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"Secondo giocatore"
«Questo posto non ha un bell'odore.»
Jin alzò lo sguardo verso colui che aveva pronunciato quelle parole. Il procuratore Kim, fasciato nel suo perfetto completo gessato blu scuro, se ne stava in piedi sulla soglia della porta dell'obitorio.
«È l'odore della morte» gli rispose atono ritornando a concentrarsi sulla testa che aveva davanti, quella del direttore dell'orfanotrofio per l'esattezza. Le autopsie si erano rivelate più difficili del previsto. Lo smembramento dei corpi non aveva aiutato ed il fatto che fossero stati sottoposti a congelamento stava rendendo molto difficile collocare il decesso in preciso lasso temporale.
«Vero» confermò l'uomo avvicinandosi al tavolo dove Jin stava lavorando. Il procuratore face scivolare lo sguardo sul viso contorto e gonfio della testa e fece una smorfia di disgusto. «Non pensi mai di cambiare lavoro?» gli chiese.
«Perché dovrei? I vivi creano molti più problemi. I morti, invece, tacciono e pur facendolo sono in grado di fornire molte più informazioni veritiere. È molto più semplice avere a che fare con corpi morti che con vivi bugiardi e stupidi.»
E con questo sperava che l'uomo se ne andasse. Aveva una mezza idea sul motivo per cui si trovasse lì e non gli piaceva per niente. Continuando a non prestargli particolare attenzione, voltò la testa per osservare la zona recisa delle vertebre e del collo, prendendo appunti sulle abrasioni e sui tagli minimi che avrebbero potuto aiutare ad identificare l'oggetto utilizzato per sezionare i corpi.
«La tua è una visione molto disincantata ma che non posso fare a meno di condividere. Non credi che quest'uomo, in fin dei conti, meritasse quello che gli è stato fatto?»
Jin non fu sorpreso dalle sue parole. Il procuratore probabilmente aveva preso visione della documentazione – scarsa – relativa all'orfanotrofio e Hoseok, in quel frangente, doveva aver fatto in modo che venisse messo a corrente della reale situazione dietro il disastroso incendio. «Non è compito mio giudicare. Per me sono semplici corpi. Sono il mio lavoro.»
Usò un paio di pinze per allargare il condotto tranciato dell'esofago e prese dei piccoli campioni di sangue congelato che si stava lentamente sciogliendo. La temperatura nella stanza era molto bassa, proprio per permettergli di prendere quante più prove possibili dai corpi rigidi e ghiacciati.
«Eppure sono sicuro che ti sarai fatto una tua opinione in merito» insistette il procuratore puntandogli i suoi occhi da falco addosso.
Jin prese la testa e la ripose in una cella insieme al resto del corpo. Dopo aver chiuso lo spesso sportello d'acciaio si voltò verso l'uomo.
«È la terza volta che mi dai del tu e non mi sembra di averti dato il permesso di farlo» gli disse incrociando le braccia al petto.
Il procuratore gli si avvicinò fino a ridurre lo spazio tra loro due ad una ventina di centimetri. «Non te l'ho chiesto infatti» gli disse usando un tono di voce basso.
Jin lo osservò attentamente. Era un bell'uomo. I tratti scolpiti, gli occhi scuri, i capelli folti leggermente brizzolati sulle tempie. Ma lui aveva altri gusti e comunque quell'atteggiamento puzzava di finzione, più di un corpo lasciato in acqua per giorni. Quell'uomo era in cerca di informazioni, Jin non era così ingenuo da non rendersene contò. Preoccupato pensò che Hoseok stava facendo un gioco pericoloso con quell'uomo, non avrebbe dovuto sottovalutarlo. Molti erano portati a pensare che tra procura e polizia ci fossero buoni rapporti, ma non era così. La procura, più e più volte, aveva finito per ostacolare le indagini della polizia, facendo impelagare le indagini a causa di tortuose complicazione giudiziarie.
«Avresti dovuto.»
L'uomo, sul punto di replicare, fu interrotto da Namjoon che era appena entrato nella stanza spalancando la porta, abituato a fare come fosse a casa sua.
Gli occhi del profiler si puntarono immediatamente su loro due, insospettiti dalla loro vicinanza.
«Che succede qui?» chiese diffidente.
«Il procuratore Kim era venuto a trovarmi ma adesso sta andando via, non è vero?» disse Jin rivolto all'uomo che ancora gli si trovava di fronte e che non sembrava farsi problemi per la presenza del detective.
Il tono di Jin dovette suonare abbastanza categorico perché alla fine l'uomo finì per annuire con il capo e allontanarsi verso la porta. Prima di andarsene però, fermo accanto a Namjoon che lo guardava ancora sospettoso, si voltò e disse a Jin: «qualche volta dovremmo andare a pranzo insieme e parlare un po'». Poi chiuse la porta alle sue spalle.
Namjoon, dopo l'uscita dell'uomo, marciò versò Jin e gli disse con voce inquisitoria: «Che cos'è questa storia?»
Tutto quello che ottenne fu uno sbuffo e una scrollata di spalle. Il procuratore era lì per avere informazioni, probabilmente credeva che Jin fosse l'anello debole della catena, quello che avrebbe parlato, ma si illudeva. Quando quelle indagini erano iniziate, Jin aveva detto chiaro e tondo ad Hoseok che i suoi rapporti sarebbero stati sempre completi e che non avrebbe omesso o modificato nulla. Certo, se poi venivano magicamente sostituiti da altri, il problema non era suo, lui consegnava sempre gli originali.
