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|運命の赤い糸| |Wakatoshi Ushijima|

Unmei no akai ito.
La Leggenda del Filo Rosso del Destino.

"Durante la Dinastia Tang c'era un tale di nome Wei. Era un uomo che, rimasto orfano di entrambi i genitori in tenera età, desiderava sposarsi e avere una grande famiglia; nonostante i suoi sforzi era però giunto all'età adulta senza essere riuscito a trovare una donna che volesse diventare sua moglie.
Mentre era in viaggio, giunse un giorno in una città di nome Song, dove trovò alloggio in una locanda. Lì incontrò uno sconosciuto al quale, chiacchierando, espose le proprie difficoltà. L'altro gli disse che la figlia del governatore della città sarebbe stata un buon partito per lui, e si offerse di parlare con il padre della ragazza. Dopodiché i due decisero di rincontrarsi il mattino dopo di buon'ora davanti al tempio vicino alla locanda.
In preda all'ansia, Wei giunse al tempio prima dell'alba, quando la luna era ancora alta in cielo. Sui gradini del tempio, appoggiato con la schiena a un sacco, sedeva un vecchio, intento a leggere un libro alla luce della luna.
Avvicinandosi e data un'occhiata alle pagine da sopra la spalla del vecchio, Wei si accorse di non poterne leggere neppure una parola.
Allora, incuriosito, gli chiese: "Signore, che libro è quello che sta guardando?"
Il vecchio rispose sorridendo: "E' un libro proveniente dall'Aldilà."
"Ma se lei viene da un altro mondo, che ci fa qua?" Chiese Wei.
Prima di rispondere il vecchio si guardò attorno, quindi disse: "Noi dell'Aldilà, incaricati di occuparci delle faccende umane, dobbiamo andare qua e là tra gli uomini, e spesso lo facciamo nella luce crepuscolare dell'alba."
"E di che si occupa?"
"Dei matrimoni." Replicò l'altro.
Allora Wei gli aprì il suo cuore, spiegandogli il cruccio della sua solitudine, ed il desiderio di trovare una moglie, chiedendo infine al vecchio se le sue speranze si sarebbero presto avverate.
Dopo aver guardato il libro, il vecchio disse a Wei che sua moglie ora era una bimba di tre anni e che avrebbe dovuto attendere altri quattordici anni prima di conoscerla e sposarla.
Deluso dall'idea di dover aspettare tanto, Wei notò il sacco cui il vecchio si appoggiava e gli chiese cosa contenesse.
"Filo rosso per legare i piedi di mariti e mogli. Non lo si può vedere, ma una volta che sono legati non li si puo' più separare. Sono già legati quando nascono, e non conta la distanza che li separa, né l'accordo delle famiglie, né la posizione sociale: prima o poi si uniranno come marito e moglie. Impossibile tagliare il filo. Sicchè, visto che sei già legato alla tua futura moglie, non c'è niente da fare." Rispose il vecchio.
Queste parole non convinsero Wei che, per sentirsi libero di scegliere da solo la donna da sposare, il giorno dopo, non avendo più avuto notizie dall'uomo incontrato alla locanda, ordinò al suo servo di uccidere la bambina destinata a diventare sua moglie, incontrata quella mattina insieme al vecchio, che era scomparso poco dopo averlo avvertito: qualunque cosa avrebbe fatto, il suo destino non sarebbe cambiato. Il servo pugnalò la bambina ma non la uccise: riuscì soltanto a ferirla alla testa e Wei, dopo quegli eventi, continuò la sua solita vita alla ricerca della moglie.
Tuttavia, i suoi tentativi di trovare moglie furono vani, e così trascorsero quattordici anni. A quell'epoca lavorava in una località chiamata Shiangzhou, e le cose gli andavano molto bene, tanto che il suo superiore, il governatore locale, gli offrì in moglie la propria figlia. Così finalmente Wei ebbe una moglie bella e di ottima nascita, una diciassettenne che amava moltissimo.
Non appena la vide Wei notò che la ragazza portava sulla fronte una pezzuola che non si toglieva mai, neppure per lavarsi e dormire. Non le chiese nulla, ma la cosa non cessava di incuriosirlo. Poi, parecchi anni dopo, si ricordò all'improvviso del servo e della bambina al mercato, e decise di chiedere alla moglie la ragione della pezzuola.
La donna, in lacrime, raccontò che quando aveva tre anni fu accoltellata da un uomo e che le rimase una cicatrice sulla fronte; per vergogna la nascondeva con la pezzuola. A quelle parole Wei, ricordandosi dell'incontro con il Dio dei matrimoni, confidò alla donna di essere stato lui a tentare di ucciderla. Una volta che Wei e la moglie furono a conoscenza della storia si amarono più di prima e vissero sereni e felici.
