30 - Aurora
Finalmente dopo tanto di tragitto l'auto di Andrea fece una brusca fermata e si immise nel cancello del cortile di casa mia. Io ero in stato di leggero nervosismo. Cosa avrei detto ora ad Agàte? Era stato semplice convincere Andrea che mi sarei accollata tutta la colpa, ma ora, a pensarci bene, dopo tutti i guai che avevo causato, non sarebbe stato facile far passare la cosa per un nonnulla.
Io e Andrea ci guardammo per un attimo. La luce era accesa in casa, segno che Agàte era ancora sveglia e pimpante. Sentii un groppo in gola, ingurgitai la saliva di troppo e aprii la portiera.
"Aurora, sei sicura?". Mi chiese Andrea paziente.
All'inizio tentennai, poi abbassai la testa energicamente. "Sì! Tanto ormai il guaio è fatto".
Il mio amico strinse le labbra poi annuì anche lui e scese dall'auto.
"Lo porti tu?". Gli chiesi smarrita indicando il sedile posteriore.
"Certo!", mi sorrise lui.
Il ragazzo era ancora privo di sensi, Andrea si chinò ad ascoltare il suo cuore col timore che fosse morto.
Dopo un breve intervallo di tempo mi rassicurò. "Batte ancora, ma lentamente!".
Tirai un sospiro di sollievo e a passo lento mi avviai verso la porta. Avevo già tirato le chiavi dalla borsetta quando la porta si spalancò prima che potessi infilare la chiave nella toppa.
"Aurora? Che succede? Cos'è stata questa frenata improvvisa?". Mi accolse preoccupata Agàte. Il cipiglio era sempre serio, come lo era da quasi un mese ormai.
"Ehm, Agàte... io, ecco... non sono con Gabriele".
"Non sei con Gabriele??? E con chi sei stata???", il suo tono ora aveva superato l'isteria e si stava trasformando in urlo.
"Calma, va tutto bene... Gabriele era con la sua nuova ragazza".
"Di chi è quell'auto, Aurora?", disse allora Agàte indicando la macchina di Andrea diffidente.
Mi voltai a guardare anch'io e notai che Andrea era ancora chino in auto ed era impossibile vederlo. Probabilmente la mia insegnante, avendo notato l'auto così nera e tirata a lucido aveva pensato che Simon fosse tornato.
Risi amaramente tra me. E da dove poteva essere tornato Simon? Dall'aldilà? Dall'inferno? Non credevo proprio che sarebbe stato possibile.
"Non si tratta di Simon...", la rassicurai.
La vidi tirare un respiro di sollievo. Poi il suo sguardo, puntato alle mie spalle cambiò radicalmente. Vidi la ruga sulla sua fronte rilassarsi e un sorriso colorargli il viso.
"Buonasera, signora Agàte!", la salutò Andrea cordiale.
Agàte parve deliziata da quel saluto e ricambiò con un sorriso più ampio.
"Ehm...", presi la parola, "ecco, lui è un mio amico. Andrea... è un Alessi anche lui", la informai.
Gli occhi di Agàte si ridussero a due fessure. Sembrava studiare il nuovo arrivato con sguardo esperto.
"È bello", mi disse in un soffio senza farsi sentire da Andrea.
La guardai torva e lei tornò con l'espressione fredda e calcolatrice di poco prima.
Andrea in poco tempo mi fu vicino. Tra le braccia aveva il ragazzo sconosciuto che avevamo salvato poco prima.
"Dove lo porto?", chiese ad Agàte serio.
"Di là", disse lei indicando il salotto con un sorrisino smielato.
Il mio stomaco ebbe un sussulto nel vedere l'espressione della mia insegnante. Non sorrideva da giorni! E ora dispensava sorrisi alla grande con uno sconosciuto. Il mondo quel giorno girava proprio al contrario!
Agàte guidò Andrea in salotto e io fui dietro di loro.
La mia espressione era tutt'altro che allegra. In effetti, a dirla tutta, mi sentivo gelosa di Andrea. Mi dava sui nervi che Agàte fosse così gentile con lui.
"Tesoro, vuoi che ti offra qualcosa da bere?", gli stava dicendo con voce sdolcinata dopo che Andrea aveva riposto il ragazzo sul divano.
"Oh, sì grazie... va bene un caffè".
Alla sua richiesta allora Agàte era scomparsa in cucina e io e Andrea rimanemmo da soli con lo sconosciuto.
"Simpatica la tua insegnante!", disse Andrea divertito.
