|Yes| |Tobio Kageyama|
Le delicate luci degli alti lampadari illuminavano la sala, facendola risplendere con mille luccichii dorati. Le pareti, decorate con le più sfarzose decorazioni d'oro, andavano a formare delle arcate, dentro alle quali, enormi porte finestre lasciavano scorgere il cielo notturno, stellato. L'allegria risuonava per tutto l'ambiente tra risate, il chiacchiericcio, le urla spensierate dei brilli e i passi di danza sulla pista da ballo.
La piccola orchestra suonava dalle note più dolci, a quelle più amare, intrattenendo gli ospiti che quella sera si erano riuniti, dopo tanto, forse troppo tempo.
Ma tutta quella allegria per il ritrovamento dei vecchi amici, sembrava rimbalzargli addosso, come una palla fa col muro, o forse, era lui che la respingeva.
Lo smoking gli stava stretto, avvolgendo ogni suo muscolo teso, la cravatta lo stava soffocando, quasi non riusciva a respirare, e sentiva il sudore freddo scendergli lungo la schiena.
Le iridi cobalto sfrecciavano nell'orbita bianca lungo la sala.
Più volte incontrarono le figure abbracciate di Nishinoya e Tanaka, già ubriachi dopo il primo giro di champagne, che cantavano allegri le canzoni più sconosciute, stonando con l'armonia dell'orchestra.
Daichi e Sugawara erano in disparte, che ridacchiavano divertiti insieme a Shimizu e Yachi, mentre davanti a loro volteggiavano leggiadri i corpi degli altri ex membri della loro vecchia squadra, insieme ai loro accompagnatori.
Vide seduti su due poltrone Yamaguchi e Tsukishima, con il viso alleggerito da un sorriso spensierato, sotto gli occhi attenti del ragazzo al suo fianco.
Continuò a scrutare la dorata sala da ballo, lo smoking che si restringeva sempre di più al pensiero che non avrebbe potuto rivederla, che non l'avrebbe trovata o che avesse rifiutato l'invito.
Semplicemente, non poteva crederci.
Nonostante una voce nella sua testa continuasse a ripetergli che avrebbe potuto non rivedere quegli occhi [c/c] che tanto gli scioglievano il cuore, lui non poteva sopportarlo.
Non voleva accettare la consapevolezza che gli si era annidata in quegli anni nel fondo dello stomaco, e che lo appesantiva di più ogni volta che saltava per una alzata.
Si rifiutava, perché la speranza che viveva ancora in lui, riavvolgeva a nastro la sua delicata voce, ripetendo all'infinito che non doveva più preoccuparsi, perché c'era lei, ed erano di nuovo insieme.
Ma se quella sera non l'avesse vista, sapeva che quel macigno che si portava dietro da due lunghi anni, non se ne sarebbe andato, mai.
Aveva sognato di rivederla, ancora più bella, il solito sorriso bianco stampato in viso, le esili braccia dietro la schiena, i [l/c] capelli [c/c] che volteggiavano col vento, ancora lì, ad aspettarlo.
Ma quando pensava all'eventualità che lei fosse andata avanti, trovandosi qualcun altro per il quale vivere, per il quale sorridere e per il quale piangere, sul suo cuore si formava un buco, quasi come quello di un proiettile.
Perché la paura che lei fosse riuscita ad andare avanti con la sua vita, come lui ancora non era riuscito, lo attanagliava.
Quante notti l'aveva voluta sua, al suo fianco, in quel letto che, senza lei, era solo un materasso freddo e duro, come la pietra.
Quante volte, dopo un incubo, aveva cercato fra le coperte il suo calore, la morbidezza della sua pelle, il suo profumo, piangendo lacrime infuocate quando i ricordi facevano capolino, violenti, crudeli.
Continuò a perlustrare con lo sguardo la stanza, finendo per controllare anche gli angoli più remoti, non trovando, però, chi cercava.
Vide Hinata correre allegro verso Asahi, che intanto stava cercando di tenere in piedi i due ubriachi, prendendo poi sottobraccio Nishinoya e trasportarlo, insieme a Tanaka, al bagno più vicino.
E mentre quel fulmine dai capelli rossi passava a tutta velocità, gli occhi cobalto del corvino incontrarono quelli castani di Sugawara, che camminava deciso nella sua direzione.
