una delle prime della classe, i suoi voti erano sempre altri e la voglia di scoprire le cose avanzava sempre di più. Ally amava molto l'arte, il padre era riuscito a farle venire la passione di disegnare qualche modella.
Il padre era pieno di suoi disegni, ovviamente ancora disordinati. Grazie ai disegni della bambina, Jerry riuscì ad ideare qualcosa di grande.
La famiglia Hernandez era molto religiosa e praticante. Patricia portava sempre sua figlia e Brandon in chiesa. Era raro che riuscivano a perdere una messa.
«Domenica dobbiamo andare in chiesa?» chiese Brandon sbuffando un po'.
«Non sbuffare, il signore ci vuole bene.»
«Non c'è niente di male andare in chiesa, fratellone.» disse Ally con amore e Brandon sospirò rassegnato.
«È noiosa.» disse facendo ridacchiare Ally.
«Il prete sembra come se stesse per morire. È così lento quando fa la messa. Non lo sopporto.» disse sbuffando e Patricia si mise una mano sulla fronte senza speranza.
«Brandon, ha anche una certa età, il prete.» disse.
«E perché allora non va via? C'è bisogno di un parroco nuovo e giovane.» disse. «Magari così ci vado più motivato in chiesa.»
«Staremo a vedere, ma intanto questa domenica verrai.» disse.
«Uffa, va bene.» si lamentò.
Dopo aver finito di mangiare, Brandon andò in camera sua e mise nuovamente la musica ad alto volume. Ally intanto aiutava la madre e ogni tanto sospirava. «Che c'è?»
«Niente, secondo te Brandon andrà in paradiso? Insomma per tutte le cose che dice.» sospirò.
«Ma certo, il Signore perdona tutti.» disse e Ally annuì felice.
«Non vedo l'ora che torni papà. Purtroppo è solo un'ora che stiamo insieme.» disse abbattuta.
«Lo so, piccola. Ma devi andare a scuola.»
«Non mi sto lamentando per la scuola.» si lasciò scappare un sospiro.
«Il fatto è che non vedo mai papà se non per un'ora.» disse. «Vedo tanti bambini che si fanno prendere dai propri genitori.»
«Lo so, ma la mamma ha cose da fare e non può venire a prenderti.» le disse Patricia e Ally annuì debolmente.
«Lo so.»
Ally andò in camera dopo aver aiutato la madre, si mise sulla sedia della scrivania e iniziò a disegnare qualcosa che sembra una signora. Ally al suo fianco aveva una rivista di moda e da quella, copiava le modelle giusto per tenersi in allenamento.
La bambina, mentre si esercitava con il disegno, pensava un po'. Da poco aveva conosciuto Troy Ogletree, lo aveva incontrato per sbaglio ad un torneo di calcetto svolto durante l'anno scolastico.
Voleva scoprire tante cose su di lui.
INTANTO A LOS ANGELES...
Camila si era addormentata insieme a Lauren sul lettino. Le braccine della grande stringevano dolcemente il corpicino della bambina che dormiva.
Sinuhe entro nella stanza e le vide, il suo cuore si spezzò non appena realizzò che era arrivato il momento di separarle.
Camila si accoccolò di più tra le braccia dell'amichetta. Lauren russava un po' per via del nasino rotto.
Erano le 07:10 P.M., tra poco sarebbe arrivato Michael Jauregui a vedere la figlia. La donna, si avvicinò dalla bambina e la scosse un po'. «Mila, sveglia.»
«Mamma...» disse sbuffando, intanto si mise più stretta tra le braccia di Lauren che sospirò un po', sentiva ancora del dolore.
«Dobbiamo andare, svegliati.» disse triste e Camila aprì gli occhi guardandola.
«Ah...?»
«Dobbiamo andare, forza.» disse.
«Non vado.» disse Camila ad un tratto. «Lauren non deve stare da sola.»
«Dobbiamo però. Tuo padre sta tornando e pure il suo.» sospirò e la prese in braccio e Camila si dimenò facendo svegliare Lauren.
«Ugh.» disse la bambina dagli occhi verdi. «Camila?»
«Lauren.» urleggiò, non voleva andarsene. «Lasciami.» disse dimenandosi.
«Dobbiamo andare Camila, non insistere!» disse Sinu portandola via.
«Camila, aspetta!» disse Lauren scendendo dal letto solo che poi si accasciò per terra dal dolore. «Mh!» mugolò dal dolore. «Dannazione, Karla!»