Più tardi nacque loro un figlio che divenne un alto funzionario, e godettero di una vecchiaia felice e onorata."

L'inchiostro nero inciso sulla carta ingiallita di quelle pagine era stato steso con una calligrafia fine ed elegante, che si ripeteva facciata dopo facciata, raccontando storie sempre diverse all'interno di quel pregiato libro con rilegatura rossa bordò.
Il tomo, aperto alle pagine di quella particolare leggenda, era appoggiato ad un piccolo leggio di vetro, lasciando che una candida e pura luce lo illuminasse, facendo quasi scintillare quelle lettere nere.
Quel chiarore immenso faceva splendere l'intera stanza nonostante non fossero presenti finestre alle pareti, forse perché erano proprio quest'ultime ad emanare quella delicata luce.
Le soffici mura, per l'appunto, con le loro sfumature di un rosa tenue emanavano una lucentezza tale da far schiarire l'intera stanza. Sembravano costruite con un materiale simile alle nuvole, morbide al tatto, malleabili e leggere, così tanto che alcuni batuffoli si staccavano dall'enorme massa e fluttuavano verso l'alto, attaccandosi al soffitto.
Non solo le pareti erano fatte di quella sostanza informe, ma lo stesso era per il pavimento, il soffitto ed alcuni oggetti presenti all'interno di quel bizzarro ambiente, come due librerie tra loro adiacenti, contenenti dozzine di libri concreti, una larga scrivania, sulla quale erano ammucchiate diverse pile di fogli, che con il loro peso facevano ricurvare la scrivania verso il basso, e due piccoli tavolini affiancati al leggio di vetro, sopra ai quali erano poggiati dei vasi color crema, contenenti lunghi rami in fiore di ciliegio.
Al centro della camera si elevava una piccola struttura, che sembrava prendere forma proprio dal pavimento. Era dello stesso colore rosato dell'intera stanza, con una forma cilindrica che andava a distendersi verso il basso, mentre la sua superficie era occupata da un grande schermo che rifletteva la luce dei dati trasmessi. L'uniformità del monitor era interrotta solo da una semplice e lunga fessura che lo divideva a metà, affiancata da due piccoli pulsanti rotondi, dei quali solo uno era illuminato.
Sopra alla piccola struttura era proiettato un enorme mappamondo che lentamente girava su se stesso.
La sua gigantesca superficie era del tutto ricoperta da diversi fili rossi, che non permettevano la visione del chiaro globo terrestre. I fili erano uniti da due piccoli puntini altrettanto rossi: alcuni erano a pochi kilometri di distanza, altri avevano miglia e miglia tra loro, altri ancora erano così vicini da sembrare un puntino solo, ma il filo non era sempre una linea perfetta tra loro.
Molti erano aggrovigliati, così tanto da formare dei grossi nodi, altri invece avevano solo qualche leggero intreccio. Capitava che qualche filo scomparisse, così come i due puntini, ma subito dopo ne compariva un altro, ricreando quel mare di seta rossa.
La pace di quella piccola camera venne interrotta da un rumore riecheggiante di passi proveniente dall'esterno, ed in seguito dal rumore di una porta che si apriva accompagnato da un lungo sospiro.
Dalla parete adiacente al leggio di vetro si era andata a creare una porta che, una volta aperta, aveva fatto entrare un'accecante luce, che non aveva niente a che vedere con quella tenue e delicata della stanza. Lo splendente fascio si andava però a scontrare contro un imponente figura stanziata sull'uscio della porta, rimanendo in controluce.
Quando entrò si chiuse la porta alle spalle e quella ritornò un tutt'uno col muro, che inglobò le fessure con quel materiale soffice.
La figura entrata nell'ambiente con la sua maestosa altezza vestiva di un elegante completo bianco, che fasciava la corporatura grande, muscolosa ma magra, composto da dei lunghi pantaloni, mocassini, un leggero dolcevita coperto da una giacca elegante, e dei guanti, il tutto del candido colore del quarzo.
Dalla giacca poi, da due fori su di essa, usciva un immenso paio di immacolate ali bianche ripiegate su loro stesse, troppo grandi per essere estese alla loro grandezza naturale.
Qualche volta il proprietario le sbatteva, sgranchendole, facendo così che qualche piuma cadesse davanti al delineato viso dell'uomo.