«Sei peggio di una pettegola. Possibile che tu non riesca a vivere senza impicciarti della vita di qualcuno?» sbottò esasperato vedendo che Namjoon aveva la sua solita espressione da "strizzacervelli".
«Io non mi impiccio, cerco di aiutare, che è diverso» si difese Namjoon offeso.
«Prima sei andato a rompere le scatole ad Hoseok, poi sei andato da Yoongi – non pensare che non lo sappia –, e adesso sei qui da me.» Osservò i jeans scuri e la maglia verde, le occhiaie e il viso stanco. «Non sei nemmeno di turno. Sei qui solo per venire a dare fastidio al sottoscritto.»
«Cerco solo di evitare che tu faccia una cazzata, cosa che invece sembri essere intenzionato a fare» insinuò.
«Che intendi dire?»
«Lo sai. E comunque che voleva il procuratore Kim?»
Jin alzò nuovamente gli occhi al cielo. Quel giorno gli idioti sembravano arrivare a frotte.
«Sei così intelligente eppure non ci arrivi?» lo schernì quasi. «Hoseok lo sta tenendo fuori dal caso e, dato che sa perfettamente che nessuno di voi lo tradirebbe, deve aver pensato che entrare nelle mie grazie fosse la strada più facile per arrivare alle informazioni» gli spiegò spiccio.
«Tu non tradiresti mai Hoseok.» Una cosa del genere era impensabile.
«Lui questo non lo sa, e comunque nemmeno volendo potrei farlo. Quello che fate nel vostro ufficio è un problema vostro, di cui non so nulla e non voglio sapere nulla» gli fece notare mentre sistemava dei reperti autoptici. Jin aveva origliato qualcosa qui e lì ma si era ben guardato da lasciarsi ulteriormente coinvolgere.
«Non abbiamo mai avuto problemi con il procuratore precedente, che diavolo vuole questo ora?»
«Il vecchio procuratore era ad un passo della fossa e passava i suoi giorni a dormire sui fascicoli che voi gli buttavate davanti. Questo Kim, invece, sembra sia intenzionato a far carriera, e quale migliore occasione di un bello scandalo nella polizia? Se riuscisse a dimostrare che usate metodi, come dire? – poco ortodossi? – per lui si aprirebbero molte porte. Hoseok... beh, lui si è fatto dei nemici nel corso del tempo, nemici pronti a sfruttare qualsiasi occasione per toglierlo di mezzo, lo sai.»
Namjoon sembrò rimuginare sulle parole di Jin. «Hoseok se la caverà, come sempre. Però, in effetti, quel Kim ha fatto carriera molto in fretta...» mormorò tra sé e sé.
«Si dice in giro che le sue promozioni siano state approvate in stanze di hotel» gli confidò Jin. Aveva sentito quelle voci da fonti abbastanza fidate e, seppur di solito diffidava di dicerie e pettegolezzi, non poteva negare che la sua curiosità lo aveva tenuto piantato sul posto mentre gli raccontavano i fatti con un'abbondanza di particolari superflui e poco veritieri.
«Vuoi dire che si è comprato i suoi avanzamenti di carriera andando a letto con i suoi superiori?» Namjoon sembrava, giustamente, abbastanza scettico. «Potrebbero essere solo voci infondate e poi pensaci, è un uomo, è statisticamente improbabile che tutti i suoi superiori avessero tendenze omosessuali. Saranno solo voci maligne, d'altronde, non è certo Mr. Simpatia.»
Jin annuì ma disse «come potrebbero essere vere. Non saprei che dirti, la faccia da viscido ce l'ha. E comunque è abbastanza palese quello che cerca di fare.»
Namjoon alla fine liquidò l'argomento, non gli interessava granché con chi andasse a letto il procuratore distrettuale né cosa cercasse di fare, si sarebbero occupati di lui quando sarebbe diventato un vero problema, lui era andato lì con un altro obbiettivo. «Dimentichiamoci del caro procuratore e parliamo di una questione più importante. Perché non vuoi uscire con Yoongi?» lo provocò sorridendo.
«Non ti ho forse detto che la mia vita non è affar tuo? E piantala con questa storia di Yoongi.»
«Andiamo non vedo perché-»
«Namjoon» disse esasperato Jin, «pensi davvero che alla mia età io abbia bisogno che tu mi dica come gestire la mia vita privata? Cosa ti fa credere che mi interessi il tuo parere?»
«Hey, io voglio solo aiutare! Non ti sembra di essere troppo sulla difensiva?»
Jin non lo guardò nemmeno, tirò fuori delle celle frigo uno dei cadaveri tagliuzzati e iniziò ad esaminarlo, aveva bisogno di ricontrollare qualcosa. «No, tu non vuoi solo aiutare, tu hai bisogno di dimostrare a te stesso di essere quello meglio messo tra noi e fattelo dire, non è che ci voglia poi molto. Non pensare che non abbia notato il tuo sguardo soddisfatto ogni volta che stai per fare i tuoi discorsetti. So quello che ti passa per la testa, quindi non ci provare nemmeno a fare lo psicologo con me.»
«Sei decisamente sulla difensiva» affermò Namjoon con aria di supponenza, «e questo tuo atteggiamento è sospettoso.»
