|Bloody truth| |Satori Tendō|
覚
さとり
"Nonno, raccontaci una storia!"
Il vecchio guardò la figlia, illuminata dal sole d'inverno.
Lei annuì, e il vecchio si girò verso i tre nipoti.
I bambini sorrisero, mettendosi comodi sul duro pavimento di legno del tempio.
"Nipoti miei, più che una storia, questa è una leggenda. E non poi così infondata. È una faccenda che mi preoccupa profondamente, soprattutto ogni qual volta attraversate le montagne per venirmi a trovare..."
"Padre.."
Il richiamo della figlia giunse alle orecchie del vecchio come un avvertimento, duro e conciso.
Ma il vecchio si voltò verso la donna, sorridendole lievemente con le rughe che gli attraversavano il viso.
"Devono sapere, Jun. Così come tu sai."
I tre nipoti aggrottarono le sopracciglia allo scambio tra i due adulti, e si fecero più attenti, fin quando loro nonno non tornò a prestare loro attenzione con un sospiro angosciato di loro madre.
"Come dicevo, tra queste montagne vive qualcosa. Qualcosa che nessuno ha mai visto... O perlomeno, chi l'ha visto non è mai tornato indietro per raccontarlo. Ma io so bene che cosa aleggia qui, non siamo mai stati soli, e voi dovrete prestare molta attenzione ogni qual volta deciderete di attraversare queste montagne."
I nipoti si avvicinarono di più al nonno, le orecchie dritte e gli occhi luccicanti di curiosità, mentre loro madre non riusciva a tenere ferme le mani.
"Per queste montagne vivono degli yokai, sono sicuro che non è la prima volta che ne sentite parlare, i vostri amici saranno pieni di storie su di loro. Purtroppo, gli yokai non sono alleati del genere umano, e non lo saranno mai."
"Perché?"
Il più piccolo dei nipoti, un bambino di a malapena otto anni, si mise a sedere con le gambe divaricate e la testa inclinata, un'espressione confusa in volto.
"Perché sono esseri cattivi, non possiamo essere amici! Uccidono la nostra gente, Mamo! E io un giorno li ucciderò tutti!"
Il più grande, che pareva avere all'incirca tredici anni, sorrise beffardo al fratellino, lanciandogli uno sguardo di sfida mentre quello faceva una smorfia.
"Si, certo come no."
"Cosa hai detto? Tu, piccoletto.."
Ed in meno di un secondo, il più grande fu sul fratellino, scompigliandogli i capelli e tenendogli la testa schiacciata contro il pavimento mentre i suoi lamenti si disperdevano per la stanza insieme alle risate del maggiore.
Intanto, l'unica che era rimasta in silenzio, a sopportare i battibecchi dei fratelli, era stata la figlia di mezzo.
"Ryuu! Lascia immediatamente Mamoru!"
"Ma mammaaaaa!"
"Niente ma! Lascialo subito!"
La bambina sospirò, rimanendo composta al suo posto mentre suo nonno le sorrideva e i fratelli si scambiavano linguacce intanto che tornavano a sedersi.
"Dicevo..."
Riprese loro nonno, poggiando il proprio sguardo sul minore dei tre, che ancora si massaggiava la guancia destra dolorante.
"Gli yokai e gli esseri umani non potranno mai essere amici, Mamoru, e questo per molte ragioni. Una di queste ragioni è proprio perché uccidono la nostra gente, proprio come ha detto tuo fratello. Ma di queste creature... non ci si potrà mai fidare, e questo è un fatto. Su queste montagne vive un tipo di yokai molto particolare, che è in grado di leggere la mente... Ma!"
Il vecchio alzò un dito interrompendo il minore dei tre prima che potesse proferire parola, già con un'espressione eccitata in viso, in contrasto con quella disgustata del fratello e quella assorta della sorella.
"Potrà essere un'abilità straordinaria, eccezionale, quasi divina, ma è usata per scopi disumani, ben lontani dall'eccezionalità."
L'espressione sul volto di Mamoru si estinse, e tutti e tre si fecero più attenti davanti alla serietà del nonno, mentre loro madre si agitava sempre più.
"Questi yokai ti attirano con l'inganno, ti adescano, e ti catturano con i tuoi stessi pensieri a tradirti. Conoscono le tue mosse in anticipo, ti precedono e ti attaccano più velocemente di quanto tu possa immaginare, ed è nello stesso modo che parlano. Taglienti e veloci come la lama di un pugnale, non riesci a capire una singola parola, ed è così che ti fregano."
I bambini, compreso il coraggioso Ryuu, sembrarono tremare al solo pensiero, ma non poterono trattenersi dal farsi ancora più attenti alle parole del nonno, che sembravano aver assunto un tono duro, sprezzante, velenoso.
Ma soltanto [T/n] sembrò accorgersene.
"Questi yokai sono carnivori, e mangiano anche gli uomini. Prendono chi calpesta la terra delle montagne, chi le attraversa, chi si perde, addirittura chi ci vive. Li portano nelle loro caverne, si divertono un po', e poi... Li uccidono e li mangiano. C'è solo un modo per sfuggire da queste bestie, ed è lasciare la mente priva di pensieri, vuota come un sacco d'aria, nemmeno un pensiero deve attraversare la tua mente. Se capiscono che non hai niente da leggere in te, si stancheranno e ti lasceranno andare. Ma lasciare la mente al buio con uno di quegli esseri... credetemi se vi dico, nipoti miei, che non è cosa facile."
