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"Paura"
Aveva passato la giornata a percorrere in lungo e in largo l'ampio soggiorno del loft in attesa del ritorno di suo fratello, divorata da un misto di preoccupazione e curiosità.
All'ennesima circumnavigazione del divano, udì il rombare della motocicletta di Taehyung e, veloce, si lanciò sul divano, prese un plaid e una busta di patatine e accese la televisione assumendo un'espressione attenta e interessata.
Poco dopo, la porta di casa si aprì e Taehyung entrò tenendo una busta gialla nella mano sinistra, dando modo a Jelo di capire che l'incontro era andato a buon fine. Suo fratello però non sembrava intenzionato a condividere spontaneamente il resoconto della giornata. Tutto quello che fece fu salutarla con un cenno della testa e passare oltre, diretto al suo studio.
Se si fosse rinchiuso in camera a lavorare non ne sarebbe uscito tanto presto e non avrebbe di certo incoraggiato interruzioni o pause caffè. Jelo sarebbe rimasta a macerarsi nella sua curiosità finché non avesse portato a termine quel lavoro.
Scaraventò via il plaid e decise di abbandonare il suo atteggiamento di noncuranza.
Si parò dinanzi al fratello, decisa a tirargli fuori ogni più piccolo e misero dettaglio.
Al sopracciglio inarcato di Taehyung rispose poggiandogli le mani sul torace e spingendolo verso la poltrona, riuscendo a farlo sedere su di essa mentre lei recuperava un piccolo sgabello imbottito. Gli si sedette di fronte pronta ad iniziare il suo interrogatorio.
«Avanti, raccontami tutto» gli ordinò con occhi scintillanti di curiosità mentre si muoveva irrequieta.
Taehyung incrociò le braccia al petto e la guardò fingendosi annoiato, in effetti si era chiesto quanto tempo quella piccola peste sarebbe riuscita a resistere prima di tempestarlo di domande. Non molto a quanto pareva.
«Avanti, avanti, avantiiii» insistette infatti sua sorella.
Esasperato alzò gli occhi al cielo, gesto che si rese conto faceva molto spesso con lei. Avrebbe finito per raccontarle tutto? Certo che lo avrebbe fatto. Quando mai era riuscito a tenerle nascosto qualcosa.
Jelo era il suo antivirus. Riusciva a liberare quell'hard disk che era la sua mente da tutti i malware e file dannosi, correggeva gli errori di sistema, rendendolo quel luogo ordinato e pulito. E nella sua testa in quel momento c'era un file in quarantena, potenzialmente sospetto e la sua denominazione era Jung Hoseok.
«Va bene» acconsentì alla fine.
La peste batté le candide mani con anticipazione e riprese la busta di patatine che aveva abbandonato sul basso tavolino di vetro per inseguirlo. Taehyung gliene rubò qualcuna e poi iniziò a raccontare.
Le descrisse l'uomo, fin nei minimi dettagli perché sono quelli che fanno la differenza. Le raccontò della sua apparente abitudine di passarsi una mano tra i capelli quando era nervoso, le parlò del suo completo sgualcito, del terzo bottone della sua camicia che aveva bisogno di essere rinforzato, di uno scontrino di Starbucks in cui angolo fuorusciva dalla tasca destra dei suoi pantaloni.
Tra una patatina e l'altra, le narrò di quelle cose che nessuno nota, di quei dettagli, apparentemente senza importanza, ma che lui aveva bisogno di raccontarle per farle vedere ciò che lui aveva visto.
Sua sorella lo ascoltava incantata. Quello era qualcosa che non era mia cambiato. Quando Taehyung iniziava a parlare, la voce bassa e profonda, il tono cadenzato e regolare, era come ricevere una leggera carezza a fior di pelle.
«Com'era? Caratterialmente intendo» gli chiese sua sorella per spronarlo a continuare.
Taehyung ci pensò un po' su. Aveva pochi elementi per poter formulare un'analisi completa. Jung Hoseok era..
«Un tipo strano».
«Strano» ripeté atona sua sorella facendo sfarfallare confusa le sue lunghe ciglia.
«Strano» ribadì lui. Non trovava altre parole per descriverlo. La sua mente non gli proponeva altri termini e non riusciva a trovare altri termini di paragone con cui confrontarlo.
«Perché?» gli chiese Jelo perplessa.
«Mi ha chiesto il mio nome» le disse per giustificare la scelta di parole.
«Il tuo nome?». Sua sorella quel giorno sembrava saper ripetere solo le sue parole.
«E di mostrargli il mio viso. È strano. A che potrebbe mai servirgli?»
«Ma che modi sono questi? Fare queste richieste a qualcuno cha hai appena incontrato... che persona strana» lo prese in giro Jelo.
«Mi stai prendendo in giro» affermò. Taehyung poteva avere qualche difficoltà a capire gli altri, ma sua sorella per lui era un libro aperto.
