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"L'incontro"
L'aria fredda mi rinfrescò le braccia e il collo quando mossi i primi passi verso la panchina verde prato dove era seduto il detective. Mi resi conto di quello che stavo per fare e mi bloccai a quattro metri e mezzo da lui, seminascosto dal semaforo e da un albero di ciliegio.
Il mio cuore frullava al ritmo delle ali di un uccello. Il sudore mi bagnava l'attaccatura dei capelli sotto il cappello nero della felpa che indossavo.
Mi paralizzai, i muscoli si irrigidirono. Raddrizzai la colonna vertebrale in una linea dritta. I miei piedi non ne volevano sapere di compiere il passo successivo, sembrava che si fossero fusi con l'asfalto e, assorbiti da esso, mi impedissero di fare alcun che.
E di nuovo nel petto, il cuore impazzito, che non voleva saperne di rallentare il suo ritmo frenetico.
Nove passi mi separavano da quell'uomo.
Dettagli, concentrati sui dettagli.
Jung Hoseok.
Maschio.
Trentatré anni. Altezza 1,77. Peso approssimativo sui 70 kilogrammi.
Feci un respiro profondo. Controllai nuovamente ciò che mi circondava. La panchina si trovava nell'unico punto di quella zona in cui le telecamere non potevano arrivare.
La moltitudine di persone che affollava le strade di Seoul proseguiva per la sua strada senza badare a me o al detective seduto sulla panchina.
Sentii un rivolo di sudore scorrermi lungo un lato della tempia per poi arrestare la sua corsa sul colletto della mia maglia di cotone nera.
Spegni l'interruttore Taehyung.
«La TAC al cervello indica che suo figlio ha un lobo centrare più sviluppato della norma».
La donna vestita con un elegante tailleur color antracite guardò confusa il medico.
«E questo cosa vuol dire?»
«Il lobo centrale è la parte del cervello che controlla il ragionamento e la programmazione».
«Quindi è più intelligente degli altri bambini?»
«Signora non è così semplice, il problema di suo figlio non è l'intelligenza, di quella ne ha fin troppa, il suo problema sono i sentimenti».
La donna guardò il bambino di cinque anni che giocava con le costruzioni in un angolo della stanza.
«Si spieghi dottore, voglio sapere cosa c'è che non va in mio figlio».
«Vede, suo figlio mi ha detto che nella sua testa c'è una sorta di pulsante che può premere quando vuole, questo pulsante può accendere o spegnere i sentimenti. Suo figlio è in grado di provare emozioni, ma può ugualmente scegliere di non farlo».
«E questo è un bene o un male per lui?»
«Signora solo il tempo potrà dirlo, ma non c'è bisogno che le spieghi cosa può fare una persona priva di sentimenti».
La donna, pallida, si voltò nuovamente verso il bambino, nei suoi occhi la preoccupazione si trasformò in determinazione.
«Ha detto che può scegliere».
«Sì».
«Mi assicurerò che faccia la scelta giusta allora».
Spegni l'interruttore Taehyung.
Colmò gli ultimi passi che lo separavano dall'uomo e si sedette accanto a lui sulla panchina.
Hoseok riguardò le indicazioni sul cellulare che gli aveva mandato l'hacker. Sì, era nel posto giusto. Ancora incerto se V si sarebbe presentato davvero all'appuntamento, si sedette ad attenderlo su una panchina. Non sapeva cosa aspettarsi e malgrado quello che aveva detto a Yoongi, sebbene si fossero scambiati pochi messaggi, Hoseok aveva l'impressione che il ragazzo sarebbe stato più interessante del previsto.
Mentre ricontrollava per l'ennesima volta l'ora sul cellulare e cercava di calmarsi, perché per l'amor di dio non c'era nulla da essere così emozion- nervosi, qualcuno si sedette accanto a lui.
V.
Era finalmente arrivato.
Si voltò completamente verso di lui e con occhi curiosi e attenti iniziò ad osservarlo per capire chi si nascondeva dietro la maschera e il cappello nero.
Era alto e ... giovane, sorprendentemente giovane, probabilmente sulla ventina. La sua pelle aveva la tonalità del miele d'acacia che ogni domenica mattina sua madre gli versava sui pancake fumanti. Gli occhi, la bocca, non poteva vederli ma era certo che non si adattassero a canoni comuni. Nonostante vedesse poco di lui sapeva che quel ragazzo era bello, forse troppo per fare quel che faceva.
