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Capitolo 18


Meet me in the corner where you keep me.
You regret me
And I regret you
I find it perfectly natural.

———

Dopo un mese...

«Obiezione, Vostro Onore. Questo non é stato riportato nell'atto ufficiale, potrebbe essere un'invenzione della signorina Cabello.»

«In quest'aula non sono io l'imputato.» Mi difesi seccata, controllando il mio contrappunto. «Ma se vogliamo indagare la mia creatività, almeno facciamolo nella direzione giusta.» Estrassi dalla borsa il documento che regolamentava le prove portate in tribunale.

Il giudice lesse attentamente le informazioni, poi annuì concedendomi il permesso di continuare. Scoccai un'occhiata supponente verso il mio avversario, già abbuiato.

«Il mio cliente non é mai stato sul luogo dell'incidente, malgrado ci fosse la sua auto. Paga regolarmente l'assicurazione e, in più, come mostra il documento, era nel suo pieno orario lavorativo, dunque é alquanto improbabile che abbia risposto al telefono per una chiamata non urgente, tra l'altro non presente nel tabulato telefonico.» Anche quello era stato messo agli atti e all'attenzione della giuria.

Il giudice si ritirò per deliberare, mentre io mi sedetti accanto all'uomo per acquietarlo. Ero sicura di cosa facevo e anche l'avvocato della controparte era sicuro di me. Il verdetto ebbe esisto positivo, scagionando il mio cliente, ingiustamente accusato. Esplose in un abbraccio di gioia, soffocandomi nelle sue braccia da marinaio.

«Okay.» Dinah intercedette, dividendoci con un sorriso sornione, «Siamo tutti molto contenti. L'aspettiamo domani in ufficio per saldare, va bene?» La colpì sul fianco, riservandole uno sguardo bieco. Lei mi ignorò, allontanandomi dall'aula a passo spedito.

La macchina ci attendeva fuori dal tribunale, pronta a portarci a casa. Ci immettemmo rapidamente nell'abitacolo, riparandoci dall'ultimo sprazzo settembrino.

«Uh, é stata una lunga mattinata.» Disse, a metà fra l'esausto e il gratificato. Era una condizione comune fra noi del settore.

«Puoi dirlo forte.» Ridacchiai, ma ero già concentrata suo vale da Rio, «Devo trovare il tempo per un colloquio con Reese.»

«Camila,» Si schiarì timidamente la voce, cercando le parole giuste. «Sono due settimane che rimandi l'incontro per il caso Tackman. Lauren ha già chiamato tre volte in ufficio...»

Sospirai, voltando la testa verso il finestrino per nascondere il mio fastidio. Si, so che chiamava, e so che tutte le volte lasciavo fosse Erika a rispondere. Non ero preoccupata di rivederla, ma tendevo a rimandare i momenti più spiacevoli ad un tempo indeterminato. É questo quello che succede quando neghi per tanto tempo.

«Sono stata molto impegnata.» Era vero, ma avevo scelto io di esserlo. E per chi soprattutto.

«Certo, me ne rendo conto. Ma devi considerare l'aspetto pubblico del caso. I giornali ne parlano spesso, anche se poco, ma le voci si ingigantiranno col tempo e penso che dovremmo essere preparate per quel periodo.» Parlava con grande parsimonia, facendomi dono di una paziente gentilezza di cui non ero meritevole, probabilmente. «In più, non si può posticipare per sempre ciò che non ci piace.» Anche nella verità usava un tocco delicato, come fosse una carezza.

«Dinah, lo so. Ho fissato l'appuntamento per la prossima settimana e ci andrò.» Confermai, adirata più con me stessa che con la sua insistenza. Non volevo rovinarmi la giornata di vittorie con l'unica sconfitta dell'ultimo periodo. Perché si, avevo perso quslcosa quella sera, ma non ero ancora sicura di quale nome avesse.

Ally aveva accettato davvero l'invito di passare a New York e si era organizzata per quel weekend. Dinah non stava nella pelle all'idea di riunire il trio storico. Era un po' come tornare indietro nel tempo, che per me significava terrore e sconforto. Il passato era un luogo confortante solo per coloro che non vi avevano un conto in sospeso. Dinah era una di questi. Aveva vissuto una vita normale, con amici normali, in una casa accogliente e disposta a finanziare i suoi sogni. Insomma, non c'era niente lì da dimenticare. Il mio passato invece era oblio. Oblio e menzogna. Laddove non arrivava la forza del vuoto, correggeva la parola della bugia. Ognuno sopravvive come può e, finché non ferisce qualcun altro nel mentre, non dovrebbe scusarsene.

