Capitolo 3
I've dug two graves for us, my dear
Can't pretend that I was perfect, leavin' you in fear Oh, man, what a world, the things I hear
If I could act on my revenge, would I?
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Sette anni dopo...
«Vostro onore, come si può notare dalle immagini, il mio assistito ha ricevuto un colpo al fianco causatogli una frattura di una costola. Documento numero 3.» Afferro la cartella e la distribuisco alla difesa e al giudice. «Ora, il colpo della sua pistola é partito dopo tale contusione, perciò, non solo si tratta di legittima difesa ma vi sono anche altri fattori da considerare. Chiedo il permesso di mostrare alla corte un video recuperato dalle videocamere di sorveglianza del locale del Signor Chi-Mi.»
«Obiezione, vostro onore. Tale filmato non é stato segnalato nelle prove ufficiali.» Erikson ormai lo conoscevano tutti; era il peggior avvocato che poteva capitarti quando non potevi permettertene uno. Questo non mi induceva ad andarci leggera. Mi piace guadagnarmi la vittoria, non solo assaggiarla.
«Vostro onore, questo filmato non ci é stato concesso fino a una settimana fa, ma la richiesta risale a molto prima.»
Il giudice sospirò. Avrebbe voluto essere da tutt'altra parte; non credo gli interessasse molto l'ufficialità. Confermò il mio dubbio con un gesto della mano verso la mia direzione.
«Grazie, vostro onore.» Premetti il tasto play sul telecomando e i fotogrammi rivelarono l'istante in cui la pistola si libra in aria. Stoppai il video. «Qui, esattamente qui, si nota come la traiettoria della mano indichi chiaramente l'entrata del negozio. Il signor Chi-Mi voleva solo sparare un colpo d'avvertimento, ma un fotogramma più tardi il braccio vira bruscamente verso uno degli aggressori, a causa del dolore sul fianco. Adesso, se si vuole accusare un uomo di legittima difesa andata male, va bene, ma la legge non dice questo. Ho finito, vostro onore.»
«Signorina Cabello, la ringrazio per la sua deposizione, ma le ricordo che la legge, qui, la decido io.» L'occhiata sinistra era simile a quella che mia nonna mi dedicava quando rubavo le noci a Natale, un avvertimento bonario privo di credibilità. Chiesi comunque scusa. «Non c'è molto da dire. Il caso é quanto più evidente... Il signor Chi-Mi é assolto da ogni accusa. La sentenza é tolta.» Il martelletto dichiarò definitivamente la mia quattordicesima vittoria.
Il signor Chi-Mi mi strinse calorosamente la mano, volarono ringraziamenti nel chiasso dell'aula. La mano di Dinah mi agganciò come un amo da pesca e mi trascinò via dalla fiumana. I giornalisti erano assiepati di fronte ad un'altra aula. Ci sono crimini peggiori da far finire in prima pagina. Da una parte, non potevo dirmene contenta. Due di loro si allontanarono dalla ressa per porgermi qualche domanda.
«Come ci si sente ad essere una delle avvocate più giovani e più prolifere della tua generazione?»
«Ci si sente troppo spesso sobrie.»
Una risata collettiva sovrastò il crepitio delle matite. «Adesso sta andando a bere qualcosa per festeggiare?»
«Puoi scommetterci. Grazie, a presto.» Strinsi la mano ad entrambi e mi infilai nel vano dell'auto. Dinah si sedetti davanti e diede le indicazioni all'autista di dove scortarci. Rimasi sorpresa quando fornì l'indirizzo dello studio e non quello di casa, ma un incipiente mal di testa non mi spronò a fare domande.
«Sei un avvocato e menti sempre quando ti chiedono se bevi. Quando dirai che sei astemia?» Scherzò Dinah quando fummo al riparo nell'abitacolo.
«Non sono astemia, Dinah. Ho un limite molto basso di tolleranza, tutto qui.» Mi strinsi nelle spalle, mentre la mia attenzione veniva catturata da un'altra immagine.
Il nugolo di giornalisti si mobilitò verso l'uscita. Conoscevo il caso Woffaman. L'indomani sui giornali avrei letto anche l'esito finale. Scrutai la scena più a lungo di quanto consenta il buonsenso, ma i finestrini oscurati salvaguardarono la mia smania. Non avevo mai desiderato la fama, ma non ero mai stata seconda a nessuno. Sapevo di essere nel settore da poco tempo, di avere davanti a me tanti nomi da scalare, ma ero nata agguerrita. Quando svoltammo l'angolo, dimenticai i miei desideri. Non si può vivere bene se si ricordano troppo spesso.
Dinah ringraziò l'autista e, assieme, ci dirigemmo verso il mio studio. Erika, la mia segreteria, era l'unica presente in ufficio a quell'ora. Mi fece i complimenti prima di tutti. Sapevo di avere una cena in sospeso con lei, ma non avevo quasi mai tempo per i piaceri. Ed infatti, fu proprio mentre versavo due calici di bollicine che Dinah lanciò sulla mia scrivania un plissé di carta.
«No.» Scossi la testa, spingendolo verso di lei. «Non adesso.» Le mostrai il bicchiere senza aggiungere altro, ma il suo sguardo rimase imperturbabile.
«Questo é meglio di qualsiasi bottiglia tu abbia.»
