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Capitolo Sei



«Che cosa ti sta dicendo in questo momento?»

«La dottoressa vorrebbe farsi una chiacchierata con me. Piaccio a tutti, tranne a te.»

«Parla di Stupidaggini.»

«Camila, devi essere più specifica. Se vuoi che ti aiuti, devo sapere da dove nasca il problema.»

Annuisco: «Non é facile.» Abbozzo un sorriso, ma ammetterlo é un salto nel vuoto; questo palazzo sta bruciando, ma io non ho le ali.

«Certo che no. Sarà più facile quando sapremo come affrontare il problema, credimi.»

«Sono passati già due mesi.» Suona come un'accusa, ma é una bandiera bianca. Non ce la faccio più. Questa guerra mi ha sfiancato. Preferisco essere esiliata dal mio stesso corpo che continuare a lottare per possederne un brandello.

«Camila, non voglio scoraggiarti, ma il tempo é molto relativo a sé stesso. Cambia a seconda dei pazienti... E del loro sforzo.» Nemmeno la sua sembra un'accusa, ma neppure una carezza.

Inspiro a fondo. L'aria fluisce in tutto il mio corpo. Mi sento talmente leggera, quasi un palloncino. Kayla, la dottoressa, attende pazientemente, ma le lancette affettano il tempo nel silenzio.

«Cosa posso fare, doc?»

«Venire qui tutte le settimane non basta per impegnarsi. Devi portare il tuo problema qui, espellerlo e analizzarlo.»

«Dottoressa, il mio problema mi segua ovunque.» Il sorriso sornione non vuole screditarla, immagino quanto complicato sia curare un paziente sul filo della patologia. Solo che io non sono pazza. La pazzia su un uomo sano é più comune di quanto si pensi. Ma come si cura un malato senza la malattia?

«Non ti piace stare vicine vicine?» Lauren mi schernisce, ma sento la sua paura nell'aria come sentivo il suo profumo. Forse questa non é la Lauren che ho amato, ma indossa i suoi panni, perciò si porta addosso le sue caratteristiche e io le conosco tutte meglio delle mie. Ha paura.

La fisso diretta negli occhi. Ogni ragno tesse una tela, ma quella casa può divenire facilmente la sua stessa trappola.

«Da quando sei venuta qui la prima volta, é cambiato qualcosa?» La dottoressa interrompe la nostra acredine, riportandomi alla realtà... sempre che un Mondo popolato da spettri possa essere reale.

«Non molto... Di notte riesco maggiormente a riposare e ignoro più facilmente la sua voce, ma c'è sempre.» Ne parlo a capo basso, mi rigiro le dita fra le mani.

«Adesso é qui?» La sua domanda mi spiazza. Due mesi interi senza formularne nemmeno la metà e adesso la pronuncia tutta insieme, come un bolo masticato troppo a lungo per essere mandato giù.

«Vuole il mio numero la dottoressina?» Ride di gusto la corvina.

Deglutisco. Un cenno del capo a conferma della sua ipotesi. Kayla si prende qualche secondo per pensare, poi, come fosse del tutto normale, demanda: «Vorrei parlarci.»

«E tu sei venuta in cura da questa?» Lauren sembra allibita, ma non più di me.

«Dottoressa, io non... non so come mettervi in... comunicazione.» Tento di essere gentile, educata, ma per una volta sono d'accordo con Lauren: é folle.

«Tu parlerai per lei. Voglio sentire cosa pensa. So che tu la consideri un'apparizione, ma é molto comune che "i fantasmi" provengano da noi stessi. Devo capire se sia così.» Fa una pausa e dopo, con meno esitazione di quanta pensassi, conclude: «Non te lo sto chiedendo.»

«Ok.»

«Bene! Vorrei sapere da Lauren che cosa vuole da te.» Si affloscia contro la poltrona e attende un verdetto.

«Non hai mai fatto terapia, sarà divertente. Vediamo un po'... Anzitutto voglio tranquillità e posso averla solo togliendola a Camila, che, insomma, se lo merita. Dopodiché voglio solo divertirmi.» Interviene la corvina, circumnavigando la donna come uno squalo in mare aperto.

Traduco le parole in modo sintetizzato, ottenendo solo qualche laconico suono monocorde.

«La diverte torturare chi ama, quindi?»

Il passo di Lauren si arresta. Si trova alle sue spalle e la contrapposizione fra ragione e follia mi fa girare la testa.

