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Capitolo 29


And I'm fading, thinking
Do something, babe, say something
Lose something, babe, risk something
You're losing me
Choose something, babe, I got nothing
To believe, unless...

————

San Diego, meta di giovani con più tavole da surf che speranze. Qui i sogni si costruivano sulla spensieratezza. Si respirava aria di leggiadria e svago, che rendevano anche l'animo più morigerato capace di divertirsi.

I primi due giorni ero rimasta in disparte, un po' per scelta personale un po' per prendere le misure di quanta presenza mi sarebbe occorsa in gruppo. Le altre avevano intenzione di esplorare in lungo e largo, di lanciarsi all'avventura e alla scoperta della città, prima da sobrie e poi non più. Sapevo che Dinah mi stava volontariamente permettendo di prendermi il mio tempo prima di richiamarmi ai ranghi, e quarantotto ore erano un periodo infinito per la sua pazienza. Non mi fece incoccare nemmeno la quarantanovesima, si presentò prima.

La mattina sentii bussare e seppi già cosa mi attendeva. Aprii l'uscio sul sorriso smagliante di Dinah, talmente tirato da passare dall'accogliente al raggelante in un attimo. Era il tipico sorriso di chi ti fa un'offerta che puoi rifiutare solo se preferisci morire.

«Buongiorno! Come stiamo questa mattina?» Anche il tono da animatore per bambini mi spaventava, più per l'offerta che la minaccia.

«Sempre bene, Dinah. Il tuo filler al viso sta procedendo bene?» Canzonai bonariamente la sua espressione solo per metterla al corrente di aver indovinato il trucco prima della magia.

La ragazza si afflosciò in un sospiro indispettito, ma non si perse d'animo. Mi chiedevo da quanto tempo si allenasse per quei due minuti.

«Ho notato che hai preso più sole in questi giorni che in tutta la vita.» Mi pungolò di rimando, alludendo ai miei solitari pomeriggi in spiaggia. Incassai con la mascella serrata. «Non te l'ha detto nessuno che i raggi fanno male a lungo andare?» Malgrado l'ironia del suo tono, sapevo che gli acuti affilavano solamente la sua lama. Mi stampai una smorfia che non tentò nemmeno di imitare un sorriso.

«Bene, siccome ormai sei spacciata, aggiungere male al male non ti può cambiare niente.» E per una volta aveva più ragione di quanto sapesse. «Stasera andiamo in discoteca, tutte insieme. Non abbiamo orari o regole, perciò vieni da sola, non portare la tua amica polemica con te, va bene? Facciamola riposare ogni tanto.» Mi mise in mano un biglietto d'entrata, già pagato tra l'altro, per tagliare ogni via di fuga prima di pensarla, proprio perché sapeva bene che la mia corsa iniziava dal pensiero. «In più, non dovrai parlare con nessuno perché la musica sarà troppo alta. Non ringraziarmi.»

Reclinai leggermente la testa suonando ritmicamente il biglietto sul palmo della mano, avvisandola che quella fosse l'ultima raccomandazione prima delle conseguenze.

«Ti ho detto tutto perciò me ne vado, così hai un po' di tempo per stare sola... se non ne avessi avuto abbastanza.» Pronunciò l'ultima frase allontanandosi rapidamente, come una vigliacca ma senza la colpa della viltà. Stavolta ridacchiai davvero, ma solo quando fu lontana da evitarle la soddisfazione.

Da una parte, aveva ragione a credere  che fosse la situazione migliore per tutti, perché non dovevo fingere mi importasse rivolgere parola a qualcuno. Dall'altra mi costringeva comunque a testimoniare attimi che erano àncore del tempo. Ed io ero stanca del mio stesso mare, nel quale ero più naufraga che marinaio. Non volevo deluderla però, anche per un senso di dovere associato alla sua generosità. O forse mi convincevo la ragione delle mie scelte fosse orientata al bene piuttosto che al male, perché avevo bisogno di credere di essere la buona almeno nella storia da me stessa a me stessa.

Trascorsi il pomeriggio a lavorare. Dovevo ancora trovare dei testimoni a favore di Alex nonostante avessi già contattato alcuni dei nomi riportati nella perizia. Tutti dicevano di voler stare lontani dalle rogne e che i tribunali portavano più grattacapi delle donne. Su questo avrei avuto da ridire, però...

Alla sera, mi feci una doccia e mi rimproverai per la prolungata indecisione sul vestito. Sentivo di non aver smesso la mia opera di convincimento; inconsciamente bramavo un rimpianto, e quello era il più alto dei peccati per coloro che non era mai stati scelti. Io non volevo aggregarmi alla loro schiera perché sarebbe stato come ammettere di aver effettivamente perso qualcosa, e anche solo una lacrima era troppo per l'orgoglio.

