Il Quatar
Morgan, dalla panchina, si girò verso Caleb. "Se andiamo avanti così questa partita la perdiamo di sicuro". "Ma come? Siamo avanti di due goal e stiamo dominando". Morgan alzò gli occhi al cielo.
"Evitami l'ironia, so che l'hai capito anche tu". "Ovviamente". "E speri che il Mister ti farà entrare. Mi spiace per te, ma neanche oggi sarà così". Il ragazzo sbuffò di nervosismo.
"Stonewall, è inutile che ti atteggi a superiore. Non ti faranno entrare se non in caso di estrema necessità". "E tu questa come la chiameresti?". "Necessità, ma non estrema. Aspetta di arrivare alle fasi finali, poi ne riparliamo...".
Dopo pochi minuti Jordan cadde a terra sfinito, e Morgan non era sorpreso. Lo aveva visto allenarsi come un mulo e adesso era il minimo che potesse succedergli.
Fu Morgan ad aiutarlo a sedersi in panchina. "Devi allenarti di meno". "Devo ancora migliorare tanto". "Di certo non puoi farlo in una notte, ti spezzerai qualcosa". Jordan strinse forte il bordo dei pantaloni.
"Io non dovrei essere qui". "Non dire stupidaggini". "Sono decisamente più debole rispetto agli altri, non dovrei nemmeno fare la riserva, figuriamoci il titolare!". "Greenway. Tutti sanno del tuo passato alla Alius, e credi che a qualcuno importi un fico secco di quello che hai fatto allora?". "A me importa". "Beh, quello che pensi tu non mi importa. E di sicuro, come ti ho già detto, non importa agli altri. Tantomeno al mister".
Jordan lo guardò. "Che c'è, credi di essere l'unico a sentirsi inadatto? Beh, non lo sei. Non è una responsabilità da poco indossare questa maglia. Porta con sé pressioni, paure, insicurezze... però è anche una bella soddisfazione". Morgan gli mollò una pacca sulla schiena.
"Goditi la vita". Poi gli sussurrò qualcosa all'orecchio, e il verde immediatamente arrossì. "Non è vero!". Morgan disse la stessa cosa a Caleb, che sorrise sotto i baffi.
"Bright ha ragione, Greenway". "Ehi Stonewall, scommettiamo? Io dico che lo farà prima della fine delle eliminatorie". "Io dico che lo farà dopo". "Andata!".
Jordan si schiaffeggiò la fronte. "Non ci posso credere".
Come previsto da Morgan e Caleb, in breve i Leoni del Deserto assediarono la porta di Mark. "Fuori Frost, dentro Austin Hobbes". Caleb ingoiò amaro. Di nuovo.
"Te l'avevo detto, Caleb". "È una vergogna. Se ci fossi io in campo la partita andrebbe diversamente". "Vuoi che ti spedisca negli spogliatoi, Caleb?".
Jude guardò verso la panchina. Ancora non gli era chiara la strategia di Travis: preferiva far giocare un ragazzino come Austin invece di qualcuno di esperto come Caleb. Non che lo volesse accanto a sé, ma gli sembrava la scelta più logica.
Nathan lo affiancò. "Ce la fai Jude?". "Sto bene, tu?". "Per ora resisto, sono preoccupato per gli altri. Speriamo che Austin ci dia una mano". Axel si avvicinò.
"Non se continua a evitare la porta". "Evitare la porta? Che intendi?". "Non vuole tirare, non vuole mettersi in mostra. È una sorta di complesso d'inferiorità, anche se non lo chiamerei proprio così". "Hai ragione Axel. Ma deve superarlo, o non andremo da nessuna parte".
Axel si lanciò in avanti dietro ad Austin per la terza volta, ma quando sbagliò anche questa volta si infuriò e gli calciò addosso il pallone.
"Non è così che si gioca a calcio, e tu lo sai! Ci sono passato anch'io, Austin, e per motivi più seri dei tuoi".
Ygritte gli diede un pugno in faccia. "Senti, o ti dai una svegliata o te ne servo un altro. E la prossima volta non mi controllerò, ti appiccico direttamente al muro!". Axel si massaggiò il naso.
Non poteva, non poteva aiutare la sua squadra. E non poteva aiutare sua sorella. Si odiava per questo. Ygritte lo prese da parte. "Se è per un qualche strano complesso mentale, ti giuro che te lo faccio passare con un'altra manata nel giro di due secondi e mezzo e con una bella giravolta sul posto. Quindi vedi di non fare il rimbecillito di turno".
Il discorso di Axel parve risvegliare Austin. O forse fu perché aveva visto le lacrime nei suoi occhi. Il bomber di fuoco si voltò in tempo per asciugarle e strinse i pugni.
Mi manchi così tanto. Vorrei che tu fossi qui per vederci.
Jude lo affiancò e Axel si fermò un secondo a guardarlo.
Come ci riesci, Jude? Come riesci a sopportare la sua assenza?
Jude parve capire al volo e scosse la testa.
Non lo faccio. Non ci riuscirò mai.
Tornarono a concentrarsi sul gioco, ma Austin fece praticamente tutto da solo. "Ruggito della Tigre!". La sua rete siglò il tre a due definitivo, e tutta la panchina meno Morgan e Caleb corse ad abbracciare il ragazzino.
Morgan si limitò ad una pacca sulla spalla. "Sapevo che eri tosto, per uno che fa ancora le elementari". "LE ELEMENTARI?". Morgan guardò i compagni, basito.
"Non lo sapevate? Mi sembrava abbastanza ovvio". "Non lo era, come lo sapevi?". "Deduzione, e poi ho cercato qualcosa in rete".
I ragazzi tornarono alla Raimon, e Celia fece cenno a Jude di raggiungerla in camera sua. "Non può aver trovato informazioni in rete". "Chi?". "Morgan! Jude, ho cercato anche io e non c'era niente su Austin. Zero assoluto". Jude guardò sua sorella.
"Ci nasconde qualcosa. È un ragazzo molto strano, e il fatto che non fosse alle selezioni mi inquieta ancora di più". "Devo indagare?". "Comincia subito".
Celia aprì il portatile, mentre Jude si sedette sul letto e strinse fra le dita il proprio ciondolo.
Possiamo farcela, Ygritte. Possiamo arrivare alla finale, possiamo vincere.
"Ho trovato qualcosa, però...". "Fammi vedere".
Erano informazioni semplici: nome, luogo di nascita, informazioni sulla famiglia...
"Non c'è niente. Non una menzione a esperienze passate nel mondo del calcio, niente di particolarmente rilevante" disse Celia.
"Qualcosa non quadra. Travis non può aver chiamato in squadra un perfetto sconosciuto". I due fratelli si guardarono.
"Dovremo indagare più a fondo, fratellino".
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