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|Mad Hatter| |Satori Tendō|

So what if I'm crazy? The best people are
All the best people are crazy, all the best people are
Where is my prescription?
Doctor, doctor please listen
My brain is scattered
You can be Alice,
I'll be the Mad Hatter.

-Melanie Martinez.


Il limpido cielo azzurro era decorato da candide nuvole bianche, che ogni tanto andavano ad oscurare i caldi raggi del sole. Qualche volta, a decorare i cieli, stormi di uccelli dai colori più svariati, volavano liberi nell'aria, intonando dolci melodie, o semplicemente osservando gli abitanti del Sottomondo nella loro quotidianità.La luce del pomeriggio si scontrava contro le pareti del bianco più puro del palazzo del Re Bianco, a Marmorea. Gli alberi di ciliegio in fiore e le ortensie circondavano l'imponente palazzo, regalando quell'aria di leggerezza che caratterizzava quel luogo regale.
Poco più lontano dal giardino di palazzo, nella vasta distesa erbosa, circondata anch'essa da rigogliosi alberi in fiore, si ergeva la malconcia struttura di un mulino a vento, fermo e con le pale di tela quasi del tutto distrutte.
Ma nonostante fosse ormai diventata una catapecchia, col tempo era stato possibile renderla abitabile, e anche un poco più resistente, non rischiando così che il tetto cedesse all'improvviso.
Davanti al mulino erano allestiti diversi tavoli, che accostati uno di fianco all'altro andavano a formare un lungo tavolone. Sopra essi erano adagiate tovaglie da fantasie diverse l'una dall'altra, così come i servizi di piatti, di teiere, di argenteria e persino i bicchieri.
Ogni tipo di dolciume era presente, accompagnati da diversi gusti di the caldo, racchiuso nelle colorate teiere, in attesa di essere versato e gustato, magari con qualche zolletta di zucchero.
Sulle sedie attorno al tavolo, anch'esse diverse le une dalle altre, quattro figure erano sedute, ed erano proprio loro a guastare l'atmosfera calma e silenziosa con i loro schiamazzi e le loro risa incontrollabili.
Certe volte si lanciavano anche qualche pasticcino, o addirittura delle tazze, ma entrambi venivano schivati facilmente tra risate di scherno e prese in giro.
Uno di fronte all'altro, si trovavano due figure, una più piccola dell'altra.
La prima, il Leprotto Marzolino, era una lepre alquanto spelacchiata, i denti incisivi sporgenti e separati tra loro, due grandi occhi ambrati, e due lunghe orecchie grigie.
Indosso aveva un lungo cardigan bluastro, dal quale sporgeva il colletto della camicia bianca, infilata dentro ai pantaloni a righe bianche ed azzurre.
Si stava versando del the al lampone dentro alla sua tazza, non accorgendosi che fosse senza fondo, facendo così finire il fumante liquido all'interno di una tazzina più piccola, proprio sotto quella rotta.
Fece per berlo, ma quando vide che la tazza era rotta, la osservò per qualche secondo, biascicando con la sua voce pastosa "Tazza.." prima di iniziare a ridere sconnessamente, seguito a ruota dalla figura più piccola, caduta all'interno di una teiera vuota dalle troppe risate.
La zampetta bianca del Ghiro Mallymkun uscì dal contenitore di ceramica, ancora ridacchiante.
Indosso aveva una lunga tunica rosata, con un nastro bianco che fuoriusciva da dentro essa, allungandosi per tutta la lunghezza del vestito, e tenuto fermo sulla vita da una semplice radice marroncina, alla quale era attaccata una minuscola spadina, che semprava più un ago da cucito.
Il piccolo musino bianco era disteso in un sorrisetto, mentre le orecchie tondeggianti erano ritte sulla testa e la coda gli si era attorcigliata alle zampine e lo stava intralciando nel tentativo di uscire dalla teiera.
Seduta su una poltrona di velluto verdastro ormai consumato, invece, era seduta una ragazza dai [l/c] capelli [c/c], lasciati liberi di muoversi col vento. Gli occhi [c/o] erano coperti da un velo umido di lacrime, che veniva di tanto in tanto mandato via dal palmo delle sue mani.
Il viso le doleva da quanto stava sorridendo e ridendo, ma non riusciva proprio a fermarsi, spronata così dalle battute di scherno che aleggiavano per l'aria attorno a quel tavolo.
