Capitolo 24
I'll say your name, just listen
Doesn't it sound different?
Never whispered it this way.
It's gonna take me a minute
But I could get used to this
————
«In questo modo non siamo sicure di avere abbastanza materiale per difenderla.» Disse.
«Non avremo comunque abbastanza materiale per difenderla, Camila.» Sospirai. «Dobbiamo scendere in campo consapevoli, più che preparate.»
«Se la tua strategia é fallire, va bene.» Alzò le mani, con la nonchalance aggressiva di chi si é stancato di ragionare.
«Oddio, sei impossibile quando fai così.» Bofonchiai arrendevole.
«Ragazze, per favore.» La calma di Halsey risiedeva nella disperazione; eravamo la sua unica chance, non poteva mandare all'aria quello che eravamo bravissime a sbrindellare da sole. «Lo so che avete modi diversi di approcciarvi al problema, ma ho bisogno di entrambi.» Le tremavano le mani per I pugni che conteneva.
Io e Lauren ci adocchiammo in un silenzio adirato. Soffiava impetuoso il vento della nostra antica rabbia sulla bandiera bianca. Placammo i nostri pensieri a capo basso.
«Prendo da bere per tutte. Ne abbiamo bisogno.» Pontificò Halsey, abbandonando la stanza a passo celere.
La sua assenza non intaccò il tono del silenzio, ma variò la densità della tensione. Quando lei era presente, si riaccendeva fra noi una vecchia sfida di cui nemmeno mi sentivo parte in causa ma bastava essere stata la parte lesa per impormi. Una volta rimaste da sole, la pressione si abbassò, riducendosi da un'inflessibilità a una picca.
«Camila, quello che hai pensato é giusto, ma dovremo lavorarci troppo a lungo e non abbiamo tutto questo tempo.» Esordì Lauren.
So che aveva ragione. A quanto ci aveva raccontato Halsey, alcuni dei loro conniventi erano in stato d'arresto. Non sarebbe passato molto dai loro nomi alla sua identità. Non deteneva chissà quale potere nel commercio, ma il fango era fango.
«Si lo so. Allora dobbiamo fare affidamento allo stato della famiglia, portare la perizia clinica della madre e la...»
«Non possiamo. Lei non vuole che la madre venga messo in mezzo.» Appuntò la corvina, strappandomi un sonoro sospiro che di solidale aveva ben poco.
Halsey ritornò con i bicchieri pieni. Si risedette al suo posto e, prima di affogare nel drink, disse: «Lo so che la situazione non é delle migliori, ma mi fido di voi, ok? Mi fido solo di voi.» Osservò affettuosamente prima una e poi l'altra, ma in qualche modo questo peggiorò soltanto i nostri stati d'animo.
«Dobbiamo anche risolvere il conflitto d'interessi.» Dissi, attirando contemporaneamente gli sguardi su di me. «Beh, noi Halsey la conosciamo. Non possiamo rappresentarla.»
«Questo non é un termine legale.» Revisionò la corvina, con austerità quasi immotivata.
«In alcuni casi lo é, ma é soprattutto un termine morale. Funziona così, lo sai.» Sostenni il suo sguardo con più cupezza, ma non servì a convincerla.
«Ok, sapete che c'è? Non arriveremo da nessuna parte così.» Dichiarò Halsey in un moto al limite dell'irascibile. Non poteva imbufalirsi con chi doveva ringraziare, perciò trovò un modo alternativo per sbarazzarsi di noi ma con gentilezza. «Cercate un ristorante qua vicino, mangiate prelibatezza e bevete qualche bicchiere di una bottiglia da duemila dollari. E poi parlate del caso.» Le sue ciglia sfarfallarono fra me e la corvina, aspettando una risposta senza successo. «Fatelo per me, almeno.» Pregò infine, quasi l'unico motivo in comune che vedesse fra noi fosse il bene verso di lei.
Lauren inspirò a fondo, poi raccolse la giacca e si diresse verso l'uscita. Non capimmo quali fossero le sue intenzioni finché non si voltò verso di me. Strano modo per porgere un invito, pensai, infine la seguii senza ribattere perché mi prospettavo di dover serbare la tenacia per dopo.
Salutai Halsey, che si era seduta con un sospiro greve; probabilmente stava pensando a come il suo futuro si trovasse sempre nelle nostre mani.
La corvina era già seduta alla guida quando misi piede fuori dall'abitazione. Mentre mi approssimavo, non distolse gli occhi dal punto in cui li aveva lasciati. Odiavo quei suoi capricci. Ogni parte di lei doveva dirti quanto non ti sopportasse, non bastava l'arringa verbale, anche la rigidità del corpo doveva parlare, la noncuranza dello sguardo.
