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Capitolo 5

Michael's pov

«Michael io credo di essere incinta».

Sputai l'acqua che stavo bevendo, fissando Danielle ad occhi sgranati. «Stai... Stai dicendo sul serio?».

Danielle annuì, tremando visibilmente da capo a piedi. Era sconvolta dalle sue stesse parole. «Non sono mai stata più seria di così».

Mi sedetti accanto a lei, afferrandole una mano fredda come il ghiaccio e umida di sudore. Sentivo il suo disagio nelle ossa, per quanto strano fosse, e la cosa mi faceva stare male. «Come ti senti?», le chiesi, fissandola cauto.

«Uno schifo», rispose Danielle, rubando il mio bicchiere per fare una lunga sorsata d'acqua, «Ora che l'ho detto a qualcuno anche peggio».

Annuii, accarezzando il dorso delle sua mano con il pollice. «Da quando hai iniziato a sospettarlo?».

Forse non era buono farle il terzo grado, ma parlare di un problema è la prima soluzione per superarlo – anche se, a dirla tutta, una gravidanza non era un problema. Ma questo dipendeva dai punti di vista, ovviamente.

Danielle sospirò, sgusciando via dalla mia presa per cercare qualcosa nella sua borsa. Ne estrasse un pacchetto di Camel ed un accendino. «Settimana scorsa mi sono accorta di essere leggermente in ritardo con il ciclo mestruale, ma non ci ho dato molto peso, di solito non è mai puntuale, specialmente ultimamente che sono stressata per il lavoro... Poi l'altra volta ho fatto sesso con Calum, ma avevamo finito i preservativi, solo che io prendo la pillola quindi pensavamo di andare sul sicuro... Ma appena ho preso la scatola delle pillole mi sono accorta che erano scadute. Fortunatamente ne avevo un'altra scatola ma... L'ultima volta che l'abbiamo fatto io ho preso una di quelle pillole scadute e nonostante avessimo usato il preservativo ho la fottuta paura che si sia rotto o altro. Per di più ho la nausea da un bel po', sbalzi d'umore in continuazione... Ho paura, Mikey», spiegò, accendendosi una sigaretta con le dita che le tremavano.

Io la osservai sorpreso. «Allora, primo: se sei incinta sul serio dovrai evitare le sigarette», borbottai, sfilandogliela da bocca tra mille proteste, «E secondo: ne hai già parlato con Calum?».

Danielle scosse la testa. «Voglio prima esserne sicura. Non voglio fargli prendere uno spavento per nulla, se poi non è così e sto male per altro. Tu sei l'unico che lo sa», spiegò, fissandomi fumare la sua sigaretta con espressione disperata che poi si tramutò in un broncio.

Mi voltai verso di lei, capendo benissimo le sue intenzioni. «Non sono Calum, non mi corromperai mica con quell'espressione da cucciolo smarrito! Ne vale della salute del tuo bambino, Danielle».

«Non lo sappiamo con sicurezza se sono incinta o no! Dammi una cazzo di sigaretta, Mikey, ti prego», mi implorò, congiungendo le mani a mo' di preghiera.

Scossi la testa. «Finché non scopriamo se sei incinta o no non fumerai più», sbottai, spegnendo la sigaretta nel posacenere e mettendomi il pacchetto in tasca.

Danielle si morse il labbro inferiore. «Almeno ridammi il pacchetto, è di Calum, si incazzerà quando scoprirà che ce l'hai tu».

«Si incazzerà di più quando scoprirai che fumi come un turco mentre aspetti il suo bambino».

«Ma io non sono incinta!», strillò Danielle, facendomi sobbalzare, «O almeno, non so di esserlo».

Mi venne un'idea. «Bene, allora adesso andiamo alla farmacia qui giù, compriamo un test di gravidanza e verifichiamo. Se non sei incinta ti comprerò tutti i pacchetti di sigarette che vuoi».

Danielle sospirò, alzandosi con me e seguendomi alla porta di casa. «Spero proprio di sbagliarmi, allora», sbottò, tuttavia accarezzandosi di riflesso il ventre ancora piatto, «Perché prendi le chiavi? Esmeralda non è in casa?».