Il vecchio prese un sospiro, guardando intensamente la bambina davanti a lui, che lo guardava con altrettanto interesse.
"Non so quanti di loro ci siano su queste montagne, ma so per certo che uno di loro esiste. Per quanto mi riguarda potrebbero anche essere centinaia, per questo vi chiedo di fare attenzione. Soprattutto tu [T/n], insieme a tua madre."
"Padre."
Nuovamente, il richiamo della figlia, più silenzioso sta volta, più tagliente.
"Perché?"
"Perché siete donne, mia cara."
La bambina aggrottò le sopracciglia, socchiudendo le labbra.
Jun pronta ad intervenire.
"E che cosa fanno alle donne?"
Un silenzio glaciale cadde nella stanza del tempio, bloccando sul posto tutti i presenti, a parte la madre dei bambini, che non smetteva di battere i piedi, agitata.
Poi, il vecchio sorrise, accarezzando con un dito lo zigomo sinistro della nipotina.
"Ne riparleremo la prossima volta, che dici?"
[T/n] annuì lentamente, insicura.
Non ci sarebbe stata una prossima volta.
"Forza, il sole sta calando, è ora del bagno! Non vorrete far arrabbiare vostra madre!"
I bambini si alzarono lentamente e Jun tirò un sospiro di sollievo mentre i figli maschi le iniziavano a girare attorno.
"Mamma! Ma è vero quello che ci ha raccontato il nonno?"
Mamoru le si aggrappò al vestito, abbracciandole una gamba da sopra il tessuto mentre Ryuu gli rideva dietro.
"Certo che no bambino mio, sono tutte frottole che a tuo nonno piace raccontare per spaventarvi, le racconta a tutti i bambini del villaggio!"
"Nonno?"
[T/n] prese la mano del nonno, seguendo i fratelli e la madre.
"Si, piccoletta?"
Lei non sembrava dubitare come Mamo dell'esistenza di quelle creature, sembrava fidarsi di suo nonno, ma non era certa fosse una cosa positiva.
"Come si chiamano questi yokai?"
Il vecchio si soffermò a guardarla, a guardare i suoi occhi curiosi e profondi, fermandosi per qualche secondo prima di stringerle la mano piccola e delicata nella sua, vecchia e rugosa.
Perso in un ricordo di anni addietro.
"Si chiamano Satori, [T/n]. Satori."
Le montagne confinanti con il villaggio Tsuwano splendevano della luce della primavera e dei suoi colori, il cielo spargeva la propria luce dorata del tramonto dalle delicate colline alle punte delle montagne con ancora un po' di neve su di esse.
Un leggero vento soffiava e faceva smuovere le fronde degli alberi e i ciuffi d'erba, inondando la valle sottostante col dolce profumo dei fiori di montagna.
La brezza scompigliava i [l/c] capelli [c/c] di [T/n], che ormai diventata donna, camminava per il sentiero insieme a Mamoru, tenendo in mano un cesto colmo di vivande per loro nonno, mentre Mamo stringeva orgoglioso, ma anche nervoso, la katana di famiglia, guidando la sorella maggiore lungo il percorso, sembrando deciso a difenderla anche dal più insignificante degli insetti.
[T/n] ridacchiava a vedere quella sua testa castana camminarle davanti quasi fosse un condottiero, quando invece stavano solo andando a trovare loro nonno.
"Non c'è bisogno che stringi per tutto il tragitto la katana, lo sai Mamo?"
Il fratello si voltò leggermente, lanciandole un'occhiataccia che non ebbe nessun effetto sulla sorella, anzi.
"Ho promesso a Ryuu di proteggerti."
"Sappiamo entrambi che quella spada saprei maneggiarla meglio io."
Mamo si voltò, facendo sventolare la sua folta chioma dai capelli mossi e il suo kimono bianco e rosso mentre il broncio sul suo viso si contorceva.
"Intanto la spada ce l'ho io, e non tu. Finché Ryuu non tornerà dal campo d'addestramento sono io l'uomo di casa..."
"A parte papà."
"...e di conseguenza sono io a doverti proteggere."
[T/n] rise leggera, camminando col suo yukata bianco e verde che le accarezzava le gambe nude.
"Allora invece di fartela sotto per ogni cosa che si muove pensa a seguire il percorso, se ci perdiamo non so come faremo. La notte sta per arrivare."
Questa volta fu il turno di Mamoru di ridere allegro, quasi fosse lo stesso bambino di un decennio prima.
"Che c'è? Hai paura dello spaventoso yokai delle favolette che ci raccontava il nonno? Non dirmi che ci credi ancora!"
In realtà si.
Lei non aveva mai smesso.
Non aveva lasciato che il dubbio e la paura si insinuassero nella sua mente.
Non aveva permesso al terrore dell'ignoto e dell'indomito di manipolarla, era sempre rimasta vigile e attenta a ricordare sempre, a credere sempre a quelle 'favolette'.