«Mamma lasciami!» urlò Camila mentre scalciava come non mai. «Ti prego.»
«Karla!» urlò Lauren mentre cercava di alzarsi. Le porte della stanza si aprirono e i medici entrarono ad occuparsi di Lauren.
Sinuhe salutò Freddie e gli augurò il meglio. Camila piangeva a dirotto, finalmente uscirono dall'ospedale.
Una Porsche nera si parcheggiò e un uomo vestito di nero, elegante, scese dalla macchina. «Signor Jauregui!» disse Camila ma quest'ultimo la lasciò perdere ed entrò di corsa nella grande struttura.
L'uomo andò in reception per chiedere informazioni sulla figlia, in che stanza si trovasse. Dopo essere stato informato, l'uomo andò nella stanza di Lauren, incontrò Freddie.
«Che è successo?» chiese.
«Il solito. Era con la figlia di Alejandro.» disse.
«Con Alejandro ci stavo parlando prima. Che hanno fatto a Lauren?»
«Era il solito gruppetto di ragazzi. Ora è nella camera, da sola. Ha avuto delle lesioni al naso, ha voluto proteggere la figlia del signor Cabello...» disse piano e Michael entrò nella stanza.
«Ciao Lauren.»
«Era ora.» disse piano con occhi gonfi.
«Mi spiace di aver tardato.»
«Il lavoro è più importante di tua figlia, vero?» lo guardò e sospirò.
«Non dire così.» respirò profondamente. «Era un incontro importante.»
«Credo di essere più importante io di uno stupido lavoro.» iniziò Lauren. «Tua figlia rischia di morire, e tu rifiuti di venire perché hai un lavoro importante?»
«Lauren, mi dispiace.» disse il padre abbattuto.
«Quando si fanno le cose sbagliate e dopo averle notate, ci si scusa sempre.» disse Lauren con odio.
«Lo so, ma se non riusciamo a fare soldi, pensi davvero che riesco a prenderti le medicine e tutto?» chiese mentre si sedeva al suo fianco.
«Penso che abbiamo abbastanza soldi per permettercelo. Posso avere cinque anni, ma alcune cose riesco a capirle.» disse con dolore. «Non assecondarmi come fanno tutti, non tu.» disse Lauren con il cuore infranto.
«Non lo farei mai. So che sei intelligente, piccola.» disse Mike con dolcezza e Lauren negò.
«No, non lo sai.»
«Perché non dovrei?»
«Perché è così, non c'è un motivo ovvio.» disse. «Vorrei riposare. Karla se n'è andata prima che tu arrivassi.»
«Ho visto il padre, oggi.» sorrise dolcemente e Lauren lo guardò.
«Okay.» tagliò corto.
«Lauren, perdonami per quello che ti ho fatto.»
«Volete essere perdonati. Ma non lo faccio, mi distruggete che manco ve ne accorgete. L'unica persona che mi sta realmente vicino è Freddie.» disse Lauren e Mike schiuse gli occhi.
«Resto con te.» disse il padre cercando di migliorare la situazione tra loro.
«E poi?»
«Cosa?» chiese.
«Resti con me e poi? Andrai sicuro a lavorare, e se mi dovesse succedere qualcosa? Che faresti?»
«Correrei da te. Ho capito che sei la creatura più preziosa. Dammi un'altra possibilità e perdonami.» disse.
«Okay.»
«Dici?» chiese. «Non prendermi in giro.»
«Tu non dovresti prendere in giro me.» disse piano Lauren. «Tanto lo so. Io so sempre tutto.» disse Lauren guardando il padre attentamente.
«Cosa sai?»
«Aspetta e vedrai.» disse Lauren.
NEW YORK, UN GIORNO DOPO...
Lauren tornò a New York con il padre e il maggiordomo. Clara intanto faceva giardinaggio insieme al figlio Christopher.
Il bambino di soli due anni era davvero tenero mentre passava i vasetti con le piantine alla madre. Non parlava, ma riusciva a farsi capire.
Le uniche parole che riusciva a dire erano: mamma e papà. Il nome di Lauren riusciva a dirlo per metà mentre quello di Taylor non ci riusciva neanche un po'.
«Amma.» disse il bambino chiamando la madre.
«Ah, grazie.» sorrise Clara prendendo il vasetto con una pianta grassa al suo interno, decise di far travasare la piantina e di metterla nell'aiuola.