Jin afferrò un braccio congelato e glielo puntò contro. «Piantala o ti schiaffeggio.»
«Comprometteresti l'autopsia» gli ricordò Namjoon allontanandosi dalla portata dell'arto rigido e ricoperto di petecchie. Non aveva alcun dubbio che avrebbe messo in atto quanto detto.
«Mettimi alla prova» lo sfidò Jin.
Namjoon fece una smorfia disgustata. «No, grazie.»
Passò qualche minuto prima che Namjoon tornasse alla carica. «Jin, perché non esci con Yoongi? Aspetta!» lo bloccò alzando una mano, quasi volesse fisicamente bloccare l'invettiva del medico. «Voglio solo sapere perché no, solo questo. Non ti farò pressioni né altro, lo giuro. Solo per capire.»
«Non è il mio tipo» fu la risposta asciutta.
«E da quando tu hai un tipo? Andiamo, non dirmi cazzate. Ti conosco, sei la persona meno inquadrata che abbia mai incontrato. Ma va bene, farò finta di crederti. Cosa c'è in Yoongi che non rientra nei tuoi standard?» lo interrogò enfatizzando le ultime parole.
Jin non rispose subito. Prese un profondo respiro con la bocca, ignorando l'odore di disinfettante e putrefazione che gli invadeva le narici, e si tolse i guanti gettandoli stizzito nel secchio dei rifiuti speciali. A quell'odore ci aveva fatto l'abitudine ormai, era altre cose che ancora stentava ad accettare.
«Ti ricordi cosa è successo quando il fratello minore di Yoongi si è fatto un tatuaggio?» gli chiese Jin spiazzandolo.
Namjoon lo guardò confuso, non capendo dove voleva arrivare. «Ehm... sì? Litigò con i genitori? Ma cos–»
«Lo cacciarono di casa» lo interruppe Jin. «Non hanno parlato con lui per ben due anni. Cosa credi che accadrebbe se Yoongi dicesse loro che esce con un uomo?»
«No, aspetta. Ho capito dove vuoi andare a parare ma ti ricordo che adesso hanno fatto pace.»
Jin fece un sorriso senza allegria, un sorriso che non arrivava agli occhi. «Perché Yoongi li paga.»
«Cosa?»
«Yoongi, li paga» ripeté Jin. «Qualche tempo fa hanno avuto dei problemi economici e hanno chiesto aiuto a Yoongi, beh la condizione per il pagamento è stata questa, avrebbero dovuto riaccogliere il figlio in famiglia. Il ragazzo non lo sa ovviamente. Non lo sa nessuno. Yoongi... lui non vuole che si sappia che tipo di persone sono i suoi genitori.»
Namjoon rimase in silenzio, rifletteva su quanto Jin gli aveva appena detto. Era la prima volta che ne sentiva parlare. «Perché non ci ha detto nulla? E tu come lo hai scoperto?»
Jin si infilò le mani nelle tasche del camice e si appoggiò al muro. «Me lo ha detto lui. Sono il più grande, no? Sono anche l'unico che ha avuto problemi simili in famiglia. Con me non si sentiva giudicato, almeno credo.»
«Nemmeno noi l'avremmo fatto! Come ha potuto pensarlo?» sbottò Namjoon.
«Namjoon, lui non pensava affatto in quel momento. Era ubriaco fradicio e l'unica cosa che voleva era sfogarsi con qualcuno che lo capisse, ed aveva ragione. Per quanto tu e gli altri avreste provato a stargli vicino, non sapete che si prova ad essere delusi dai propri genitori. Io sì.»
«È da allora che vi siete avvicinati» indovinò il profiler.
«Sì. Come vedi, nessuna storia romantica. Noi due siamo semplicemente... simili?»
«Ed è per questo che gli hai detto di no. Lo stai proteggendo, non vuoi che viva quello che è già successo a te e al fratello.»
«Non proteggo lui» negò Jin. «Proteggo me stesso. Pensi che abbia voglia di ritrovarmi a fare la parte del pervertito che ha condotto il prezioso figlio di qualcuno sulla cattiva strada? Sua madre già mi disprezza, e lo sai anche tu. Lo sappiamo tutti in verità. Quando quella arpia ha saputo dove mi piaceva inzuppare il biscotto ha deciso che in casa sua non mi ci voleva più. Prima mi adorava, ero un dottore ovvio, poi guarda caso non sono più arrivati inviti. All'inizio non ci ho nemmeno fatto caso, anche perché Yoongi è bravo a sviare quando ci si mette, ma sai cos'è successo? Ho incontrato quella donna al supermercato e quando l'ho saluta mi ha guardato schifata e se n'è andata ignorandomi.»
«Mica devi uscire con sua madre e poi se Yoongi è pronto a fare questo passo...»
«Lui non è pronto per niente, crede solo di esserlo. Gli piace pensare di essere indistruttibile ma non lo è, anzi. Ama i suoi genitori, nonostante tutto, e per quanto si sia convinto di poter gestire le conseguenze di una simile rivelazione non ce la farebbe, ne uscirebbe distrutto. Lui è convinto che lo accetteranno, sotto sotto ne è sicuro, ma non accadrà.»
«Non puoi saperlo! E non puoi nemmeno decidere per lui. Per lui potrebbe valerne la pena!»