I suoi fratelli la prendevano spesso in giro per continuare a credere a quelle dicerie alla veneranda età di ventuno anni, ma non le importava.
Non le era mai importato.
Certo, qualche volta era stata tentata di dubitare anche lei delle parole di suo nonno. Dopotutto mai le aveva detto da dove aveva ottenuto quelle informazioni che per gli altri abitanti del villaggio sembravano fittizie.
Per lei quindi, quegli esseri potevano esistere come no.
Ma aveva voluto fidarsi, aveva voluto crederci comunque, solo per aggiungere un'altra cosa alla lista di cose a cui una donna dovrebbe stare attenta.
Sapeva che essere una credulona non portava a nulla di buono, i creduloni in quel mondo crudele morivano per primi, chi non si fidava di nessuno invece, sopravviveva più a lungo.
Ma sapeva di non essere una credulona.
Dopotutto, lei credeva solo a ciò che riteneva vero.
E l'odio che suo nonno aveva nella voce dieci anni prima mentre raccontava loro quella leggenda, lo sentiva ancora.
E un odio così profondo non poteva essere frutto di una semplice diceria.
No, c'era qualcosa di più profondo, qualcosa che forse non avrebbe mai scoperto.
Continuarono a camminare per il sentiero, con Mamoru sempre a stringere quella maledetta katana per l'elsa mentre lei doveva strascinarsi dietro i viveri da portare a loro nonno.
Intanto il sole tramontava, ma la strada non sembrava diminuire.
Il fruscio delle foglie le riempiva l'udito, e la inquietava.
"Sicuro siamo sulla strada giusta, Mamo?"
[T/n] iniziò a guardarsi in giro sospettosa, non sapendo lei stessa del perché. Tutto era tranquillo, non c'era nulla che non andasse.
Ma era proprio questo che le pareva sbagliato.
Mamoru non si girò nemmeno per guardarla.
"Certo che sono sicuro, abbiamo percorso queste montagne ogni primavera e ogni estate, rammenti?"
La ragazza si sentì un brivido percorrerle la schiena nuda, spingendola a stringersi nelle spalle per trovare un minimo di calore.
Le notti primaverili erano sempre fresche, soprattutto sulle montagne.
"Ricordo, però... Fino ad ora le abbiamo sempre percorse su un carro, mai da soli, a piedi."
Mamo si girò solo per rivolgerle un sorrisetto beffardo, e a [T/n] parve di sentire il rumore di passi felpati.
"Che c'è? Paura?"
L'arroganza del fratellino iniziava ad innervosirla, perché non capiva che qualcosa non andava?
Era solo lei? La montagna e le dicerie la stavano facendo impazzire?
No, era sicura.
Non erano i soli su quella montagna.
Il cielo era ormai scuro, le stelle stavano iniziando a spuntare e chissà quanto ancora era lontano Tsuwano.
Chissà quanto ancora distante era la civiltà.
I soccorsi.
"Certo che ho paura, anche tu ne hai, ma non lo ammetti. Ammettere le paure ti rende uomo, non nasconderle come fate tu e Ryuu. E tenere quella maledetta spada nella fod..."
Sentì uno scricchiolio provenire da uno degli alberi vicini, e sia lei che Mamoru si voltarono, avvicinandosi l'uno all'altro istantaneamente.
"Cosa credi che sia?"
Il fratellino teneva ancora la mano sull'elsa della spada, troppo spaventato per tirarla fuori.
Perché estrarre la spada avrebbe significato duello, e il duello implicava una possibile morte.
Nessuno dei due era pronto a morire quella notte.
"N-non lo so.."
[T/n] aveva lasciato cadere i viveri a terra e si era avvicinata al fratello, decidendo di sacrificare quelle provviste inutili in cambio della sua vita, in caso avesse dovuto correre.
Le sembrava di essere in trappola, nonostante attorno a lei ci fosse il nulla: non era circondata, non era con le spalle al muro, non aveva una lama puntata alla gola, ma si sentiva osservata, spiata nell'intimo profondo, quasi usurpata, e lo sentiva girare loro attorno.
Spiandoli.
Spiando le loro menti.
"Mamoru... Libera la mente. Ricordi? Come ci ha detto il nonno. Anzi, no. Non ricordare, fallo e basta."
Mamo le lanciò uno sguardo incredulo, stringendo di più la presa sull'elsa.
"Ma cosa diavolo stai dicendo? Sei forse impazzita? Quelle cose non esistono! Cresci e vivi nel mondo reale invece che nelle fantasticherie di un bambino!"
Il cervello di Mamoru era un miscuglio di pensieri di ogni tipo, paura, dubbi, rabbia, rancore.
Le ipotesi gli fluivano in testa alla velocità di un fiume in piena, mentre quella di [T/n] era in secca.
Non sapeva che fare, nessuno dei due lo sapeva. Erano completamente bloccati dalla paura.
Il cuore batteva loro nella cassa toracica quasi volesse scappare, avevano il fiato corto e faticavano a respirare sentendo il sudore freddo che scendeva sulla loro pelle.
Il sole era lentamente tramontato sulle montagne, avvolgendo nel buio i due fratelli tremanti di terrore, impedendo loro la vista di possibili nemici.