Era vestita con un lungo vestito verde, stretto in vita da una fascia nera che andava a chiudersi con un fiocco. Le sottili spalline le lasciavano scoperte le spalle e le braccia, riscaldate dai raggi del sole, mentre i piedi erano scalzi, accarezzati dai fili d'erba che crescevano sul terreno.
Al suo fianco, a capotavola, un buffo uomo la guardava estasiato con un sorriso in volto.
Vestiva una lunga giacca rossa, lasciata aperta, sotto alla quale un panciotto blu con decorazioni dorate era ben visibile, così come la camicia bianca sottostante, le cui maniche sporgevano da quelle della giacca.
Indossava dei lunghi pantaloni neri che, decorati da sottili righe grigiastre, finivano a zampa di elefante, facendo così intravedere il tessuto dei calzini - uno blu a righe marroncine, sul piede destro, l'altro arancione a righe rosse, sul piede sinistro - infilati all'interno di due scarponi beige dai lacci rossastri.
Si era poi messo a tracolla una lunga fila di fili da cucire, tutti di colori diversi, alla quale erano attaccati diversi nastri colorati, che svolazzavano ogni qualvolta l'uomo faceva un minimo movimento. Al collo aveva un foulard blu, con la più stravagante fantasia, ovviamente con racchiuso al suo interno l'intero arcobaleno, e forse anche qualche colore in più.
Infine, forse il dettaglio più importante, a schiacciare i suoi capelli rossi quasi sempre sparati in aria, si trovava un alto cilindro marrone, con decorazioni floreali dorate, ormai consumate, impreziosito però da una lunga fascia rosa avvolta lungo il suo diametro, che poi ricadeva sulla schiena dell'uomo.
Era Satori Tendō, forse l'uomo più buffo e stravagante di tutto il Sottomondo, chiamato anche con l'appellativo di Cappellaio Matto.
Osservava ammaliato la ragazza, [T/n], la loro Alice, con i suoi grandi occhi dalle iridi rosso scuro e un sorriso benevolo in viso.
Per loro era diventata ormai una routine trovarsi riuniti davanti a quei tavoli per l'ora del the, e divertirsi come i pazzi che erano.
Da quando Tendō aveva ritrovato la sua Alice era ancora più Moltoso, ballava più volte la Deliranza, creava cappelli sempre più stravaganti e andava più volte a corte a far visita al Re Bianco.
Ma aveva notato come l'umore della ragazza fosse a terra ogni qual volta tornava nel Paese delle Meraviglie, e nonostante riuscisse a rallegrarla sempre con le sue battutine, quando arrivava il momento per lei di tornarsene a casa, la sua tristezza traspariva nuovamente sui lineamenti del suo viso.
Per questo quando la sua dolce risata arrivava alle orecchie del Cappellaio, lui non poteva fare a meno di bearsene, così come facevano gli occhi con il suo sorriso.
Ancora intento ad osservare la sua Alice ridere a crepapelle, quasi non si accorse che il peso del cappello sul suo capo era svanito.
Stranito, alzò gli occhi al cielo, solo per vedere il suo amato cilindro fluttuare a mezzaria mentre una roca risata accompagnava quel volo.
"Ti ho mai detto quanto mi piaccia questo cappello?"
Tendō aveva già capito di chi si trattasse, e non gli era servito sentire la sua voce provocatoria per capirlo.
"Stregatto, buon pomeriggio."
Con una nuvoletta di vapore, la testa rotonda dello Stregatto apparve sotto al cappello, con il suo solito enorme sorriso da sornione, mentre i suoi grandi occhi ambrati deridevano il Cappellaio.
"Oh, mi hai scoperto."
Lentamente, anche il suo corpo comparve, mostrando il suo pelo nero a striature rosse, che sembravano brillare alla luce del sole, e la sua coda che iniziò a solleticare il mento di Satori.
"A cosa dobbiamo questa visita?"
"Stregatto! Cane maledetto!"
Fluttuò in aria schivando sia la piccola spada del Ghiro sia la tazza del Leprotto, avvicinandosi poi alla sedia di [T/n], con le fusa che già gli facevano vibrare la gola.
"Ero solo venuto a salutare la mia Alice preferita, e magari a prendere una tazza di the."
Depositò delicatamente il cilindro del Cappellaio sulla testa della ragazza prima di accoccolarsi sul suo grembo, le fusa ancora più rumorose.