«È questo il punto Namjoon» disse Jin con forza. «Per me non ne vale la pena. In un futuro forse, chi lo sa? Ma adesso non penso proprio. Non mi infilerò insieme a lui in questa cosa, non se tutto quello che abbiamo è qualche scopata consolatoria alle spalle. Yoongi, lui è – se gli succede qualcosa di brutto per farlo riprendere ci vogliono giorni, diventa una tale palla al piede, apatico e insofferente. Non sai quante volte ho dovuto tirarlo fuori dal letto e costretto a mangiare roba decente. Non sa prendersi cura di se stesso. È sciatto, disordinato e lassista. E io non voglio stare con lui perché...»
«Perché temi che abbia confuso la gratitudine per ... altro e che finirebbe per rovinare il rapporto con i suoi per qualcosa che nemmeno esiste davvero» concluse al posto suo Namjoon. Non voleva dirla la parolina con la "A", temeva che Jin potesse staccargli la testa dal collo e usarla per farci la zuppa di alghe, ma il concetto era quello insomma. E da un certo punto di vista filava eccome il ragionamento del medico, rischiare di sconvolgere le loro vite per qualcosa di cui non erano certi, era una mossa poco intelligente, e tutto si poteva dire del medico, ma non che non fosse intelligente.
Decise quindi di desistere, almeno per il momento, e gli chiese informazioni sulle autopsie per stemperare le ombre che gli avevano scurito gli occhi. Jin colse l'occasione di uscire da quella spinosa discussione e lo aggiornò sui progressi fatti.
«Comunque è una buona cosa che tu sia passato» disse, nella sua voce non c'era più traccia di tensione. «C'è qualcosa di strano con questi corpi. Ho riscontrato in tutti i cadaveri un principio di fase enfisematosa che-»
«Che sarebbe?» lo interruppe Namjoon confuso.
«Ah, sì. La fase enfisematosa sarebbe la putrefazione gassosa, praticamente è un fenomeno degenerativo in cui i batteri producono gas e questi finiscono per gonfiare il cadavere. Il punto è che questo, generalmente, accade a causa di temperature alte.»
«Ma adesso non fa caldo.»
«Esatto. Cosa ancora più singolare ho trovato nei tessuti tracce di formalina, una soluzione a base di aldeide formica che viene iniettata al cadavere per conservarlo e impedire appunto la putrefazione gassosa.»
«Quindi potremmo rintracciarli attraverso l'acquisto di questa soluzione?»
«Non saprei, sta a voi capirlo, però posso già dirti che i balsami conservanti a base di aldeide formica sono vietati in Corea del Sud, a causa della loro tossicità. Questo fattore, unito alla fase enfisematosa, mi porta a supporre che la data della morte non è per nulla recente. Anzi, potrei addirittura sostenere che la data del decesso è antecedente a quella delle prime due vittime e che, in Corea, ci sono arrivati già morti, probabilmente in una cella frigo. Ho inviato alcuni campioni ai laboratori d'analisi e se quello che penso è giusto, quando arriveranno i rapporti autoptici troveremo tracce di sostanze refrigeranti.»
«Avviso Jimin, per ora si è concentrato sull'affitto o l'acquisto di grandi magazzini dotati di celle frigo ma a questo punto penso sia meglio allargare la ricerca ai mezzi di trasporto dotati di impianti refrigeranti.»
«Un'altra cosa» lo avvisò Jin, «sospetto che non siano stati uccisi dalla stessa persona. Sui corpi non ci sono gli stessi segni di tortura che sono presenti sui primi due e guarda.» Gli mostrò il tatuaggio del codice a barre.
Namjoon lo osservò attentamente. Le linee erano insicure e incerte. «Chi lo ha fatto non voleva toccare il corpo, ma è anche possibile che questi siano stati i suoi primi tentativi e che dopo ci abbia preso la mano...»
Si bloccò. Osservo meglio il marchio nero. C'era qualcosa di strano. «È sottosopra. Il killer dei primi due era mancino, ma questo... questo è stato fatto da un destrorso. Devo rivedere tutte le ferite, e confrontarle con le altre vittime. C'è decisamente qualcosa di anomalo. Avevo già pensato che l'invio di tanti corpi insieme non fosse in linea con il suo modus operandi...»
«I killer potrebbero essere due quindi? A questo proposito, sui corpi ho trovato lievi tracce di talco, sostanza utilizzata nei guanti in lattici per facilitarne l'uso ma si da il caso che sulle prime vittime non ne sono stati trovati residui, perché è molto probabile che chi ha trattato quei corpi abbia utilizzato guanti non talcati, del tipo che utilizzo anche io e che si trovano negli ospedali. Chi ha lavorato su questi corpi invece ha usato comuni guanti in lattice ed era sicuramente meno preparato.»
«Questa situazione è stata strana fin dal principio. Sappiamo di aver a che fare con un gruppo ma, fino ad ora, l'idea era che il killer fosse uno soltanto e che agisse come sorta di portavoce per gli altri ma... inizio a pensare che lui non sia l'unica personalità dominante in questa sorta di organizzazione.»
«E questo è un bene o un male?»
«Decisamente un male, il tasso di imprevedibilità è appena schizzato alle stelle. Abbiamo un profilo per il primo killer, ma del secondo non sappiamo nulla... non sappiamo nulla di nessuno degli altri componenti. Taehyung ci ha parlato di un certo X, il punto è che...» si fermò, in conflitto.
«Che?» lo spronò Jin.