Indossai l'abito senza preoccuparmene troppo. A me piaceva e questo bastava. Ma anche nel tocco vermiglio sulle mie labbra si nascondeva una malizia non del tutto sopita. Immagino sia possibile dimenticare un sogno, ma non la sua stella.

Dinah mi inviò un messaggio quando fu il momento di scendere. Arrivai quando tutte erano già lì. Mi sfuggirono le espressioni dei loro volti, tranne una. Non avevo giocato per vincere metà del premio e ora lo sapeva. L'abito mi fasciava aderentemente le curve, mettendo in difficoltà anche l'immaginazione. Lo scollo andava in suo soccorso, esibendo la pelle chiara fino al confine del proibito, dove una collana luminosa accendeva anche la più pudica delle fantasie. I tacchi affusolavano il passo donando sensualità alla supponenza. Si, forse avevo leggermente esagerato e non potevo neppure difendermi con l'umiltà del non averci provato abbastanza; ci aveva provato e riprovato con incorreggibile compiacimento.

«Camila, sei uscita dal letargo tutta insieme.» Proferì Ally solo per giustificare la bocca ancora aperta.

Le sorrisi riconoscente, apprezzando solo la parte buona del suo sarcasmo. Era un dono sconosciuto a Lauren, ma era più complesso essere altruisti con chi aveva già preso parti di te. I suoi smeraldi, però, si accaparravano il resto. Non riusciva a togliermi gli occhi di dosso, malgrado il suo braccio stringesse il fianco di Halsey. Vorrei dire di essermi pentita, ma purtroppo tutti i conti in sospeso comprendano una parte illesa che sta per scoprire da quale mano perire. E non era la mia a stringerla.

Dinah mi si aggrappò alle spalle, entusiasta della mia grinta. Era contenta ci provassi, ma non poteva sapere quale tentativo in realtà fosse in atto.

Raggiugnemmo il posto con la macchina famigliare di Ally. «Come ci si sente ad essere madri?» Domandò Dinah con l'espressione di chi non voleva scoprirlo per esperienza diretta.

«Come se non avessi mai tempo.» Sospirò con occhi allucinati: «Ma... quello che ti resta ti piace comunque.» Incassò le spalle, sorridendo. Non parve aver convinto Dinah, ma non si ritenne insoddisfatta.

«Io so se riuscirei ad essere tutrice di un'altra persona. Sto ancora imparando con me stessa, figuriamoci.» Ammise Halsey, scambiando un'occhiata con me e Lauren. Io capivo i loro segreti, di cui mi avevano reso parte, ma lei non avrebbe mai saputo leggere i nostri, e se questo mi faceva arrabbiare all'inizio, alla fine ero solo compiaciuta.

«Non é così difficile come sembra. Bisogna solo guadagnare più di quanto si spenda.» Scherzò Ally, ma senza troppa ilarità. Le battute sulla sua vita non erano mai lontane dalla verità, solo che sputarle ridendo alleggeriva la colpa del pensarle.

«Ah no, allora io non potrei davvero.» Dichiarò Normani, occhieggiando teatralmente Dinah per attribuirle le colpe della sua insolvenza. Ridemmo del loro dolce attrito.

«E tu, Camila? Niente figli nemmeno per te?» La bionda cercò il mio sguardo dallo specchietto.

«Ho già mia madre.» Risposi, provocando una risata contagiosa.

«Ok, mi sembra equo. Lauren?» Si informò infine.

La corvina teneva lo sguardo dritto davanti a se, quasi avesse pensieri più insondabili della nostra allegria: «Beh, ci vuole il tempo giusto, la persona giusta...» Divagava con le mani, ma uno strato di purpurea tensione venne a depositarsi su di noi. Il sorriso di Halsey si era perso nella densità del buio.

«Si voglio dire, é difficile capire quando sia il momento di dare vita ad una vita, no?» Si riprese in calcio d'angolo, probabilmente rendendosi conto troppo tardi di cosa avesse lasciato intendere.

Tutte annuirono all'unisono, senza dire niente perché ogni parola pareva inesatta. I suoi smeraldi svolazzavano nello specchietto verso di me, ma erano voli senza direzione. Io non ero codarda come lei, perciò mantenevo lo sguardo fisso nel punto in cui l'avevo lasciato, e quando mi ritrovava lì il suo stormo di ciglia si agitava più di prima. Io e lei un figlio lo avevamo già, si chiamava segreto e più
cresceva più voleva l'attenzione di entrambe.

