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Capitolo 13


You said I have to trust more freely
But diesel is desire, you were playing with fire
And maybe it's the past that's talking
Screaming from the crypt
...
I vowed no to fight anymore
If we survived the Great War.

————

Lo vedevo il Mondo, ma sfocato. Mi ero addormentata da sola svegliandomi con una bottiglia vuota accanto. L'avventatezza della sera prima mi premeva contro le tempie. Mi trascinai fuori dal letto solo per prendere un antidolorifico.

La mattina era giunta troppo presto. E non si poteva neppure dire che la notte fosse finita troppo tardi, perché a malapena era cominciata. Io e Lauren non avevamo investito il massimo sforzo nella vicendevole tolleranza, ma comunque quello messo in atto non era stato sufficiente nemmeno a spostare il limite di una tacca. Fortunatamente dovevamo stringere i denti solo per altri due giorni, dopodiché avremo ripreso le nostre separate vite, tornando a vederci per quello che ricordavamo.

Ally venne ad accertare la mia linea vitale, ma restò per farsi raccontare i particolari. Sospettavo nella sua diligenza covasse anche una certa curiosità del tutto personale. Non la biasimavo. A quel punto, pure io mi domandavo come ne saremmo uscite.

Evitai di aggravare la situazione raccontandola per intero. Se una parte di me cercava di salvare le apparenze, l'altra credeva di non aver perduto tutte le speranze.

«Beh...» Disse la bionda, sbarrando gli occhi sul vuoto.

«Lo so, lo so.» Annuii, ponendo una mano avanti. «Oggi ci riproviamo.»

«Non sono scettica su di te, sia chiaro.» Sospirò, ma non credo fosse del tutto vero.

«Nemmeno io.» Risposi, abbozzando un sorriso stanco che venne ricambiato con uno incoraggiante.

Ci salutammo per sbrigare i rispettivi doveri. Dinah era energica e pacata; o le cose andavano davvero bene o avrei trovato l'ufficio incendiato, non c'era una via di mezzo, ma adesso era a quella a cui mi aggrappavo. Ragguagliai anche lei sulle ultime notizie e per poco non prenotò un volo per Chicago. Era divertente per tutti quell'imprevisto, tranne per chi lo viveva. Parlammo di lavoro solo qualche decina di minuti in una telefonata di due ore, il che mi fece iniziare la giornata con non pochi sensi di colpa, ma mi obbligai a tenere alto il buon umore per compensare quello di Lauren.

Dopo una colazione abbondante, mi rilassai con una doccia fredda e poi mi diressi verso la stanza di Lauren. Anche stavolta mi fece bussare due volte, quasi volesse sincerare il gesto del giorno precedente.

«Ah, buongiorno.» Stava finendo la colazione ed era in accappatoio, come se non avesse tenuto fede alla puntualità quanto me. Tutti quegli spettacoli erano più un costo che un guadagno.

La superai velocemente, andando a sedermi nello stesso posto della sera prima. Quando io ero già pronta, lei era ancora alla porta. La richiuse adagio adagio.

«Lo sai che non c'è il vino, vero?» Domandò, deridendo la mia fretta.

Virai gradualmente lo sguardo verso di lei: «Lo sai che questa non é una vacanza, vero?»

Masticò ancora più lentamente. Mi chiedevo come avesse potuto scegliere un lavoro colmo di regole, se ogni norma era una trasgressione per lei. Forse valeva il principio per cui fare il contrario era una salvezza dalla propria amoralità.

Lauren si accomodò in poltrona, accavallò le gambe e sorseggiò un po' del suo succo, sollecitandomi a disquisire solo con l'ausilio delle sopracciglia. Fra di noi anche le parole faticavano a scorrere. É il primo segno di discrepanza l'assenza di dialogo.

«Ok, come stavamo dicendo ieri, il cliente non ha molte possibilità di farla liscia. E poi...»

La risatina della corvina mi indispose, costringendomi, volutamente, a fare una pausa. Le rivolsi il mio sguardo assieme al mio silenzio, attendendo un chiarimento.

«Scusami, ma "farla liscia"? Stai ancora dando per scontato che abbia commesso un reato di cui ancora non é condannabile.» Scosse la testa. La sua arroganza passiva mi innervosiva più di quella verbale.