Aveva lineamenti duri e spigolosi, che mettevano in risalto la sua espressione stoica, quasi intimidatoria, ma al contempo stesso rilassata. I corti capelli bruno-oliva incorniciavano il suo viso e coprivano parte della sua fronte, solcata dalle sue folte sopracciglia, sotto alle quali i suoi sottili occhi, dello stesso colore dei capelli, apparivano come due fessure taglienti, stanchi.
Con un tonfo fece cadere il sacco gonfio che teneva sulle spalle a terra, facendo piegare di poco il pavimento sotto al suo peso.
Iniziò a camminare verso il mappamondo, ogni suo passo attutito dal soffice pavimento, ed una volta che gli fu davanti allungò una mano verso esso, facendolo girare più velocemente, controllando con i suoi occhi attenti ogni filo.
Posò lo sguardo sul monitor sotto al globo e controllò i dati che venivano trasmessi, notando con suo enorme disappunto che i grovigli tra i fili erano aumentati a dismisura, e l'uomo sapeva esattamente di chi era la colpa.
Cupido, quel maledetto angioletto dalla chioma cremisi e armato di arco che si divertiva a complicargli il lavoro, come se non fosse già abbastanza difficile!
Continuava ad andare in giro per il mondo con le sue frecce dell''amore', facendo cadere le povere ed innocenti vittime in una infatuazione che offuscava la vista del soggetto, impedendogli di poter trovare nel tempo prestabilito la persona alla quale il filo lo congiungeva.
Facendo così però, il filo si attorcigliava su se stesso, creando intrecci che potevano essere facili da sciogliere, ma al contempo stesso contorti, così tanto che il tempo necessario per disfarli avrebbe influito drasticamente sulle due persone, allungando a dismisura i tempi prestabiliti, talmente tanto che, senza un aiuto, forse la coppia non sarebbe riuscita mai ad incontrarsi.
E chi mai poteva aiutare a districare quegli intrecci? Ovviamente lui!
Non ricordava esattamente quando quel diavoletto che si spacciava per angelo avesse iniziato a mettergli i bastoni tra le ruote, così come non si ricordava da quanto tempo facesse quel lavoro, ma sapeva che ormai ne aveva abbastanza.
Se lo avesse beccato a mettere le mani sui suoi spaghi rossi non gliela avrebbe fatta passare liscia.
Continuò a far scorrere i suoi occhi scuri sulla superficie del globo, selezionando di tanto in tanto qualche filo, controllando la loro situazione ed il loro tempo rimasto prima che la porta della camera venisse aperta con uno scatto, che fece fluttuare qualche batuffolo verso l'alto, e che una gracchiante ma potente e allegra voce si diffondesse per l'ambiente.
"Wakatoshi, sto entrando!"
Il bruno si girò lentamente verso la porta, sulla quale stava un anziano con una lunga barba bianca ed altrettanti capelli, raccolti in una delicata treccia. La barba copriva parzialmente il radioso sorriso che faceva spuntare sul suo viso consumato dall'età ulteriori rughe, alle quali l'uomo non sembrava dare troppa importanza.
La corporatura magra era coperta da una lunga tunica bianca, stretta in vita da un fascio rosso cremisi, che con la sua lunghezza quasi toccava il pavimento, coprendo le ciabatte di vimini che il vecchio aveva ai piedi.
I suoi occhi azzurri come il cielo limpido osservavano allegri Wakatoshi, che a sua volta lo guardava, non sorpreso della visita del Dio.
Il vecchio era difatti Gekka-o, la Divinità dei matrimoni e datore di lavoro del bruno, al quale era molto affezionato.
Lo invitava molte volte a bere il the nel suo tempio, giusto per staccare per un pò la spina dal lavoro, e quando Wakatoshi rifiutava si precipitava immediatamente da lui, portando la sua immensa allegria in quel luogo fin troppo vuoto e silenzioso.
A sua volta, Wakatoshi non poteva dire di sgradire le visite del Dio: gli dava sempre consigli utili nel gestire le relazioni umane e gli insegnava ogni giorno cose nuove sulla specie umana e sulla Terra.
Il Dio era ormai andato in pensione da qualche decade, lasciando il lavoro principale al suo pupillo, ma continuava a viaggiare per il mondo, legando i mignoli dei futuri coniugi, non più le caviglie come una volta, ritenendo invece le dita delle mani più pratiche e comode, non potendo abbandonare del tutto il suo amato lavoro.
"Gekka-o, è già entrato a dire il vero."
A quella affermazione il Dio rise un poco prima di chiudere lentamente la porta ed avvicinarsi all'alta figura del bruno, così imponente a suo confronto che si sentiva uno gnomo ogni qualvolta gli si affiancava.
"Come sei spigoloso Wakatoshi. Allora, come sta il mio angelo preferito?"