I capelli argentati gli ricadevano dolcemente sulla fronte, e gli incorniciavano il dolce viso pallido, messo in risalto dal nero del suo smoking.
Oltrepassò spedito la calca di corpi che volteggiavano sulla pista, mantenendo lo sguardo deciso su quello insicuro di Tobio, ora puntato sulla sua figura.
Restò rigido sul posto, immobile, fino a quando Koushi non si posizionò davanti a lui, osservandolo con quel viso che tante volte gli aveva sorriso incoraggiante nel passato, ma non sembrava volerlo fare in quel momento.
Il corvino deglutì rumorosamente.
Si sentiva sotto pressione, per qualche ragione.
Gli sembrava che Sugawara lo stesse scrutando dentro, come a capire le sue intenzioni.
"Kageyama."
Sussultò al sentire il suo cognome venir pronunciato così gravemente, ma cercò di mantenere la calma, nonostante si sentisse le ginocchia tremare.
"Sugawara-san."
Si guardavano, senza distogliere lo sguardo l'uno dagli occhi dell'altro, continuando quella che, ormai, sembrava essersi trasformata in un battaglia.
"Sei venuto, infine."
Quelle semplici parole, sembrarono fermare il tremore di Tobio, facendogli invece corrugare le sopracciglia.
"Già, mi era mancato passare del tempo così con la squadra."
"E lei, non ti è mancata?"
Il cuore del corvino si fermò dolorosamente per un secondo mentre Sugawara lo guardava duro, un cipiglio in viso.
Sapeva.
Improvvisamente, l'insicurezza tornò a regnare sovrana nel corpo del ragazzo, cacciando via la calma precedente.
"I-io.. C-co-"
"Perché sei qui? Non ti è bastato farla soffrire incessantemente per due anni?"
"E-ecco-"
"Ascoltami Tobio, ascoltami bene. Io ti voglio bene, veramente, ma tu non sai quanto l'hai distrutta emotivamente, non sai quante lacrime ha versato, quante cose ha rotto, quante settimane è rimasta chiusa in casa. Non lo puoi sapere, perché non c'eri. E adesso spunti fuori dal nulla, dopo due anni di completo silenzio? Mi dispiace Tobio, ma non è così che funziona."
Il silenzio ritornò ad aleggiare tra di loro, più denso che mai.
Il corvino aveva ascoltato paziente le parole del più grande, incassando i colpi al cuore mentre i suoi sentimenti premevano per uscire.
E finalmente, dopo aver preso un gran respiro, si rivolse a Sugawara, il ragazzo che ai tempi della scuola superiore, l'aveva aiutato a diventare un uomo vero.
"So che ho sbagliato, so che ha sofferto e so che non c'ero, lo so fin troppo bene. Ma credi veramente che io l'avrei lasciata senza un motivo valido? Ho sofferto tu non sai quanto per prendere quella decisione, e mi è costata caro. L'ho lasciata perché così lei non avrebbe mai più dovuto aspettarmi a casa fino a tardi, mentre io ero ad allenamento, o al ristorante, o a cena dai suoi genitori. Stava soffrendo per colpa mia, e non riuscivo più a sopportarlo. Ho pensato che sarebbe stata meglio senza di me, e forse è veramente così, ma io non sto bene senza di lei. Non posso combattere senza di lei al mio fianco, Sugawara-san."
Gli occhi nocciola di Koushi si riempirono di stupore, ma il rancore nei confronti del ragazzo era restio ad andarsene, ancora alimentato dalla rabbia provata.
Non riusciva più a sopportare la tristezza della ragazza, mentre lui, Sugawara, era felice.
E non avrebbe accettato che altro dolore le venisse inferto.
Decise, quindi, di accertarsi di star lasciando il cuore dell'amica nelle mani giuste.
"La ami?"
"Si."
"Quanto?"
"Molto di più di quanto io possa amare la pallavolo."
"Saresti disposto a lasciare tutto, per stare con lei?"
"Si."
"E se lei non ti accettasse?"
"Riproverei, per sempre, se necessario."
Koushi alzò gli occhi da terra, abbassati precedentemente, e li puntò su quelli cobalto di Tobio.
"Cosa sei disposto a fare per riaverla nella tua vita?"