«Tu hai i tuoi metodi, io i miei. Quando porto un caso in tribunale, ci tengo a sapere se sto facendo l'avvocato del diavolo.» Mi ero ripromessa di restare composta e così feci, scaricando tutta la rabbia in un pugno chiuso.

«Non tutte le prove sono inconfondibili. Non tutte le storie hanno una versione sola.» Compitò più la sua acredine delle parole stesse. Impiegai un po' a capire dove volesse arrivare, ma con quell'allusione tutto mi fu chiaro.

Inspirai a pieni polmoni, senza nascondere l'esigenza di respirare prima di parlare. «Lauren, molte storie hanno più versioni, ma solo una é la verità.»

«Non esiste una verità Universale, nemmeno per chi la vive.» Non deflesse nemmeno per un istante gli occhi dai miei, punendomi con intensità.

«Chi la vive scrive la verità, chi la legge la interpreta. Per questo esistono i tribunali, per decidere chi ha compreso meglio il significato di quella verità.» Il mio stesso decoro mi sorprese. Probabilmente non era educazione, ma una vana rivincita; ero stata io la prima ad esagerare, adesso volevo si sentisse allo stesso modo.

«I tribunali servono per dare significato alle vite delle persone, punto.»

«Ovviamente.» Mi schiarii la voce, servendomi della calma per inferire: «Ma per me questo vale per le vittime, non per gli aggressori.» Le restituii la stessa profonda occhiata, lasciando che il senso aleggiasse fra di noi facendo di lei quello che più poteva. Non disse niente, non mostrò niente, ma non si mosse, quasi un passo falso potesse essere il primo per una danza di errori.

«Posso andare avanti?» Sospirai annoiata, e non mi garantii alcun permesso, ma lo sradicai dal rilassamento delle due spalle.

«Dunque, dobbiamo fare in modo che la difesa non si avvalga della probabilità di screditare le nostre insinuazioni in base alla delega di diversi amministratori coinvolti nella direzione dell'azienda.» Scartabellai fra le carte, indecisa su quale direzione prendere.

«Da' qua.» Si sporse in avanti, tendendomi la mano. Le allungai i documenti, concentrandomi sugli altri. «Beh, gli amministratori non hanno voce riguardo le finanze dell'azienda. C'è scritto nel contratto. Significa che, pur sapendolo, non avevano potere di modificarne l'andamento.» Additò la clausola, tamburellandoci sopra.

«Mh.» Annuii. Complimentarmi era un po' troppo, il massimo che potevo fare era non contraddirla. Era già tanto, per due come noi. Per lei non era comunque abbastanza.

«Ad Harvard non vi insegnano a dire "Grazie"?» Suonò sprezzante, il sorriso aggiunse solamente astio alla sua acrimonia.

«Ad Harvard ci insegnano a fare bene il nostro lavoro.» Ero stizzita, sul confine della moderazione.

«Non abbastanza se sei qui.» Tese i documenti nella mia direzione. Glielo strappai con un unico movimento secco, inchiodando gli occhi ai suoi.

«Sono qui perché non ho avuto scelta di essere altrove.» Bofonchiai, sperando il messaggio fosse una freccia.

«L'hai avuta, ma l'hai sprecata.» Scrollò le spalle, afflosciandosi sulla poltrona.

«Sai che c'è, Lauren? Vaffanculo.» Non elusi il suo sguardo, anzi lo cercai.

«Ah, ora ti riconosco.» Il sorriso compiaciuto annientò ogni forma di rispetto.

«Sei una stronza. Sto cercando di far funzionare questa cosa nel migliore dei modi, ma tu fai di tutto per renderla impossibile!» Afferrai la testa fra le mani, respirando ampiamente.

«Questa é la mia stanza. Se non ti sta bene, puoi andartene quando vuoi.» Aggiunse recisa, senza batter ciglio.

Il problema con lei era proprio questo: mi portava al limite e mi incolpava per averlo superato, come trattenermi la testa sott'acqua e condannarmi per lottare. In qualche modo, riusciva a disegnarmi come la cattiva anche se era un ritratto dipinto col mio sangue.

«Ottimo. Studia da sola, fai tutto da sola! Io ho chiuso.» In fretta e furia mi misi in piedi e lasciai la camera senza voltarmi. A grandi passi puntai verso l'ascensore; la mia stanza era comunque troppo vicina alla sua per acquietarmi.