Ushijima in risposta sospirò stanco, puntando lo sguardo al mappamondo, selezionando poi il filamento più aggrovigliato di tutti.
"Non bene, Cupido si sta divertendo troppo con quelle sue frecce."
Gekka-o annuì piano, osservando la situazione sul globo e poi puntando gli occhi sui dati, analizzandoli.
All'improvviso, tutta la sua allegria era scemata, lasciando spazio ad un'espressione seria e concentrata.
"Si, ne ho sentito parlare tra le altre Divinità, e la situazione non piace nemmeno a me. A quanto è stato prolungato il loro incontro?"
Ushijima controllò lo schermo pieno di informazioni ed il suo viso si contorse.
"Trent'anni."
"Così tanto? Maledizione, e quanti anni hanno le due anime?"
Il bruno zoommò sui due puntini rossi, poco distanzti tra loro, e li selezionò uno ad uno.
Quello strano macchinaro dava tutte le informazioni necessarie alla Divinità dei matrimoni per controllare le anime congiunte ed il filo stesso, ma Gekka-o non era autorizzato a conoscere la data di morte delle persone, come agli Shinigami, per questo in situazioni critiche era necessario agire velocemente.
"Il maschio, Hayato Nakamura, attualmente ha cinquantatré anni, ancora celibe ma combattuto tra due donne. La femmina invece, Kaede Inoue, ha quarantanove anni ed è attualmente fidanzata con un uomo che non le interessa, ma è incastrata dai sentimenti che prova lui per lei."
Gekka-o si accarezzò la barba, un suo tic che si presentava quando i suoi nervi erano a fior di pelle.
"Bisogna agire subito, non sappiamo per quanto tempo vivranno ancora, e di certo non possono aspettare trent'anni. Devi andare sul posto e sciogliere il nodo, e se lo trovi cattura quella peste di Cupido, ne parlerò anche alle altre Divinità. Non accetto un comportamento simile."
Ushijima annuì sicuro, più motivato all'idea di poter finalmente prendere con le mani nel sacco quella testa bacata rossa.
Si inchinò davanti al Dio prima di uscire dalla porta, che si era andata a creare, con decisione verso la Terra.
Gekka-o guardò il suo angelo uscire dalla stanza con un sorriso, voltandosi poi verso il mappamondo.
Schiacciò con un dito raggrinzito il secondo pulsante, ed il mappamondo cambiò.
Ora la superficie era completamente libera dai filamenti rossi, su di essa si trovavano invece diversi puntini sparsi per tutto il globo.
Le anime che ancora dovevano essere collegate dalla seta rossa ad un'altra anima, perché quest'ultima doveva ancora nascere.
Il Dio selezionò un puntino rosso che si trovava nella stessa area dove il groviglio più grande si era creato, ed osservò i dati rilevanti quella persona.

Anima: [T/n] [T/c].
Età: 22 anni.
Situazione attuale: Single.
Anima gemella: K£=0$#| U$#|JA
Motivo A.G. mancante: Ignoto.

Gekka-o tirò fuori dalla sua tunica bianca un libro dalle facciate bianche, lo aprì ad una pagina prestabilita, quasi sapesse a memoria il punto esatto in cui guardare, e sorrise felice leggendo.
"[T/n] eh.. Sembra che tra un po' dovrò tornare a lavorare da solo."

Ushijima batté le mani tra loro, togliendo la polvere che era andata a depositarsi sulle sue mani nude, sospirando.
Era stato un lavoro più complicato di quanto potesse immaginare: prima di tutto aveva dovuto rintracciare l'uomo, Hayato, e togliergli entrambe le frecce che Cupido gli aveva lanciato e prendersi cura di lui dopo che aveva perso i sensi, mancamento dovuto alla sottrazione degli incantesimi sulle frecce. Gli aveva propinato la scusa di averlo visto svenire per strada, e lo aveva convinto fosse stato per il troppo stress. Poi aveva dovuto eseguire lo stesso trattamento sull'uomo 'innamorato' di Kaede. Con lui Cupido ci era andato pesante: addirittura tre frecce!
Certo, l'uomo provava già dei sentimenti per la donna, ma l'angelo li aveva triplicati con quelle sue maledette armi. Una volta risvegliato, l'uomo non ricordava più quello che era accaduto da quando era stato trafitto, così come Hayato, avrebbe solo avuto delle immagini offuscate, ma non l'intero riquadro della situazione.
Era incredibilmente stanco: dovendo agire con la massima velocità, era stato costretto ad uscire allo scoperto in pieno giorno, ed aveva di conseguenza dovuto nascondere le sue ali ed indossare il suo travestimento da umano, entrambe azioni che lo stancavano molto.
Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni neri un apparecchio simile ad un cellulare e controllò che il nodo fosse stato sciolto.

Anime: Hayato Nakamura, Kaede Inoue.
Tempo mancante all'incontro: 4 anni.

Wakatoshi emise un sospiro di sollievo depositando l'aggeggio nella tasca, portandosi poi le dita della mano destra alle tempie, massaggiandole lentamente. Era da troppo tempo che non scendeva sulla terra a risolvere quel tipo di problemi, di solito era Gekka-o ad occuparsene, e Ushijima non ne era per nulla abituato. Di solito se ne stava sempre alla sua grande scrivania, controllando i dati delle persone che erano riuscite a trovarsi e che avevano passato la loro intera vita insieme, non di certo a correre per la Terra senza poter usufruire delle proprie ali!
Gli piaceva lavorare su quelle scartoffie, perché un po' si immedesimava in loro, provava ad immaginare come sarebbe stata la vita da essere umano, non angelo, con un qualcuno di importante al proprio fianco per tutta la sua esistenza. Ci fantasticava molto, a dire la verità, ma non lo aveva mai detto a Gekka-o, non voleva sembrare un ingrato a colui che gli aveva dato un lavoro e una casa. Però, doveva ammettere di sentirsi terribilmente solo osservando tutte quelle persone stare insieme mentre lui, non aveva nessuno.
Interruppe i suoi pensieri bruscamente: stava lavorando, non aveva tempo per quelle stupidaggini. Doveva ancora trovare quel maledetto Cupido!
Si tolse la mano dagli occhi e la luce pomeridiana gli ferì gli occhi, che vennero costretti a chiudersi un poco per abituarsi a quel forte bagliore. Quando riuscì a riprendere la vista, si vide davanti due ragazzi, mano nella mano, che camminavano tranquilli dandogli le spalle, fin quando non vide un movimento tra i cespugli accostati ai lati del marciapiede.
Aggrottò le sopracciglia e lentamente si avvicinò di qualche passo per poter vedere meglio.
Nemmeno a farlo apposta, dal cespuglio verde spuntò fuori un'alta figura dalla folta e bizzarra chioma rossa cremisi, aveva l'arco alla mano, pronto a far scoccare la strana freccia che aveva inforcato poco prima tra i cespugli.
Wakatoshi le aveva studiate molto bene quando Gekka-o gli aveva consegnato tutte le informazioni necessarie su di esse.
Quelle frecce erano forgiate dal Dio stesso ed impregnate di incantesimi, creati anch'essi dal Dio, tutti diversi tra loro e con altrettanti risultati: alcune facevano semplicemente 'innamorare', altre davano una leggera infatuazione, altre ancora accendevano il desiderio carnale mentre alcune opprimevano del tutto l'attrazione che prima era scoppiata per qualcuno. Insomma, nemmeno un incantesimo che aiutasse la Divinità dei matrimoni, anzi!
Erano formate da una punta rosata, con la forma di un grande cuore, il fusto era di legno di betulla e il piumaggio alla fine era fatto proprio con le piume del Dio che in quel momento aveva un sorriso divertito in viso.
"Okay, innamorati della ragazza là davan-"
Le parole morirono in bocca al rosso quando si sentì afferrare per il colletto della giacca bianca rudemente e gli venne strappato di mano l'arco rosato.
Cupido alzò i suoi piccoli occhi rossi solo per scontrarsi con quelli minacciosi e scuri di Wakatoshi, che lo osservavano arrabbiati.
Il rosso ridacchiò, ondeggiando la sinuosa mano in segno di saluto.
"Wakatoshi! Che sorpresa vederti qui sulla Terra, non ci si beccava da un po' eh?"
Ushijima grugnì aggrottando ulteriormente le sopracciglia.
"Tendō-sama, la pregherei di non interferire ulteriormente col mio lavoro, mi ha creato grandi grattacapi, a me e alla Divinità Gekka-o."
"Oh, Gekka-o! Quel vecchio birbone, sono sicuro che chiuderà un occhio per me, tu non credi?"
Il bruno gli rivolse un ultimo agghiacciante sguardo prima di trascinarlo via da qual luogo, il suo arco stretto nella mano destra, così che Satori Tendō, alias Cupido, non potesse fare altri danni.
"Vedremo se i suoi superiori la penseranno allo stesso modo."
"Cosa? Hei, Wakatoshi lasciami andare! Questo è sequestro di persona!"
Ushijima continuò a camminare, trascinandoselo dietro, con il sedere di Satori che strisciava sul terreno e le sue urla che si disperdevano per il vicinato, ma stranamente, nessuno sembrava farci caso.

