IV
Il ragazzo che scoprii si chiamasse Ash fu così gentile da prestarmi dei vestiti asciutti e delle scarpe per non ammalarmi.
E non solo. Mi accompagnò nel tragitto che mi portò fuori dal bosco e non appena il telefono prese linea, chiamò un taxi e lo pagò in anticipo.
Un vero angelo sceso in terra.
Con un fucile a tracolla.
In macchina la noia prese la guida ed ebbi la necessità di schiarirmi le idee, ora che potevo pensare lucidamente sugli accaduti delle ultime 24h.
Tornai coi ricordi alla notte brava che trascorsi.
Che stupida incosciente.
Quanta paura sperimentai e sensazioni nuove avevano preso il controllo dei miei sensi.
Come se tutto ciò che introdussi nel mio corpo avesse assunto le sembianze di piccoli omini malvagi che mettendosi al timone del mio cervello, comandavano ogni cosa: sensazioni, decisioni, stati d'animo, azioni, tutto ciò che era in grado di portarmi al limite.
Quanto è sottile il filo che ci tiene su questa terra, basta una forbice affilata che zzch!
E la tua anima inizia a vagare lontano da qualche altra parte.
In quella macchina quanti dubbi che emersero sganciandosi dai macigni che li tenevano sul fondo.
Grandi tanto da sovrastarmi, paurosi abbastanza da intimidirmi e violenti da pestarmi a sangue.
Perché ho avuto il bisogno di spingermi oltre me stessa? Cosa c'è che prende il sopravvento e che decide cosa devo fare? E perché decide sempre di farmi del male?
Come può essere considerato divertimento l'abuso di sostanze? E perché si ricerca nonostante non sia divertente?
Cosa c'è di sbagliato in me?
Nel buio delle domande senza risposta una piccola fiamma si presentò timidamente a scaldare quel vuoto che avevo nel petto.
Il ricordo della gentilezza di quel ragazzo mi alleviò dal dolore che sentivo.
Mai prima di allora qualcuno mi aveva fatto una carineria o trattato con dignità, rispetto, senza secondi fini.
E come emergeva forte il contrasto tra i suoi modi affabili e il suo aspetto.
Appariva duro, impenetrabile, illeggibile. Ma come apriva bocca, ecco che tutto il suo volto si trasformava: gli occhi assumevano una luce diversa, più viva, così anche il sorriso e la gestualità cambiava.
Chissà se il buon umore è parte del suo carattere.
La curiosità verso quella nuova conoscenza era un buon diversivo per distrarmi dallo schifo che avevo dentro.
Una volta fatto ingresso nel vialetto di casa, i sensi di colpa iniziarono a insinuarsi sotto la pelle. Passo dopo passo, si fecero sentire, prima di soppiatto, per poi arrivare a ribbolirmi nelle vene come vino rosso in fermentazione.
Mio malgrado, non avevo le chiavi e avrei dovuto per forza affrontare il dispiacere o i rimproveri di qualcuno.
E così fu. Una volta aperta la porta ecco che la bocca dell'orco di Bomarzo mi inghoittì. Da dentro leggevo solo, "lasciate ogni pensiero voi ch'entrate".
•••
Caro lettore, sarà stata a causa dell'assenza di ricordi, che la descrizione di quella disastrosa serata non deve essere apparsa ai tuoi occhi così terribile come realmente fu, ma ti racconto di più.
Una volta risvegliata e deciso di incamminarmi nel bosco, una serie di ricordi hanno iniziato a riaffiorare come li stessi vivendo una seconda volta e si sono stampati in me come niente prima d'allora.
Lascia che ti racconti quanto realmente accaduto.
Quella sera mi trovavo nella mia camera distesa a peso morto sul letto. Ero ancora nuda appena uscita dalla doccia. Cosa fare, cosa non fare, mi chiedevo ancora tutta gocciolante.
Pensando alle varie possibilità, ecco la suoneria del telefono e una chiamata improvvisa.
Ora sapevo cosa avrei fatto quella sera.
Mi passò a prendere con la sua moto rossa fiammante e in un attimo ci ritrovammo a volare tra le strade di quella città.
La sentivo: nel pieno del viso, dal vento freddo sulle braccia, dai capelli per aria. La libertà, che mi faceva, per quel breve momento, essere all'altezza, abbastanza.
Ridevamo dal nulla ad ogni rosso del semaforo, mentre i nostri occhi si incontravano, le mani si stringevano piano e entrambi desideravamo toccare la carne calda sotto quei vestiti.
E via che si ripartiva in tutta fretta, mentre lo stringevo forte e mi accoccolavo alla sua schiena, coperta dalla pelle morbida del suo giubotto.
Entrammo mano per la mano nel locale quasi correndo.
Eccoci in pista già con il drink in mano a non staccarci gli occhi di dosso.
Ballavamo tra la gente meccanicamente, quasi arrabbiati, con un rospo dentro da tirare fuori.
Neanche dieci minuti e già eravamo nei bagni a farci l'uno dell'altra. Lui su di me che la leccava delicato sul fasciatoio dei bambini. Io giù che lo prendevo tutto in gola mentre mi spingeva con le mani grandi, la nuca con forza.
Per poi unirsi l'uno all'altra a fare... cosa? L'amore?
E chi lo conosce l'amore.
Sapevamo solo soddisfare gli impulsi, i bisogni richiesti dai corpi quando ci trovavamo vicini.
Fossi sincera con te e con me stessa, ammetterei che non c'era niente di romantico e a raccontarlo non so essere oggettiva. Se qualcuno avesse visto tutto da fuori, come un narratore onnisciente che si appropinqua a raccontare gli stessi avvenimenti, avrebbe detto più o meno cosi:
"Su quella moto c'erano un ragazzo troppo perso in se e una ragazza che sapeva solo sognare.
Le risate erano in realtà piene d'imbarazzo e le mani strette, erano fredde e sudate per il disagio di stare lì.
La sua fretta era data dalla dipendenza che chiamava affamata per essere soddisfatta.
Ed lei gli correreva dietro ovunque, spingendosi oltre se stessa pur di compiacerlo in tutto."
Avrebbe detto che tra noi non c'era niente: nessun intesa, nessun reale piacere. O forse c'era ed era solo unilaterale.
Quanto possiamo distruggerci la vita con le nostre stesse illusioni certe volte.
Cosa avrei voluto fare veramente quella sera? O quegli ultimi anni della mia vita? Come sarebbero andate le cose se non avessi cercato di adattare le mie scelte ai desideri altrui? Se non fossi cascata ai piedi di qualcuno che non sa cosa farsene del regalo delle vita che gli è stato donato e che distrugge quella altrui come fa con la propria.
Ed eccomi che ad oggi mi ritrovo come lui: totalmente persa in me.
E il resto? Non lo conosco neanche io. Cosa accadde quella notte mi è del tutto sconosciuto e ne confesso una forte vergogna.
Ma che rimanga tra me e te, la sento ancora appiccicata addosso. Non so cos'è ma da quel giorno ho visto il mondo con angoscia, perdita, come fossi uscita dal mio corpo e lo guardassi agire senza averne alcun controllo.
Era tutto nero, il mio cuore andava all'impazzata e nelle vene mille formiche che camminavano con le loro piccole zampette, veloci come onde anomale che mi facevano tremare dall'interno.
Ero sicura che sarei morta...
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