Kageyama si toccò distrattamente la tasca dei pantaloni, tastando una superficie solida al suo interno.
Sorrise un poco, e prima ancora che potesse pronunciare mezza sillaba, Sugawara aveva già compreso tutto, forse, sin dall'inizio.
"Amarla."
Koushi si sentì gli occhi pizzicare, inspiegabilmente.
Aveva protetto la ragazza il più tenacemente possibile, ma dopotutto, non c'era poi niente da cui doveva proteggerla.
L'aveva fatta soffrire tanto, probabilmente troppo, ma secondo Sugawara, Kageyama era l'unica persona che avrebbe mai amato così sinceramente ed intensamente [T/n].
Dopotutto, l'amore, significava anche soffrire l'uno per l'altro.
Un piccolo sorriso si fece spazio sulle sue labbra, facendo battere più velocemente il cuore del corvino.
"È in balcone, forse ti sta aspettando."
Tobio sentì le guance imporporarsi ed il petto gonfiarsi di felicità, sorrise grato ed iniziò ad avviarsi verso il balcone, prima che la voce di Sugawara lo bloccasse.
"Tobio."
Si voltò, osservando lo sguardo serio del più grande, e per un attimo, non si sentì poi così tanto sicuro.
"Non voglio più sentire le sue lacrime sulla mia spalla. Questa è la tua ultima chance, non arrivare tardi come tutte le altre volte."
Tobio annuì deciso, fiondandosi poi verso la porta di vetro che dava sul balcone, mentre Koushi lo osservava, un peso in meno sulle spalle.
Una volta fuori, la fresca aria gli investì il viso, scompigliando i suoi capelli corvini.
La notte era illuminata dalle lontane luci della città che, colorate, andavano a creare un gioco di luci ed ombre sulla boscaglia circostante.
La luna risplendeva alta nel cielo, rischiarando il buio balcone dalle rifiniture dorate.
Ma l'attenzione di Tobio non era per il panorama, ma per la figura che trovò davanti a lui.
Era girata di spalle, la schiena scoperta dal tessuto argentato del vestito, lungo fino alle ginocchia, mentre i capelli [c/c] le ricadevano dolcemente sulle spalle, mossi leggermente dalla fresca aria.
Era appoggiata alla ringhiera del balcone, e nonostante fosse di spalle, Tobio seppe che era diventata ancora più bella.
Fece il primo passo, con la confidenza che lo accompagnava dopo aver parlato con Koushi, e poi un altro ancora, fino ad arrivare al suo fianco.
Sapeva che lo aveva sentito e che sentiva la sua presenza, nonostante non lo stesse degnando di uno sguardo.
Aveva visto perfettamente i suoi muscoli irrigidirsi, le spalle stringersi ed il grande respiro che fece.
Ma non parlò.
Nessuno dei due lo fece.
Sapevano di essere lì, l'uno accanto all'altro dopo tanto tempo, tempo crudele e sadico, che aveva fatto passare i giorni come mesi, i mesi come anni.
Ma infine, erano lì.
Era bastata la semplice presenza dell'altro a liberare le vie respiratorie, ad alleggerire il cuore, e a farlo battere come le prime volte.
Si bastavano così.
Ma mano a mano che i minuti passavano, il ricordo del dolore, la sensazione delle lacrime bagnate sulle guance, della gola bruciare, il tremolio del suo intero corpo e la tristezza attanagliante di quei due anni, riemersero alla mente di [T/n].
E un'improvvisa rabbia la avvolse.
"Perché sei qui?"
La freddezza nella sua voce pietrificò all'istante Tobio, anche se avrebbe dovuto aspettarsi una tale reazione.
Aveva sperato che la sua dolce voce gli accarezzasse l'udito, come faceva nei suoi sogni, ma si rese conto troppo velocemente che la realtà, non è come i sogni.
Voltò il capo verso di lei, e finalmente poté immergersi nelle pozze [c/o] che lo avevano perseguitato per mesi.
Lo guardava con una tale rabbia, che ebbe l'istinto di chiudersi a riccio su se stesso, ma non si tirò indietro.
Le rivolse invece uno sguardo dolce, lo stesso che le rivolgeva nella loro intimità, che causò alla [c/c] una potente fitta al cuore.
"Volevo vederti."
