|Silence| |Kenma Kozume|
Think I drank too much again
Looks like fun, but it's pretend
Why do I try to fit in
When I just wanna go home
And I know this isn't like me
I just want people to like me
Got my glass up in the air
And I act like I don't care
And I take some, but I shouldn't
And I say things that I wouldn't
And I'm just part of the crowd
But I feel better now
Keep on playing that song that I don't like
I just wanna feel normal for the night
Keep on kissing that guy that's not my type
I just wanna feel normal for the night
I should go, it's getting late
But I'ma keep on dancing 'til I feel okay
So keep on playing that song that I don't like
I just wanna feel normal for the night
-Sasha Sloan.
Il vociferare degli studenti riecheggiava tra le mura della scuola media, ricolma di studenti che, tranquilli, trascorrevano la loro pausa pranzo. Molti avevano approfittato del bel tempo, decidendo di uscire nel cortile scolastico, godendosi la calda aria dell'estate alle porte che sapeva già di vacanze. Altri, invece, preferivano starsene nel fresco ambiente interno, passeggiando per i corridoi, spettegolando di studenti e professori, ripassando per una verifica, copiare i compiti non fatti o disperarsi per essersi dimenticati il bento a casa.
Tra questi, un ragazzo rannicchiato su se stesso, le gambe strette tra loro, la schiena ingobbita, i lunghi capelli neri che gli ricadevano sul viso e le mani a stringere una piccola console, se ne stava seduto al proprio banco, nella sua classe, da solo.
Ogni tanto prendeva qualche boccone del cibo che aveva appoggiato sul tavolo a lui adiacente, concedendosi pochi secondi di pausa dalla partita che stava proseguendo da quando l'ultima lezione era finita.
I suoi occhi dorati erano come ipnotizzati dalle immagini che comparivano sul display della console, che sembrava isolarlo dal mondo, ma questo, solo all'apparenza.
In realtà, lui sentiva tutto, vedeva tutto, percepiva tutto attorno a lui, non si lasciava scappare nemmeno un singolo particolare, troppo spaventato dal fatto che qualcuno potesse notarlo.
Certo, da quando Kuroo aveva conseguito il diploma delle scuole medie, e se ne era andato alle superiori, la vita per lui era in un qualche modo contorto migliorata: era più facile non farsi notare dall'intera scuola quando non c'era quel rumoroso gatto nero a stargli attaccato.
Per sua sfortuna però, poteva liberarsi di lui solamente durante le ore scolastiche, perché nel tardo pomeriggio, da bravo vicino di casa qual era, Kuroo sarebbe andato a rompergli le scatole come ogni pomeriggio da anni a quella parte.
Ma se da un lato da sua vita era in un certo senso migliorata, dall'altro sentiva la continua mancanza di qualcosa.
Lo faceva sentire vuoto, incompleto, inquieto e ansioso. Era una sensazione che non riusciva a mandar via né immergendosi nel suo mondo virtuale, né giocando a pallavolo.
Aveva passato giorni a letto, le tapparelle abbassate così da non far entrare nemmeno un minimo di caldo nella sua stanzetta fresca, facendo lavorare incessantemente le rotelle del suo cervello, così tanto da sentirsi provato fisicamente da tutte le emozioni che lo incalzavano durante quelle sessioni.
Si sentiva stanco senza fare niente, e Kenma odiava sentirsi stanco.
Non sapeva esattamente quando avesse iniziato a provare quel senso di incompletezza, era successo lentamente e gradualmente, non era stata una cosa che colpisce come le pietre, veloce, crudele, potente. Aveva piuttosto agito subdolamente, facendogli credere che andasse tutto bene, quando invece, tutto stava andando per il verso sbagliato.
Si era insinuato all'interno di lui e della sua vita furtivamente, lasciando come segno della sua presenza un minuscolo buco, che col passare del tempo era diventata una voragine, che fino a poco tempo prima il corvino aveva aggirato, ignorandola e continuando a vivere nella sua bolla di sapone, dove tutto era fin troppo perfetto.
Ma un giorno, la bolla gli era scoppiata dolorosamente in faccia, ed era stato all'ora che si era accorto si essere sull'orlo di quell'enorme buco, e di che cosa esso avesse inghiottito.