Arrivate alla discoteca, Ally e Dinah andarono a cercare parcheggio, mentre il resto di noi scese dall'auto. E così ero rimasta con tutte le persone che mi piacevano meno al Mondo. Non parlammo di niente, se non del tempo, della musica, ma si vedeva che volevamo solo entrare dentro l'edificio per avere un motivo per restare in silenzio. Normani, però, mi poggiò una mano sulla spalla ad un certo punto. Lo ricordo distintamente e anche se feci finta di niente, mi sentii meglio.

Quando Ally e Dinah ci raggiunsero, eravamo quasi alla fine della coda. Era un evento esclusivo e non oso immaginare quanto Dinah lo avesse pagato caro, ma era un prezzo per cui sicuramente le ero debitrice di buon umore, dunque mi impegnai per propagarlo.

«Ho bisogno di un drink, forse due.» Era una proposta collettiva la mia che non venne respinta.

«Appena entriamo andiamo dritte al bar.» Acconsentì Ally, alzando un po' la voce per la cacofonia sempre più assordante.

Le feci segno con la mano di starmi vicina mentre ci facevano entrare e in un secondo i miei pensieri erano solo frantumi. La musica mi rumoreggiava nelle orecchie ad un volume quasi intollerabile, ma in qualche modo alleviava il senso di oppressione. Indicai ad Ally e alle altre il bar. Annuirono.

Il primo cocktail non fu un disastro, ma il secondo e il terzo si preannunciarono una catastrofe già dal gusto. Mi lasciai andare alla spensieratezza, facendomi trasportare dall'onda gioviale di San Diego. La vita forse sarebbe rimasta uguale, ma quella serata no. Andai a ballare assieme a Dinah, senza dar peso, per una volta, al giudizio altrui. Per un momento io non ero io... E fu in quel momento che mi ricordai di Lauren.

La corvina era seduta vicino alle altre, ma non partecipava alla loro conversazione. Mi osservava da lontano, trafiggendomi con la sua aria contraddittoria. Mi stava punendo per la mia sconsideratezza o per la mia allegria? Comunque due qualità che non le appartenevano. Scossi baldanzosa la testa nella sua direzione, ma il suo sguardo non mutò. I miei occhi si acuminarono come lame, ma nemmeno la mia rabbia sembrava ormai alterare la sua sicumera. É questo lo sbaglio più grande con ogni nemico, credere di potergli nascondere tutto.

Mentre mi scalmanavo fra ressa, mi resi conto di aver sottovalutato le mie capacità alcoliche. La mente appariva più leggera, ma il corpo si appesantiva sempre di più. Una relazione indirettamente proporzionale per niente favorevole. I colori si erano fatti buio prima del previsto. E poi il mondo era divenuto nero.


Mi ero svegliata di colpo, ma non volontariamente. Un tonfo secco in faccia doveva aver attivato dei sensori di difesa. Sfarfallai nervosamente gli occhi, finché una mano mi strinse la spalla sollecitandomi a restare giù, ma solo la voce evocò un po' di calma.

«Stai ferma, Camila.» Misi a fuoco il mondo e il mondo ovviamente mostrò la sua faccia più vera.

«Che diamine é successo, Lauren?» Chiesi, guardandomi attorno. Mi accorsi di essere seduta nel corridoio dell'hotel. La corvina si era inginocchiata davanti a me e mi faceva segno di abbassare il volume.

«Hai bevuto un po' troppo e non hai retto, ovviamente.» Quell'ultima precisazione si garantì un'occhiataccia. «Ti stavo accompagnando in stanza, ma ti sei addormentata.»

«Cazzo.» Passai le mani sul viso, lavandolo dalla pesantezza ma non dall'imbarazzo. Le mie sinapsi impiegarono un po' di tempo, ma infine si attivarono: «E perché sei venuta tu? Non potevi lasciarmi a Dinah o ad Ally?» O a qualsiasi persona non fosse te...

Lauren soppesò le parole prima di sceglierle, quasi avesse ancora paura di ferirmi dopo averlo fatto ripetutamente: «Hai chiesto di me.» Dichiarò timidamente, ma senza distogliere gli occhi dai miei, «Scendendo dalla macchina, hai detto il mio nome.»

Sostenni il contatto visivo per non umiliarmi almeno nella resa, siccome ormai ero stata sconfitta nella sfida. Se non lo avesse capito, avevo perso tutto ciò per cui avevamo sempre lottato: il mio nome. O almeno mi pareva così, durante quella notte di pazzia e verità.

