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"Disturbo schizoide di personalità"

Taehyung si infilò velocemente i pantaloni, lanciando uno sguardo fugace al giovane uomo nudo steso sulle lenzuola. Per fortuna stava dormendo, era sempre un casino quando erano svegli.

Silenziosamente recuperò il casco della moto e uscì dall'appartamento per scendere nella strada deserta.

Il sole stava sorgendo e il cielo si trovava in quel magico momento in cui non puoi dire che sia ancora notte, ma nemmeno che sia già giorno.

Salì sulla motocicletta e mise in moto dirigendosi verso casa.

Aveva lasciato Jelo da sola per troppo tempo e, nonostante casa loro fosse praticamente impenetrabile, continuava a preoccuparsi per lei. Di solito cercava di non allontanarsi per più di qualche ora durante la notte, ma il ragazzo che aveva trovato quella sera si è era rivelato un piccolo vulcano e decisamente sapeva usare in modo superbo la bocca. A onor del vero non ne conosceva nemmeno il nome, non credeva nemmeno di averglielo chiesto in verità e se lo aveva fatto, non se lo ricordava.

Quella notte era uscito con il chiaro intendo di trovare un buco con cui divertirsi, non aveva importanza se appartenente ad un maschio o ad un femmina, voleva semplicemente liberarsi dell'inquietudine che saltuariamente lo coglieva.

Divertirsi era una parola grossa. Il sesso non lo allettava particolarmente, a volte però lo aiutava a scaricare la tensione.

Di tutti quei volti senza nome che si era portato a letto non ne aveva mai amato nessuno, e nemmeno credeva di essere in grado di farlo.

Era come un prurito fastidioso il suo, quando lo coglieva, usciva e trovava qualcuno con cui farselo passare e la cosa finiva lì.

E non capiva perché queste persone si aspettassero qualcosa in cambio, come potevano pensare che potesse nascere una relazione dopo aver scopato con uno che ti rimorchia in un bar, che si era assicura di andare in un hotel o a casa tua e, soprattutto, che non ti dice nemmeno il suo nome?

Taehyung non mentiva mai con suoi partner occasionali.

«Come ti chiami?»

«Non ti serve saperlo».

«Dove vivi?»

«In un posto».

«Cosa fai nella vita?»

«Cose».

«Resti a dormire da me?»

«No».

Quindi non capiva perché, inevitabilmente, la gran parte di essi, rompeva il cazzo una volta finito di scopare.

Sceglieva un tizio o una tizia carina, scopavano, fine della storia.

A volte era più divertente di altre, in altri casi si limitava ad un giro di dieci minuti nel bagno di qualche locale. Ma mai si lasciava toccare. Le mani di qualcun altro su lui erano qualcosa che non sarebbe mai riuscito a sopportare, il massimo che riusciva a tollerare era di farsi succhiare l'uccello, con le sue mani a guardare i movimenti dell'altro. Non era un caso se non si spogliava nemmeno, si limitava a calarsi i pantaloni, darci dentro e rialzarseli, mentre la sua distrazione della serata restava straziata sulla pancia ansimante e appagata.

Anche quella notte era andata così ed ora, in sella alla sua moto nero opaco, sfrecciava per le strade deserte della città verso casa.

Taehyung sapeva di non essere proprio normale ma non vedeva alcun motivo per adeguarsi agli altri.

La gente non gli piaceva. Trovava inquietanti e fastidiosi i loro sguardi inquisitori. I loro lucidi bulbi oculari si muovevano nelle orbite alla frenetica ricerca di difetti e mancanze da imputare a chi stava loro di fronte. Le loro mani che volevano stringere, toccare, strattonare. E le loro bocche umide, mucose dalle forme più disparate, che si muovevano incessantemente, parlando, parlando, parlano.

Blaterando.

Giudicando.

La odiava, la gente.

Non poteva evitare chiunque, è vero. Alcuni di loro era utili, fastidiosi ma utili.

I suoi contatti umani si basavano tutti su questo principio: sopporta finché è utile, liberatene appena hai finito.