In macchina, ascoltammo un pò di musica, per distrarci dal silenzio. Conoscevo la rabbia di Lauren e non credo fosse presente. Avvertivo solamente frustrazione e indecisione, e sapevo di non poter parlare alla sua incertezza senza essere fraintesa. Rimasi in silenzio fino alla meta prefissata -a me ignota, fra l'altro, ma penso anche la sua guida fosse casuale.
Arrestò la macchina davanti ad un locale appartato, poco fuori dalla città. All'interno vi erano pochi avventori rischiarati solo dalla luce del sole calante. Sembrava un quadro di Hopper, solo colorato più vivacemente. Lauren spense il motore, ma non scese dall'auto. Si afflosciò contro il finestrino con talmente tanta naturalezza da dubitare ricordasse la mia presenza.
«É un bel casino.» Disse abbattuta. Per un attimo pensai non si riferisse al caso o, meglio, non solo a quello, ma poi aprii la portiera e lasciai perdere la mia disanima.
Ci accomodammo in un tavolo discosto dalla clientela, se così si potevano chiamare una manciata di avventori abituali. Ordinammo da mangiare e una bottiglia di vino, che sicuramente non sarebbe costata duemila dollari ma poco più di venti.
Lauren era ancora sommersa nei suoi pensieri. A guardarla non sapevo se fossi io il pesce il fuor d'acqua o se fosse lei ad essere scesa in profondità che non mi competevano. Quando ci servirono la cena -e soprattutto il vino- riprendemmo il discorso da dove lo avevamo lasciato.
«Ok, abbiamo detto niente perizia, va bene. Ma almeno dobbiamo dimostrare che le ragioni di Halsey erano intrinseche ad un aiuto economico famigliare.» Misi in chiaro, appuntando con la mano la scaletta.
«Non credo al giudice interessi come ti guadagni da vivere se lo fai spacciando.» Parve inconsapevole anche lei di quanto sardonico suonasse finché non lo proferì.
«Ok, ma credo comunque possa essere utile farla apparire sotto una luce migliore di quella che ha adesso.» Mi sforzai per non risponderle sgarbatamente.
«Va bene, ma questo non risolve la gravità della situazione.» Ci tenne a puntualizzare, e sì, stavolta fu intenzionale il tono infastidito.
«Possiamo migliorare la situazione, ma non ribaltarla. É colpevole, dobbiamo puntare alla diminuzione di una pena.»
«No, non sono d'accordo.» Scosse categoricamente la testa, ferma nella sua postura statuaria. «Lo sai anche tu che le leggi servono per vedere il problema sotto un punto di vista alternativo.»
«Le leggi servono a stabilire un ordine.» Ribattei scandendo bene parole e astio.
Lauren sospirò, portandosi una mano sulle tempie: «Vuoi che Halsey finisca qualche anno in prigione?» Sussurrò a denti stretti.
«Se lo meriterebbe, ma cercheremo di evitarle la rogna.» Lauren si stampò un sorriso subdolamente adirato, esterrefatta della mia compostezza. «Che c'è? Io posso evitarle il problema, ma non la colpa.»
«É impossibile parlare con te.» Rimarcò quell'espressione non senza ferirmi. Non che la pensassi diversamente, ma non glielo avrei detto in faccia, non più almeno.
«Sto cercando di fare la cosa giusta per tutti.» Sottolineai, arginando la tempesta dei suoi occhi con la mia fissità.
«Non esiste un "tutti", esiste solo Halsey. Dobbiamo fare la cosa giusta per lei. Stop.» Precisò, disegnando col dito un cerchio sul tavolo che terminò con un punto al centro. Non so perché ma quell'immagine mi rimase fissa in testa.
«La cosa giusta é aiutarla, non graziarla.»
«Dio, Camila. Scommetto che non ti sei mai trovata a doverti incaricare della tua famiglia.»
«Perché tu si?» Sostenni il suo sguardo esasperato con fermezza.
Lauren abbassò gli occhi sul tavolo, proprio dove prima aveva disegnato il cerchio. «Mi dispiace.» Mormorò affaticata. Questa situazione sembrava toccarla più da vicino di quanto non potesse fare più con me.
Per diverso tempo ci trincerammo nei nostri silenzi, entrambi testardi ma incompatibili. Lasciammo la cena a metà, ma svuotammo i calici. In quel periodo indefinito di tempo, mi sentii un martello vicino alla sua cupola di vetro; avevo timore che anche un mio sospiro la rompesse, e non é mai un bene frantumare un pensiero mentre nasce, si rischia di farlo crescere senza qualcosa.