Con tuto il trambusto di quella giornata la sera era arrivata in fretta, avvolgendo la città con il suo manto oscuro e attraente. Wakatoshi sedeva stanco sui gradini del tempio della città con le mani a coprirgli gli occhi, era esausto. Aveva dovuto trascinare il Dio fino al tempio e tenerlo buono fino all'arrivo delle Divinità Superiori, e una volta che ebbe spiegato loro la situazione promisero di tenere più sotto controllo quel Dio turbolento, permettendo così a lui e a Gekka-o un lavoro più pulito e liscio.
Era sollevato dalla risoluzione del problema, ma la trasformazione prolungata lo aveva distrutto fisicamente, non sapeva se sarebbe riuscito ad alzarsi in piedi.
Alzò lo sguardo verso il cielo stellato, beandosi della pace primaverile e del dolce venticello che la sera regalava.
I capelli scuri si muovevano accarezzati dalla brezza che li scompigliava un poco, ed il viso era rilassato, come quando si perdeva a fantasticare su un suo futuro alternativo.
La notte lo aveva catturato con il suo involucro fatto di stelle ed oscurità, imprigionandolo tra i suoi pensieri, ora liberi dall'anticamera del suo cervello.
Non ricordava cosa facesse prima dell'arrivo al tempio di Gekka-o, sapeva solo che un giorno si era ritrovato lì, a lavorare come stava facendo in quel momento. Non era nemmeno sicuro ci fosse un 'prima' di tutto ciò. Da quel che gli era stato concesso sapere, lui era sempre stato un angelo e non aveva mai fatto altro se non lavorare per la Divinità dei matrimoni, ma sentiva che qualcosa non quadrava.
Non si sentiva appartenere a quel luogo paradisiaco, perfetto, ma si sentiva più completo quando scendeva sulla Terra, luogo imperfetto e pieno e malvagità e corruzione, ma meraviglioso.
Ma non ne capiva il motivo, dopotutto lui era un angelo, che senso aveva sentirsi parte della specie umana?
Ma allora, se non aveva senso, perché bramava qualcuno al suo fianco così ardentemente?
Perché ogni volta che vedeva una coppia coronare il suo sogno, sperava anche lui un giorno di essere al loro posto?
Lui di tutti, che non poteva avere un futuro con qualcuno.
Era destinato ad eseguire il suo lavoro per sempre, e la consapevolezza di ciò gli faceva male al cuore, inspiegabilmente.
Continuò a guardare la candida luna risplendere sul tempio di legno e pietra, sugli scalini di pietrisco, sul portale Torii e sulla vegetazione a lui circonstante, mossa dal vento primaverile.
Un forte profumo di fiori di ciliegio si era diffuso per l'aria, e Wakatoshi chiuse gli occhi annusando quel dolce profumo, esiliando per un po' il fracasso dei suoi pensieri nell'anticamera del cervello, rilassando così i nervi.
Rimase in quella trance per minuti e minuti, e pensò addirittura di addormentarsi da quanto era rilassato, così tanto che non si accorse di un rumore di passi avvicinarsi.
Una ragazza stava salendo i numerosi gradini che separavano il portale Torii dal tempio, abitudine portata avanti ormai da anni. Le piaceva tenersi in forma, e poi andare a passeggiare con una serata del genere era un benessere non solo per il corpo, ma anche per la mente e l'anima. L'università la stava stressando troppo, e l'unica cosa che riusciva a rilassarla era stendersi davanti al tempio della sua città e guardare gli astri, lontana dal mondo e da tutti i suoi problemi, almeno per la notte.
Ma quella sera, quando arrivò finalmente alla fine della scalinata, trovò il suo posticino occupato da qualcun altro.
Ridacchiò felice e sorpresa che qualcuno avesse avuto la sua stessa idea e gli si avvicinò sicura, in questo il suo carattere estroverso l'aveva sempre aiutata.
"Hei! Anche tu a guardare le stelle?"
Wakatoshi venne risvegliato da una dolce e allegra voce, che gli fece spalancare gli occhi, spaventato, provocando nell'interlocutrice una piccola risata.
Ushijima si trovò davanti una ragazza incredibilmente bella a parer suo, con i lineamenti dolci e delicati, così come la sua voce, un sorriso per niente timido, splendente e a trentadue denti. Gli occhi [c/o] sprizzavano allegria e vivacità nonostante fossero in parte oscurati da due profonde occhiaie sotto essi. I vestiti sportivi le fasciavano le dolci forme, mettendone in risalto la femminilità. I [l/c] capelli [c/c] erano sparsi per l'aria, spostati da una folata di vento, ma lei sembrava non curarsene, e le onde e gli intrecci che si andarono a creare tra essi fecero incantare Wakatoshi, così illuminati dalla luce lunare.