Il respiro le morì ancora prima di raggiungere i polmoni, si immobilizzò, le palpebre spalancate ed il rancore che le cresceva dentro.
"Dopo due anni, te ne esci con: 'volevo vederti'? No Tobio, non esiste."
Fece per andarsene, per ritornare dentro alla sala da ballo e fingere di non averlo visto, di non aver ricordato tutto l'amore che provava per lui, che invece di essersi distrutto, come aveva cercato di fare lei, si era conservato, diventando più forte di prima.
Ma prima che potesse andarsene, la forte mano di Tobio si allacciò attorno al suo polso, facendola voltare bruscamente verso di lui.
"Ti volevo vedere già il giorno che ci siamo lasciati, e il giorno dopo e il giorno dopo ancora, mai mi è passato quel desiderio."
"E allora perché non sei venuto?! Perché mi hai abbandonata?!"
"Ti amavo troppo per poter sopportare il dolore che provavi nella nostra relazione. Sapevo che sarebbe stato doloroso, ma pensavo fosse la soluzione migliore."
Dalle rosee labbra di [T/n] uscì una risata amara.
"La soluzione migliore? Doloroso? Tu.. Tu non hai la minima idea di che cosa significhi! Per due anni-"
"So che cosa significa... Lo so. Perché anche io ho provato le stesse cose, ma il mio amore per te era più grande del mio egoismo, e ho preferito saperti felice senza di me, che triste, ma con me."
Il cuore della [c/c] accelerò alla vista del viso del corvino, contratto in una smorfia di dolore, ma non poteva dargliela vinta, nonostante si sentisse le ginocchia tremare a sentire il calore della sua mano sulla sua pelle.
"Ho sofferto di più senza di te in due anni, che insieme a te per cinque. Eri tutto quello per il quale io combattevo ogni giorno, per il quale mi alzavo la mattina... E quando te ne sei andato..non avevo più nessuna ragione per vivere.. E nonostante io abbia per tutto questo tempo cercato di dimenticarti..ancora non ci riesco. Sei contento, adesso?"
Gli lanciò uno sguardo addolorato e furioso prima di abbassare gli occhi.
Proprio mentre cercava di nascondere i suoi sentimenti, di farlo sentire un verme per quello che aveva fatto, aveva parlato troppo.
Dentro di Tobio, invece, sembrava esserci un'orchestra, talmente festiva e gioviale nella sua melodia che faceva accelerare il suo battito cardiaco a mille.
"In questi due anni, non so come ho fatto a vivere. Sentivo una continua sensazione di vuoto senza di te, e pensavo che vedendoti felice sarei riuscito a colmarla, ma mi sbagliavo. Il solo pensiero di saperti con qualcun altro mi faceva venire i conati. E questa sera, il mio egoismo ha avuto la meglio. Voglio ritrovare la voglia di andare avanti, insieme a te, e questa volta renderti felice per davvero."
Lentamente, Tobio prese dalla tasca dei pantaloni una piccola scatolina di velluto, inginocchiandosi davanti a [T/n] in cuore in gola mentre le ginocchia di lei tremavano e gli occhi iniziavano a bruciare.
"Te lo chiederò fino a che non accetterai, o fino a quando non mi manderai via a calci."
Ridacchiò un poco, alzando poi i suoi occhi cobalto su quelli [c/o] della ragazza.
"Sposami, [T/n]."
Il tempo sembrò congelarsi, ma il battito del cuore di entrambi era solamente accelerato.
La notte regnava sovrana quella notte, le stelle brillavano alte nel cielo, e la luna, loro madre, risplendeva su quel palazzo dorato, mentre le luci lontane della città luccicavano indisturbate.
Qualche volta il verso di un gufo interrompeva la pace creatasi, ma le due figure, unite soltanto dai loro sguardi, sembravano intenzionate a non interrompere quel contatto per nulla al mondo.
Un fresco venticello scompigliava i capelli corvini del ragazzo, facendoglieli finire sugli occhi, e la gonna argentata del vestito di lei ondeggiava leggiadra accompagnata da quella brezza.
E, proprio come il sussurro del vento, la risposta arrivò alle orecchie di Tobio nitida, finalmente con quella voce dolce che tanto aveva desiderato sentire, e che adesso, lo avrebbe accompagnato per sempre.
"Si."
Dedicata a morjana364 .
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