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26th october
7:41 pm

Erano circa le sette di sera. Il citofono aveva iniziato a squillare proprio quando i due ragazzi avevano deciso di stendersi sul divano per riposarsi un po', coccolandosi a vicenda prima di cenare.
Visto che chiunque fosse alla porta persisteva ancora e non sembrava volersene andare tanto presto, Luhan, a suo malgrado, fu costretto ad alzarsi e andare a rispondere.

— Pronto? Chi è? — chiese il castano, prendendo la cornetta del citofono.

Sehun, ancora seduto sul divano, non poté sentire la risposta di chi stava dall'altra parte, ma, dall'espressione quasi spaventata che aveva assunto il volto del maggiore, dedusse che non fosse una visita esattamente gradita.

— Okay, vi faccio salire — poi riattaccò la cornetta alla base del citofono, appesa alla parete accanto all'ingresso.

— Chi era? — chiese Sehun, una volta che il cinese si era nuovamente girato verso di lui.

Il ragazzo, impallidito, si avvicinò al moro — Erano i miei genitori — rispose, portandosi una mano davanti alla bocca come se volesse mangiarsi le unghie. Non sembrava una cosa così terribile, ma per Luhan era davvero un enorme problema.

— Beh, è fantastico. Così li conosco — commentò il più piccolo, un po' incerto, vista l'espressione del maggiore.

— No, no, no, non lo è. Non è fantastico. Non avresti mai dovuto conoscerli — affermò, camminando ansiosamente avanti e indietro mentre Sehun lo seguiva con lo sguardo.

Il più alto non sapeva se avrebbe dovuto sentirsi offeso, ma non ebbe neanche il tempo di fare domande, che vennero nuovamente interrotti, dal campanello della porta, questa volta.

Gli occhi di Luhan scattarono subito a guardare verso l'entrata e il suo viso impallidì ancora di più, se possibile.
Al corvino sembrava uno di quei protagonisti dei film horror, con l'assassino dall'altra parte della porta, pronto ad aggredirlo.
Il castano fece segno all'altro ragazzo di nascondersi e, ignorando le proteste di quest'ultimo, lo spinse fino a chiuderlo in camera sua, portando dentro anche Vivi. Tornato in soggiorno, prese un respiro poi, lentamente, si avvicinò all'ingresso e, con altrettanta lentezza, afferrò la maniglia, aprendo la porta prima solo di poco, in modo da poterci sbirciare dietro, poi la spalancò completamente.

Si ritrovò davanti i suoi genitori, un uomo e una donna entrambi sulla cinquantina. Lei, Jingfei, era coperta rosso che mostrava solo i suoi tacchi, rossi anche quelli. Lui, Angúo, invece, teneva il suo giubbotto in mano, rivelando l'elegante completo grigio scuro, arricchito da una cravatta porpora che scompariva sotto la giacca.

La donna prese suo figlio e lo abbracciò, non appena la porta fu aperta — Oh, Han, tesoro, ci hai fatti preoccupare tantissimo. —

— Eh? — il ragazzo si allontanò confuso dalla madre.

— Abbiamo saputo dell'incidente e siamo venuti il prima possibile — spiegò lei.

— Ma chi ve l'ha detto? — chiese, quasi infastidito.

Jingfei gli mostrò il messaggio che aveva ricevuto, in cui le spiegavano l'accaduto e, cosa peggiore, il mittente era niente meno che Sehun. Si fece un appunto mentale di andare, una volta che i suoi se ne fossero andati, in camera sua e strozzare il minore. Quest'ultimo intanto era seduto sul letto con il suo cane sulle gambe e cercava di ascoltare la conversazione, ma non capiva molto, visto che non parlava bene il cinese mandarino.

— È un tuo amico, no? — chiese conferma sua madre.

Per appena una frazione di secondo, rimase spiazzato, poi rispose: — S-sì, certo! — un'ottimo amico, pensò, tra sé e sé, dando particolare enfasi alla parola "ottimo" nella sua mente.

— Non c'era bisogno di venire, non è successo nulla di grave — continuò, poi, il castano.

— Lo sappiamo, ce l'hanno detto in ospedale. Ci hanno anche detto che eri già stato dimesso — intervenì suo padre, questa volta.

— Ma ora stai bene, vero? — riprese di nuovo la parola sua madre, apprensiva.

— Sì — fece una pausa — Quando tornate in Cina? — tagliò corto Luhan, cercando comunque di sembrare gentile.

— Beh, siamo appena arrivati. Pensavamo di rimanere qui un paio di giorni — lei cercò di spiegargli i loro piani con un tono ragionevole, dopo aver lanciato una veloce occhiata d'intesa al marito.

— Qui, nel senso, a casa mia? — chiese il ragazzo, sgranando gli occhi e scandendo bene ogni parola.

— No, tranquillo, non volevamo disturbarti quindi ci siamo sistemati in un hotel qui in città — lo informò il padre, rassicurandolo.