Se doveva proprio essere sincero, anche se la cosa gli doleva, era stato proprio Kuroo a far esplodere con un suo dito curioso la sua finta realtà di sapone, facendo finalmente liberare quel sentimento oppresso per troppo tempo dalla sua mente, che gli provocò un insolito dolore al cuore.
Mise per qualche secondo in pausa il gioco, prendendo in mano le proprie bacchette, pronto a prendere un pezzetto del suo pollo mentre ripensava al consiglio di Taketora di tingersi i capelli, quando proprio in quel momento entrò nella classe quasi del tutto vuota un gruppetto di ragazze. Parlavano con le loro voci acute, quelle che a Kenma avevano sempre dato il mal di testa, mentre una, più dolce, più leggera e più familiare gli accarezzava l'udito, avvolgendolo e proteggendolo da quelle voci taglienti come coltelli.
Eccola lì.
Lei.
La causa della sua incompletezza.
"Come sta [T/n]?"
Kuroo era, come sempre, nella camera da letto di Kenma, curiosando tra i suoi effetti personali, mentre quest'ultimo mangiava una fetta della torta di mele fatta da sua madre, non distogliendo lo sguardo dalla console.
Quando quelle parole erano uscite dalla bocca dell'amico, i muscoli di Kenma si erano bloccati, mandandolo in uno stato di trance totale. La mascella si era bloccata, non finendo di masticare il boccone che aveva in bocca, mentre le mani avevano lasciato la presa sull'aggeggio elettronico, facendolo cadere con un tonfo sul tavolino di legno.
Le settimane passate gli erano passate davanti con una velocità innaturale davanti agli occhi, ma al contempo stesso con una lentezza straziante. Si rivide in compagnia della ragazza, in quella stessa stanza, giocare insieme o semplicemente leggendo qualcosa, restando in quel silenzio nel quale i due tanto si ritrovavano.
Poi a scuola, lui che la osservava timidamente da dietro il suo telefono, nascondendosi poi dietro esso una volta che lei se ne era accorta, sorridendogli smagliante.
Gli tornarono alla mente i ricordi, nei quali la ragazza prima onnipresente, compariva sempre meno, fino a scomparire completamente.
Già, come stava?
"Non lo so."
Aveva risposto sinceramente, ma quella sincerità aveva fatto dannatamente male.
Come era potuto accadere?
La vide in mezzo a quel gruppo, con un sorriso talmente diverso da quello che rivolgeva a lui quando erano insieme. I suoi [l/c] capelli [c/c] le incorniciavano il bel viso, esaltato da un trucco che a Kenma non era mai sembrato di notare. L'uniforme scolastica le avvolgeva il corpo acerbo, le lunghe gambe erano messe in bella mostra dalla gonna portata più corta di quanto lei l'avesse mai portata. Tutto in lei sembrava cambiato, compreso il luccichio nei suoi bei occhi [c/o].
Prima erano così vivaci, allegri, ricolmi tanta dolcezza quanta determinazione, e quando si puntavano su Kenma, sembravano quasi accendersi.
Quando però il corvino li osservò attentamente settimane dopo, tutto quello che vide fu un colore opaco, che mai avrebbe voluto vedere.
Si accorse poco dopo che [T/n] stava guardando proprio nella sua direzione, e fu svelto a mettersi in bocca la fetta di pollo e tornare a giocare, mentre il mormorio del gruppetto si infittiva.
Dopo tutte quelle ore passate a rimuginare nel buio della sua camera, Kenma aveva capito dolorosamente il motivo del suo allontanamento e del suo cambiamento.
Voleva sentirsi accettata.
E così, nel suo impeto di tristezza aveva indossato una maschera, cercando in un suo disperato tentativo di venir apprezzata, nonostante non fosse la vera lei.
La conosceva da così tanti anni che aveva smesso di contarli. Era sempre stata la terza persona presente nella camera del corvino insieme a Kuroo, da quando ne aveva memoria, ma il suo rapporto con lei era così estremamente diverso da quello che aveva con il ragazzo.