Dinah aveva organizzato una serata fra ragazze, costringendomi a distribuire sorrisi e aneddoti, proprio le due cose di cui mancavo. Non potevo dirle di no. Non c'era solo il fattore della riconoscenza, ma anche dell'affetto. Mi dicevo felice per la rimpatriata, ma mostrarlo era una recita senza copione. Per me era già difficile mettere a nudo cosa provavo, figuriamoci quello che fingevo; non si può spogliare un fantasma.

Dinah però pareva crederci. Non so se l'euforia l'accecasse o la buona volontà la rabbonisse, ma in ogni caso non mi aveva ancora rimproverato perciò...

Passai quei giorni feriali a sbrigare pratiche burocratiche e, a intervalli, a scegliere in quale pub bere, in quale discoteca fare mattina, in quale hotel prenotare...Dinah non mi dava tregua, ed io non ero così egoista da chiederla, ma alla sera ero più stressata per quell'investigazione che per i casi da chiudere. Anzi, talvolta mi svagavo col lavoro. Proprio come successe quella sera.

Aprii il computer per controllare qualche pratica, sbrigare alcuni moduli e incasellare le email. Fu proprio nella posta elettronica che trovai un messaggio di Lauren. Il suo nome mi fece un certo effetto. Non avevo sue notizie da un mese e volutamente mi tenevo lontana dalle incombenze e professionali che la coinvolgevano. Non é mai facile patteggiare con un riflesso. E lei era un riflesso, un'ombra che di sfuggita mi passava accanto facendomi dubitare della sua esistenza. L'avevo ridotta a questo e aveva funzionato, ma ora la realtà ingiungeva coraggio.

Restai col cursore fermo sul messaggio per un po', prima di aprirlo.

Ufficio legale Lauren Jauregui&Co.

All'attenzione della dottoressa Cabello, si informa che verranno presi provvedimenti legali in caso di mancata presa di coscienza riguardo l'appuntamento in data 7/10 dell'anno corrente.

(Ergo: non fare la stronza.)

Cordiali saluti,
Lauren Jauregui.

«Ma vaffanculo.» Chiusi con un tonfo il computer.

Anche a distanza di tempo, riusciva ancora a farmi scattare i nervi in una frazione di secondo. Non so perché ne fossi sorpresa, erano anni che il solo ricordo mi indispettiva, figuriamoci la sua presenza; mi sembrava di fare la guerra con una mosca.

Così adesso mi trovavo con due pensieri indesiderati, e se uno scacciava l'altro nessuno risolveva il problema. Mi affacciai sul balcone, godendo della brezza serotina, inseguendo le languide voci trasportate dal vento. New York non dormiva mai, ed era vero, per questo eravamo simili. Solo che la vita era ottanta piani sotto i miei piedi e il mio sguardo fluttuava sempre più in alto, non rendendosi conto che a ventidue anni ti devi chiedere solo cosa hai sotto i piedi e non sopra la testa.

Se avessi dovuto rispondere quella notte, avrei detto che camminavo sulla certezza ma i miei orizzonti erano tutti una luce di dubbi, e che in entrambi i casi c'era solo un nome che mi rendesse sicura delle mie scelte ma indecisa su tutta una vita. Non é vero che l'odio non costruisce. Io avevo modellato un futuro sul nome di Lauren e non c'era persona che detestassi di più. E adesso rischiavo di distruggere tutto proprio per la stessa ragione, ma d'altronde ogni regno cade dopo la conquista, è per questo che il mondo va avanti.

                                         *****

Ally arrivò puntuale all'aeroporto. Dinah non la lasciò scappare dalle sue braccia a lungo, dopodiché mi fu concesse salutarla. Erano già immerse in una conversazione preistorica mentre tornavamo verso l'hotel.

Dinah non aveva voluto sentire ragioni, prenotando una stanza per ognuna di noi, anche se quella era la nostra città. Potevamo ospitare Ally a casa, ma l'idea era quella di ricreare l'atmosfera di una vacanza, di dimenticarsi di essere proprio vicino a casa.

La ragazza venne a bussare alla porta della mia camera un'ora prima dell'appuntamento, stordendomi per l'imprevisto. La feci accomodare, mentre rifinivo gli ultimi dettagli del mio outfit per la serata.

«Te ne sei andata in fretta e furia da Chicago, non hai avuto nemmeno un minuto per salutarmi...» La sua non era una domanda diretta, ma c'è sempre un interrogativo in un'insinuazione.

Eclissai il mio respiro profondo, facendo spallucce: «Ero davvero oberata di impegni.»

«Così tanto da non poter aspettare due ore?» Inarcò un sopracciglio, pitturando lo scetticismo di verde, lo stesso colore del suo ombretto.