Mi voltai verso di lei. «Esmeralda non è mai in casa. Dovresti saperlo», risposi freddamente, chiudendo la porta quando Danielle uscì di casa, «È dall'incidente che non sta mai troppo tempo qui».

Danielle annuì. «Uhm, già, immagino che questa casa le ricordi quanto è un fallimento come persona», borbottò innervosita.

Mi trattenni dal rispondere alla mia migliore amica, mordendomi il labbro inferiore. Più che altro, la nostra casa le ricordava quanto entrambi fossimo un fallimento come persone, quanto le nostre vite facessero schifo, quanto fossimo destinati a distruggerci a vicenda. Anche io, se avessi avuto il coraggio, sarei scappato da questa casa. Ma io, a differenza di Esmeralda, ero un codardo e preferivo restare in quel guscio freddo e vuoto che una volta chiamavo casa, a raccogliere i cocci rotti di un amore che si era spento una vita fa.

«Michael? Dio Michael perché piangi? Stai avendo un attacco di panico? Cazzo, come faccio?».

Alzai la testa, rendendomi conto di essere finito seduto contro la porta con le ginocchia sul petto. Mi succedeva spesso, di scoppiare in lacrime all'improvviso e non me ne accorgevo quasi mai, del resto; di solito erano gli altri a farmi notare che piangevo come un dannato cretino.

Mi rialzai in piedi come un automa, asciugandomi le guance con le dita intorpidite. «Sto bene, bimba. Non era un attacco di panico, però di solito... mi succede questa cosa, ecco», spiegai, sorridendole come a farle credere che andasse tutto bene, «Andiamo?».

Danielle sospirò, seguendomi. «Magari un giorno mi parlerai dei tuoi problemi», borbottò intristita, «Per ora posso solo dirti che qualsiasi cosa sia, si sistemerà tutto... forse».

Sorrisi – più che sorridere, strinsi i denti. «Non credo che si aggiusterà qualcosa, Dani. È tutto frantumato in minuscoli pezzettini che non si riattaccheranno insieme neanche con la colla più forte».

«Questo lo dici tu. C'è sempre una speranza, Michael», borbottò Danielle, facendo cadere il discorso. Io non le credevo, comunque. Non c'era più speranza, per me.


***

«

Fatto. Adesso devo solo aspettare che mi diano una risposta», borbottò Danielle, tremando davanti a me. Era appena uscita dal bagno, i quattro test di gravidanza che aveva voluto comprare a tutti costi - voleva essere sicura di non sbagliarsi, nonostante io pensassi che uno fosse più che sufficiente - erano stati usati e adesso dovevamo soltanto sapere i risultati.

«Quanto ci vuole per saperlo con esattezza?», le chiesi, spegnendo la sigaretta nel posacenere più per farle un favore che altro.

Danielle si sedette accanto a me, poggiando la sua testa sulla mia spalla. «Qualche minuto», rispose, appallottolandosi sul divano.

Restammo in silenzio per un po', abbracciati sul divano. Il cuore di Danielle batteva all'impazzata e il suo corpo tremava da capo a piedi contro il mio, come se avesse avuto freddo. Di riflesso, circondai le sue spalle con il mio braccio, stringendola contro di me.

«Dai, andrà tutto bene», cercai di rassicurarla, «Non avere paura-».

«Come posso non farlo?», mi interruppe Danielle, «Ho una fottutissima paura che quei test siano positivi, Michael. Se sono incinta sul serio, come faccio con il lavoro? Come lo dico a Calum? E ai miei? Quando la mia vita sembrava andare per il verso giusto ecco che qualcosa la rovina», balbettò, con voce rotta.

La mia mano cercò la sua, trovandola a circondare il suo ventre - gesto che aveva ripetuto mille volte, da quando era salita a casa mia fino a quel momento. Non appena se ne accorse, Danielle allontanò la sua mano, poggiandola sulla sua coscia destra. «Non penso che un bambino sia qualcosa che possa rovinare la vita di qualcuno, lo sai?».

«Dipende dai punti di vista. Tu faresti i salti di gioia se adesso quella troia scoprisse di essere incinta?», borbottò Danielle, sedendosi composta.