Tetsurō era da sempre la parte che dava energia alla sua vita, forse anche fin troppa; la scuoteva ogni volta con la sua personalità ambigua e con il suo prendersi cura di lui. Mentre [T/n]..beh, se Kuroo era quello che scuoteva la sua vita, lei era quella che manteneva le acque calme. Al contrario del moro, [T/n] non sentiva il necessario bisogno di uscire, di parlare o di stare con altre persone, a lei bastava passare del tempo leggendo un libro in silenzio, guardarlo giocare, o giocare insieme a lui.
Non erano necessarie le parole.
A lei bastava lui.
A lui bastava lei.
Si bastavano.
Cosa c'era di meglio?
Ma poi, dopo la sua assenza, le sue certezze erano state stracciate più e più volte, in tanti, minuscoli pezzetti.
Perché ha dovuto cambiare?
Perché ha dovuto allontanarsi?
Era questo che più di tutto faceva soffrire Kenma.
Non stava forse bene con lui?
Non si sentiva accettata con lui?
Kenma stava così bene con lei al suo fianco, si sentiva sé stesso senza dover fare il minimo sforzo, e a volte pensava che non si sarebbe mai sentito così in pace con sé stesso come si sentiva con lei.
Ma allora lei?
Era una menzogna?
Dei sentimenti fasulli?
Non l'aveva fatta sentire accettata?
E perché si era allontanata da lui?
Forse perché... Si vergognava di lui?
Lui..non era abbastanza?
Tutti questi pensieri avevano intrappolato il cuore di Kenma in una morsa stritolante, quasi facendo sanguinare quel muscolo tanto fragile.
Sapere che una persona che conosceva da così tanto tempo non stava a suo agio con lui, lo faceva soffrire talmente tanto.
Ma se lei era felice senza di lui, circondata da tutte quelle amicizie fittizie, a lui andava bene.
Per questo non aveva fatto o detto niente.
Non era nella sua indole intervenire, dopotutto.
Se lei era felice, forse, col tempo, avrebbe potuto imparare anche lui a farlo.
Ma [T/n], era davvero felice?
Con quella gonna corta, il viso pesante e sporco di trucco, il sorriso falso, la costante sensazione di occhi estranei sul suo corpo, la maschera che gravava sul suo intero essere, e quelle persone finte che la circondavano.
Era stanca di tutte quelle occhiatacce che le sue compagne le indirizzavano, quei risolini nei corridoi, i biglietti crudeli nell'armadietto delle scarpe, le palline di carta tra i capelli, la costante crudeltà che il mondo sembrava riservarle.
Pensava che la presenza di Kozume le bastasse, che passare degli interi pomeriggi nel silenzio totale della camera del ragazzo la accontentasse, che la compagnia sua, di Kuroo e certe volte di Yoshimoto le andasse bene, ma non era così.
Pensò che non ci fosse niente di male nel cambiare un poco, così che almeno il vociferare per i corridoi finisse.
Cominciò ad osservare le altre ragazze, quelle sempre circondate di amici, sia ragazzi che ragazze, amate da tutte, sempre con un sorriso in volto.
Iniziò col mettersi un po' di trucco, prendersi un po' più di cura di sé stessa, migliorando il suo aspetto. E le cose, anche se lentamente, iniziarono a migliorare.
Ma si lasciò prendere la mano.
Era così ossessionata dall'idea di farsi accettare, di diventare come loro, che all'apparenza sembravano così perfette nella sua mente, che iniziò a levigare il suo carattere, modellandolo a immagine e somiglianza al tipo di ragazza che aveva capito piacesse a tutti.
In poche parole, iniziò ad indossare la propria maschera.
All'inizio era leggera, le sembrava si essere finalmente riuscita ad ottenere ciò che voleva, anche se era senza Kozume.
Aveva provato a fargli capire che sarebbe stato meglio anche per lui, ma non c'era stato verso di convincerlo.
Peggio per lui, si era detta.
Aveva continuato la sua farsa di vestiti che non le si addicevano, di musica che le dava solo il mal di testa, di amici che si erano avvicinati a lei dal nulla, all'improvviso, di sorrisi che lei pensava fossero genuini, di festicciole e di alcolici, di una persona che non era lei, ma che sembrava piacere alle persone che la circondavano.
Si era convinta che andasse bene, che fosse felice.
