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Capitolo 15


And maybe I don't quite know what to say
But I'm here in your doorway
I just wanted you to know
That this is me trying

————

Gli altri parlavano, ma non sentivo niente oltre lo sguardo di Lauren. I suoi smeraldi mi strinavano come tizzoni. Era il mio battesimo di fuoco.

Il suo odio mi elettrizzava di nuovo come allora. Più sostenevo il suo sguardo, più sentivo di essere in vantaggio. La verità era che non avevo niente da perdere, non più, a differenza sua. Ero sicura, che da qualche parte, ci fosse ancora qualche sentimento recondito per Halsey. Non è così per tutti coloro che sbagliando hanno perso? E io, ancora una volta, era lì a prometterle di toglierlo del tutto.

«...Insomma, Camila e Lauren hanno trovato questa scappatoia nel contratto che ci avvicinerebbe più alla vittoria che alla sconfitta, vero?» Ally, ignara come tutti gli altri, sorrise smagliante, facendo spola fra noi due.

Nessuna delle due rispose, quasi rischiassimo di spezzare una connessione vitale. Anche nel silenzio c'era una sfida.

«Aspetta, avete collaborato? Insieme? E siete ancora tutte intere?» Per quanto umoristica, Halsey era sinceramente estatica. Se non era una barzelletta, era un miracolo.

Lauren le rivolse un sorriso gentile, ma niente di più. Io la seguii a ruota. Fortunatamente il cameriere venne a prendere le ordinazioni e per un po' nessuna fece caso all'altra. Una volta raccolto i desideri di ognuno, John incluse l'ospite nella conversazione.

«Halsey, vero? Tu di cosa ti occupi?»

Smozzicò qualche parola, poi riassunse un: «Pubbliche relazioni.» Mi guardò con un sorriso sotto i baffi.

«Ah! Un settore in crescita, bene.» Parve soddisfatto così nessuno lo deluse.

«Ms piuttosto voi,» deconcentrò l'attenzione la ragazza, come sempre abituata all'ombra della fama altrui. «Un tavolo intero d'avvocati. Quale ragione vi ha spinto a scegliere questo lavoro?»

John annuì solennemente, come per riconoscere l'astuzia professionale collegata alla domanda. Siccome nessuno prese la parola, Ally si fece avanti.

«Non so voi, ma io l'ho fatto per soldi.» Scoppiò una risata collettiva, ma Ally assicurò di non essere ironica.

«Beh, io pure.» Ammise Carola. «E anche per l'autista. Non ho mai preso la patente.» Si strinse nelle spalle, anche lei generando una risata timida.

«Io l'ho fatto per motivi più nobili.» John relegò le due donne in uno sguardo torvo con un sorriso amichevole. «Volevo essere come Arnold, mio padre. L'unico stronzo che mi piaccia sulla faccia della terra.» Non ridemmo sul buon nome di famiglia.

«L'ho fatto per rimanere sobrio alla guida. Tutti i giorni mi ricordo quanti anni in galera avrei speso.» Anche la confessione di Mitchell fu spassosa, ma ormai non si capiva più chi fosse onesto.

«Io ho scelto questo lavoro per giustizia. Volevo portare un po' d'ordine nel Mondo.» Therese ricevette un applauso e qualche fischio. A quel punto eravamo già abbastanza brilli per ridere della serietà.

Halsey si voltò verso Lauren, più vicina a lei e la fissò curiosa: «E tu?»

La corvina ci pensò qualche istante, a mezzo fra la verità e l'ilarità. Alla fine disse: «Volevo che anche i pentiti avessero una seconda possibilità.» Si strinse nelle spalle, ma il silenzio al tavolo non le concesse di ridurre l'importanza della frase.

«Senti, senti.» Commentò Mitchell.

Infine tutti si girarono verso di me. «Tocca a te, Camila. Svelaci i tuoi torbidi segreti.» John si prodigava in gesti esoterici, ma gli sguardi erano più attenti che divertiti.

«Beh,» guardai prima in basso poi da una parte all'altra del tavolo: «Io volevo che ogni ingiustizia venisse rivendicata.» Distolsi lo sguardo perché almeno tre persone a quel tavolo sapevano di cosa parlassi. 

«Non hai mai sostenuto un caso non proprio "giusto"?» Domandò Carola.