Solo le stelle appena nate illuminavano la terra verde, ma ai loro occhi tutto appariva più nero della pece.
Mamoru stava iniziando a considerare l'ipotesi che la sorella avesse ragione, che le storie raccontate da loro nonno fossero vere, ed iniziò inevitabilmente a pentirsi di non avergli mai dato retta. Di essersi sentito troppo superiore per credere a dicerie simili.
Quasi gli veniva da piangere.
[T/n], dal canto suo, sentiva le gambe tremare dal freddo e dalla paura.
Poteva anche aver sempre creduto a quella leggenda, ma non aveva mai fatto nulla per prepararsi.
Dopotutto, come ci si prepara ad una cosa del genere? Non ne aveva la minima idea.
E nonostante diverse volte avesse provato a lasciare la sua mente priva di pensieri, le era parso impossibile, e non si era stupita del fatto che solo chi si allenava per anni ci riuscisse. Di conseguenza, erano entrambi spacciati.
Sentì un altro rumore provenire dal boschetto vicino ed i loro occhi sbarrati si puntarono sul fogliame, in attesa della rivelazione della minaccia da cui si sentivano tanto perseguitati.
La sorella si strinse di più al fratello minore, abbracciandogli il braccio mentre lui ancora esitava ad estrarre la spada.
Non era mai stato un uomo d'armi. Preferiva starsene a casa a leggere un libro di strategie, di guerra, di leggende (senza però crederci), ma non aveva mai tenuto un'arma in mano, né mai ne aveva maneggiata una.
Aveva promesso di proteggere la sorella senza però esserne in grado, e si sentiva talmente inutile.
Continuarono ad osservare il boschetto, immobili ed impotenti, fino a quando [T/n] non si sentì percorrere un brivido lungo la schiena, e vide dal fogliame uscire un cerbiatto, chinato per mangiare l'erba.
In quel momento, una civetta gracchiò.
Mamoru tirò un sospiro di sollievo, allentando la presa sulla katana e abbassando il capo, distrutto dalla paura.
Anche [T/n] si lasciò scappare un sospiro, non sentendosi però del tutto sollevata.
Mamoru e lei si scambiarono una occhiata prima di ridacchiare delicatamente, entrami con un peso in meno sullo stomaco e sul cuore.
Una folata di vento fece muovere le loro larghe vesti e i loro folti capelli mentre ancora i due si sorridevano.
[T/n] lanciò uno sguardo ai viveri che aveva lasciato cadere inutilmente a terra, ancora aggrappata al fratello e indecisa se raccoglierli o meno mentre Mamoru iniziava a parlare, la voce tremolante come un giunco colpito dal vento.
"Sai, per un momento ho veramente pensato che quello yokai esistesse davvero..! Meno male che sono solo frottole!"
[T/n] sorrise lievemente mentre si voltava, pensando che forse suo fratello aveva ragione e che era stata lei a stupida a crederci, che dopotutto quello yokai non esisteva davvero.
Si girò verso Mamoru con la risata in gola, pronta ad uscirle, ma che le morì ancora prima di nascere.
Mamoru, che la guardava col sorriso imbarazzato sulle labbra, era illuminato da una luce cremisi, rossa quanto il sangue fresco.
Dietro di lui, una creatura alta, più alta di qualunque essere umano al mondo, stanziava con le lunghe braccia lungo il corpo magro, avvolto da una nube di fumo nero, che gli si attorcigliava attorno come una sciarpa mossa dal vento.
I suoi occhi erano grandi, la sclera bianca come il marmo, e le iridi minuscole brillavano di un rosso intenso, che fece tremare di paura [T/n] per come la stavano fissando.
I suoi lineamenti si contorsero dall'orrore mentre la pelle le diventava cadaverica sotto lo sguardo del fratellino e della creatura.
Iniziò a stringere nuovamente il braccio del fratellino mentre Mamoru la guardava confuso, con un'ansia attanagliante che lo assaliva.
"[T/n]? Che succede..?"
Alzò una mano verso di lei, nel tentativo di accarezzarle la guancia improvvisamente pallida, ma quando vide riflettersi sulla sua pelle candida una luce rossa come il sangue, Mamoru spalancò gli occhi.
Non sapeva se girarsi o meno, troppo spaventato per scoprire ciò che lo aspettava dietro di sé e che aveva reso la sorella tanto agitata.
Gli parve di essere impazzito quando con uno slancio di coraggio si girò, e vide davanti a sé una creatura mai vista prima, ripugnante, la personificazione del terrore.
Stanziava lì, guardandoli con quel suo viso privo di ogni sentimento.
Pareva quasi un presagio di morte.
O la morte stessa.
Il cuore prese a battere così velocemente che pensò gli sarebbe venuto un'infarto. Forse lo avrebbe preferito invece che starsene lì, davanti a quella cosa, che avrebbe potuto divorarlo da un momento all'altro.
Non gli passò nemmeno per l'anticamera del cervello di afferrare la katana e fronteggiarlo.
Pareva ancora un bambino di otto anni, che impaurito si nascondeva tra le vesti della madre o della sorella maggiore, in cerca di conforto.
Ma in quella situazione il conforto non sarebbe servito, così come le vesti delle donne non lo avrebbero salvato.
