Capitolo 2
Anno 2008.
Ogni giorno, arrivata a casa, mi aspettava la solita situazione: i miei che litigavano e i miei fratelli nelle loro rispettive camere.
E ogni giorno reagivo nello stesso modo: non salutavo nemmeno, correvo sù per le scale, aprivo la porta di camera mia, buttavo lo zaino a terra, chiudevo la porta alle mie spalle e mi buttavo a peso morto sul letto, nascondendo il viso sotto il cuscino.
Ma da un paio di giorni, la situazione era cambiata, in meglio, dentro me.
Una volta infilata la testa sotto il cuscino, con gli occhi chiusi pensavo a quel ragazzo che incontravo ogni giorno nel pullman, ai suoi occhi blu e al suo sorriso.
E mi sentivo bene, sì, stavo molto meglio.
E sembrava ormai una specie di rituale, vederci, con lui che puntualmente si sedeva accanto a me e io che gli tenevo il posto, ogni singolo giorno.
Ma forse a lui piaceva solo sedersi dietro, in disparte, e non gli importava niente di me, di sedersi accanto a una con i capelli arruffati e un leggero trucco sul volto.
Era così bello, che accanto a lui ci vedevo una tipa tutta tette e culo, con sei tonnellate di trucco in faccia.
~♡~
Il giorno dopo, dopo altre quattro ore di lezioni, aspettai che Dakota e Jacopo uscissero da scuola a loro volta e poi tutti insieme ci avviammo al pullman, mentre il mio cuore già accellerava i battiti al pensiero di rivederlo.
"Ehi, Ariel...", mi chiamò Dakota, per far sì che rivolgessi il mio sguardo verso di lei.
Quando mi girai, lei proseguì:"Ho scoperto che quel ragazzo che ogni giorno si siede accanto a te, effettivamente si è trasferito da poco qui, a Staten Island. Viene da Vancouver. Ma non so il nome, so solo che sta al quarto anno, nella classe B.".
Annuii semplicemente, pensando solo all'incontro e a nient'altro.
Salimmo sul pullman, ma quel giorno c'era qualcosa di insolito, qualcosa di non ordinario.
Lui già era seduto lì, in fondo a destra, e aveva sporto la testa per vedere chi entrasse. O forse, per vedere se io, entravo.
Di solito ero io che aspettavo lui e così il mio cuore perse più di un battito.
Incrociai, casualmente, i suoi occhi e vidi un sorriso allargarsi sul suo volto.
E quel sorriso era rivolto a me.
Da lontano, ricambiai timidamente, arrossendo e mi andai a sedere al solito posto, in fondo e accanto a lui, seguita da Jacopo e Dakota.
Quest'ultima pareva aver notato la scena, perché era molto più raggiante del solito e non smetteva di fissarmi, quasi estasiata.
Quando mi fui seduta e ebbi appoggiato lo zaino a terra, mi aspettavo che lui si presentasse, ma non lo fece, così io stetti per le mie.
Ero troppo in imbarazzo, mi metteva soggezione il suo sguardo ed inoltre ero anche troppo timida per fare il primo passo.
Stupida me!
~♡~
La solita mezz'ora passò in fretta e come al solito, nel pullman, c'erano pochissime persone.
Io, Dakota, Jacopo e il tipo nuovo, eravamo gli ultimi a scendere, ognuno a fermate diverse.
Ora era arrivato il suo turno e così si alzò.
Si stava già allontanando, e mentre lo fissavo, qualcosa che brillava sul sediolino accanto, attirò la mia attenzione.
Quando abbassai lo sguardo, vidi che era una collana, con un ciondolo.
Il ciondolo aveva la forma di un elefantino. Lo sfiorai con le dita e poi realizzai di chi era.
Subito mi alzai, gridando un:"Ehi!".
Il tizio si girò verso di me con uno sguardo interrogativo, così mi sbrigai a raggiungerlo, più imbarazzata che mai e gli porsi la collana:"Questa dev'essere tua...", e abbassai lo sguardo, porgendogli l'oggetto.
La sua mano sfiorò la mia, prendendolo, e un brivido mi salì lungo la schiena.
Quando sentii la sua voce, mi costrinsi ad alzare lo sguardo e a guardarlo negli occhi, anche se sapevo che l'effetto che mi facevano, era devastante.
"Grazie di averlo recuperato. Se l'avessi perso, non so quale cazzata avrei potuto fare. Grazie davvero.", mi sorrise e io feci lo stesso di rimando, mormorando un:"Di nulla.".
Intanto nella mia mente pensavo alle sue parole.
Perché avrebbe fatto delle pazzie per una semplice collana? Che significato importante aveva per lui quel semplice oggetto, quel ciondolo?
Forse non l'avrei saputo mai.
Mise la collana al collo, dopodiché mi porse la mano e si presentò:"Piacere, sono Haiden. Haiden Harris!".
Gli strinsi la mano e risposi:"Piacere mio, sono Ariel. Ariel Williams.".
Sorrise ampiamente e lasciandomi la mano, disse:"Allora, ci vediamo domani, sirenetta Ariel!", alzò la mano in cenno di saluto e scese dal pullman, proprio quando le porte si aprirono.
Mi imbronciai un po', ma almeno mi aveva detto che ci saremmo visti domani.
Quindi per lui era una specie di appuntamento abitudinario, come lo era per me.
Andai a sedermi di nuovo, al mio posto, mentre Dakota mi fissava sbalordita e a bocca aperta.
Avrei dovuto spiegarle molte cose. Anzi, avrei dovuto spiegare molte cose sia a lei, che a Jacopo, che per la prima volta era stupito più della mia migliore amica.
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