Tremai alle parole della mia migliore amica. «Non penso tu possa usare me ed Esmeralda come termine di paragone, non ci amiamo più da tempo e un bambino sarebbe soltanto un altro dei mille guai che ci affliggono. Però credo che, se fossi Calum e scoprissi che sei incinta... sarei l'uomo più felice del pianeta terra», la rassicurai, facendola sorridere per un breve istante, «Calum ti ama quasi più della sua stessa vita, non dubitare di questo».

«E con i miei come la metti?».

Alzai gli occhi al cielo, pensando che comunque i genitori di Danielle – o meglio, suo padre – sarebbero stati un bel problema con una gravidanza in arrivo. Ma comunque Danielle aveva una casa, un lavoro redditizio, un ragazzo che le sarebbe stato accanto. Da un certo punto di vista era pronta per avere un bambino. «Ma che cazzo, hai ventotto anni! Che vuoi che sia? Dovrebbero essere contenti che diventeranno nonni».

Danielle sospirò in modo tremolante. «Spero che tu abbia ragione, allora. Che dici, secondo te i test hanno dato un responso?», disse, alzandosi.

Le afferrai la mano, camminando con lei verso il bagno. «Qualsiasi sia il risultato, ricordati che sei una persona speciale», le dissi, «E che io ti voglio bene».

Danielle alzò gli occhi al cielo. «Sto per scoprire se sono incinta o meno, mica se ho l'AIDS! Su, non è tempo per i discorsi strappalacrime», borbottò, facendomi ridere.

Entrammo nel bagno; mentre Danielle controllava i quattro test poggiati sul lavandino scoprii di star tremando anch'io. Danielle si voltò verso di me; capii la sua risposta prima che la dicesse ad alta voce, dato che riuscivo a capirla con uno sguardo più di quanto avrei fatto con mille parole.

«P-positivi. Tutti e quattro. Sono... Sono incinta».

Corsi ad abbracciare Danielle prima che crollasse per terra, stringendola a me mentre la sentivo piangere, i suoi singhiozzi vibravano contro il mio petto risuonando fino alle mie ossa. Sentivo la sua paura, la sua insicurezza, la sua ansia tutte su di me come un macigno.

Le accarezzai i capelli. «Andrà tutto bene, Danielle. Sta tranquilla, andrà tutto bene», la rassicurai, trascinandola via dal bagno.

Danielle singhiozzò sempre più forte, tremando da capo a piedi mentre la facevo sedere sul divano. Corsi in cucina a prenderle un bicchiere d'acqua che lei svuotò in una sola sorsata. Mi sedetti accanto a lei, accarezzandole i capelli aspettando che parlasse, dato che da quando mi aveva detto il responso dei test non aveva fatto altro che singhiozzare.

«Sono incinta. Ho un bambino dentro di me», balbettò Danielle, fissandosi il ventre con espressione corrucciata, «Non avrei mai pensato che sarebbe successo».

Alzai le spalle. «Beh, in un modo o nell'altro sarebbe successo comunque - tu e Calum scopate come due conigli», borbottai contrariato, facendo alzare gli occhi al cielo a Danielle.

«Sei solo invidioso perché faccio più sesso di te - o meglio, facevo... Secondo te come reagirà Calum quando si renderà conto che per nove mesi non potrà fare sesso?».

Storsi il labbro inferiore. «Uhm, la prenderà parecchio male. Sempre che tu decida di tenerlo, comunque... Cosa vuoi fare?».

Danielle si alzò, stiracchiandosi. Grazie a Dio aveva smesso di piangere. «Per ora una passeggiata, voglio chiarirmi le idee e devo anche andare a prendere delle foto», borbottò, facendomi ridacchiare, «Vieni con me?».

***

Come un deficiente, avevo deciso di seguire la mia migliore amica nelle sue faccende, pentendomene non appena avevamo messo piede in un bar e lei era scoppiata in lacrime non appena aveva visto una donna che cullava suo figlio, motivo per cui l'avevo spedita fuori e avevo preso il suo cornetto alla crema per lei. Quella non era stato l'unico momento in cui piangeva alla vista di un bambino; ad un certo punto, stufo, decisi che avrei fatto tutte le sue faccende per lei. Non avrei sopportato un'altra crisi isterica di pianto causata da un bambino particolarmente somigliante a Calum - che, detto tra noi, non gli somigliava neanche così tanto.