"Stregatto, ti ho detto più volte di chiamarmi  [T/n]."
"E io di chiamarmi Kuroo, o Tetsurō. Insomma, come preferisci, ma sei cocciuta certe volte."
[T/n] alzò gli occhi al cielo, iniziando a grattare la mandibola del gattone, che chiuse gli occhi soddisfatto.
"Però devo dire che almeno quelle manine le sai usare.."
[T/n] continuò a coccolarlo sotto lo sguardo infastidito del Cappellaio, che aveva iniziato a mordicchiare il cucchiaio di metallo con il quale stava mangiando del gelato al cioccolato.
Quando però la [c/c] alzò il suo sguardo su di lui e gli rivolse un dolce sorriso, la rabbia che aveva iniziato a pulsare nelle sue vene scomparve, lasciando spazio ad una spensieratezza che lo invadeva solo quando lei lo guardava.
La calma che era andata a crearsi dopo l'arrivo dello Stregatto venne interrotta da degli urletti e da uno zampettare familiare a tutti i presenti.
"[T/n]! [T/n], presto! Sei in ritardo!"
Dalla fitta boscaglia comparve un grosso coniglio dal pelo bianco, tendente al biondo cenere, con indosso una lunga giacca azzurra, sotto alla quale un panciotto blu teneva stretta la camicia bianca sottostante.
Una lunga catenella dorata gli usciva dalla tasca, andando a finire nella zampa del coniglio, ora davanti alla ragazza, dove un orologio da taschino ticchettava rumorosamente.
Le zampine biancastre andavano a sfumare verso la fine di esse, diventando più scure, quasi nere, così come la coda a batuffolo e le lunghe orecchie.
Picchiettava nervosamente un'unghietta sul vetro dell'orologio, mostrando che ormai erano passate le sette di sera.
Un sorrisetto di scherno comparve sul viso del Cappellaio, già pronto a prendere in giro il suo amico coniglio.
"Ciao Semisemi! Sono felice di vedere che il tuo senso della moda non cambia mai."
Appoggiò i gomiti sul tavolo, posizionando poi il suo mento sul palmo delle proprie mani, osservando divertito Eita Semi, il Bianconiglio, che intanto batteva impaziente la zampetta destra sul terreno, guardandolo di traverso.
[T/n] ignorò il commento del Cappellaio, rivolgendo invece le sue attenzioni all'amico coniglio.
"Che succede?"
Al suono della voce della ragazza, Eita si riconcentrò su di lei.
"È quasi ora di cena! I tuoi genitori si preoccuperanno!"
"Ma Eita, qui il tempo scorre in modo differente che nel mondo normale!"
"Lo so perfettamente questo! Ma tu sei qui da ormai tre giorni, è il momento di tornare a casa, anche il Re Bianco è d'accordo."
Gli occhi di Tendō si spalancarono a quelle parole.
Perché il Re Bianco vorrebbe mandar via la sua Alice?
"Nah, Wakatoshi non acconsentirebbe ma-"
"E invece è stato proprio lui a proporlo, Satori! [T/n] ha un posto dove delle persone la aspettano."
Satori rimase spiazzato da quelle parole, si sentiva quasi tradito.
Si era convinto di essere l'unico nella sua vita, come se lei non avesse nessun altro posto dove andare, se non il Sottomondo, e la verità gli era stata scaraventata in faccia come una delle tazze del Leprotto Marzolino.
Rimase paralizzato per qualche secondo sotto gli occhi attenti di tutti, compreso lo Stregatto, ma poi si lasciò andare sullo schienale della sedia, osservando malinconico il dolce viso di lei prima di parlare.
"Se proprio devi andare, vai."
[T/n] guardò dispiaciuta il Cappellaio.
Avrebbe tanto voluto restare con lui e con tutti loro, ma la situazione in casa sua era già abbastanza precaria, e non le sarebbe giovato l'ennesimo ritardo.
Quindi si alzò, lasciando che Kuroo fluttuasse sopra la sedia del Cappellaio, si tolse il cilindro e lo rimise sula testa di Satori, depositando poi un piccolo bacio sulla guancia di lui, che arrossì vistosamente, aggiungendo ancora più colore alla sua figura.
"Tornerò presto, sai che mantengo le mie promesse."
Gli sorrise lievemente prima di afferrare la boccetta ricolma del sangue del Ciciarampa, accumulata negli anni, che Eita le stava porgendo, e berla.