Sentì i denti battere e le gambe tremare intanto che il sudore scendeva freddo lungo la schiena di entrambi.
E quando quella... cosa parve muoversi, Mamoru indietreggiò spaventato, quasi trascinandosi dietro la sorella che, ancora attaccata al suo braccio, rimase ferma.
[T/n] non sapeva come sconfiggere quell'essere, suo nonno non aveva mai accennato ad un modo per battere quei mostri, solo come sfuggire loro, ma la paura era troppa per aspettare ancora e ancora, in attesa di vedere se li avrebbe mangiati o se ne sarebbe andato.
Non aveva idea di che cosa stesse passando per la testa di Mamo, o se qualcosa stesse effettivamente passando, sapeva solo che doveva rimanere lucida.
Doveva perlomeno provare a non formulare il minimo pensiero, o sarebbe morta col rimpianto, senza nemmeno sapere se si sarebbe potuta salvare o meno.
Cauta e misurata, con la mano sinistra afferrò a tentoni l'elsa della katana di famiglia, nella fodera alla vita di Mamo, e la estrasse facendola brillare alla luce della luna da poco sorta.
La afferrò con entrambe la mani, ergendola contro lo yokai, che non ebbe la minima reazione al brillare dell'arma, continuando invece a guardarla con maggiore interesse.
La scrutava attentamente, in cerca del più piccolo cedimento della sua mente, spingendola, invitandola ad arrendersi.
Le mani le tremavano e la lama pure.
Mamoru, dietro di lei, aveva iniziato a piangere.
Aveva paura, così tanta paura.
Non voleva morire, non voleva.
Aveva così tante cose da fare nella sua vita, così tanto da vivere ancora.
Così tanto da scoprire prima di avventurarsi nell'ignoto della morte.
Voleva vivere.
Fissò ardentemente la creatura che, senza che lei formulasse il minimo pensiero, parve sorriderle sbilenca, avvicinandosi di un passo e di un altro ancora.
[T/n] fu svelta a voltarsi verso il fratello con le lacrime agli occhi e la paura dipinta in volto mentre il fumo nero della creatura la avvolgeva e le sue braccia la prendevano per la vita, sollevandola da terra.
"Mamoru, scappa! SCAPPA!"
Il suo urlo si propagò per le montagne e l'eco arrivò fino a valle, fino a Tsuwano.
Lo yokai si allontanò velocemente dal ragazzo, quasi stesse volando su quel fumo nero come la pece con la ragazza tra le braccia che stringeva ancora la katana tra le mani.
Mamoru rimase lì, impotente, con le lacrime agli occhi ed il cuore che non cessava di battere a guardare come sua sorella veniva portata via da quella creatura, senza che lui avesse fatto niente oltre a piangere come il bambino che ancora era.
Non l'aveva protetta, e se ne sarebbe torturato per la sua intera esistenza.
Ma forse non era ancora troppo tardi.
I giorni nella caverna di quello yokai per [T/n] furono interminabili, senza fine.
Rannicchiata nell'angolo più buio dell'angusto luogo, la ragazza si aggrappava unicamente alla spada di famiglia, quasi fosse il suo unico ed ultimo appiglio che la manteneva al mondo reale, che le impediva di impazzire completamente.
Sporca e lurida, con il kimono strappato e ormai lercio, [T/n] tremava giorno e notte, non riuscendo mai a chiudere occhio, non si fidava tanto.
Si ricordava ancora le parole di suo nonno quando le aveva raccomandato di stare attenta in quanto donna. E se da piccola non capiva perché le donne dovessero stare più attente degli uomini, ora come donna, lo capiva perfettamente.
Contrariamente alla sue aspettative però, la creatura non l'aveva mai toccata una singola volta, e mai ci aveva provato. Quando l'aveva lasciata andare in quella caverna angusta si era subito preparata al peggio, ma quando aveva indietreggiato con la katana in mano e il kimono già stracciato, lo yokai non aveva fatto altro che guardarla.
La fissava con le sue minuscole iridi color sangue, tanto da mandarla fuori di testa.
Le era impossibile pensare con quell'essere lì a fissarla maniacalmente giorno e buona parte della notte. Ma se la sua mente era vuota, perché non l'aveva ancora lasciata andare?
Perché era ancora lì?
Perché non si era stancato come suo nonno le aveva detto?
Era sicura che sarebbe impazzita da un momento all'altro, soffocata da quell'aria che sapeva di morte ed accecata dal rosso della pelle dell'essere.
La sua unica compagnia in quella caverna erano il mostro, e un osso di una persona morta, proprio al suo fianco.
La prima volta che lo aveva visto quasi aveva vomitato, ma ora si era abituata alla vista di ciò che rimaneva di un corpo che, una volta, era in vita.
E se non fosse impazzita, di certo sarebbe morta.
Di certo né di fame e né di sete perché quel mostro sadico e manipolativo le portava ogni giorno cibo e acqua fresca, che lei inizialmente rifiutava, ma durante la notte, quando lo yokai pareva assopito, divorava come un animale a digiuno da giorni.
Non capiva che cosa volesse da lei quell'essere.