«Sono convinto che tu l'abbia fatto apposta per schiavizzarmi, piccola stronza», borbottai accusatorio, tenendo gli occhi sulla strada.

Danielle alzò le spalle, guardandomi un secondo prima di rituffarsi in un Eclair al pistacchio, uno dei suoi dolci preferiti e il terzo dolce che mangiava in una giornata - e che ovviamente le avevo pagato io. «Sei tu che hai deciso che non sono dell'umore adatto per sbrigare commissioni e simili».

«Però sei dell'umore adatto per ingozzarti a spese del tuo amico», le feci notare, sarcastico.

«Si è sempre dell'umore adatto per mangiare», sbottò a bocca piena, facendomi ridere, «E poi, di nuovo, sei tu che mi compri tutti questi dolci per non farmi piangere. Uhm, credo che questa cosa della gravidanza mi piacerà, se otterrò dolci gratis ogni volta che apro bocca».

Scossi la testa, tenendo gli occhi sulla strada. «Sei un'opportunista. Allora, è qui il posto?», chiesi, indicando lo studio di fotografia al lato destro della strada. Dannazione, era enorme. Chissà quante persone ci lavoravano...

Danielle annuì ed io parcheggiai sul ciglio della strada. «Posso andare io, se vuoi», mi disse, guardandomi rassicurante, «Posso farcela, lo giuro».

«È la stessa cosa che mi hai detto prima di scoppiare a piangere davanti alla lavanderia», replicai io, facendo arrossire Danielle, «Sta tranquilla, vado io».

Chiusi la portiera dell'auto ed attraversai la strada diretto allo studio di fotografia. Un campanello risuonò quando aprii la porta, entrando nel negozio. Il ragazzo al bancone mi sorrise.

«Come posso aiutarti?», mi chiese, sistemandosi gli occhiali sulla punta del naso.

«Uhm... Dovrei ritirare delle foto per un editor... L'ordine è stato fatto da Danielle Mardsen», dissi insicuro, grattandomi la nuca.

Il ragazzo annuì prima di guardare in un grosso quaderno ad anelli con espressione pensierosa. Quando alzò la testa verso di me mi sorrise ed io ebbi la sensazione di essere entrato nell'Inferno, per qualche strano motivo. «Devi andare al secondo piano e chiedere a Luke Hemmings», mi disse il ragazzo, facendomi capire il perché della sensazione strana che provavo alla bocca dello stomaco, sensazione che non fece che aumentare quando il ragazzo pronunciò il nome di Luke.

Dio santo. Ma perché devo incontrarlo sempre? Mi perseguita, per caso?

Ringraziai il ragazzo prima di allontanarmi dal bancone e cercare le scale per raggiungere il secondo piano, trovandole soltanto dopo aver fatto una lunga serie di figuracce. Da quand'è che gli studi di fotografia sono così complicati?

Salito al secondo piano cominciai a sentire l'ansia montare nel mio stomaco, e pensai all'opportunità di scappare via e di dire a Danielle che le sue foto non erano ancora pronte. Non volevo affrontare di nuovo Luke, ero ancora scosso dalla nostra conversazione alla festa di Danielle...

«Michael? Che ci fai qui?».

Ma ovviamente la fortuna non poteva essere dalla mia parte. Consapevole che ormai non sarei potuto scappare, mi voltai verso Luke, rivolgendogli un doloroso sorriso. «Sono venuto a ritirare delle foto per Danielle - giù mi hanno detto che dovevo chiedere a te», spiegai, restando distaccato nei suoi confronti. Non volevo che si accorgesse che non avevo smesso di pensare a lui dalla festa.

Luke annuì. «Seguimi», disse, sorpassandomi, «Ah, vuoi del caffè?», mi chiese, voltandosi verso di me e porgendomi un bicchierino colmo di caffè.

Scossi la testa. «L'ho preso mezz'ora fa. Grazie comunque».

Camminai dietro Luke, tenendomi a distanza. Sentivo il mio cuore saltare dal mio petto alla mia gola, batteva così forte che temevo lo sentisse anche sopra il rumore delle fotocopiatrici e delle stampanti in funzione. Le mie mani tremavano ed erano sudate più che mai, avevo paura di aprire bocca per parlare, consapevole che dalla mia voce sarebbe trasparito tutto il dolore e la rabbia dati dall'avere Luke così vicino a me.