«X... il suo profilo... assomiglia, ovviamente, per certi versi a quello di V.»
«Hai un profilo per X?» gli chiese stranito Jin. «E come avresti fatto a farlo? Sai solo che ha bloccato i sistemi di sicurezza della casa farmaceutica.»
«Non esattamente. Gli hacker, come tutti i criminali, possono essere catalogati, a grandi linee, in vari tipi di profili, dal cyber-pedofilo all'hacker a pagamento. Quasi tutti però hanno in comune una cosa: non hanno un'esatta percezione dei crimini che commettono. Gli uomini sviluppano il senso morale ed etico confrontandosi con altri individui, vivendo nella società. Gli hacker invece agiscono da dietro uno schermo e spesso non sono in grado di capire le reali conseguenze delle loro azioni nel mondo reale perché il loro rapporto con la realtà è sempre mediato dal computer che si frappone tra loro e il crimine.»
Jin sembrò riflettere sulle sue parole, non aveva mai visto la cosa in questi termini. «Quindi non riescono a capire la gravità di quello che fanno, come dei ragazzini...»
«Sì e no, dipende sempre dal soggetto particolare, alcuni non avrebbero il coraggio di attuare i crimini che perseguono con il mezzo digitale nella realtà quotidiana, altri sono perfettamente consapevoli di ciò che fanno. Ma, per farti degli esempi, Taehyung presenta un problema simile, ha una bassissima percezione del crimine. Nel suo caso però il computer ha solo accentuato la cosa, in quanto sono portato a credere che quel ragazzo abbia sempre avuto una diversa comprensione delle dinamiche sociali. Jelo... Jelo è come il fratello ma, mentre Taehyung considera i crimini solo ad un livello teorico e finisce per farne una cernita completamente arbitraria, lei non ha ancora sviluppato del tutto un suo punto di vista. Per la gran parte del tempo sembra ricalcare il comportamento del fratello ma ho notato che ultimamente, probabilmente grazie alla comparsa di altre persone della sua limitata sfera sociale, inizia a manifestare comportamenti discordanti con quelli di Taehyung, segno che sta iniziando ad emanciparsi dal suo rapporto simbiotico con il fratello.»
«Aspetta, mi sta venendo il mal di testa» disse Jin. «Perché ogni volta che ti si fa una domanda semplice te ne esci con un'intera enciclopedia. Dimmi solo di X.»
«Non dovrebbe uccidere nella realtà.»
«Eh?»
«X. L'ho subito escluso come assassino. Lui non dovrebbe essere propenso a sporcarsi le mani nella realtà e la riluttanza a mettere le mani sui cadaveri... potrebbe essere stato lui. Anche qualcun altro certo, ma per adesso abbiamo solo due figure e gli hacker generalmente hanno un'indole indipendente e capricciosa.»
«Potrebbe essere un semplice hacker a pagamento» ipotizzò Jin.
«No, non lo è, di questo sono certo. Tutto in questa storia ha una motivazione personale alle spalle. X deve essere uno degli altri orfani, uno dei sopravvissuti e sicuramente conosce Jelo e Taehyung» affermò con sicurezza Namjoon.
«E perché non provare a mettersi in contatto con loro allora?»
«E chi ti dice che non l'abbia fatto?»
Taehyung venne svegliato dal sole che filtrava grandi finestroni del loft e che illuminava l'intero open space. Sbadigliò confuso e si strofinò gli occhi con una mano.
Ancora intontito dal sonno, cercò di capire perché si fosse risvegliato sul tappeto del salotto, la mattina ci metteva un po' a carburare, poi in un lampo tutto ciò che era accaduto la sera precedente gli tornò alla mente. Si mosse per cercare di alzarsi.
Uno strano tintinnio attirò la sua attenzione.
Hoseok era in cucina e sembrava essere indaffarato davanti i fornelli. Indossava una t-shirt di cotone nera e dei pantaloni della tuta dello stesso colore. I capelli scuri erano arruffati e ancora bagnati sulle punte, segno che doveva essersi fatto da poco una doccia.
«Hoseok, che stai facendo?» gli chiese sbadigliando.
Lui si voltò a guardarlo sorpreso con il barattolo di caffè tra le mani. «Preparo la colazione.»
Taehyung lo guardò scettico dal tappeto. «Tu non sai cucinare.»
Hoseok assunse un'espressione offesa. «Io so cucinare, non avrò le capacità di tua sorella, ma non sono male. Sei tu che fai pena.»
Lui non era del tutto convinto della cosa ma in quel momento aveva una questione più urgente da affrontare.
«Hoseok?» lo chiamò di nuovo guardando crucciato il suo polso.
«Sì?»
«Perché mi hai ammanettato alle tubature dell'acqua?» In realtà erano vecchie condutture, ormai inutilizzate, lasciate come in "ricordo" del passato industriale del loft.
Hoseok si voltò a guardarlo con il suo bellissimo e innocente sorriso tutto fossette. «Per non farti scappare.»
Taehyung annuì calmo, come se la cosa avesse senso, e poi gli chiese: «Ed era necessario lasciarmi solo i boxer addosso?»
Il sorriso di Hoseok si allargò. «No, ma ammetto di non aver resistito alla tentazione.»
L'hacker fece scioccare la lingua scocciato. «Liberami.»
«No.»
«Hoseok» lo rimproverò Taehyung con basso gorgoglio di voce, «non puoi tenermi ammanettato qui.»