«Ne dubito.» Nemmeno il mio sorriso scalfì la sua boria. Alzai gli occhi al cielo e mi convinsi ad aprire il fascicolo. «Trauma cranico, braccio rotto... Qualcuno si é divertito troppo qualche sera... É un caso come un altro, Dinah. Puoi occupartene tu senza problemi.» Nuovamente lo feci scivolare verso di lei, ma i miei occhi indugiarono sulle foto allagate. Era stata sicuramente una rissa, ma non una di quelle fra ragazzi alticci. Era una cosa seria.
«Camila, sei una donna indipendente...»
«Si, mamma.»
«...Nella vita ti sei presa tutto ciò che ti spettava, senza guardare in faccia a nessuno.» Si approssimò alla scrivania e notai subito il luccichio di chi la sa più lunga di te. É un brillio comunque fra noi avvocati.
«Ma se nella vita potessi prenderti una cosa, solo una, quale sceglieresti?»
Le bollicine assunsero un altro sapore. Ingoiai a fatica. Un sorriso amaro mi increspò le labbra. Annegai lo sguardo nel fondo del bicchiere, dove rimescolai una vita prima di bermela. L'unica cosa che azzardavo a desiderare era ciò che tutti vorrebbero ma che nessuno avrà mai: cambiare il passato. C'è solo una cosa che volevo e potevo afferrarla solo ad occhi chiusi.
«Dinah, lo sai quanto ho pagato questa bottiglia?» Lo sforzo goliardico mise in risalto il nodo alla gola.
«Camila, te la sto servendo.» Ticchettò l'indice sulla carta, ma non capì se avesse frainteso i miei desideri o se avesse un'idea diversa di rivalsa. Mi sbagliavo su entrambe. «Controlla chi ha redatto il documento.»
Con un sospiro disinteressato l'accontentai un'ultima volta. Dopo quel momento non ricordo il mio prossimo respiro. Rilessi una seconda volta il nome per renderlo una realtà raggiungibile.
Lauren Jauregui.
Tutti hanno un ricordo da dimenticare. Il mio era il suo nome.
Fino a quel giorno avevo sentito raramente gli echi, ma adesso ne rammentavo tutto il grido. Ero giovane, ero stupida e probabilmente lo ero ancora per la collera legata ad ogni mio battito, ma Lauren mi aveva privato di una vita. Letteralmente. Ne avevo costruita un'altra, ma non mi sarebbe mai stato concesso sapere ciò che avevo perso, e perdere senza conoscere fa più male del venire a patti con ciò che avevi e non hai più. Quindi si, siamo tutti i cattivi nella storia di qualcun altro, ma nella mia e nella sua c'era solo una cattiva ed era lei.
«Non mi interessa più questa faccenda.» Mentii sapendo di mentire. Non c'entrava la superiorità, era l'orgoglio a parlare.
«Invece dovrebbe.» La maschera di Dinah si frantumò lasciando posto allo sgomento. «É un'occasione irripetibile. Non fingere di non aver aspettato questo giorno. Non c'è nessun premio nella rinuncia. Questa rivincita ti spetta e non lo penso solo io, lo pensa anche il destino, evidentemente.»
«Il "destino" mi ha portato qui, non mi deve altro.» Mi strinsi nelle spalle, ma versai altro champagne. Non si trattava più di gustare la vittoria, ma di ricordare che sapore aveva la sconfitta e trangugiarla a grandi sorsi.
«Allora prenditelo! Ce l'hai sotto gli occhi. Più facile di così.» Allargò braccia e labbra in sorriso sornione, ma non mi smosse. Se c'è una cosa che ho imparato in tribunale é riconoscere il limite, sapere quando l'offerta vale più della tua coscienza.
Sapevo chi ero oggi, ma sapevo anche quanto poco ci avrei messo a tornare ciò che ero. Lauren tirava fuori il lato peggiore di me ed io volevo poter dire di odiarlo. Ma non era così. Crescere non era bastato a rinnegare la fame di sfida. Avevo frapposto la giustizia fra il giusto e il volere, ma quando un uomo é stato umiliato non esiste alcuna separazione fra la legge e la rivalsa. Non volevo sapere a cosa ero disposta a fare per il mio nome. Non volevo sapere quanto in basso può scendere colui con le mani sempre tese verso il cielo.
«Non si tratta solo di te.» Dinah colpì i fogli con un pugno. Anche chi ha amato lo sconfitto soffre le stesse pene. «Lauren prende le parti della difesa. La difesa! Quell'uomo é accusato di contusioni molteplici, aggressione e con i traumi riportati potremmo benissimo incastrarlo per tentato omicidio! Non puoi dire di no a questo, a qualcuno che ha bisogno di giustizia.»
«Non sto dicendo no. Sto dicendo: fallo tu.» Lo sguardo perso nel vuoto era una delle tante cose perse di me in quel momento.
«Io rifiuto il caso.» Dichiarò impettita, costringendomi a ricompormi prima di quanto volessi.
«Come rifiuti il caso?!» La rimirai a bocca aperta, facendo spola fra lei e i documenti. «Non puoi... tu... Ti rendi conto di... Non puoi!» Scattai in piedi, sperando la mia imposizione fisica avesse più impatto di quella verbale.
«Camila, tu sei la migliore fra noi, su questo non ci sono dubbi.» Fissò a lungo la cartella sotto il suo naso e imperterrita la spinse verso di me, con la lentezza necessaria al momento ieratico. «Tu sei migliore anche di lei. É il momento che tu smetta di avere paura.»
Non distolsi lo sguardo dal suo. L'inchiostro sotto di me poteva essere una condanna come un dono, ma in quel momento era solo e soltanto una promessa. E io l'avrei mantenuta.
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