Parlare alla mia rabbia era come chiedere al fuoco di non bruciare. Mi sedetti accanto a quel falò e aspettai la cenere spargesse il buio. Lauren non odiava me, odiava che fossi riuscita ad arrivare dove lei malgrado avesse spostato il punto di partenza lontano dalla linea d'inizio. Avevo corso di più, avevo vinto il doppio anche solo stando spalla a spalla. E lei non lo tollerava. Ma la verità era ancora più in basso di così. Non tollerava di essersi sporcata le mani per niente. Aveva provato a rovinarmi, ma le uniche spoglie erano quelle della sua coscienza. Non poteva accettarmi se non perdonava sé stessa, e non lo avrebbe mai fatto perché perdonarsi implica sbagliare e nel suo Mondo non c'era errore che avesse il suo nome. Come lo sapevo? Perché la mia vanità era eguale alla sua. Ogni tratto deprecabile lo avevamo ereditato dallo stesso male, ed era spesso quello che ci eravamo inflitte.

Sedersi vicino alla propria rabbia non bastava senza un drink in mano. Mi orientai verso il bar, dove la mia amarezza assunse il gusto dello champagne.

Non ero solo io il problema, ma tutti i colleghi che contavano su di noi. Forse era il caso di farsi da parte, per permettere almeno a loro di avere una chance nella gara, ma il mio spirito competitivo non si era mai sottomesso a quello caritatevole, era come chiedere ad un toro di non pestare una formica; non era cattiveria la sua natura. Mentre contemplavo, il tempo passava, stillando ore come gocce del mio drink. Fu quando Lauren mi si sedette accanto che ringraziai di non essere passata al secondo calice.

«Come facevi a sapere che fossi qui?» Chiesi dopo interminabili momenti di silenzio.

Scosse la testa a rilento. «Non lo sapevo.» Sorrise tenuemente, «cercavo l'alcol, non te.»

Mi voltai per non sorriderle in faccia. La odiavo, odiavo, odiavo. Non c'era altro per lei. Fece segno al barman di voler ordinare e solo una volta che anche il suo bicchiere fu riempito, mi rivolse nuovamente la parola.

«Senti, chiaramente qualcosa non funziona fra noi.»

«Chiaramente!» Specificai con talmente enfasi da suscitare la curiosità del barista.

Lauren si schiarì la voce: «Lo so, non é facile. Non lo é mai stato e dubito lo sarà mai.»

«Se sei venuta qui per continuare a litigare, ti consiglio di...»

«No, no.» Mostrò le mani a capo basso, usufruendo del mio silenzio per indirizzarmi un'occhiata fugace. «Ho pensato ad una cosa.» Il tono greve mi indusse a non ironizzare. L'ascoltai rispettosamente. «A come sarebbe stata la mia vita senza di te.» Fu un'affermazione forte, mi mise in guardia e allo stesso tempo fece una breccia nel mio muro. Mi trattenni dal rispondere sarcasticamente, perché sorridere di fronte al coraggio ci rende vili.

«Provaci, per un momento, a immaginare come sarebbe stato se tutto il male che ci siamo fatte non fosse mai esistito. Solo per un momento.»

Il momento più pacifico di tutta la mia vita.

Un respiro mi allargò il petto. Il mio fuoco ora era mare, la mia cenere spirava dicendo addio. Lauren, per un attimo, mi fu vicina ma sconosciuta. Ebbi paura, non so di cosa, ma mentre la guardavo oltre la collera, mi spaventai. Poi, il silenzio, la calma. Fu un solo momento, ma non fu per niente male.

«Già.» Disse, riconoscendo nel mio sguardo la sua pace. «Non dobbiamo essere amiche, ma possiamo almeno collaborare, se pretendiamo che tu non sia tu ed io non sia io.»

«Non so se ci riesco, a non odiarti.» Ammisi sottovoce.

Lauren annuì. Non so se capisse o incassasse. «In quel caso, cin-cin.» Il tintinnio dei bicchieri sancì qualcosa per noi di più saldo di una promessa: una scommessa.

Purtroppo, come era nostro solito fare, rilanciammo con tutto quello che avevamo, perché se avessimo dovuto vincere non lo avremmo fatto per metà... ma valeva lo stesso per una perdita e nessuna delle due pensava alla crudeltà del gioco e della sua fortuna.

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