Ci fu un attimo di silenzio, poi la donna parlò di nuovo: — Visto che ora siamo qui, perché non vieni a cena con noi? Così ci racconti un po' come va da quando ti sei trasferito, dato che non ci chiami mai — propose.

— N-no, non è il caso, sono stanco — si affrettò a rispondere, cercando di rifiutare l'offerta il più gentilmente possibile.

— E preferisci rimanere qui da solo? — provò a convincerlo ancora la donna.

Luhan quasi andò nel panico, perché era sicuro al cento per cento che loro si sarebbero offerti per rimanere a fargli compagnia, e lui non sarebbe riuscito a mandarli via. Ma lui non era affatto solo, e non poteva certo far restare in camera sua Sehun tutta la sera solo per non far saltare la copertura.

— No, sì, avete ragione, vado a cambiarmi e arrivo — disse velocemente, correndo a rifugiarsi nella sua stanza — Voi intanto accomodatevi — li invitò, prima di chiudere la porta.

— Com'è andata? — chiese il minore sussurrando, non appena l'altro fu nella camera.

— Non lo so — il cinese riprese a camminare nervosamente, come quando erano in soggiorno — Dovevi proprio dirglielo? — chiese, senza neanche specificare cosa, essendo sicuro che l'altro aveva compreso esattamente ciò a cui si riferiva.

— Sono i tuoi genitori, dovevo — si giustificò il moro.

L'altro si fermò — Hai ragione, scusa — si sedette sul bordo del letto accanto a Sehun, poi si lasciò cadere all'indietro, sdraiandosi a pancia in su sul materasso, coprendosi il volto con entrambe le mani.

— E adesso? — chiese il minore, preoccupato, guardando il suo ragazzo steso sul letto.

— Hanno detto che rimarranno a Seoul per qualche giorno quindi, se riusciamo a non farci scoprire da loro, torneranno in Cina in meno di una settimana — la sua voce era ovattata per via delle mani davanti alla bocca. Poi le spostò sul proprio stomaco, con le dita intrecciate tra loro.

Il più alto aggrottò la fronte, alzando un sopracciglio — Non vuoi dirgli di noi? — domandò, a metà tra lo sbalordito e l'offeso.

— Non è che non voglio, non posso. Loro... — lasciò un attimo la frase in sospeso, in cerca delle parole più adatte, poi continuò: — Loro non lo accetterebbero — concluse.

— Ho capito — disse, comprensivo e rassegnato, l'altro, passandogli una mano sulla guancia, strofinandola con il pollice.

— Non so cosa potrebbero fare se lo scoprissero. Non voglio che si mettano tra di noi — continuò, con voce singhiozzante, mentre guardava il soffitto con le lacrime agli occhi. Appoggiò, poi, la propria mano su quella di Sehun, che era ancora sulla sua guancia.

— Non succederà, tranquillo — lo rassicurò il corvino, abbassandosi verso di lui per lasciargli un piccolo bacio sulla fronte.

Il più basso cercò di calmarsi un attimo, poi si alzò — Dovrei cambiarmi i vestiti per andare a cena son loro. Ti dispiace..? — chiese, non senza un evidente senso di colpa nella voce.

— No, tranquillo, vai pure. Io ordinerò una pizza. —

— Grazie — e lo baciò dolcemente sulle labbra.

Quando Luhan cominciò a spogliarsi, dopo aver preso dei vestiti dall'armadio, il moro preferì girarsi dall'altra parte, per lasciargli un po' di privacy.

Il maggiore, dopo essersi cambiato la tuta bianca e grigia con una camicia e un paio di jeans, si abbassò all'altezza del volto di Sehun, ancora seduto sul letto, e unì nuovamente le proprie labbra con le sue, prima di uscire dalla stanza.

— Ho sentito delle voci, stavi parlando con qualcuno? — chiese tempestiva la madre, non appena vide Luhan tornare in salotto, dove lei e suo marito si erano accomodati sul divano.

Il ragazzo cercò di pensare ad una scusa credibile nel minor tempo possibile e rimase piacevolmente stupito di come riuscì ad elaborarne una quasi immediatamente.
— Sì, un mio amico mi ha chiamato al telefono, nulla di importante — rispose, provando ad apparire tranquillo, poi andò a prendere il giubbotto — Andiamo? — domandò, guardandoli.

Lei per un attimo lo guardò con un sopracciglio alzato, domandandosi se fidarsi o meno, poi i due si alzarono dal sofà e raggiunsero loro figlio all'ingresso.

L'ultimo rumore che sentì Sehun, provando ad origliare dalla serratura, fu il leggero sbattere della porta di casa, poi il silenzio regnò nell'appartamento.

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eh, già, ecco il sequel
premetto che sarà più corto del primo,
intorno ai 10 capitoli, credo
ma spero vi piaccia comunque

e, niente, ciao

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