Rivolse un ultimo sguardo ai suoi amici prima di sentirsi mancare, e vedere tutto nero.

Si risvegliò scombussolata nel bosco, vicino ad un'enorme albero le cui radici incorniciavano un buco nel terreno. Sentì in lontananza il rintoccare delle campane e subito si rimise in piedi, doveva arrivare a casa sua in tempo, o sarebbe stata nei guai.
Viveva in un piccolo cottage londinese non lontano dal bosco insieme ai suoi due genitori adottivi.
L'avevano trovata un giorno davanti alla loro porta, un piccolo fagottino urlante avvolto dalle coperte rosa, tra le quali era stato infilato un bigliettino.
'Crescetemi'.
Era tutto quello che c'era scritto su quel fogliettino di carta ingiallita che ancora [T/n] conservava nella sua striminzita camera.
La sua permanenza in quella casa era stata piacevole, all'inizio.
Lentamente, l'atteggiamento dei suoi genitori cambiò: iniziarono a trattarla più freddamente, la fecero visitare da più dottori e certe volte la segregavano in casa mentre loro non c'erano, e tutto questo solo perché aveva raccontato loro di alcuni sogni che faceva.
Ormai per lei quella non era una casa, e quelle non erano le persone con le quali voleva trascorrere la sua vita quotidiana.
Si sentiva imprigionata in un mondo che non era il suo, dal quale scappava ogni volta ne aveva l'occasione, ma prima o dopo, avrebbe sempre dovuto tornarci.
Odiava lo sguardo dei suoi genitori su di lei, così giudizioso, disgustato, spaventato.
Lei era la bambina che loro avevano cresciuto, come potevano delle emozioni così distruttive venir rivolte proprio a lei?
Non lo sapeva, e forse, non voleva saperlo.
Ma sapeva che, ogni volta che i coniugi la guardavano in quel modo, il desiderio di catapultarsi nel Sottomondo era la prima cosa che sentiva dentro di sé.
Ogni volta però che il Bianconiglio andava a chiamarla per annunciarle il fatto che sarebbe dovuta tornare a casa, lei obbediva.
Non se la sentiva di abbandonare le due persone che le avevano regalato un posto dove stare, facendo quello che i suoi veri genitori non avevano voluto, o potuto fare.
Sarebbe stato troppo egoistico da parte sua.
Così si affrettò verso la sua casa, mentre i piedi nudi dolevano al contatto con i sassolini sul terreno.
Arrivò del tutto trafelata, il vestito verde sporco di terra, i capelli scompigliati dalla corsa e i piedi rossi.
Cercò di riprendere il più fiato possibile prima di aprire la porta di legno, come se servisse a nascondere il suo stato trasandato. Appena la porta si aprì, il profumo delle verdure bollite le inebriò i sensi, ma la leggerezza di quel momento venne appesantita non appena sentì nuovamente quegli sguardi su di lei.
Deglutì rumorosamente, sapendo che avrebbe dovuto rispondere a molte domande, quella sera.

Il buio della sua camera la tranquillizzava.
Attorno a lei c'era la calma più totale, e non si sarebbe meravigliata di vedere il sorriso e gli occhi dello Stregatto comparirle davanti al viso, pronto a rovinare quella pace precaria.
Dio solo sa quanto desiderava trovarsi seduta su quella poltrona, con al suo fianco il Cappellaio, e circondata dagli schiamazzi dei suoi amici più cari, ma sapeva che avrebbe dovuto aspettare prima di tornare nel Sottomondo.
Durante la cena i genitori le avevano chiesto più volte come avesse fatto a ridursi in quel modo e dove fosse andata a cacciarsi per tutto quel tempo. Lei aveva riso, raccontando di come stesse pensando a che cosa potevano provare gli uccelli a volteggiare nell'aria, e di come fosse stata così distratta da andare a sbattere contro un grosso ramo di un albero, svenendo.
Alla bugia raccontata la madre la guardò scettica, lanciando poi uno sguardo al marito, che la osservava di sottecchi.
Raramente mentiva, ma sapeva che se avesse raccontato loro delle sue visite ad un Cappellaio tutto matto, amico di un Ghiro e di un Leprotto, durante le quali prendevano un the tutti insieme, allora la avrebbero di certo rinchiusa in casa per il resto dei suoi giorni.
Aveva invece raccontato del sogno che aveva fatto la sera prima.