«Mi ero presa due settimane di vacanza in pratica, due ore a quel punto erano più che necessarie.» Le sorrisi quietamente, ma dentro di me vi erano tempeste che accendevano fuochi invece di spargere gocce.

«Capisco.» Annuì ieratica, per poi sdrucciolare rapidamente sulla sentenza finale: «Quindi non vuoi parlarne.»

Mi arrestai nel mezzo di un passo. Scappare davanti ad un vicolo cieco serve solo per mostrare la paura che si ha. Inghiottii a vuoto e scossi placidamente la testa: «Non voglio parlarne.»

La bionda accettò la risposta, promettendomi di insabbiare l'argomento assieme alla sua innata curiosità. Le assicurai che non fosse niente di scandaloso, ma se solo avesse immaginato la verità sarebbe già andata fuori di testa. Non c'è un modo impavido per dire la verità se fino al giorno prima giuravi di odiarla. E io avevo speso troppo tempo contro Lauren per concedermi anche solo il sollievo di una bugia.

Dinah venne a prenderci alle dieci in punto. Aveva organizzato tutto lei, io non chiesi niente, mi lasciai travolgere dalla serata. Ally raccontò la storia di come aveva conosciuto suo marito, di quando aveva capito di essere incinta e di come conciliasse la vita privata alla carriera. Dinah ascoltò estatica, dichiarandosi zia già al secondo shot, ma al quinto quella parentela le incurvava un broncio. Per quanto fosse possibile ingannare il tempo, era inammissibile modificarlo. Quella sera ero io la fortunata, che avevo sempre avuto nostalgia del futuro, perché l'ignoto non poteva essere peggiore di ciò che avevo già conosciuto. Ma anche perché tutti abbiamo bisogno di una mancanza e la mia era rivolta a chi ancora non ero stata.

Ally ci invitò in California, garantendoci di poter passare anche tutta l'estate lì, se volevamo. Nonostante dovessimo aspettare l'anno prossimo per l'estate, Dinah stava già facendo progetti.

«Devo pianificare bene tutto, adesso che...» Disse, mordendosi la lingua.

Ally era confusa quanto me, ma molto più curiosa.
«Adesso che cosa?» Chiese.

«Adesso che lavoro tanto, che Camila mi affida troppi casi.» Ma la risata nervosa assieme alle guance rosse non persuadeva nessuno. I nostri sguardi rimasero severamente immutati, affidandoci alla potenzialità dell'alcol per una confessione.

«Ok, ho conosciuto qualcuno.» Snocciolò tutto d'un fiato, fra un affanno e un sorriso.

Ally l'abbracciò attonita: «Dinah! Ma é stupendo.»

No, non lo é, pensavo ma sorridevo.

«Non é niente di serio... ancora. Quindi, per scaramanzia, facciamo finta non vi abbia detto niente. Cancelliamo quest'informazione dalla memoria e dal tempo.» Ridacchiava lanciandoci occhiate furtive. In un'aula di un tribunale avrei considerato l'attitudine come criptica, evasiva, ma in una discoteca tutti i segnali erano alterati.

Lasciammo cadere l'argomento proprio come ci aveva chiesto, dedicando il resto della nottata a sbizzarrirci. O meglio: loro si sbizzarrirono, io mi contenni. Serviva sempre un'amica sobria per non incorrere in un problema legale, questo diceva la mia esperienza da avvocato.

Tornammo in hotel a piedi e ci distendemmo sul tappeto della mia stanza. Non avevamo ancora finito di parlare, l'alcol aveva sbloccato una riserva di malinconia aggiuntiva, rendendo entrambe logorroiche.

«E vi ricordate quando Camila ha preso a pugni Josh?»

«Non l'ho preso a pugni, Dinah.» Cantilenai.

«Gli hai dato un cazzotto.»

«Si, ma solo uno.» Scoppiammo tutte a ridere, ricordando quella festa, avvenuta quasi otto anni prima, ma rimuginavamo più che altro su quando tutte le nostre azioni non avevano conseguenze.

Anche se pure questo era inesatto per chi aveva conosciuto Lauren Jauregui. Tutte le mie azioni erano state conseguenze, contro di lei. E per quanto garantissi di appassionarmi alla sfida, non c'era giorno in cui non mi chiedessi come sarebbe stato se non l'avessimo mai iniziata. Forse oggi avremmo potuto guardarci negli occhi senza vedere il peggio di noi... Ma era tardi per saperlo: lo specchio dei nostri difetti aveva la forma di un viso che non rifletteva il nostro, ma era uguale. Potevamo solo andare avanti proprio come avevamo cominciato: affrontandoci. E stavamo per farlo.

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