Ma quando una sera tornò a casa da una festa organizzata dalle sue presunte amiche, dopo aver bevuto bevande che le avevano bruciato l'intero corpo e le avevano annebbiato la mente di ricordi, dopo aver ballato come la persona che non era, dopo che aveva donato il suo primo bacio ad un ragazzo che nemmeno aveva mai visto, pensando nella sua mente distorta dall'alcool che si trattasse del ragazzo dagli occhi oro, capì quanto la sua maschera in realtà le pesasse.
Quella sera si guardò allo specchio, e non vide la stessa ragazza di settimane prima, con il viso fresco, pulito e con gli occhi luccicanti e spensierati, ma una ragazza con un volto solcato da profonde occhiaie dovute al doversi alzare presto per costruire quella maschera che le appesantiva l'anima, vestita come mai si sarebbe immaginata, quasi da puttana, volgarmente.
Gli occhi ormai erano spenti, vuoti di qualsiasi tipo di sentimento sincero, quelli, li aveva lasciati insieme a Kozume, così come il suo sorriso dettato dalla felicità del suo cuore.
E davanti a quello specchio che rifletteva la persona che si era creata da sola, pianse silenziosamente, trattenendo i singhiozzi ed i sospiri di dolore con una mano davanti alla bocca.
Sperava che qualcuno arrivasse, che la stringesse, che le dicesse che era accettata per quel che era e che non c'era più bisogno di fingere.
Ma nessuno venne, nessuno la strinse, e nessuno le sussurrò quelle dolci parole all'orecchio.
Perché la verità era che si era circondata di persone che non si degnavano nemmeno di scoprire se quei suoi 'Va tutto bene, e tu?' fossero realmente sinceri. Le uniche persone che lo avevano fatto, le aveva lasciate indietro, e probabilmente era troppo tardi per riprendersele.
A quel punto, [T/n] avrebbe solamente voluto togliersi quella maschera che sembrava di piombo da quanto pesava, e sfracellarla al suolo, tornando ad essere la ragazza di prima, anche se significava ricevere la crudeltà del mondo.
Ma sarebbe mai riuscita a liberarsi del tutto di quella sua facciata?
E se ci fosse riuscita, Kozume l'avrebbe ripresa con sé?
Le lezioni erano ormai finite e ormai pochi studenti erano rimasti all'interno della scuola, intenti a svolgere il loro turno di pulizie quotidiane o a occuparsi delle attività dei club.
C'era quindi una persona che risaltava nella sua nullafacenza.
Kenma era rimasto in classe ancora per un po' dopo la fine della lezione.
Non aveva voglia di tornare a casa e venir assalito dalle mille domande di Tetsurō sul club di pallavolo o sulla ragazza, e una volta cacciato di rimanere nel silenzio straziante della sua camera, che con lei era così piacevole.
Aveva quindi deciso di rimanere a scuola, almeno fino a quando non avesse finito la partita.
Il caldo sole dell'imminente estate non sembrava voler tramontare, e splendeva ancora alto nel cielo, irradiando della sua luce la classe dove la figura di Kozume era rannicchiata sulla sedia, infastidendolo, ma mai quanto quell'aria fresca che entrando dalle finestre aperte gli scompigliava i capelli corvini, coprendogli la vista.
Il rumore del videogioco aveva riempito l'intero ambiente dell'aula fino a quando il suono della porta scorrevole che veniva aperta non aveva sbaragliato ogni suono.
Kenma aveva alzato lo sguardo, e tutto ciò che si era ritrovato davanti, senza parole, era [T/n], gli occhi rossi e con il trucco sbavato, un pallore in viso macchiato da chiazze rosse sulle guance, i [l/c] capelli [c/c] scompigliati e crespi più che mai.
Si guardarono negli occhi per un periodo che ad entrambi parve infinito mentre la fresca brezza entrava nell'aula, facendo muovere la corta gonna di lei.
Fu [T/n] ad interrompere il contatto visivo, non potendo sopportare lo sguardo di lui, così familiare e ricolmo di tristezza quanto di sorpresa.
Si affrettò al suo banco, raccogliendo la sua roba e buttandola distrattamente all'interno della borsa stracolma.