Una ragazza dai lunghi e ricci capelli biondi, che insieme alla sua lucente armatura argentata e ad una meravigliosa spada tagliava la testa ad uno strano drago sulla cima di una torre caduta a pezzi. Aveva visto come la testa aveva iniziato a rotolare giù dalle scale, fino ad arrivare ai piedi di una donna con una testa enorme, incorniciata da corti ricci rosso fuoco.
Quando finì di raccontare il suo sogno, entrambi i genitori avevano in viso un'espressione stupita ma al contempo stesso spaventata, che quasi l'aveva fatta ridere.
Non capiva che tipo di problema avessero con i suoi sogni.
Ci aveva pensato più volte, e aveva chiesto l stesso ad ogni dottore che l'aveva visitata, ma nessuno sembrava volerle dare una risposta.
Sbuffò, le tempie le dolevano e lei non vedeva l'ora di addormentarsi, tornando nel mondo dei sogni, un mondo che sicuramente le apparteneva molto più di quello nel quale viveva.
Si alzò da terra, intenta a buttarsi a capofitto sul morbido letto, ma un borbottio proveniente dal piano di sotto attirò la sua attenzione.
Ormai era tardi, perché i suoi erano ancora svegli?
Ormai incuriosita, aprì lentamente la porta iniziando a scendere cautamente le scale, attenta a non farle scricchiolare, fino a che la conversazione tra i due coniugi non le arrivò limpida alle orecchie.
"..sta peggiorando.."
Il tono di sua madre era malinconico, quasi sull'orlo del pianto.
"Lo so Marie, lo so... Per questo non possiamo fare altrimenti."
"Però..è pur sempre la nostra bambina..."
"Ma è malata, e quello è l'unico posto dove possono curarla."
"Non senti nemmeno il minimo rimorso? L'abbiamo cresciuta, santo cielo!"
"No, Marie. Quello è il posto per le persone come lei, lo dovresti sapere meglio di me. E non venire a farmi la predica! Vedo la tua paura ogni volta che racconta i suoi sogni, quindi non provare a farmi credere di essere l'unico a vedere la sua instabilità!"
"Si, ma-"
"Lo hai detto tu stessa che non vuoi una pazza nella tua casa, o sbaglio? Domani quelli del manicomio verranno a prenderla, fine della discussione."
Sentì i singhiozzi della madre riecheggiare per tutta la casa, così come il rumore del cuore di [T/n] rimbombò per tutto il suo corpo.
Sentì dei passi prima che la profonda voce del padre iniziasse a rassicurare la moglie.
"Su Marie, sarebbe andata a finire così anche se l'avesse presa in custodia qualcun altro, non è colpa nostra. Probabilmente è una cosa genetica, non colpevolizzarti."
"Oh Richard.."
[T/n] sentiva le gambe molli, come se ogni energia avesse abbandonato il suo corpo, non riusciva a reggersi in piedi.
E così, era pazza?
Il padre aveva detto che il giorno dopo sarebbero arrivati degli uomini del manicomio, che l'avrebbero portata.
Ma lei stava bene, perché sarebbe stato pazzi sognare?
Si era chiesta che problema avessero tutti quelli attorno a lei, ma poteva essere, che il problema fosse nella sua testa?
Stava per arrendersi all'idea di fare quello che i genitori avevano deciso per lei, stava per tornarsene in camera ed andare a letto, attendendo il giorno dopo, ma proprio come le apparizioni dello Stregatto, il sorridente viso del Cappellaio le comparve davanti agli occhi.
Se si fosse fatta portare via, non era sicura che sarebbe potuta ritornare nel Sottomondo, e rivedere Satori, risentire la sua risata e il suo farneticare.
Era lì, sulle case della sua casa, in bilico su un filo da cucito tra due mondi.
Uno, dove la sua esistenza sarebbe stata ristretta alle mura di un Manicomio, e l'altro, dove il suo destino era ancora da decidersi.
Ma tra i due, preferiva senza ombra di dubbio quello dove avrebbe potuto rivedere il sorriso del Cappellaio.
Così, perse l'equilibrio, e si lasciò cadere in quel mondo dove la sua fine era raffigurata da un'enorme punto di domanda.
Sovrappensiero, però, non si accorse che le sue gambe non reggevano più il suo peso e, tremanti, l'avevano fatta scivolare su uno scalino più in basso, provocando un tonfo che fece girare entrambi i suoi genitori.