Hoseok si voltò verso di lui e si appoggiò con i fianchi al tavolo della cucina con una tazza di caffè fumante tra le mani. «In effetti, posso eccome. Ieri hai fatto lo stesso, ricordi?»
Un sospiro esasperato risuonò nell'aria. Taehyung, rosso in viso per l'imbarazzo a causa di quello che aveva fatto la sera precedente, cercò di non iniziare ad urlargli contro ma sentiva che stava per esplodergli la testa. Chiuse gli occhi per cercare di calmarsi e tornò a puntare i suoi occhi scuri su Hoseok che non si era mosso di un millimetro. Era necessario che si calmasse, lasciarsi trascinare dai sentimenti non era per nulla da lui.
«Toglimi. Queste. Cose» scandì lentamente sollevando il polso.
Hoseok si limitò a prendere un sorso di caffè dalla tazza.
«Hoseok», lo minacciò Taehyung, «se mia sorella arriva e mi trova così, stai certo che te la farò pagare. Toglimi queste cazzo di manette!»
Il detective appoggiò la tazza sul tavolo dietro di lui e incrociò le braccia al petto. Il tessuto nero delle maniche si tese sui bicipiti.
«Quella maglia è mia!» sbottò improvvisamente Taehyung. Non perché l'avesse riconosciuta ma era poco più alto di Hoseok e leggermente più magro, quindi era stato facile arrivarci.
«Le mie erano tutte sporche, onestamente non capisco come far funzionare la tua lavatrice. Jelo me lo ha spiegato, ma non riesco proprio a memorizzare tutti quei pulsanti, la mia non era così complicata» gli spiegò afferrando il tessuto nero tra le mani.
Taehyung boccheggiò scioccato, non gli interessava che avesse indossato roba sua in tutta onestà, era solo una maglia, ma trovava ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato nel fatto che lui fosse ammanettato alle tubature con solo i boxer indosso mentre Hoseok beveva flemmaticamente il suo caffè e si riforniva tranquillamente dal suo guardaroba.
Inoltre, non voleva proprio essere trovato in quelle condizioni da sua sorella, con che coraggio l'avrebbe guardata in faccia poi?
«Hoseok» ripeté per quella che gli sembrò la centesima volta. «Toglimele.»
Per tutta risposta, il suo detective si avvicinò a lui e gli scioccò un leggero bacio sulle labbra. Taehyung rimase immobile, deciso a non ricambiarlo, ma poté comunque sentire il sapore del caffè sulla sua bocca.
Lo osservò sedersi a gambe incrociate davanti a lui e allungarsi per prendere una scatola azzurra che non aveva notato fino a quel momento. Inevitabilmente i suoi occhi finirono per incollarvisi sopra, sapeva che c'era lì dentro: i rapporti originali, quelli veri. Le dita di Hoseok sfiorarono leggermente il bordo e Taehyung risalì dalla mano fino al suo braccio per poi ritrovarsi a guardarlo negli occhi. Rimase fermo, immobile.
Era teso e lo sapeva anche Hoseok. Non aveva la più pallida idea di quello che stava succedendo, Hoseok, ancora una volta, metteva il suo mondo sottosopra. In quelle poche ore si era sentito come una trottola di legno, girava quando Hoseok voleva farla muovere, abbandonata a se stessa quando Hoseok smetteva di giocarci.
«Che significa?» gli chiese sarcasticamente, di solito lui non era così. «Farmi leggere i tuoi preziosi rapporti è l'ultima grazia prima di uccidermi? Perché se è così preferisco mangiare una torta al cioccolato, quella fatta con le fave di cacao, sia chiaro.»
Sapeva che non era nella posizione più consona per comportarsi in modo indisponente ma, in tutta franchezza, la sua pazienza era stata pesantemente messa alla prova in quei giorni. Prima tutta la faccenda dell'orfanotrofio e di suo padre, poi Jelo che aveva crisi adolescenziali in ritardo e infine, ma non solo, Hoseok che metteva su un teatrino degno delle migliori commedie Shakespeariane. Taehyung pensava di essersela cavata bene tra tutti quei tumulti ma a quel punto ne aveva davvero abbastanza. La sua testa era troppo "piena", non aveva più nemmeno lo spazio per il dolore o il tradimento, e questo forse era un bene.
Hoseok gli fece un mezzo sorriso. «Me lo rinfaccerai a vita?»
«Cosa? Perché ho così tanto tra cui scegliere da non sapere a quale delle tante cazzate che hai fatto ti riferisci.»
«Hai notato» gli disse Hoseok con una punta di ironia nella voce, «che quando sei incazzato parli molto di più?»
Taehyung assottigliò lo sguardo ma si rifiutò di rispondere. La scatola azzurra era sempre tra loro due. Un ingombrante peso che racchiudeva tutti i problemi della loro relazione, se così si poteva definire quello strano rapporto in cui lui cercava di fuggire e Hoseok si divertiva a guardarlo correre in tondo nell'enorme recinto che gli aveva costruito intorno.
«Al fucile, mi riferisco a quello.»
Restò per un attimo senza parole. «Mi stai davvero chiedendo se ti rinfaccerò a vita che mi hai puntato un fucile da cecchino addosso? Davvero? Sei serio?»
Hoseok alzò gli occhi al cielo. «Quanto la fai lunga, non è che ti ho sparato. E comunque ieri non sembravi così...» si bloccò, dalla sua espressione era chiaro che stava cercando la parola giusta, «... delicato?»