Ci riflettei per la prima volta quella sera, trovandomi a scuotere la testa. Mai avevo accettato un cliente infingardo, mai un cliente colpevole. Difendevo solo l'innocenza. So che questo la diceva lunga su di me.

«Wow, complimenti.» Ridacchiarono collettivamente, quasi non si aspettassero di poter essere avvocati senza aver incassato un assegno da almeno un criminale.

«C'è qualcosa che non so?» Scossi la testa perplessa, gravitando su tutti loro con aria più inalberata che ingenua.

«No, voglio dire... É solo... Interessante...» Furono più commenti messi insieme da più persone diverse, ma nessuno con un fine logico.

La mia espressione non variò, così si fece carico John dei pensieri di tutti. «Insomma, almeno tutti noi ci siamo fatti tentare una volta da un colpevole.» Si atteggiò spassionato, ma stava avvampando.

«Quindi sono io quella strana?» Abbozzai un sorriso a metà, l'altra metà non se la sentiva proprio di fingere.

«Sei solo rara nel settore, ecco.» Carola si fece avanti, ma parlavano tutti come dovessero attraversare del filo spinato.

«Sono contenta di me stessa allora.» Pensai il discorso fosse finito lì, ma ancora nessuno aveva alzato lo sguardo. Tranne Lauren, ma nel suo c'erano sempre più domande che risposte.

«Insomma, ditemi direttamente quale é il problema.» Sorrisi ma quasi uno sbottare.

«Camila, sembra solo molto atipico non aver collezionato neppure un caso ambiguo.» John si strinse nelle spalle, ma siccome nessuno parve comunque distendersi, rovesciò l'idea schiettamente e tutta d'un fiato: «Nessuno é puro, tutti hanno commesso qualcosa di male. Vuoi farmi credere che tu no?»

«Non ho scelto il mio lavoro per perorare il male, se mi stai chiedendo questo.» Giunsi le mani davanti a me, pronta a dibattere.

«Ok, allora ammettiamo tu non abbia aiutato alcun colpevole a farla franca. Ma non dirmi tu non ci abbia pensato.» Il sorriso malizioso voleva umanizzare questa parte incomprensibile di me, ma non era la strada giusta.

«Io non credo voi sappiate o capiate cosa significa ingiustizia. É un sopruso, una mancanza d'equità. Ora, già commetterla é di per sé oltraggioso, ma difenderla? Fare un doppio screzio alla vittima di negarle il suo danno, il suo dolore?» Inarcai le sopracciglia, strabuzzando gli occhi per il silenzio generale. «Allora non sapete cosa vuol dire essere vittime di un torto.» I miei occhi vagliarono tutti, ma si soffermarono su quelli di Lauren come un arco teso. «Non lo sapete.» Ribadì sommessamente, deglutendo a fatica. Afferrai il calice, ingollando delle lacrime che non sapevo bene da quale crepa uscissero.

«Ok,» spezzò il gravoso silenzio Mitchell, cercando come suo solito un compromesso che aggradasse tutti. «Allora raccontaci un momento in cui non sei stata proprio buona.»

Non ebbi la sfacciataggine di girarmi verso Lauren, ma solo perché Halsey era lì. Nei suoi confronti mi ero più volte sentita in difetto, mi ero chiesta se fosse stata la cosa giusta, ma la rabbia per quanto subito in seguito cancellava ogni dubbio del prima.

«Ho detto a mia sorella che Babbo Natale non esiste.» Confessai, permettendo ai presenti di rilasciare la tensione generale in una risata.

«No ok, davvero.» Insistette Mitchell.

Bagnai le labbra con un filo di vino, rosso non a caso. Scossi debolmente la testa, fino a rimpicciolirmi nelle mie spalle.

«Va bene, allora scriviamolo.» Propose John, già con la penna in mano, come se dovesse togliersi più di un peso dal petto. «Non c'è bisogno di scrivere il proprio nome, solo il proprio peccato.» Abbassò teatralmente la voce, rasentando lo spettarle.

Presi dalla modalità simpatica, tutti strapparono un pezzo del loro tovagliolo, scambiandosi la penna fra una mano e l'altra. Quando fu il mio turno, mi sentii in dovere di fare in fretta. Lasciai che il primo pensiero guidasse la mia scrittura, poi piegai il foglietto e lo immisi nel mucchio. Lauren fu l'ultima a chiudere il circolo. La sua confessione come tratto finale era una metafora indelebile.