«Aiutami, per favore.» Dissi infine, lasciando cadere nel vuoto l'argomento, in quel vuoto che però era sempre una botola dentro di me e se é senza fondo significa che le cose gridano in eternità.

Lauren mi tese la mano e mi rimise in piedi. Mi appoggiai a lei; il corridoio mulinava ancora. La corvina mi aiutò a raggiungere la porta della stanza. Non potevo fare a meno di notare che fossimo più vicine di come ci eravamo imposte di non stare mai. Rovistai casualmente nella borsetta, estraendo per fortuna la chiave giusta. Dopo svariati tentativi falliti, Lauren mi aiutò a farla strisciare nella fessure corretta e spinse la maniglia.

Mi appoggiai contro lo stipite, facendo a meno della sua vicinanza. Feci un unico cenno con il capo per rassicurarla di potercela fare da sola. Pensavo se ne sarebbe andata, invece si accomodò contro l'altro stipite, fronteggiandomi.

«Camila, non dovresti bere così tanto.»

«Non lo faccio mai.» Assicurai, ma non migliorava la situazione attuale, «Ma siamo in vacanza.» Mi strinsi nelle spalle per sgravarla di una responsabilità non imputabile al colpevole, ma alla vittima.

«Sei diversa. C'è qualcosa di strano in te.» Mormorò, esaminandomi minuziosamente. «É come se avessi un peso da portare.»

«Tranquilla,» sorrisi ad occhi semi chiusi, «non sei tu.»

La corvina inspirò a fondo. Forse non aveva trovato gli indizi, ma aveva completato il quadro. Mi conosceva abbastanza da sapere che dietro ogni mio attacco c'era una difesa e che ogni negazione era una ferita aperta. Ero abbastanza fuori di me per concedermi qualche sconfitta, soprattutto in una notte al termine della sua ombra.

«Stavo pensando a Miami, quando ti ho visto ballare.» Disse, confondendomi.

«Non mi hai mai visto ballare a Miami.» Mi crucciai, sentendomi il fantasma di un'altra.

«No, intendo dire, alla festa, sette anni fa.»

Schiusi forzatamente le palpebre, come se quelle parole dovessi vederle più che sentirle. Riempii i polmoni d'aria, lasciandola sulle spine per un po'. «E cosa pensavi?»

«Quella sera a casa di Halsey, quando tu hai... fatto il video. Ci siamo viste per qualche secondo. Io stavo in cima alla balconata e tu eri in mezzo alla gente.» Ecco, quando ci si accorge che certi indifferenti attimi hanno condizionato anni la mente di qualcuno, ci si chiede come possa tale differenza unire due destini. «Ti conoscevo, ma non ti avevo mai visto come allora.»

«Come?» Il mio battito mancava a se stesso.

«Bellissima.» Proferì in un sospiro che aveva un eco di un passato condiviso ma diverso, perché i ricordi sono cento anche solo in uno. «Ma tu mi guardavi come se volessi uccidermi e io ho avuto paura. Ho avuto paura perché una come te non l'avrei mai battuta, nemmeno se ci avessi provato tutta la vita.»

«E invece lo hai fatto.» Accennai un sorriso mesto.

«Per Halsey? Io non credo che...»

«Non per quello.» Mossi l'aria con una mano come se quella situazione non pesasse più di una molecola ormai. «Per questo.» Indicai me stessa, trattenendo il dito sulla tempia come se fosse un coltello che estratto avrebbe fatto più male. É vero. Aveva vinto il mio pensiero, perché ne era tutti.

Lauren mi rimirò a bocca aperta, perdendo il respiro in un altro. Fece un passo avanti, scavando anni di buio. Emergeva in una luce diversa davanti ai miei occhi. La sue mani mi afferrarono delicatamente il volto baciandomi. Non mi opposi a cosa volevo.

Il nostro bacio era ingiusto, ma era anche giustizia e vendetta. C'era dispiacere nel mio nodo alla gola, le sue labbra erano un conto in sospeso, ma i miei morsi erano un pareggio dei conti... Si quel bacio si divideva fra un addio, una preghiera e una minaccia è tutte e tre avevano il sapore di un "ancora".

«Non possiamo.» Si arrestò improvvisamente, colpita da una fitta non condivisa. «Cazzo, Camila.» Sospirò, tenendomi premuta contro la sua fronte: «Non farmi questo.» Avrei voluto dirle che era una pena inflitta dalla sua stessa condanna, ma non c'era soddisfazione nel rinfacciarsi un desiderio.

Lauren mi diede un bacio sulla fronte e si allontanò a grandi passi, scappando da qualcosa che non sembrava mai troppo lontano per farle cambiare idea. E ancora una volta la sua paura aveva il mio nome.

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