Lo fulminai con un'occhiataccia. "Come no... non mi rivolge la parola da giorni. E ora che ci sei tu è talmente euforica da aver sorvolato un piccolo dettaglio: abbiamo trasgredito le regole salvando un Alessi!".
Andrea mi sorrise furbescamente e mi accarezzò la guancia con un pollice. "Ti preoccupi troppo tu...", mi disse dolcemente.
Io arrossii e abbassai lo sguardo. Ripensai alla promessa che mi ero fatta quando eravamo al locale. Niente più baci o sguardi teneri. Andrea non doveva essere più d'un amico per me.
"Che c'è?", mi chiese lui quando mi vide abbassare gli occhi. "Hai paura di me?".
Il tono con cui lo disse mi fece tremare. Quelle parole mi ricordarono Simon. Ma mentre nel suo tono c'era solo sarcasmo, ora che ci riflettevo, in quello di Simon c'era stata serietà.
"No...", dissi risoluta. "Mi stavo solo chiedendo quando ti saresti deciso a smetterla di mettermi in difficoltà".
"Ma a me piace metterti in difficoltà".
"L'avevo notato". Gli risposi con un sorrisino ironico.
Nel silenzio della stanza si udiva solo il tic-toc dell'orologio a pendolo e i respiri smorzati del ragazzo privo di sensi.
Andrea continuava a guardarmi negli occhi con i suoi scuri e mi vennero i brividi.
Non seppi sostenere il suo sguardo. Quando la gente mi guardava negli occhi era come se mi sentissi frugare dentro l'anima.
Dopo poco rientrò Agàte, e Andrea smise di guardarmi per puntare lo sguardo su di lei.
Io vidi la mia insegnante scrutarmi con soddisfatto sospetto alla nostra vicinanza e deglutii la saliva di troppo.
Quando poi Agàte ebbe poggiato il vassoio sul tavolo del salotto Andrea afferrò una tazza e ingurgitò il caffè in pochi sorsi.
"Uhm, grazie... squisito!", disse deliziato dopo aver finito.
Agàte sorrise affascinata dal gentile comportamento di Andrea. "Oh, grazie a te caro! Nessuno mi ha mai fatto i complimenti per il caffè, anche se modestamente lo so... sì, lo so che sono una cuoca provetta".
Sghignazzò e a me venne un crampo allo stomaco quando vidi il suo sorriso civettante. Avrei avuto voglia di prenderla a schiaffi, con tutta sincerità.
Andrea ghignò e mi guardò di soppiatto. I nostri occhi si incontrarono di nuovo per un emozionante momento.
"Dove l'avete trovato?", chiese poi Agàte a bruciapelo. Era rivolta a me e sembrava seccata. Era evidente che si riferisse al ragazzo senza sensi.
"In un paese qui vicino", risposi fredda.
"È un Alessi, vero?".
"Sì", confermai a testa bassa.
"Non sai che è proibito salvare chi non è di tua competenza?". Mi rimproverò.
"Ma...", intervenne Andrea per difendermi.
"Stanne fuori caro... so che tu non c'entri. È lei che ha il vizio di trasgredire le regole", disse Agàte guardandomi severa.
Andrea si accigliò leggermente e provò a riprendere la parola. "No... volevo dire...".
"Ho capito, ho capito", fece Agàte zittendolo. "So che non è colpa tua. È sempre lei la combina guai".
Io non parlai. Mi sorbii le sue lamentele, del resto sapevo già che sarebbe finita così. E in parte Agàte aveva ragione, la colpa era stata mia. Avevo insistito io per salvare il ragazzo.
"Sì, è stata colpa mia!", sbottai andandomi a sedere su una poltrona a braccia conserte.
"Comunque sia...", fece Agàte accomodante, "lo terremo con noi!". A quelle parole capii che infondo non ce l'aveva con me. Godeva solo ad accusarmi, nient'altro.
"Tesoro...", continuò riferendosi ad Andrea. "Vuoi pernottare qui stanotte?", gli chiese cortese. "Abbiamo due camere per gli ospiti!".
Andrea sorrise ad Agàte con la sua migliore aria di bravo ragazzo e si alzò dalla poltrona. "No, si figuri, Agàte... torno a casa, non c'è problema".
Agàte parve incupirsi all'affermazione del mio amico, ma poi lasciò correre e si affrettò ad accompagnarlo alla porta. "Allora mi auguro di rivederti nei dintorni, qualche volta. Potrai ripassare quando vuoi, caro. Sarai sempre il benvenuto!". Disse allegra.
Io continuai a guardarla scocciata. Quanta messa in scena per farmi capire che in Andrea vedeva il mio compagno perfetto!