«Bene, chi affonda la mano nella fossa del nostro inconscio?» Sogghignò John, il quale non vedeva l'ora di proporsi volontario. Lo eleggemmo proprio per l'entusiasmo evinto.

«Primo vincitore.» Sbandierò il biglietto fra le dita, srotolandolo in un unico gesto. «Uh, ok, iniziamo tranquilli. Questo dice "Ho rubato dei libri ad una mia collega."»

«Non doveva essere molto simpatica.» Ridemmo, mentre John stava già pescando il secondo.

«Ah, beh, qui già...» L'espressione compiaciuta non prometteva bene. «"Ho spillato più soldi ad un cliente di quanto fosse necessario." Accidenti, ragazzi.» John ci stava prendendo gusto, la sua smania ne era una prova tangibile. «Prossimo!»

«Questo é più personale.. "Ho giudicato qualcuno senza conoscere la storia per intero."»

Girai piano la testa. Halsey stava guardando Lauren, e Lauren stava guardando lei. Ero sicura che fosse stata la ragazza al suo fianco a scriverlo ed ero ancora più sicura che la corvina lo sapesse. Distolsi lo sguardo, sentendomi un'intrusa ancora una volta.

«Uhm.» La voce di John mi riportò al presente. «Questo é...» Reclinò la testa, cercando di interpretarlo da un'altra prospettiva. Lo scandì a voce alta: «"Ho fatto soffrire qualcuno per non soffrire in solitudine".»

Alzai di scatto la testa, intercettando gli smeraldi Lauren. Mi trafiggevano da una parte all'altra, in un silenzio che aveva il suono di tutto il passato messo insieme. Inspirai a fondo, senza allontanarmi da quel contatto. John continuava a parlare, ma era tutto ovattato da un sordo vuoto.

«...E infine... Oh, Camila!» John mi strappò di forza dalla mia fissità. «Ho detto a mia sorella che non esiste nessuna magia nella quale credeva.» Si sollevarono delle polemiche più in fretta di un polverone, ma erano tutte velate da un sorriso.

«Che c'è? É vero!» Mi difesi, ridacchiando, ritornando, con un espediente o l'altro, agli smeraldi al di là del tavolo.

*****

Mi dolevano i piedi. Subito dopo essere salita al mio piano, mi sfilai i tacchi nel corridoio. Non indosserò un paio di queste per un paio d'anni, pensai, misurando il Mondo con dodici centimetri.

Un trillo alle mie spalle mi colse di sorpresa proprio a metà strada. Lauren rallentò via via il passo, approssimandosi cauta.

Ciondolò a qualche metro da me, indicando con un cenno del capo le scarpe nella mia mano: «Sembrano quasi delle armi.»

«Allora mantieni una distanza di sicurezza.» Abbozzai un tenue sorriso, registrando il suo. 

«Buonanotte, Camila.» Si attenne al mio suggerimento, rasentando l'altra parte del corridoio.

Solitamente avrei respinto ogni forma di quesito, ma quella volta non ingiunsi alla mia volontà di asservirsi all'orgoglio. Avevo perso tanto di me pur negandolo agli altri, perché alla fine ci si abitua a fingere per tutti fino a non riconoscersi anche per i nostri occhi.

«Lauren.» La richiamai con un po' troppa urgenza, il che non sfuggì alla sua attenzione. «Non ho sofferto, ho solo provato rabbia.»

La corvina rimase inerte, schiuse le labbra per dire qualcosa ma non lo pronunciò mai. Per un attimo pensai volesse negare o ancora peggio, fare finta di non capire; non lo fece. Inalò a fondo, annuendo cadenzata: «Anche io.»

La sua testimonianza mi confuse. Forse eravamo simili anche in quello: barattavamo la sofferenza con l'ira, perché la seconda ci dava sempre un motivo per sentirci meglio in tutto ciò che non ci apparteneva più.

«Buonanotte, Lauren.»

La guardai richiudere la porta. Rimasi qualche istante nel corridoio, poi mi avviai verso l'uscio della mia stanza, solo che venni intercettata prima.

«Halsey, che ci fai qui?» Aggrottai la fronte.

Prima sorrise ad occhi semichiusi, poi mi cadde addosso, producendo un rumore rintronante. Merda, imprecai mentre aprivo la porta della stanza.

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