Jelo scosse la testa posandosi una mano sul cuore in segno di sincerità.
«Certo che no» negò con convinzione.
«A me sembra proprio che tu lo stia facendo».
«Ti dico di no».
Taehyung decise di lasciar perdere. «Comunque è strano».
«Lo hai già detto» gli ricordò Jelo.
«Beh è così, non mi avrebbe dato la busta se non mi fossi tolto la mascherina. L'unica cosa sensata che mi ha chiesto di fare è stato consegnargli il cellulare» disse un filo di tensione nella voce.
«E tu lo hai fatto?» gli chiese Jelo sconvolta. Nel cellulare di Taehyung c'era un sacco di roba pericolosa.
Taehyung sollevò la busta sventolandola davanti la faccia della sorella. «Come pensi che abbia avuto questa?»
«Hai dato il tuo cellulare, ripeto il TUO cellulare, ad un poliziotto. Sei impazzito?!»
Il ragazzo fece un cenno affermativo chiedendosi perché sua sorella avesse gli occhi spalancati e lo guardasse come se gli fosse spuntata un'altra testa. Generalmente assumeva un tale comportamento solo in concomitanza di eventi sorprendenti e inaspettati. Possibile che credesse che fosse un tale idiota da mettere nelle mani del poliziotto qualcosa che potesse danneggiarli?
«È criptato» le ricordò. «E se anche volessero provare ad aprirlo finirebbero per dover mettere in quarantena tutti i computer della centrale di polizia».
Jelo lo guardò scettica ma alla fine la sua natura non curante prese il sopravvento.«Prima di rinchiuderti nella tua V caverna ordiniamo una pizza!»
«È ancora prest-» provò a dire Taehyung ma Jelo lo interruppe prontamente.
«Non fa niente, dobbiamo festeggiare!»
«Cosa?» le chiese confuso.
«Come cosa? Il fatto che ho il fratello migliore del mondo!»
Gli scoccò un bacio sulla guancia e corse a prendere il cellulare per ordinare il cibo.
Taehyung a volte non riusciva proprio a capire cosa passasse per la sua testolina rosa.
Mentre la sentiva parlare al cellulare si toccò la guancia, poi guardò il suo braccio. I suoi occhi fissarono su un punto preciso: il polso.
Un'articolazione dell'arto superiore compresa fra la mano e l'avambraccio; si compone di 8 ossa corte, denominate carpo, disposte su 2 file e separate da una cerniera malleabile. Le 8 ossa sono: Osso scafoide; Osso semilunare; Osso piramidale; Osso pisiforme; Osso trapezio; Osso trapeziode; Osso capitato; Osso uncinato.
Lo osservò con attenzione, i muscoli e le ossa che si muovano sotto l'epidermide, le vene azzurre in rilievo, la pelle che si tendeva e si rilassava.
Uno strano formicolio.
Uno strano formicolio dove le dita del detective lo avevano toccato.
Si abbassò la manica nel tentativo di cancellare quella sensazione e si alzò per dire alla sorella di ordinare una porzione di patatine in più. Aveva fame.
Dopo aver finito di mangiare si rinchiuse finalmente nella V caverna, come la chiamava Jelo, e si mise a lavorare sulle prove. Il pensiero di quella busta gialla ancora chiusa l'aveva tormentato per tutta la durata del pranzo, ma sua sorella era così felice, anche se non ne capiva il motivo, e non aveva voluto deluderla. Ma ora, finalmente, poteva dedicarsi a quel complicato enigma.
Ignorò i rumori che Jelo faceva per casa, riordinando o chissà facendo cosa, a volte era meglio non chiedere, si poteva essere trascinati in cose che non avevano il minimo senso, come quando poche settimane prima lo aveva coinvolto in un'assurda caccia alle mosche nel tentativo di confutare l'esperimento fatto dal protagonista del film di Sherlock Holmes.
Pensandoci lei e quell'uomo avevano somiglianze sorprendenti. La pazzia, per esempio.
Mise da parte i pensieri sulle bizzarrie di sua sorella e aprì la busta estraendone delle foto e la pendrive. Mise da parte le immagini e si concentrò prima su quell'oggetto apparentemente innocuo che stuzzicava la sua curiosità da giorni.
Gli ci vollero esattamente trentaquattro ore e quarantadue minuti per sbloccarla, o meglio per risolvere l'inganno. Non era sorpreso che alla centrale di polizia non fossero riusciti ad aprirla, nemmeno lui ci sarebbe arrivato se all'ora diciassette, mentre gli appoggiava la colazione sul tavolo, sua sorella non gli avesse detto una frase rivelatoria.
«E se non fosse una pendrive?»
Alla sua mancanza di risposte Jelo se n'era andata borbottando qualcosa sui fratelli ingrati e sfruttatori, mentre lui si era gettato con rinnovato entusiasmo sul suo obbiettivo.