Andrea, che aveva quasi raggiunto la sua auto, chinò la testa riverente. "Ci conti". Disse divertito.
Poi Agàte mi guardò di sottecchi e continuò: "Sarà meglio che io vada ad assistere il nuovo arrivato. Chiudi tu la porta", mi disse sparendo dalla soglia e tornando in salotto con un ultimo cenno di saluto ad Andrea. Per poco non mi strozzai con la mia stessa saliva.
"Ma che gentile!", dissi tra me a bassa voce mentre guardavo a terra. Mi aveva appena lasciato da sola con Andrea nel caso dovessimo darci il bacio della buona notte.
"Che hai detto?". Sentii domandarmi a un passo da me. Rialzai la testa e notai che il viso di lui era a un passo dal mio. Si era nuovamente avvicinato. Il piercing al sopracciglio sembrò catturare la fioca luce del luogo e rimandarla in un luccichio.
"Niente, lascia stare...", sbottai acida.
Andrea ghignò furbo. "È proprio uno zuccherino!".
"Come no!", lo rimbeccai infastidita.
"Ce la farai a resistere senza di me magari... fino a domani sera?".
Mi sentii colta di sorpresa a quella domanda. Fino a quel momento non mi ero fermata a riflettere sul fatto che non avrei rivisto Andrea per chissà quanto tempo. E invece lui ora mi stava dicendo che sarebbe tornato presto.
Da una parte ne fui molto sollevata, dall'altra fui preoccupata. Con lui nei dintorni riuscivo a dimenticare Simon troppo facilmente, e questo mi rendeva infelice.
"Sì, tranquillo. Infondo ora ho una nuova compagnia. Magari farà lo zuccherino anche col nuovo arrivato", dissi svogliata.
"Forse...", mi rispose lui con un sussurro più roco.
Lo sentii pian piano sollevarmi il viso con un dito e avvicinarsi ancora di più al mio volto. Sentivo il suo respiro, il calore del suo corpo vicino al mio.
Ero sicura. Tra un po' scattava un altro bacio. E io? Che mi ero promessa fino a pochi minuti fa?
Niente baci! Assolutamente niente baci!
Così questa volta fui molto più svelta di lui. Misi all'istante la mia mano tra la mia bocca e la sua, e le sue labbra si poggiarono gentili sul dorso della mia mano anziché sulle mie labbra.
Andrea se ne accorse, ma nonostante tutto si soffermò per qualche secondo infinito sulla pelle della mia mano e dopo averne inspirato il profumo vi pose un bacio leggero.
"Notte...", mi disse con un sorriso dolce in un sussurro. Nel farlo si era avvicinato al mio orecchio e quando aveva pronunciato quelle parole un brivido mi era corso lungo la schiena. Fatto ciò si voltò lasciandomi sulla soglia con la mano ancora poggiata sulle mie labbra e i pensieri che vorticavano nella mia testa.
Lo vidi salire in auto e mettere in moto, poi uscì dal cancello senza rivolgermi nessun altro cenno di saluto.
Per puro caso mi caddero gli occhi sulla finestra della cucina, e vidi le due strisce della veneziana richiudersi.
Grugnii. Quella spiona di Agàte aveva visto tutto. Ma che... razza di antipatica.
Infilai una mano in tasca e estrassi il biglietto col numero di cellulare di Andrea.
Lo aprii curiosa di leggere quelle dieci cifre, come se potessero rivelarmi qualche altra cosa di lui. E in quello stesso momento mi resi conto che non sarei riuscita ad oppormi tanto a lungo alle sue attenzioni. In fondo già mi piaceva.
Mi stupii quando sotto le dieci cifre lessi anche altre tre righe scribacchiate. Tentai di decifrarle.
Because you're a fallen angel,
Fallen from the heaven,
Only for me, only for my love...
Le riconobbi all'istante. Erano le parole della canzone di Andrea. La stessa canzone che mi aveva fatto ascoltare sulla sua auto prima di partire.
Rientrai in casa e ignorando Agàte raccolsi il cd che Andrea mi aveva appena regalato. Lo avevo riposto sul mobiletto dell'entrata quando eravamo arrivati.
Alla fine gettai un'ultima occhiata al ragazzo ferito e vidi un ghigno divertito sul volto della mia insegnante.
Sì, quella spiona aveva visto tutto per davvero!
"Vado di sopra...", dissi inespressiva, "notte!".
"Notte", trillò lei con malcelato buonumore.
Non stetti oltre. Mi inerpicai per le scale e quando giunsi in camera mia mi richiusi la porta alle spalle.
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