Il sangue le si gelò nelle vene, e l'istinto animale che viveva all'interno di lei le iniziò ad urlare di scappare, correre il più velocemente possibile in camera sua, dove si trovava il suo specchio.
"[T/n].."
Il sussurro di sua madre rotto dal pianto fu l'ultima cosa che riuscì a sentire prima di precipitarsi in camera sua e sbattere prepotentemente la porta mentre i pesanti passi del padre la seguivano.
Si guardò attorno nel panico, cercando con lo sguardo il suo specchio.
La sua attenzione venne catturata da una farfalla blu che, leggiadra, volò tranquilla dalla finestra aperta, dalla quale era entrata, fino ad un specchio appoggiato alla sua cassettiera, entrandoci dentro, provocando sulla superficie dello specchio come un movimento d'acqua.
Riprese coscienza di sé quando sentì i passi del padre ormai vicini, e senza esitazioni si infilò all'interno dello specchio, riprovando quella dolce sensazione che provava ogni qual volta tornava nel Sottomondo.
Questa volta, però, era sicura ce non se ne sarebbe più andata.

"Cappellaio! Cappellaio! Aprimi, sono [T/n]!"
La notte era calata a Marmorea, e nei dintorni del bosco risuonavano solo le urla della loro Alice e il battere di un pugno sul legno di una porta.
Senza alcun preavviso, il viso sorpreso e sorridente di Satori comparve dietro la porta del mulino, una stravagante vestaglia da notte addosso.
"Oh,[T/n]! Quale meravigliosa sorpresa! A cosa devo questa.."
Il radioso sorriso di Satori scomparve immediatamente quando vide le lacrime scendere lungo il dolce viso di [T/n].
Con un balzo, il Cappellaio si ritrovò la propria Alice tra le braccia, singhiozzante.
Preso alla sprovvista, ci mise qualche secondo prima di ricambiare la stretta ed accarezzarle dolcemente la schiena e i capelli, depositando un piccolo bacio tra essi.
Solo quando finalmente i singhiozzi si placarono, il rosso si azzardò a chiedere cosa fosse successo, e la risposta che ottenne lo lasciò alquanto senza parole, e non era semplice zittire il Cappellaio Matto.
"I-i mie genitori... Hanno detto che sono pazza, e che domani degli uomini di un manicomio sarebbero venuti a prendermi! Ma..ma io non voglio!"
Satori rimase in silenzio.
Sapeva che c'era altro che la ragazza voleva dirgli.
Aspettò paziente, incoraggiandola con il suo silenzio, fino a che non si decise a chiedere quello che la stava tormentando da quando aveva origliato la conversazione tra i due coniugi.
"Se... Secondo te, sono pazza?"
Satori ridacchiò un po' spostandola dal suo petto, guardando finalmente i suoi occhi [c/o] luccicanti dalle lacrime.
Le sorrise, mettendole poi una mano sulla fronte, sempre quella serenità in viso.
"Temo di si, sei completamente impazzita. Ma ti rivelerò un segreto: tutti i migliori sono matti. Altrimenti, perché credi mi chiamerebbero Matto?"
[T/n] rise un poco e si asciugò le lacrime col palmo della mano, sorridendo poi a Satori, il cui cuore fluttuò un secondo per la cassa toracica.
"Quindi.. Posso restare?"
"Per tutto il tempo che vorrai."
"Allora... Possiamo fare i matti insieme per sempre?"
Satori rise calorosamente sotto lo sguardo divertito della ragazza.
"Credo che fare il matto con te mi renderà ancora più matto di quanto io già non sia."
Con quell'affermazione, Satori mise una mano sulla schiena di [T/n], invitandola ad entrare nella casa che sarebbe stata, da quel giorno, anche sua.
E chissà che destino sarebbe spettato a quella coppia così stravagante.
Magari presto o tardi un lungo vestito bianco avrebbe attraversato quel terreno erboso, accompagnato dallo stupore di tutto il Sottomondo, oppure il rumore di piccoli piedi sul pavimento avrebbe echeggiato per tutto il mulino.
Forse altre mani avrebbero iniziato a cucire nuovi tipi di cappelli e magari le notti in quella vecchia casa sarebbero state meno malinconiche, e più piene di risate e amore.
Ma questa, sarebbe stata tutta una questione di Tempo.

Dedicata ad _anita_chan16_ .

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