«Delic- che cosa?» balbettò Taehyung a corto di parole. «Hoseok» gli disse poi serio, «tu non sei normale. Io so di non esserlo, me lo hanno detto in tanti, ma tu sei molto peggio di me, sei completamente fuori di testa.»
«Vedi? Siamo perfetti l'uno per l'altro.»
«Io... io non ti capisco» balbettò Taehyung mentre sul suo viso si susseguivano sorpresa, disagio e confusione. Il suo atteggiamento apatico stentava ad attecchire quella mattina. «Prima ci provi con me, poi fai un passo indietro, poi ti trasferisci a casa mia! Invadi la mia vita. Fai tutto il dolce e il simpatico con me e mia sorella e, alla fine, scopro che mi hai preso per il culo tutto il tempo. Ora torni a fare... che cazzo stai facendo? Perché non ci arrivo proprio. Il tuo comportamento non ha alcun criterio! Non so nemmeno se tu sei il vero Hoseok o sei ti sei messo di nuovo la maschera da bravo detective e invece sei lo stronzo di ieri sera!»
Taehyung si sfogò guardandolo fisso negli occhi. Hoseok voleva delle risposte? Beh, le voleva anche lui.
«Taehyung non è che tu sia in una posizione migliore della mia» gli disse il detective per nulla impressionato dal quello sfogo accalorato, anzi, appariva piuttosto divertito. In verità, sembrava che più Taehyung si arrabbiava, più il sorriso di Hoseok si allargava.
«Lo so! Ma non me frega proprio un cazzo, okay?!» sbottò dandogli un pugno sulla coscia con la mano libera. Ignorò la sua smorfia di dolore e proseguì. «E comunque, io almeno non cambio personalità ogni cinque minuti!»
«Senti Taehyung, io sono così. Te l'ho detto ieri.»
Taehyung cercò di richiamare alle mente la parte in cui Hoseok gli spiegava che era affetto da disturbo della personalità multipla ma non riuscì proprio a ricordarselo.
«Hoseok» disse quindi puntandogli un dito contro. «Non mi fregherai con le tue belle parole oggi, io voglio saper-»
«Che state facendo?» lo interruppe una voce spaventosamente familiare. Jelo era in piedi sulla soglia di casa e li guardava sconvolta. Jimin dietro di lei se la rideva sotto i baffi, facendo un pessimo tentativo per nasconderlo.
Taehyung boccheggiò a corto di parole.
Hoseok sorrise.
Jelo spalancò gli occhi alla vista delle manette e Jimin finalmente scoppiò a ridere.
«Questa è tutta colpa tua!» urlò Taehyung a Hoseok e, sorprendendo tutti i presenti, compreso se stesso, sferrò un pugno dritto verso il viso di Hoseok.
Gli colpì in pieno il naso, cogliendolo completamente alla sprovvista.
La mano iniziò a fargli molto male.
Il sangue imbrattò la sua maglietta nera.
«Ti offro la colazione» sentì dire a Jimin dietro le sue spalle. Non si lamentò quando l'analista trascinò sua sorella fuori di casa, ma si lamentò con Hoseok che lo guardava sconvolto mentre si teneva il naso dolorante.
«Guarda!» sbottò indicandogli la maglia che indossava. «Mi hai anche sportato la maglia!»
Hoseok gli fu addosso in un attimo e Taehyung si disse, molto prosaicamente, che forse quel giorno sarebbe morto davvero. Poi guardò l'uomo infuriato che lo fissava infuriato dall'alto mentre lo teneva inchiodato al suolo.
Era ancora bello. Sperò di non avergli rovinato il naso.
Il naso di Hoseok gli piaceva.
E mentre rifletteva sullo stato del suo viso scoprì una cosa di fondamentale importanza.
Sorrise vittorioso.
«Adesso non sembri più così sicuro di te» gli disse spavaldo. Tutto ciò che ricevette fu un'occhiataccia, ma Hoseok non poteva capire, quella per Taehyung era una vittoria.
Spiazzarlo, era una vittoria.
Il suo sorriso di allargò, gli occhi quasi scintillavano. «Toglimi le manette, Hoseok. Così posso finire quello che ho iniziato. O hai paura?»
Il detective lo studiò per un attimo poi si sfilò le chiavi dalla tasca e le infilò nella piccola serratura. «Fammi vedere che sai fare.»
Il click delle manette risuonò nella stanza vuota.
Taehyung era libero.
«Te l'ho detto che te l'avrei fatta pagare» e, cogliendolo nuovamente alla sprovvista, se lo scrollò di dosso. Adesso la sua espressione era seria.
«Non andrò da nessuna parte Hoseok» gli disse sicuro, quasi volesse tranquillizzarlo e minacciarlo allo stesso tempo. «Pensi di avermi in pugno ma non è così. Non hai idea in che situazione di stai mettendo. Vuoi che ti dica la verità? Che sia sincero? Lo posso fare. Ma prima...»
Gli sferrò un pugno allo stomaco e Hoseok, che di pazienza ne aveva tanta ma non fino a quel punto, si ritrovò a lottare con lui.