Quanto era semplice, eppure geniale. Quella che apparentemente era una semplice pendrive, in realtà era un minuscolo generatore di scariche elettriche e nascondeva una microscopica memory card inglobata nella plastica che rivestiva la chiavetta USB.
Aveva impiegato molto tempo per sciogliere la plastica senza danneggiare quel piccolo pezzo.
Riuscire a sbloccare tutti gli espedienti informatici che proteggevano i dati si era rivelato molto più facile.
Finalmente, sullo schermo del computer, poté osservare l'unico file che conteneva quell'affare.
In teoria avrebbe dovuto fermarsi e consegnare quello che aveva trovato al detective, ma sarebbe stato come chiedere a Pandora, dopo aver aperto il famoso vaso, di non guardarci dentro.
Cliccò due volte sul semplice file di testo e curioso lesse cosa c'era scritto.
Sembrava un curriculum, di un uomo. Con precisione si trattava del primo cadavere, quella era la sua identità. Non capiva comunque l'utilità di quella cosa.
Aveva passato ore e ore a lavorare per un file di testo contenente il curriculum di una persona di cui non gli interessava nulla. Non potendo accettare una soluzione così banale iniziò a leggere con gli occhi che bruciavano per la mancanza di sonno.
Fu alla seconda pagina, paragrafo 5 che si bloccò, alla sezione esperienze lavorative.
Il mondo davanti ai suoi occhi divenne completamente bianco e i suoi occhi furono incapaci di mettere a fuoco alcun che.
Nella testa un silenzio assoluto e un vuoto spaventoso. Non le vedeva ma sentiva le mani tremare sulla tastiera del computer.
Cercò disperatamente l'interruttore nella sua testa, premendolo ripetutamente ma non ottenendo alcun risultato.
Riconosceva quell'emozione, erano dieci anni che non permetteva a sé stesso di provarla, ma ne ricordava ancora ogni sfumatura, il senso di oppressione, le condizioni in cui riduceva la mente.
La paura.
Strinse le mani sui braccioli della sedia, si concentrò sulla respirazione, e ricominciò, metodicamente, a cercare il suo interruttore.
Lo visualizzò nella mente, bianco, semplice, quadrato.
Prima di premerlo pensò a tutte le cose che lo rassicuravano. Numeri. Codici. Formule. Jelo. Casa. L'odore della crostata appena sfornata.
Premette l'interruttore.
Riaprì gli occhi.
Il mondo era di nuovo a fuoco.
Con sguardo gelido tornò a guardare quelle tre parole sullo schermo.
Casa degli angeli.
Quindici lettere.
Entrò nel sito della polizia e penetrò nel loro archivio online, selezionò i casi di omicidio dei codice a barre e li aprì.
Il primo lo aveva già visto e anche riguardandone il viso non gli era familiare.
Aprì il secondo.
La paura rischiò nuovamente di far scattare l'interruttore su off, ma lui, determinato, lo tenne giù.
Una donna. Capelli castani, labbra sottili.
Era invecchiata.
Mentre infilava l'ago nella pelle delicata, sorrideva.
Mentre spingeva lo stantuffo per immettere la sostanza trasparente nella circolazione sanguinea, sorrideva.
Mentre la barella veniva scossa a causa delle convulsioni del suo occupante, sorrideva.
Mentre un rivolo di sangue scorreva lento dal cuscino al materasso, fino a sporcare il pavimento in piccole dense gocce chermisi, sorrideva.
Taehyung chiuse lo schermo di scatto, si diresse verso la stanza-armadio di Jelo con l'intenzione di svegliarla e prendere il primo volo disponibile che li portasse via di lì.
Si fermò però con la mano sulla maniglia.
Indesiderati e molesti, sfuggiti al controllo ferreo della sua mente, gli passarono per la testa pensieri strani.
La felicità negli occhi di sua sorella, il primo posto in cui aveva scoperto quella calda emozione. Il suo impegno nel restaurare quella vecchia fabbrica. L'opuscolo lasciato accanto al televisore che pubblicizzava una mostra d'arte che si sarebbe tenuta a Seoul quel mese. Jelo amava quel pittore.
Lasciò andare la maniglia e sedendosi con la schiena contro il muro si prese la testa tra le mani.
Pensa.
Dieci anni.
A nascondersi.
Alzò il capo e guardò quell'opuscolo, un sottile strato di fibre cellulosiche pressate fra loro.
Dieci anni.
Dopo dieci anni qualcuno stava cercando di aprire le porte dell'inferno.
Sarebbe scappato di nuovo?
E poi? Che avrebbero fatto loro due?
Aveva davvero intenzione di condannare sua sorella ad una vita da fuggiasca?
Si rialzò e andò a prendere il suo cellulare.
Aprì la rubrica e con dita tremanti aggiunse un nuovo contatto.
Guardò quel nuovo nome stagliarsi sullo schermo sotto l'unico altro contatto memorizzato nella sua rubrica.
1. Jelo
2. Detective
Non sarebbe scappato, non stavolta.
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