Kozume, intanto, la seguiva con i suoi occhi dorati in ogni suo minimo spostamento.
Desiderava parlarle più di qualunque altra cosa, non poteva vedere quei suoi occhi [c/o] ricolmi di lacrime, ma non riuscì a dire la minima parola, solo a guardarla.
Una volta raccolta anche l'ultima penna, [T/n] si affrettò verso l'uscita, sempre sentendo quei due occhi da gatto osservarla, ma proprio quando stava per uscire, si bloccò.
Il silenzio era calato nella classe, sovrano.
Kenma aveva difatti spento la console, lasciando che solo i lontani rumori degli studenti che pulivano riecheggiasse tra le mura scolastiche.
Era un invito, il suo?
Strinse la presa sulla cinghia della borsa, voltando leggermente o sguardo, trovando gli stessi occhi che prima l'avevano guardata tristemente, incoraggiandola a sedersi e a godersi quel silenzio bramato da entrambi.
Non sapeva che cosa fare, se scappare come una codarda, impaurita di togliersi quella maschera che gravava su di lei, o farsi aiutare a distruggerla, unendosi a lui.
La tentazione di scappare era tanta, ma alla vista di quegli occhi, di quello sguardo che aveva visto rivolgere solo a lei, non poté non andare da lui, attirata dal color oro magnetico dei suoi occhi.
Si sedette maldestramente su una sedia adiacente al banco del ragazzo, mantenendo il contatto visivo fisso su di lui, che faceva lo stesso, analizzandola in ogni suo più piccolo particolare, e constatando quanto fosse cambiata in quelle poche settimane.
L'incastro dei loro occhi rimase tale a lungo, interrotto solo da qualche ciocca di capelli che volteggiava tra i loro volti guidato dal soffio del vento.
Il silenzio tra loro era lo stesso che regnava durante i loro pomeriggi oziosi, durante i quali era proprio il silenzio a parlare, ad esprimere la loro felicità nel stare insieme, a parlare per i loro cuori, perché certe volte, soprattutto per loro, il silenzio è proprio l'unico a dover parlare.
I loro occhi, il vento ed il silenzio erano i protagonisti in quello scambio inesistente di parole.
"Stai bene?"
Chiesero gli occhi di lui.
"No."
Rispose il silenzio di lei e l'opacità dei suoi occhi [c/o].
Si guardarono ancora, rimanendo nel silenzio più totale, osservando i minimi dettegli del viso dell'altro.
Kenma pensò che era bellissima anche con i capelli incasinati in quel modo e che quelle guance rosse le donavano, senza tutto quello strato di trucco, e [T/n] iniziò ad immaginarselo con i capelli biondi, come aveva suggerito Yoshimoto, sorridendo inconsciamente alla sua immagine proiettata nella sua mente.
La delicata mano di Kenma si appoggiò alla mano di [T/n], accarezzandola con la sua pelle liscia, aggiungendo un nuovo protagonista in quello scambio.
"Ti accetto per come sei."
Sussurrò la candida pelle di Kenma a quella pallida di [T/n], e così dicevano i suoi occhi ed il suo silenzio.
Per tutto il corpo della [c/c] si espansero dei brividi, che percorsero le dita, la schiena, la pancia, le braccia, le gambe, la nuca, ogni parte del suo corpo.
Il suo cuore perse un battito ed iniziò a pompare il sangue al cervello attraverso le vene più velocemente mentre le lacrime salivano veloci agli occhi rossi di lei.
Strinse forte la mano del corvino, portandosela al viso, ed iniziando a piangere contro essa, interrompendo la conversazione silenziosa, lasciando spazio solo al lontano rumore di un qualcosa che si rompeva, come la ceramica di un vaso che si spezza una volta che tocca il pavimento.
E un po' dentro di sé, Kenma avrebbe voluto sussurrarle tante altre cose, ma sapeva che col tempo, il silenzio le avrebbe detto tutto quello che risiedeva nel suo cuore.
Spazio Autrice:
Sono molto dispiaciuta di averla fatta uscire così tardi ma ho avuto problemi a strutturare la trama, ma sono contenta di come è venuta fuori, fatemi sapere cosa ne pensate voi!
Dedicata a _sabu-chan_ .
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