Entrammo in un piccolo ufficio dai toni caldi, con foto appese ad ogni angolo di parete. Riconobbi Calum in alcune di esse, deducendo fossero foto di Luke. Ce n'erano alcune davvero belle di paesaggi, scorci notturni di città e persone prese a caso dalla strada intente a vivere le proprie vite.

«Però, sei davvero bravo», commentai, facendo sorridere Luke.

«Oh, grazie. Queste sono le mie foto preferite», disse, indicando le foto appese al muro, «Di solito quando scatto ci metto tutto me stesso, so che è strano da dire, ma in quelle foto ci sono pezzi di me nonostante non mi ritraggano mai».

Annuii. «È un bel pensiero, invece. Si vede che ci tieni, ecco».

Quelle furono le nostre ultime parole, dopodiché calò il silenzio e Luke si mise a cercare le foto di Danielle mentre io mi dondolavo da un piede all'altro senza la più pallida idea di cosa fare. Mi sentivo in imbarazzo a starmene lì senza dire niente, ma avevo paura di dire qualcosa di sbagliato. Luke mi innervosiva.

«Ecco a te», mi disse Luke, voltandosi per porgermi le foto, «Ma... com'è che sei venuto tu e non Danielle?».

Deglutii. «È in macchina, non si sente molto bene e quindi ho deciso di venire io», risposi, afferrando la busta gialla con le foto per andarmene il prima possibile, «Ci vediamo in giro-».

«Aspetta», mi interruppe Luke, «Non andartene, devo parlarti».

Alzai un sopracciglio. «Cosa dovresti dirmi?».

Luke si guardò intorno come a non incrociare il mio sguardo, tenendosi il labbro inferiore tra i denti. Notai che non portava più l'anellino nero sul suo labbro inferiore; come me, era arrivato ad un certo punto della vita in cui i piercing non erano più voluti. «Mi dispiace per ciò che ti ho detto alla festa di Danielle... le mie parole ti hanno scosso, l'ho notato. E poi ho saputo delle cose – ma questo non è importante. Volevo solo scusarmi per essermi comportato così male con te, ecco».

Alzai un sopracciglio. «Cos'è che avresti saputo?».

Luke arrossì. «Uh... ho saputo che non te la passi bene con Esmeralda, tutto qui».

Scossi la testa. «Non dovrebbe interessarti».

«Lo so. Ma mi preoccupo, sai? Comunque ci conosciamo da dieci anni, è normale che lo faccia», replicò Luke, fissandomi rassicurante, «Sappi che se hai bisogno di parlarne-».

«Non ne parlerò con te», lo interruppi, «Servirebbe soltanto ad ingrandire il tuo ego smisurato».

Luke deglutì, guardandomi ferito prima di voltarsi. «Va bene. Comunque, puoi andare. Danielle aveva già pagato le sue foto».

«Lo so, me l'ha detto», sbottai, voltandomi per andarmene.

«Non devi essere infelice solo perché vuoi prenderti cura di lei, Michael. Esmeralda starebbe meglio senza di te, come del resto tu staresti meglio senza di lei. Vi fate soltanto del male a vicenda».

Strinsi i denti, evitando di rispondere ed andandomene con il cuore in gola.

***

[A/N] Goodmorning ♡

Mi sono svegliata giusto mezz'ora fa, e mi faccio schifo da sola. Da quando non vado più a scuola mi sto svegliando sempre tardissimo, che odio

Comunque bando alle ciance, parliamo del capitolo. E yeeep, Danielle è incinta ahahah La sua gravidanza sarà il tema centrale dello spin-off su lei e Calum, Strange Love, che comincerò a postare un mese dopo la fine di Haunting, quindi secondo i miei calcoli a gennaio.

Devo dire che l'ultima battuta del capitolo, quella di Luke, è una delle mie preferite della storia finora. E il pezzo in cui Michael parla della casa come un guscio rotto è vagamente ispirato a Broken Home, che comunque non c'entra con la storia, ma vabbe ahah

Nel prossimo capitolo scoprirete il tema centrale dello spin-off su Ashton e Rowin. Qualcuno ha già qualche idea? ( ͡° ͜ʖ ͡°)

A giovedì! ♡♡

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