La donna guardava suo figlio mentre giocherellava con le foglioline, era davvero tenero. Dopo aver finito di far giardinaggio, la donna prese in braccio il bambino e tornarono dentro.
Clara, amava tanto lavorare nelle sue aiuole, si sentiva giovane, era una passione che ha sempre avuto. I fiori erano la cosa che amava di più.
I suoi fiori preferiti erano i tulipani.
Clara andò a guardare Taylor che dormiva beatamente nel suo passeggino rosa. Il piccolo lenzuolo era avvolto tra le sue mani, quelle piccole gote erano rosse rosse, la rendevano ancora più bella.
La macchina, finalmente arrivò, Lauren era piuttosto stanca e ancora dolorante. Freddie la fece scendere dalla macchina, la bambina gli mantenne la mano.
I tre entrarono nella casa. Lauren notò subito il piccolo cambiamento del giardino. Notò tante piante. La donna si affacciò e vide Lauren con il naso fasciato. «Che è successo ancora?» chiese.
«Il solito.» disse. «Come sempre, è stata colpa mia. Madre.» disse Lauren andando in camera sua senza dire altro.
Freddie sospirò esasperato. Gli dispiaceva tanto per Lauren.
«Freddie, dovresti tagliarmi la siepe, vorrei una figura particolare però.» iniziò ad ordinare.
«Oh, certamente... Mi dica e vado a cambiarmi.» disse l'uomo e Clara sospirò.
«Vorrei che fosse a forma di fenicottero.»
L'uomo andò a cambiarsi, si mise dei semplici abiti appositamente per lavorare in quell'enorme giardino.
A LOS ANGELES...
«Eccomi a casa, ragazze mie!» urlò il padre mentre si toglieva la grande giacca grigia.
Camila era in camera sua, in silenzio a pensare un po' a tutto. Quel faccino era così abbattuto, triste, aver lasciato Lauren in quel modo era imperdonabile.
Pensò a quanto fosse una bambina d'oro e lì si accorse quanto Lauren ci tenesse a lei. Aveva perso il conto delle volte che la sua amichetta dagli occhi verdi prese delle violente botte allo stomaco e alla testa.
Per un attimo aveva pensato che sarebbe morta.
Avrebbe perso l'unica cosa che la faceva pensare seriamente.
Il suo cervello elaborava solamente la sua amichetta, lei e la sua amichetta, insieme.
L'unico modo che potevano vedersi, era quello di incontrarsi a lavoro. In quei tre giorni, il padre di lavorare andava nella casa di moda Guess, per motivi lavorativi.
Che ci mettessero intimo e abbigliamento insieme? Camila non lo sapeva, ma questo non le interessava, a suo parere, era tutto sbagliato. Camila voleva solamente sapere come stesse Lauren, cosa le sarebbe successo una volta arrivata a casa?
La bambina sperava il meglio per lei, chissà quando l'avrebbe vista di nuovo, sempre se, l'avesse fatto. Le mancava già, e Camila non riusciva a tollerare questa loro separazione forzata.
Il suo cuore era crollato, la sua mente non faceva altro che pensare a lei.
Ad un tratto, la porta della camera di Camila, si aprì. La bambina sobbalzò dallo spavento e guardò l'uomo davanti a lei.
«Ciao, Camila.» sorrise il padre e Camila lo guardò sorridendo.
«Papà.»
«Come stai?» chiese.
«Male.» disse la piccola e il padre si mise sul letto guardandola.
«Che succede?»
«Voglio vedere Lauren, la mia amica.» disse con un nodo alla gola.
«Lauren? La figlia di Michael?»
«Sì, lei... Jauregui.» accennò e Alejandro annuì.
«Oggi è venuto il padre da noi.» disse.
«Lo so, me l'ha accennato Lauren, viene lì il lunedì, giovedì e... Domenica.» disse.
«Esatto, piccola.» sorrise. «È un uomo in gamba.» le fece notare.
«Non lo so.» disse. «Lauren non se la passa bene a casa, per questo vorrei stare con lei.»
«Piccola, non potresti comunque. Sei piccola e non ti lasciamo andare a New York da lei, per starle vicino.» disse Alejandro poggiando una mano sulla spalla della figlia.
«Perché no? Lo sai che sono brava...» disse piano Camila e il padre rise dolcemente.
«Ma sei piccola, hai bisogno di noi.»