L'unica eccezione di un mondo in cui era l'unico abitante era Jelo.

Lei riusciva a capire tutto di lui senza alcun bisogno di parole, da quando Taehyung l'aveva vista per la prima volta, una bambina di cinque anni paffuta e sorridente, aveva, solo per lei, aperto il suo cuore e prima ancora di rendersene conto erano diventati inseparabili.

Jelo capiva.

Aveva il suo stesso passato.

A Jelo non importava che Taehyung non fosse normale, perché nemmeno lei lo era.

Si erano trovati, due anime difettate, in un luogo che fabbricava la perfezione e non si erano mai più lasciati andare.

Ed per questo che lei era il centro del suo mondo.

Arrivato nella periferia di Seoul si diresse verso un vecchio edificio di mattoni rossi apparentemente dismesso, finché un grosso portone non si aprì al comando del telecomando che teneva nella tasca della giacca di pelle. Vi ci si infilò dentro con la moto e dopo aver sbloccato un'ennesima porta automatica iniziò a salire le scale che portavano al loft.

Erano tornati in Corea del Sud da quasi un anno, dopo esservi mancati per nove, e la prima cosa che avevano fatto era stato cercare un posto in cui vivere.

Ovviamente l'impresa si era rivelata più complicata del previsto, Taehyung già in condizioni normali era abbastanza minuzioso, ma tornare a vivere a Seoul aveva alzato al massimo i suoi livelli di guardia.

Ed è così che erano finiti a vivere in una vecchia fabbrica abbandonata. L'occasione era stata magnifica quanto inaspettata, quel lotto di terreno era stato messo in vendita per una cifra irrisoria, almeno per le tasche di un hacker che si divertiva ad alleggerire i conti in banca di grandi magnati, e il ragazzo l'aveva acquistata perché in una zona che presto sarebbe stata riqualificata.

Era stata Jelo però che, stanca di cercare qualcosa che riuscisse a soddisfare gli infiniti requisiti richiesti dal fratello, aveva proposto di farne la loro casa. Un pezzo alla volta quell'edificio era stato completamente ristrutturato all' interno ma lasciato completamente intoccato all'esterno. Quale miglior modo di sviare l'attenzione?

Ormai ci vivevano dal un bel po' e l'unico avvenimento degno di nota in quella zona erano le lotte notturne dei gatti randagi.

Dopo aver aperto l'ultima porta, quella che permetteva di accedere alla zona in cui vivevano, entrò in casa e andò controllare sua sorella. Jelo dormiva in un armadio, che Taehyung le aveva costruito personalmente dopo aver tentato inutilmente di farle cambiare idea.

Il fratello maggiore aprì leggermente le ante e la osservò dormire, scuotendo la testa per la posizione assurda in cui si trovava; ancora non aveva capito come facesse a dormire in quel modo, sembrava seduta, solo che invece di poggiare le spalle al muro e le gambe sul letto era al contrario. Richiuse le porte, certe volte era meglio non vedere.

Iniziò a spogliarsi per andarsi a fare una doccia quando il pensiero del detective gli solleticò la mente. Accese il portatile e riattivò temporaneamente il numero che aveva usato per contattarlo.

Ti darò le pendrive ma, se la vuoi, dovrai venire a prendertela dalle mie mani.

Quell'uomo era pazzo se pensava che sarebbe andato ad incontrarlo. Non lo avrebbe mai fatto.

Il mattino dopo sua sorella non si mostrò molto concorde con lui.

«Invece dovresti» gli disse infatti categorica mente divorava una bustina da mezzo chilo di arachidi.

Taehyung, ancora assonnato a causa della nottata passata in giro, la guardò con astio. Perché doveva continuare ad importunarlo con le sue richieste assurde?

«Possiamo evitare ti parlarne a quest'ora indecente del mattino?» la pregò mentre si strofinava il viso per cercare di svegliarsi.

Lei afferrò un cuscino rosa di pelliccia sintetica accanto a lei sul divano e glielo lanciò contro, colpendolo in pieno viso. «Sono le tre del pomeriggio».