Non riusciva a capacitarsi del fatto che si comportasse quasi da essere umano, nutrendola e prendendosi cura di lei (per modo di dire).
Ma non si era mai fermata a riflettere sulle stranezze di quella creatura, troppo impaurita.
La osservava attento, come un bambino che ha scoperto un nuovo giocattolo, una nuova meraviglia nascosta e certe volte le pareva così innocente, così innocuo, solo dopo si rendeva conto dell'assurdità che i suoi occhi le mostravano.
Ma forse non era poi così assurdo.
Un giorno, sempre rannicchiata nel suo angoletto e con la spada sporca a sorreggerla, [T/n] si stava per assopire contro la parete umida dopo una nottata passata in bianco a sognare i suoi occhi rossi.
Voleva dormire così tanto, tornare nel suo letto, risentire l'abbraccio della madre e dei fratelli, risentire le loro voci calde ed accoglienti e tornare a casa sua, al sicuro, lontano da quella bestia, lontano da quella caverna angusta, lontano da quell'osso.
E divorata dalla stanchezza, divorata dall'ossessione di quel color sangue che mai più vorrà vedere, [T/n] si lasciò trasportare dai ricordi, permettendosi un dolce conforto che solo la sua mente attiva era in grado di darle.
Accolta dalle sue dolci rimembranze si dimenticò di essere in compagnia di quel mostro così terrificante, richiamato dal dolce odore di pensieri freschi.
Le si avvicinò di soppiatto mentre lei, poverina, stava con gli occhi chiusi ed il capo appoggiato alla parete umida della caverna, un sorriso candido dipinto in viso.
Le si avvicinò tanto da farle sentire il suo fiato freddo sul collo.
Il freddo, così distante dal calore dei suoi ricordi, risvegliò [T/n] che ritrovandosi davanti lo yokai, così vicino a lei, con quei suoi giganteschi occhi dalla sclera bianca e le iridi cremisi minuscole, indietreggiò di scatto, strappandosi ancora di più lo yukata, una volta verde e bianco.
Le parve che la volesse torturare, che volesse farla impazzire fino a consumarsi, e di lei non sarebbe rimasto nemmeno il ricordo.
Si rese conto in quel momento di come si fosse lasciata sopraffare dalla stanchezza e avesse lasciato che i pensieri occupassero la sua mente.
Con gli occhi colmi di lacrime ed il fiato corto, seppe che era giunta la sua ora vedendo i suoi occhi guardarla maniacalmente.
Abbassò il capo sulle ginocchia, lasciando cadere la katana per portarsi le mani a stringersi le gambe, lasciando che i suoi singhiozzi riempissero la caverna con il loro eco.
Non avrebbe mai voluto morire, ad un certo punto aveva pure creduto che sarebbe riuscita a sopravvivere, ma non era stato così.
In fin dei conti morire poteva essere la soluzione migliore.
Sempre meglio che rimanere in quella caverna un secondo di più..
Ma i suoi pensieri tornarono ancora una volta alla sua famiglia e al desiderio ardente di tornare a casa, dai suoi amati.
Continuò a singhiozzare, e si lasciò sfuggire, con la voce rotta, roca e flebile un 'Voglio tornare a casa', a cui però non si era aspettata di sentirsi rispondere.
"Cosadettotu?"
I singhiozzi cessarono per lo stupore e il terrore mentre le lacrime continuavano a scendere copiose.
[T/n] tremò impercettibilmente, alzando lo sguardo verso lo yokai che ora la osservava forse più docile, più distante.
La ragazza aggrottò le sopracciglia disordinate con ancora le lacrime che le scendevano lungo le guance. La voce della creatura era stridula, quasi gracchiante, e aveva parlato così velocemente che aveva faticato a capire cosa diavolo avesse detto.
Perché le sembrava così umano?
Era un mostro, un orrendo mostro che l'aveva rapita ed allontanata da casa... Ma allora perché la nutriva e sembrava trattarla con così tanta cura?
Lo odiava, ma una parte in lei le sussurrava che non era un essere malvagio. Sarà stata quella parte recondita del suo essere ad averla influenzata, ma in un qualche modo contorto quello yokai le sembrava come un bambino ripudiato da tutti, un semplice moccioso senza un preciso luogo di appartenenza.
Non sembrava intenzionato a farle del male, anzi.
E che cosa aveva lei poi da perdere?
"Voglio andare a casa."
Parlò piano, lentamente e chiaramente, scandendo le parole una ad una, cercando di fargli capire cosa stesse dicendo quasi stesse parlando con uno straniero.
Lo yokai parve capire, tanto che annuì leggermente, avvicinandosi un poco.
[T/n] avrebbe voluto indietreggiare, ma la parete la bloccava.
Lo yokai allungò senza timore la lunga mano rossa e nera alla guancia della ragazza, asciugandole le lacrime con le dita aguzze.
[T/n] spalancò gli occhi al gesto, il cuore a mille.
Che cosa diavolo stava succedendo?
Era solo un altro metodo per farla andare fuori di testa? Perché in quel caso, ci stava riuscendo.
"Che cosa vuoi?"
Glielo chiese con astio e confusione, che non sembrarono però toccare lo yokai.