Ushijima sentì qualcosa muoversi dentro di lui, anche se non sapeva esattamente cosa fosse.
Maledizione, erano troppe le cose che non sapeva.
Si alzò lentamente in piedi, ancora provato dalla trasformazione, e si erse in tutta la sua altezza, coprendo con la sua ombra la figura della ragazza, che a sua volta lo guardò meravigliata da un corpo così possente.
Il silenzio cadde tra i due, e quella che decise di rompere il ghiaccio, come aveva praticamente sempre fatto nella sua vita, fu la ragazza.
"Allora, ti piacciono le stelle?"
Wakatoshi fu sorpreso da tanta confidenza nella sua voce, dopotutto non si conoscevano nemmeno, ma non si tirò indietro.
"Diciamo di si."
Il sorriso che scaturì dalle labbra della [c/c] era radioso, e fece perdere inspiegabilmente un battito a Wakatoshi.
"Non pensavo che ci fossero altre persone che avessero voglia di venire fino a qui per guardare il cielo, ne sono felice!"
Continuò a guardarlo con quei suoi occhi luminosi prima di saltare sul posto.
"Oh, scusa! Non mi sono nemmeno presentata. Io sono [T/n] [T/c], e tu?"
Nell'esatto momento in cui [T/n] porse la sua mano sinistra verso Wakatoshi, una scintilla sembrò scoppiare tra i due, ed un lungo filo rosso percorse il mignolo sinistro della ragazza andando a creare un fiocco, mentre l'altra estremità si allungava lentamente, andando a congiungersi con il mignolo sinistro di Ushijima.
Poi, tutto si fermò.
L'aria che scompigliava i capelli di [T/n] era ferma, così come i suoi [l/c] capelli, il suo sorriso era fermo ed il luccichio nei suoi occhi era ancora presente, ma immobile.
La sua mano era ancora tesa verso di lui, ma non sembrava volersi muovere, che anche il suo battito non esistesse più?
Intorno a loro, ogni movimento aveva cessato di esistere, solo lui riusciva ad usare i suoi arti normalmente.
Portò lo sguardo alla sua mano sinistra, tastando freneticamente la seta legata al suo mignolo, incredulo.
"Oh, non fare quella faccia Wakatoshi, non dirmi che non te l'aspettavi."
Una voce divertita e familiare arrivò dalle spalle del bruno, che si girò velocemente, gli occhi sbarrati.
"Gekka-o.."
"In persona!"
"Cosa.."
Si indicò la mano e riportò lo sguardo al Dio.
"Cosa significa tutto ciò..?"
"Ma come? Lavori per me da decadi e ancora non sai cosa vuol dire quel filo?"
"Eh..?"
Wakatoshi era nella confusione più totale, il ronzio del suo cervello era tornato a tormentarlo più forte di prima ed il cuore aveva iniziato a battergli ad una velocità incontrollabile mentre delle goccioline di sudore gli scivolavano lungo il sinuoso collo.
Gekka-o a sua volta lo osservò con fare paterno, un sorriso fiero in viso.
"Congratulazioni Wakatoshi, hai trovato la tua Anima Gemella."
Il bruno rimase nel silenzio più totale, scioccato.
Gekka-o rise di gusto a quella reazione, facendo muovere la sua lunga barba.
"Non fare il pesce lesso! Ammetterai di esserti sentito diverso dalle altre Divinità e angeli, o no?"
Il cuore di Ushijima si bloccò.
Sapeva?
"Come-"
"So tutto di te, dopotutto sono io che ti ho scelto. Vedo dai tuoi occhi la confusione, quindi forse è meglio che ti spieghi. Devi sapere che, tempo fa, diciamo quasi sessant'anni, mi capitò di incontrare questo giovane, appena tornato da una battaglia con una ferita mortale al fianco, di cui nessuno si era accorto. Salì tutti i gradini del mio tempio a fatica e si distese proprio dove prima eri tu. All'inizio non mi notò, così gli chiesi cosa stesse facendo, e lui sai cosa mi rispose? 'Sto guardando le stelle, ovviamente'. Ah, quell'affermazione sfottente mi fece molto ridere allora. Gli chiesi se avesse una famiglia, e mi rispose che erano ormai tutti morti, nel mentre una pozza cremisi si stava diffondendo sotto di lui. L'ultima domanda che gli feci fu se avesse qualcuno da amare, a cui avrebbe voluto dire addio, e lui mi rispose di no. Poco prima di chiudere gli occhi, mi disse il suo nome."