Taehyung lo afferrò e lo rilanciò con forza alla sorella che però riuscì a schiavarlo. «Dettagli, da qualche altra parte del mondo sarà ancora mattino. Ne riparliamo stasera»

Jelo alzò gli occhi al cielo alle parole del fratello e usando la sua stessa logica disse: «da qualche altra parte del mondo è sera, quindi ne parliamo adesso».

«Odio quando usi contro di me le cose che dico». Si accasciò accanto a lei sul divano e le rubò una manciata di noccioline.

«Sopravvivrai» fu la risposta lapidaria. «Ora, tornando al discorso principale, dovresti incontrare il tuo detective».

Taehyung non si scompose nemmeno a corregge il "tuo detective" e bevendo un altro sorso di caffè dalla tazza che si era portato dietro disse: «credo che ti sfugga il punto di questa faccenda, lui è un detective, d e t e c t i v e. Io sono un hacker, h a c k e r. Inoltre a me le persone non piacciono!»

«Devi incontrare solo lui, prendere la pendrive, e tornartene a casa. La stai facendo più tragica di quello che è».

«Senti, non capisco perché vuoi che mi infili in questa faccenda, che, ne sono certo, non porterà a nulla di buono».

Jelo lo colpì con il calcio allo stinco e si rifiutò di dargli altre noccioline.

«Perché mi sono stancata di vederti andare in giro sospirando annoiato senza nulla da fare, inoltre te ne stai tutto il tempo chiuso in casa ed esci solo per scoparti qualcuno, è inutile che mi guardi così, sei più trasparente di un vetro lavato con il Vetril. I tuoi rapporti sociali si limitano a me e al gatto nero che viene a scoccarci il cibo. Ma vuoi sapere qual è la cosa peggiore di tutte? È che per colpa tua ci rimetto pure io. Se tu avessi qualcosa che ti tiene impegnato magari non mi staresti tutto il tempo con il fiato sul collo e io potrei finalmente andarmene in giro a fare quello che mi pare!»

Più Jelo parlava, più gli occhi di Taehyung si assottigliavano fino a ridursi a due fessure.

«Praticamente vuoi tenermi occupato così puoi andartene in giro a divertirti».

«Sì! E anche perché, davvero, ne hai bisogno. Ti rendi che ormai passi il tempo a giocare ai videogiochi con un bambino di dodici anni che vive a Berlino? Gli hai anche suggerito di saltare la scuola per finire la partita!»

«Perché tu non vuoi giocare!» tentò di giustificarsi.

«Perché gt è un gioco di merda!»

«Non è vero!»

Jelo strinse gli occhi e lo guardò gelida. «Contatta quel detective e non farmelo ripetere».

«No».

«Allora preparati perché passeremo tutte le nostre giornate chiusi qui dentro a parlare di tutti i tipi di assorbenti in circolazione, e ti assicuro che sono tanti, a guardare tutte le repliche di violetta e qualsiasi altra cazzata sia stata prodotta nel frattempo» lo minacciò. «Ti assicuro che la prossima volta che sospirerai non sarà di noia, ma di disperazione».

«Cazzate».

«Allora devi sapere che ci sono taaantissimi tipi di assorbenti, per la notte, con ali, sottilissimi, con estratti di piante, tipo malva, camomilla e aloe, e con i filtranti ricamati! Io preferisco quel-».

«OK, OK, LO CONTATTO» urlò per farla smettere. «Ma sappilo, se mi arrestano la responsabilità sarà solo tua!»

«Verrò a portarti la crostata al limone in carcere» rispose lei senza scomporsi. «Ora muovi il culo».

Taehyung se ne andò nel suo studio chiudendosi la porta alle spalle con abbastanza forza per far capire alla sorella quanto poco la sopportasse in quel momento e che no, non gli piaceva per niente quello che stava per fare. Andò al computer e aprì la chat.

OK, detective. Ma il posto lo decido io.

Il detective rispose subito.

Non è un problema.

Impossibile inviare il messaggio, il numero non è più attivo.

E smettila di cambiare numero

Fanculo.

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