«Amare? Crede che io ami te? Stai sprecando anche i tuoi soldi, Camila.» Scuote la testa fra una risata e l'altra, ma,'come dicevo prima: ha paura.

«Non mi ama, dice.» L'assurdità non é il rifiuto, ma il doversi far ambasciatore dell'aldilà.

«Mi sembra alquanto impossibile.» Il commento secco della dottoressa incupisce Lauren. «Perché disturbarsi tanto e rinunciare al riposo eterno per disturbare una persona a lei indifferente?»

«Ok, credo Kyla qui non abbia ben capito la situazione.» Digrigna i denti Lauren, ansimando come una bestia. «Io non sono tornata per te. Sono rimasta sempre qui, perché non c'è riposo per chi si punisce. E siccome ogni punizione ha il tuo nome, é bene condividerle.»

Di nuovo, traduco e riassumo.

«Però mi risulta tu abbia detto a Camila che la sua vita non vale così tanto da toglierti la tua, giusto? É una contraddizione.» Faccio spola fra le due. Kayla é esperta, sa come colpirla molto meglio di me, soprattutto perché non deve difendersi, a differenza mia. L'attacco é l'ultima delle preoccupazioni quando prima devi difenderti.

«Ed é così!» Sbotta la corvina. Una fitta lancinante mi perfora il cranio. Il mal di testa é la conseguenza più ovvia. «Ma ciò non toglie che sia stata anche lei a portarmi alle mie scelte.»

«Non ti Ho portato a nessuna scelta.» Stavolta non riesco a stare zitta, a far da tramite in una conversazione che riguarda me. Entrambe le donne si voltano a guardarmi. Mi sento l'elemento sorpresa. C'è sempre una pedina debole che stupisce tutti proprio al momento culmine. A quanto pare sono io. «L'unica scelta che hai fatto é stata andartene di casa senza parlarmi. Se avessimo almeno risolto, dialogato... Tu te ne sei andata e basta.»

«Non aspettavi altro, no? Il giorno dopo eri già fra le braccia di Shawn!»

«Shawn é un amico, ma io amavo te!» Si dice che una volta tirata fuori la scheggia, l'emorragia defluisca a fiotti. Si dice bene. «Io amavo te e tu hai scelto un'altra. Mettevi prima la tua carriera, ma solo con me! Lucy era su tutte le copertine e ci eravate insieme. Preferivi mostrare la bella ragazza acqua e sapone piuttosto che me. Questa non é una scelta, Lauren?» Il suo nome é come colla fra le labbra. Si stacca come un chewing-gum, qualcosa rimasto appiccicato a lungo di cui non ricordo più il sapore.

«Tu hai rovinato tutto! Mi hai mandato tu via di casa, tu hai sistemato le valigie e tutto il resto! Non hai risposto alle mie chiamate per un anno, dovevo continuare ad aspettare invano? Ti piaceva l'idea di ferirmi a tempo indeterminato? Peccato, ti ho tolto anche quella soddisfazione.»

«Non volevo ferirti, ma non volevo nemmeno soffrire per averti. Tu hai scelto la fama e la carriera, d'accordo! Io non rientravo nei tuoi progetti. Volevi me accanto solo perché ero l'unica, in quel periodo, a non averti mandato a fanculo dopo i tuoi comportamenti del cazzo.» Il sangue mi ribolle nelle vene, le vene mi scoppiano sotto pelle e la pelle trema. Da quanto tempo tengo questa scheggia dentro? Da quanto tempo resto in vita perdendo una goccia alla volta? Meglio morire che dissanguarsi.

«Un anno non é un mese. Potevo rimediare, ma tu non hai voluto! Non dare la colpa a me per aver perso l'unica cosa che contava davvero. Hai messo dei muri.»

«Certo che ho messo dei muri! Io avevo molto di più da perdere rispetto a te! E lo avevo già perso, non potevo permettermelo una seconda volta. So che volevi rimediare, ma a volte é troppo tardi. Troppo tardi. Non puoi aspettarti che le persone stiano ad attendere le tue scuse, perché a volte il tempo passa ed é troppo tempo! Se ti interessava davvero di me, abbiamo vissuto gomito a gomito per mesi prima del tuo tour. Potevi suonare a casa, bussare alla porta. Ho messo dei muri per vedere se potevi scavalcarli e non l'hai fatto. Non l'hai fatto.» Non mi ero accorta le lacrime scendessero sul mio viso finché non ho dovuto asciugarle. Quando era stata l'ultima volta che avevo pianto?

«Camila... il tempo é scaduto.»

Si, lo é davvero.

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