Due avventori si sedettero vicino a noi, già abbastanza avvinazzati per bisbigliare i loro segreti.
«Te l'ho detto, entriamo da dietro la banca e nel giro di un minuto rapiniamo tutto. Fidati amico, abbiamo smesso di lavorare per il resto dei nostri giorni.» Brindarono ridendo ai loro intenti.
Lauren sbirciò nella loro direzione e poi, a bassa voce, aggiunse: «Ecco come farsi tre anni di vacanza.»
«Dai tre agli otto. Dipende se é a mano armata.» Intervenni.
«E se ci sono ostaggi e per quanto tempo.» Addusse la corvina, alzando timidamente gli smeraldi su di me.
«Penso che le loro mogli chiederanno prima il divorzio.» Le strappai una risatina.
«Penso l'abbiano già fatto.» Ci sfogammo in una risata e quando tornammo a noi avevamo ritrovato una pacifica complicità. Il problema nostro era proprio questo: al di là delle nostre divergenze, trovavamo quanto poco ci volesse per appianarle. Era più orgoglio il nostro che diversità.
«Senti, Camila. Sono d'accordo sul cercare il modo migliore per uscirne, ma vorrei ci fosse anche una strada per non entrarci proprio, capito?» Spiegò mogiamente, tramandandomi tutto il suo affetto per Halsey. Ricordo bene di aver pensato che per me non avrebbe mai avuto quegli occhi, e poi so di essermi pentita per aver concesso un solo attimo a quell'inquietudine. Non si dovrebbe mai desiderare qualcosa che appartenendoti ti renderebbe peggiore.
«Lo so, ma cercare di aggirare il problema quando evidentemente non si può, ci porterà lontano anche dalle soluzioni.» Spiegai pacatamente, ottenendo un assenso da parte della corvina.
Il proprietario del ristorante ci avvertì che stessero chiudendo e noi optammo per continuare la conversazione in auto. Trovammo qualche idea da rappezzare insieme, ma non ci fu una vera e propria rivelazione. Ci accontentammo di quello che conoscevamo senza pretendere di cavare un miracolo dall'impossibile.
«Allora facciamo così.» Sentenziò infine Lauren, rassegnandosi ai limite del consentito.
«Andrà bene, vedrai.» Le dissi, e irriflessivamente poggiai una mano sulla sua spalla.
Era la prima volta che la toccavo senza accusarla. Non seppi cosa farmene di quella mano, di quel momento. Smorzai l'imbarazzo regalandole una goffa carezza, ma appena cercai di allontanarmi, lei mi trattenne a sé. I suoi occhi cercarono i miei, faticando a trovarli.
«Perché stavi venendo a casa mia oggi pomeriggio?» Chiese sommessamente, tenendo la mia mano nelle sue.
«Ah io... stavo tornando da... avevo dimenticato il... e quindi stavo... stavo...» Nei miei tremiti c'era una certa resistenza. Non volevo dire la verità ma nemmeno mentire. Volevo agire come il più codardo dei codardi: confessandomi nell'indecisione della prossima parola.
«Già.» Annuì ieratica, rivolgendomi un sorriso tenue.
«Già.» Ribadii, sospirando volutamente con veemenza, per dare una concretezza al peso che mi portavo.
Lauren si approssimò a me, fece scivolare la mia mano attorno alla sua nuca e le sue sulla porzione del mio collo. Le sue labbra non stentarono a trovare le mie, già schiuse. Sentii la sua lingua succhiarmi il respiro e i suoi denti ammorbidirmi la carne. Mi baciava piano, ma mi stringeva saldamente.
Quando ci staccammo per riprendere fiato, mi ricordai chi fosse la donna con cui avevo condiviso gli ansiti e, senza diniego, le dissi: «Ci siamo odiate per tutta la vita, non riusciremmo a smettere.» In realtà era un altro modo per dirle "baciami ancora", ma non glielo avrei mai chiesto senza metterla alla prova.
«Per un momento... Io non sono io, tu non sei tu.» Sussurrò, carezzandomi la guancia.
E in quell'attimo senza passato compresi quanta paura ci fosse nel mio sangue, perché senza odio restava solo un desiderio ardente di cui ero padrona ma mi sentivo già schiava. E fu il momento in cui compresi che la vera guerra stava arrivando. Non aveva il suo volto, bensì il mio, ma per due volte: quello scuro per la rabbia e quello bianco per la resa.
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