Ushijima trattenne il fiato, trepidante.
Voleva sapere, oppure no?
Non ne era certo, ma sapeva che a Gekka-o non sarebbe importato.
Glielo avrebbe detto comunque.
"Mi disse di chiamarsi Wakatoshi Ushijima, e che non aveva mai amato nessuno."
Il silenzio tornò sovrano tra i due, ma al Dio non sembrava dar fastidio quanto al bruno, che ancora si teneva la mano sinistra con quella destra.
Divertito dalla reazione, Gekka-o continuò il suo racconto.
"Si, ti salvai, ti salvai e ti resi il mio aiutante, rimossi i tuoi ricordi e ti misi al lavoro, ma sapevo che, anche tu, avresti avuto un'anima gemella, magari non nell'immediato futuro, ma l'avresti trovata. Ti salvai perché volevo darti l'opportunità di provare la sensazione di essere amati, di avere qualcuno al proprio fianco, come tu tanto fantasticavi sulle ore di lavoro, ma non preoccuparti, non detrarrò nemmeno un centesimo dal tuo stipendio per quello."
Il Dio rise alla sua battuta, avvicinandosi lentamente a Wakatoshi, che ancora lo guardava incredulo.
"Rimuoverò ogni ricordo che tu hai di me, come ho fatto in passato, e ti permetterò di vivere una vita felice da essere umano con questa ragazza accanto. Sembra carina, non far aggrovigliare il filo."
Ormai erano a pochi centimetri di distanza ed il Dio stava davanti al suo angelo con un sorriso.
"Gekka-o.."
"Ti osserverò sempre Wakatoshi, ti ho amato come un figlio, e spero di averti reso felice con il dono che ti ho fatto. Abbi una meravigliosa vita, mio angelo."
E con la spinta della mano della Divinità dei matrimoni sul suo petto, Wakatoshi vide una forte luce prima di cadere per i gradini del tempio, e non vedere più niente in seguito.

"Hei! Svegliati, ti prego! Mi senti?! Per favore apri gli occhi!"
Sentiva una voce ovattata arrivargli alle orecchie, allarmata e sull'orlo del pianto, ma la sua testa faceva così male, avrebbe voluto dormire solo un altro po'.
Si sentì scuotere per le braccia, al che non poté fare a meno di sollevare le palpebre, infastidito.
"Oh! Stai bene, grazie a Dio!"
Si sentì avvolgere da un calore che mai aveva provato e poi rivide il dolce volto solcato dalle lacrime della ragazza vista in cima al tempio.
Ma.. In cima?
Perché ora erano a metà scalinata?
E perché lui era a terra dolorante?
"Ero così preoccupata! Sei caduto improvvisamente e hai rotolato per tutte le scale! È incredibile che tu non ti sia fatto nulla di grave!"
[T/n] tirò un sospiro di sollievo e tornò a guardare la faccia confusa di Ushijima.
Caduto?
Ma come aveva fatto?
Non lo sapeva, ma era per certo che la testa gli facesse molto male.
"Comunque, io sono [T/n], ricordi? Quella a cui piacciono le stelle.. Tu sei?"
La [c/c] ridacchiò un po' porgendogli la mano sinistra, le guance ancora rosse per il pianto, ed il bruno sentì uno strano movimento all'altezza dello stomaco.
Stava per alzarsi e tornarsene a casa.
Nemmeno la conosceva quella, scherziamo?
Ma proprio quando fece per alzarsi, una voce gli rimbombò nella testa.
"Non far aggrovigliare il filo, Wakatoshi."
Sgranò gli occhi mentre una figura dagli occhi azzurri come il cielo limpido gli compariva in mente.
Portò velocemente lo sguardo alla sua mano sinistra e vide formarsi un sottile filo rosso di seta al suo mignolo sinistro che andava a congiungersi a quello della mano sinistra della ragazza.
In un lampo, qualcosa si accese nella testa del ragazzo, afferrò fiducioso la mano della ragazza, che sorrise raggiante al sentire le parole di lui.
"Sono Wakatoshi Ushijima."
Alla fine, il filo più aggrovigliato era il suo, e ad aiutarlo, era stato Gekka-o.
Ora, non sarebbe più stato da solo.
Non sarebbero più state solo fantasie.

Nota Autrice:
AIUTO È LUNGHISSIMA PERDONATEMI.
Nonostante ciò sono fiera di questa shot nonostante sia molto molto lunga.
Ne sono orgogliosa, spero che possa piacere anche a voi e alla scema a cui l'ho dedicata!
Fatemi sapere cosa ne pensate, ci tengo molto!

Dedicata a Scema-senpai .

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