La creatura mantenne la mano fredda su quella calda della ragazza, ricordando tempi ormai andati, e con la sua voce acuta parlò nuovamente sempre troppo velocemente.
"Comete."
Lo disse indicando sé stesso, puntando poi il dito verso di lei, e la ragazza quasi rise quando comprese il senso contorto di quella parola.
Voleva essere come lei, voleva essere umano.
Provò pietà per quella creatura, confinata in una caverna sulle montagne, lontano da tutto e da tutti, ripudiata, respinta quando, invece, tutto quello che desiderava era essere proprio come chi lo respingeva.
Iniziò quindi a ragionare sul perché l'avesse presa, perché da quando l'aveva lasciata in quella caverna, lui non avesse fatto altro che guardarla.
E poi, l'illuminazione.
"Per questo sono qui? Perché tu possa... Imparare?"
Lo yokai parve sorridere dopo un momento di esitazione, annuendo, contento di essere finalmente capito dopo anni.
[T/n] era talmente confusa che non riusciva nemmeno a formulare un pensiero.
Continuò a guardarlo gesticolare chissà che cosa mentre il rumore della pioggia iniziava ad inondare la caverna, inumidita.
Ai suoi occhi, lo yokai pareva ormai un bambino eccitato, e quasi rise se non fosse stato per la presenza incessante dell'osso al suo fianco, che iniziava ad inquietarla.
Se voleva solo imparare ad essere umano, che cosa era successo a quella persona?
Lo fermò con un gesto della mano, indicando col un dito l'osso sul pavimento di terra, avvicinandosi la katana caduta a terra con i piedi nudi, senza farsi vedere.
Poteva parere un bambino, ma non si fidava più nemmeno dei bambini ora.
Lo sguardo dello yokai assunse un'ombra malinconica guardando quell'osso che era ormai quasi polvere.
Poi scosse la testa.
"Malattiaportatolei..."
"È qui! È qui! Venite!"
Sia [T/n] che il Satori si voltarono verso l'entrata della caverna dove un soldato dell'armata a protezione del villaggio stanziava inginocchiato per vedere all'interno.
[T/n] spalancò gli occhi mentre un grande sorriso le si dipingeva in volto.
Era salva! Era finalmente salva!
Ma mentre lei era felice, il Satori era preoccupato, tormentato da vecchi demoni tornati a torturarlo crudelmente.
Fece cenno alla ragazza di restare nella caverna mentre lui si avvicinava all'entrata di quest'ultima, uscendo successivamente, ma [T/n] non esitò un secondo.
Prese in mano la katana ed uscì, rimanendo sull'uscio della caverna, osservando la situazione, misurando le sue azioni cautamente.
Vide diversi soldati ai piedi della caverna sopraelevata, tra cui i suoi fratelli, Ryuu e Mamoru.
Era così felice che fossero andati a cercarla per salvarla.
Ma la felicità si tramutò in preoccupazione quando vide il Satori stanziare minaccioso davanti a loro, immobile. Quella sua serietà le incuteva una strana sensazione, quasi stesse per attaccare la sua preda.
I soldati saranno stati all'incirca una trentina, forse sarebbero riusciti a batterlo. Ma non era poi più così sicura di voler vedere lo yokai morto.
Non le aveva fatto alcun male, e voleva solo essere come loro. Perché uccidere una creatura simile?
Cominciava a dubitare della parole di suo nonno, si era tutto rivelato errato, a parte l'effettiva esistenza dello yokai, certo.
Si sporse un poco di più per vedere cosa stesse succedendo e vide i soldati in posizione, pronti ad attaccare.
Strabuzzò gli occhi, passando lo sguardo dal volto arrabbiato dei fratelli al viso rosso del Satori, non sapendo che cosa fare.
Li vide avanzare di qualche passo.
Non voleva che nessuno morisse quel giorno.
Si alzò in piedi, la katana in mano, e si posizionò dietro lo yokai, facendosi vedere dai soldati, che subito vennero fermati da Ryuu.
Un sorriso sollevato si dipinse sul volto dei fratelli.
"[T/n]! Vieni immediatamente giù prima che ti faccia del male!"
La ragazza affiancò il Satori, la spada calata.
"Non mi farà del male! Non me ne ha mai fatto! Ti prego Ryuu, non attaccare!"
Il fratello aggrottò le sopracciglia bagnate dalla poggia che non cessava di cadere mentre i suoi lunghi e lisci capelli neri raccolti in una coda alta gli si attaccavano al collo.
"Cosa diavolo stai dicendo!? Ti rendi conto di che cos'è? Di che cosa fa alle persone!?"
"Non è cattivo Ryuu!"
[T/n] esitò a parlare, l'avrebbero presa per pazza, e forse un po' lo era diventata, ma guardando il volto del Satori, [T/n] non ebbe dubbi.
"Lui vuole solo essere come noi! Vuole imparare ad essere umano! Per favore Ryuu, non combattere!"
Il piccolo esercito si fece prendere dallo sgomento per quelle parole tanto ridicole, come poteva una ragazza dire certe cose dopo essere stata rapita da quell'essere?
Ryuu era sconvolto, immobilizzato dalla sorpresa, ma a prendere la parola questa volta fu Mamoru.