«Io sono grande... Ho quattro anni.» disse convinta. «Posso fare addirittura le valigie.»
«E cosa ci metteresti?» chiese lui e Camila si alzò e andò a prendere la sua valigia per poi aprirla.
«Sembri seria.» disse prendendola in giro e Camila lo guardò.
«Lo sono.»
La bambina mise le sue due bambole al suo interno insieme alla macchinina. Camila dopo aver chiuso la valigia, andò giù mentre tirava quel contenitore di vestiti e oggetti vari.
Alejandro si alzò mentre non smetteva di ridere, inseguì la bambina.
Sinuhe si affacciò e intanto che vide la scena, rimase confusa. «Che succede?» chiese e Camila la guardò.
«Parto a New York.»
«Come a New York?» chiese lei.
Camila non rispose e uscì fuori dalla casa. Alejandro andò e la prese in braccio.
«Quando sarai più grande potrai andare da lei.» disse l'uomo e Camila mise il broncio.
«Non è giusto. Voglio crescere subito!»
«Ma dove vorrai andare.» disse lui prendendola in giro e Camila si mise a braccia conserte, mentre sbuffava.
Sinuhe rimase a guardarli, sempre più confusa. «Mi spiegate?»
«Niente, la nostra Camila voleva andare a New York da Lauren.» disse Alejandro ridendo e Camila guardò la madre.
«Chissà come sta.» si chiese la madre mentre si recava di nuovo in cucina.
«Sicuro bene.» disse il padre.
«No, Lauren non sta bene. Ha il naso rotto.» disse Camila nervosa.
«Ah, ecco cosa si è fatta. Ieri il padre era piuttosto nervoso, gli avevo chiesto spiegazioni e niente, ha detto che era in ospedale.»
«Già.» annuì Camila sospirando e il padre la mise per terra.
«Cos'è successo?» le chiese prendendole la mano.
«Ieri dei bambini ci hanno attaccato, senza motivo. Lauren mi ha difesa.» disse sospirando.
«Piccola, bisogna farci un pensiero, è stata davvero gentile.» disse il padre e Camila sorrise leggermente.
«Sarebbe bello.»
«Dovremo iniziare a pensare a qualcosa che le piaccia.» disse Sinuhe aggiunse mentre tagliava dei pomodori.
«Non so i suoi gusti, non ha molti giochi.» iniziò. «Ma so che le macchinine sono la cosa che adora di più.»
«Macchinine quindi, bene.» disse Alejandro convinto. «Va bene.» le sorrise.
«Che vorresti fare?» la guardò Camila e l'uomo fece spallucce.
«Comprarle e quando la vedrò in quei giorni, le dò il pacco. Però vorrei che ci fossi anche te.» disse l'uomo e Camila rimase in silenzio per poi fare un sorriso delizioso.
«Ci sto.» sorrise Camila abbracciando il padre per la gamba e l'uomo la coccolò dolcemente. «Grazie, papà.» sorrise.
«Dai, ragazzi. A mangiare.» disse Sinuhe e Camila insieme al padre andarono al tavola.
Quella cotoletta fumante fece dilatare le pupille di Camila. L'acquolina si fece presente da subito. Il padre prese le posate e iniziò a tagliarla. «Soffia, mi raccomando.»
«Lo so.» disse Camila e iniziò a soffiare il cibo fumante per poi mangiare.
La famiglia si trovava davvero bene a Los Angeles, quel lavoro li aveva aiutati tantissimo a sistemarsi. I soldi iniziarono a non mancare. La felicità aumentava e la roba di cui si aveva bisogno, veniva comprata senza problemi.
Camila era felice ma triste allo stesso tempo. Le mancava il padre, in effetti prima, erano sempre insieme, Alejandro riusciva a godersi sua figlia. Ora invece, era tutto il contrario. Si vedevano giusto a cena.
Voleva che il padre tornasse da lei, dalla sua piccola Camila che tanto lo amava.
Ma era meglio così.
Sapeva che il padre stava bene e che a lavoro non gli sarebbe successo nulla di grave.
O almeno, così si pensava.
OH YEYEYEYEYE
Il terzo capitolo è stato pubblicato. Ringrazio i vostri commenti, visualizzazioni e voti.
Se questa storia sta crescendo, è tutto grazie a voi.
Ora sappiamo qualcosa del nuovo personaggio, la nostra Allyson Brooke. Chi sarà il prossimo?
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