Hoseok si rese conto che lo aveva fissato per qualche minuto buono ma il ragazzo era rimasto immobile sotto il suo sguardo contribuendo a rafforzare l'illusione che il tempo si fosse fermato, e che non fossero passati minuti, ma istanti.
«V, immagino» gli chiese rompendo quello strano silenzio.
Come risposta gli arrivò un semplice, accennato, cenno della testa.
«Anche per me è un piacere conoscerti». Loquace, il ragazzo.
Nessuna risposta. Di nuovo.
«Ragazzino, farai meglio a rispondermi, perché ti assicuro che posso portare avanti una conversazione da solo per tutta la giornata se serve».
L'hacker si voltò, quasi impercettibilmente, verso di lui e protese una mano.
«La pendrive, sono qui solo per quella, non per fare conversazione».
La sua voce. Hoseok non era preparato a qualcosa del genere, non dopo aver visto il suo aspetto, almeno quello che era visibile.
Era profonda, non toccava la superfice, ma sembrava insinuarsi sotto la pelle e vibrare, quasi come toccasse delle corde nascoste nell'animo delle persone.
Hoseok si schiarì la voce, e la mente, concentrandosi sul caso del killer del codice a barre.
«Non mi piace l'idea di doverti affidare la prova chiave di un caso d'omicidio e vorrei davvero che tu rivalutassi la cosa e accettassi di analizzarla in mia presenza».
La risposta del ragazzo fu abbastanza chiara, se tale si poté definito il suo tentativo di alzarsi e andarsene. Hoseok lo bloccò prendendogli il braccio e nonostante l'hacker non stesse facendo niente per liberarsi, il detective poté sentire i suoi muscoli irrigidirsi sotto la sua presa e i suoi occhi bruciare fissi sulla sua mano. L'uomo lentamente allentò la presa su di lui e il ragazzo tornò a sedersi, circospetto e più distante.
«Lo prendo per un no».
Sospirando si infilò la mano sotto la giacca e tirò fuori una busta gialla sigillata.
«Devi darmi qualche garanzia su quello che stai per fare» gli disse, per nulla pronto a consegnare la loro unica risorsa nelle mani di uno sconosciuto.
«Di che tipo? E poi che dovrei farmene di questa roba?». La voce dell'hacker era piatta e sottotono. Gli ci volle un attimo per capire che gli aveva fatto una domanda.
«Non so nemmeno io cosa c'è qui dentro» gli fece notare, «quindi non so cosa potresti farci».
Il ragazzo, che per tutto il tempo aveva evitato il suo sguardo, si voltò verso di lui, gli occhi però ancora nascosti dal cappello.
«Che garanzia vorresti?» ripeté atono.
«La tua faccia. Fammi vedere la tua faccia e consegnami il tuo cellulare».
L'hacker si irrigidì a quelle richieste e disse: «non ti servirebbe a molto la mia faccia e il cellulare non saresti nemmeno in grado di sbloccarlo». Nella sua voce, stavolta, una leggera tensione.
Hoseok si limitò a fissarlo, in attesa.
Il ragazzo rimase immobile per un po', chiaramente stava valutando la sua richiesta. Quando lo vide alzarsi la mano verso la mascherina Hoseok capì che, almeno stavolta, gliel'avrebbe data vinta.
L'hacker si bloccò, solo per un attimo, titubante, poi rimosse completamente il tessuto nero che gli copriva la parte inferiore del viso.
Lentamente, alzò lo sguardo fino ad incontrare gli occhi dell'uomo che gli sedeva accanto. Si fissarono, per un lunghissimo e interminabile momento, mentre i rumori del mondo circostante si azzeravano. Un momento strano, in cui Hoseok credette di vedere qualcosa in quegli occhi scuri che fissavano i suoi.
V allungò una mano per consegnargli il cellulare e farsi consegnare la busta, senza distogliere gli occhi da quelli dell'altro.
«Come ti chiami davvero?» gli chiese Hoseok ancora indeciso su quello che stava per fare e alla ricerca di una rassicurazione in più.
L'hacker però non lo assecondò questa volta. «Hai già avuto quello che chiedevi».
Rassegnato Hoseok gli consegnò le prove e lo guardò alzarsi e sparire tra la folla senza ricevere nessuna parola di commiato.
Appoggiò la testa all'indietro sulla panchina e osservò le nuvole che percorrevano il cielo.
Sperò di aver fatto la scelta giusta.
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