"[T/n] tu non sai cos'è quell'essere! Che cosa ha fatto!"
"Non ha fatto nulla di male Mamo! Ti prego..."
"È lui che ha ucciso nostra nonna! È lui il suo assassino!"
[T/n] si zittì, impallidendo sotto la pioggia.
Rimase immobile a guardarsi i piedi nudi, assimilando tale informazione.
No, sua nonna era stata uccisa da dei banditi, così sua madre aveva raccontato loro.
Uccisa mentre attraversava...le montagne...
"La mamma ci ha mentito!"
Mamoru riprese a parlare, contrastato dal rumore della pioggia che cadeva al suolo, ma [T/n] non lo stava ascoltando.
Stava invece ripensando a tutti gli indizi che aveva avuto sotto il naso, ma a cui non aveva mai prestato attenzione.
L'astio nella voce di suo nonno, gli avvertimenti della madre, le raccomandazioni ed infine... L'osso nella caverna.
Alzò furiosa gli occhi verso il Satori, che aveva preso a gesticolare intimorito, parlando alla velocità della luce, ma lei non lo ascoltava più.
"Mia nonna... L'hai uccisa! E avresti fatto lo stesso con me, non è vero!? E io che quasi mi fidavo!"
Iniziò ad urlargli contro la sua rabbia, la sua frustrazione, il suo rancore mentre quello continuava a gesticolare, provando quasi a giustificarsi. [T/n] si era dimenticata di essere davanti ad uno yokai da quanto impaurito pareva.
E il non accorgersene, fu il suo primo errore.
Approfittando del momento di distrazione, Ryuu corse verso la caverna, la katana sguainata, ed infilzò in un secondo lo yokai, interrompendo lo scontro fra i la sorella e l'essere.
[T/n] spalancò gli occhi vedendo nuovamente il fratello, ma la gioia provata per un solo secondo si trasformò in terrore puro quando vide gli artigli aguzzi del mostro lacerare da parte a parte il corpo del fratello, lasciandolo cadere senza giù dalla collinetta imbrattato del suo stesso sangue, con un ultimo respiro tra le labbra.
I soldati e la ragazza guardarono con orrore la caduta del corpo di Ryuu, con il solo rumore della pioggia a riempire loro le orecchie mentre il corpo di Ryuu continuava a perdere sangue.
Poi, l'urlo di orrore di [T/n] squarciò l'aria, le lacrime iniziarono a mischiarsi alle goccioline di pioggia ed alzò lo sguardo verso il Satori, gli occhi rossi di odio, le vene pulsanti ed il cuore che andava avanti rancoroso.
Lo yokai si guardò la mano imbrattata di sangue con orrore, rivolgendo poi il suo sguardo dispiaciuto, senza parole alla ragazza che, senza esitazioni, con la katana impugnata, avanzò verso di lui, la voce colma d'accidia.
"Sei un mostro... Un crudele, senza anima.. maledetto MOSTRO! Non sarai mai un essere umano! MAI!"
Avanzò con un salto, piantando la katana nella sua pelle rossa e nera.
Sentì la katana muoversi liberamente, come se il suo corpo fosse fatto d'aria, e poi una fitta al centro dell'addome, che la fece urlare dal dolore.
Il dolore della morte.
La spada le cadde di mano, sporca di un liquido violaceo e scarlatto, e così cadde lei, debole, in fin di vita.
Vedeva il cielo plumbeo, la visuale ogni tanto macchiata da qualche goccia di sangue mentre la battaglia continuava.
Si voltò vedendo il corpo senza vita del fratello ai piedi della collinetta, e sorrise pensando che a breve lo avrebbe rivisto.
Almeno alla fine, si sarebbe riunita con la propria famiglia.
Vide lo yokai avventarsi su altri soldati, uccidendoli.
Pensò a quanto era stata stupida a credere ad uno yokai. Suo nonno glielo aveva detto: sono creature di cui mai ci i potrà fidare.
E così, la sua vita finiva.
Quante cose avrebbe voluto fare ancora, quanta vita aveva ancora da vivere.
Ma tutto finiva lì.
E la colpa, era soltanto sua.
Tornò a guardare il cielo, finalmente in pace.
Almeno avrebbe finito i suoi giorni pulita e fresca, e non luridamente sporca.
Si sentì alzare, ma non sperò di essere soccorsa, sapeva che la sua fine era ormai vicina, ma non aveva paura.
Era l'unico modo per rivedere la sua famiglia.
Vide entrare nella sua visuale il volto stanco e rosso dello yokai, insanguinato del suo e del sangue altrui.
Lo guardò attentamente, scorgendo il dispiacere sul suo viso, nelle sue minuscole iridi.
E non si pentì più di avergli creduto.
Morì tra le braccia del Satori.
Guardò il suo viso pacifico riposare prima di pulirle qualche goccia di sangue dal volto, per poi rivolgere lo sguardo allo scempio che aveva commesso.
Alla fine, quella ragazza aveva ragione, così come gli aveva detto la nonna di lei anni addietro.
Lui non sarebbe mai stato un essere umano, ed era giunta l'ora di accettare quella crudele realtà.
Quella sanguinosa realtà che gli apparteneva dalla nascita.
Dedicata a DavideVallero .
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