All'inizio il detective cercò di andarci piano, di limitarsi a parare i colpi, ma Taehyung era infuriato come una belva. Se lo aspetteva, ci aveva lavorato per giorni, voleva che esplodesse, che tirasse fuori tutto il groviglio di sentimenti che si lasciava crescere dentro. Ma, doveva ammerlo Hoseok, non credeva ci sarebbe andato così pesante.
Quando gli arrivò un colpo alla gola che gli mozzò il respiro si rtrovò a barcollare all'indietro. Di fronte a lui, Taehyung non mostrava alcun segno di pentimento, era decisamente incazzato con lui.
Mise da parte gli scrupoli e gli si avvicinò con un'espressione dura sul viso. Voleva farlo sfogare, è vero, ma non voleva farsi massacrare.
Circa mezz'ora dopo se ne stavano seduti a gambe incrociate uno di fronte all'altro, le fronti vicine quasi a toccarsi. Hoseok teneva tra le sue una mano di Taehyung, rossa e gonfia, era diventata così dopo essersi scontrata con il naso del detective che andava assumento una sfumatura sempre più violacea.
La stanza intorno a loro era nel caos, il tavolino da ceffè era distrutto, lo schermo della tv aveva una brutta crepa che si era formata quando Taehyung ci aveva spinto Hoseok contro, alcune sedie giacevano ribaltate a terra e una pericolosa quantità di suppellettili e libri giaceva sparsa in giro.
Loro due non erano messi poi tanto meglio, macchie viola iniziavano a spuntare sui loro corpi ed entrambi avevano le nocche delle mani arrossate e gonfie.
«Mi fai male!»
Hoseok alzò lo sguardo dalla mano ferita su cui teneva delicatamente appoggiato del ghiaccio avvolto in un asciugamano e lo rivolse verso Taehyung. Aveva un'espressione sofferente e imbronciata sul viso. «Anche il mio naso fa male!» gli disse piccato.
«Te la sei cercata.»
«Ma certo, non vedevo proprio loro di farmi menare, guarda» fu la risposta sarcastica del detective.
«Beh, sono cose succedono quando ti metti a fare lo stronzo con il tuo ragazzo, ti serva da lezione! Non ti permetterò di fare i tuoi comodi con me!»
Taehyung sembrava molto fiero di sé. Se ne stava seduto impettito e porgeva la mano ad Hoseok come se gli facendo dono di una grande privilegio permettendogli di curarlo. Sembrava più leggero e spensierato. Gli occhi avevano una luce vivace e ogni tanto un piccolo sorrisino involontario gli sfiorava le labbra.
Sì, Taehyung era molto soddisfatto di aver ridotto Hoseok in quello stato. Non che lui stesse meglio, ma non era il caso di fissarsi su delle piccolezze in quel momento.
«Ora leggerò i rapporti, quelli nella scatola azzurra» lo avvisò. «Poi ti consegnerò le prove che ti servono. Ma devi farmi una promessa, Hoseok.»
Guardo il detective negli occhi, assicurandosi di avere tutta la sua attenzione. «Devi promettermi che farai in modo che mio padre la paghi, che sconti ogni suo più piccolo peccato, questo è tutto ciò che voglio: un mondo senza di lui.»
«Te lo prometto.»
Allora, tanta roba in questo capitolo, l'intento principale della prima parte era quello di iniziare a parlare veramente del caso, fino ad ora sono arrivate informazioni scarse perché voi sapete quello che sa Taehyung e lui, come si è capito, non ha avuto accesso a molte cose. Inoltre c'è stata una sorta di risposta al perché Yoongi si è trasformato in unicorno, ma la storia principale non sono loro, quindi sto cercando di contenermi.
Nella seconda parte cos'è che ho cercato di fare? Ho cercato di mostrare come l' "apatia" di Taehyung sia man mano venuta a mancare lasciando un ragazzo confuso e incazzato. A volte per liberarsi di sentimenti forti non basta parlarne, c'è bisogno di qualcosa di più. Ci ha provato nel capitolo prima, andando a letto con Hoseok, ma non ha funzionato, perché il problema è solo stato messo da parte. In questo capitolo poi Taehyung si è trovato nuovamente spiazzato, quindi ha deciso di "arrendersi" per un po' all'irrazionalità, che a lui non è proprio familiare, e fare qualcosa di stupido, qualcosa che non ha senso, per ritrovarlo un senso in tutta quella storia.
Che ha capito? Che è meglio restare e "affrontare" Hoseok che andarsene e ricominciare da capo. E per farlo vuole da lui una promessa. Vuole che Hoseok uccida il mostro cattivo della sua infanzia, perché lui, in fin dei conti, ha ancora paura di suo padre e da solo non ce la può fare.
Per chiunque abbia dubbi può lasciarmi una domanda qui, se non prevede spoiler sarò felice di chiarire ciò che è poco chiaro. Sto cercando di scoprire gli altarini man mano ma non so se vi sto confondendo o altro... quindi organizzo questa sorta di "angolo autore" per rispondere a quello che volete.
Rigrazio in ultimo i vecchi lettori per la pazienza dimostrata e quelli che continuano ad arrivare per avere il coraggio di affronatare questo "mostro" che ha superato le 90,000 parole e che ha ormai un anno di vita. Un sacco di tempo per una storia che pensavo di chiudere in pochi mesi e con molte meno parole, ma i personaggi di Hacker si muovono come voglio e non se ne andranno finché non avranno detto tutto ciò che devono, comunque, posso affermare che il cerchio si sta chiudendo e che il finale si avvicina.
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