Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo ventisette

Camila pov

Erano le sette di mattina e nonostante fossi sveglia da diverso tempo ormai, tentavo ancora di prendere sonno nonostante sapessi che mi sarei dovuta alzare fra qualche minuto.

Mi venne quasi un senso di nausea e se fossi rimasta un altro secondo dentro quella cuccetta angusta che sembrava restringersi sempre più, avrei vomitato. Scivolai fuori dalle coperte, mi incamminai in punta di piedi verso la cucina e versai una tazza di caffè, riscaldato dal Thermos.

Avrei avuto bisogno di quanta più caffeina possibile per affrontare il viaggio.

La prima tappa era Filadelfia. Circa due ore di viaggio, ma considerando il traffico avremo impiegato sulle tre ore.
Rispetto agli viaggi che avevamo intrapreso -alcuni superiori alle ventiquattro ore- quello era un tragitto piuttosto esiguo, ma non ero comunque pronta a trascorre tutto quel tempo in stretta compagnia di Lauren, o di qualsiasi altra persona. Avrei solamente voluto distendermi nella mia cuccetta, che tempo addietro trovavo estraneamente confortevole, e svegliarmi fra qualche anno. Forse sarebbe stato tutto più facile.

Sorprendentemente, la prima a raggiungermi fu Dinah. Di solito era la più lenta di tutte, ma quella mattina non fu così.
Versò il caffè dentro la sua tazza, quella che le aveva regalato per il suo compleanno cinque anni fa. A quanto pare non aveva mai pensato di disfarsene.

«Come ti senti?» Chiese con accortezza, sedendosi accanto a me.

Scrollai le spalle in un movimento rapido. Non ero sicura di come mi sentissi, avevo il timore di guardarmi dentro e l'introspezione era l'ultima delle mie alternative, al momento.

«E tu?» Domandai, spostando la conversazione su di lei. Era sempre più facile parlarle degli altri che di se stessi.

«Sono eccitata, un po' nervosa, ma su di giri.» Sorrise, sorseggiando un po' del caffè bollente che stava aumentando la sua eccitazione e smussando la mia stanchezza.

«A dire il vero, andare in tournée mi è sempre piaciuto. So che molto presto sentirò la mancanza della mia famiglia, ma realizzo un sogno ogni volta che mi esibisco e questo mi ripaga.» Dichiarò, alzando lo sguardo verso l'alto come se già immaginasse il momento in cui avrebbe calcato la scena e un inesorabile sorriso nacque sulle sue labbra.

Condividevo la sensazione di Dinah, ma in un certo senso quell'emozione si era assottigliata. Cantare, esibirsi, ormai era diventato abitudinario e non sentivo più quella scossa attraversarmi la spina dorsale ogni qualvolta che mi apprestavo a salire sul palco.

«Datemi un buon motivo per non uccidere qualcuno.» Biascicò Normani, barcollando nella stanza con gli occhi ancora socchiusi e appesantiti dal sonno. Non era abituata a svegliarsi così presto.

«Perché la prigione puzza.» Tentò Dinah, bevendo subito dopo un sorso di caffè che nel frattempo si era intiepidito.

«Perché c'è un solo bagno.» Addussi io e subito Dinah assentì alla mia teoria.

«Anche noi abbiamo un solo bagno.» Constatò Mani, lasciandosi cadere pesantemente al fianco della polinesiana e usando la sua spalla come cuscino alternativo.

«Si, ma diciamo che le condizioni igieniche della nostra toilette sono leggermente migliori.» Appurò Dinah, circondando le spalle dell'amica con il braccio.

«E come fai a saperlo? Sei stata in prigione?» Chiese Mani, inarcando le sopracciglia in un'espressione confusa che smentì la dichiarazione della polinesiana.

«No... Ma ho guardato tutta la stagione di Orange is the new black.» Alzò il dito Dinah con fare saccente, come se quello accreditasse, e di conseguenza confermasse, le sue supposizioni.

«Ma perché parlo ancora con te?» Domandò Normani retorica, ricevendo un pugno amichevole sulla spalla da parte di Dinah, ma subito dopo appoggiò la testa dove l'aveva lasciata riposare prima, accoccolandosi fra le braccia dell'amica.

Ally e Lauren ci raggiunsero, entrambe lamentandosi per gli schiamazzi che producevamo.
Anche se accanto a me lo spazio era maggiore, la corvina preferì occupare la parte dall'altra parte del divano, accanto a Mani.
Ally si sedette al mio fianco.

«L'ultima volta che siamo andate a Filadelfia.» Iniziò la ragazza seduta accanto a me
«Dinah si è persa per il centro commerciale.» Disse, scoppiando a ridere e tutte noi la seguimmo, io in maniera più pacata.

«Questo... questo non è vero!» Si difese Dinah, sporgendosi in avanti per incrociare lo sguardo di Ally «Avevo solo perso l'orientamento.» La sua constatazione aumentò la vibrazione delle risate nella stanza. Normani era piegata all'indietro, tenendo una mano sulla pancia per lenire il fastidioso dolore allo stomaco.

«Si ma anche Camila si è persa!» Protestò Dinah.

Quasi mi strozzai con il sorso di caffè caldo che scendeva lungo la gola.
Tossii, battendo ripetutamente il pugno contro lo sterno per riprendermi. Sentii lo sguardo di Lauren su di me e non fu necessario incontrarlo; sapevo che i suoi occhi erano sbarrati e le pupille dilatate.

«Stiamo andando dalla parte sbagliata.» Le feci notare, ciondolando le nostre mani unite fra di noi.

«Huh-huh.» Annuì, volgendo la testa verso di me e sorridendo maliziosa.

Non posi altre domande, mi limitai a seguirla su per le scale del centro commerciale che conducevano al reparto di sport. Entrammo nel negozio, dapprima pretese di essere interessata ad alcune fascette per i polsi, poi mi trascinò nel camerino, chiudendo la porta a chiave.

«Lauren...» Protestai, inclinando la testa su un lato e scuotendola in segno di diniego.

Subito dopo le sue labbra furono sul mio collo, con le mani fermò i miei polsi sopra la testa e con l'altra sollevò l'orlo della maglietta, accarezzandomi l'addome piatto.

Cercai di respingerla, ma solo per senso del pudore perché ogni parte di me voleva che continuasse. Mi arresi facilmente, lasciando che le mie proteste diventassero solo un susseguirsi di gemiti. Affondai le mani nei suoi capelli, spingendo la testa, ora vicina al mio petto, sul mio seno.

Lauren succhiò un capezzolo, con l'altro giocherellò con le sue dita, sfregandolo fra il pollice e l'indice. Lanciai la testa all'indietro, spalancando la bocca in astinenza di ossigeno.

Improvvisamente il mio telefono prese a vibrare incessantemente, rovinando l'atmosfera. Lauren sbuffò scocciata, lasciandoci cadere sulla sedia alle sue spalle.

«È Dinah. Dice che ci stanno aspettando nel parcheggio.» Risposi velocemente al messaggio, rassicurandola che ero sulla mia strada.

«Merda.» Imprecò Lauren, alzandosi dalla sedia e spingendo i suoi fianchi contro i miei.
Dalla cenere che era rimasta della passione di prima, ora, schizzava fuori nuovamente una scintilla.

«Continuiamo sul pullman.» Sogghignò maliziosamente.

Lasciò un bacio sulle mie labbra prima di intrecciare la sua mano alla mia e guidarmi fuori.

«I-io non mi sono persa.» Balbettai inizialmente, riprendendo un tono normale in seguito.

«Ah no? E perché hai impiegato mezz'ora per raggiungerci?» Incalzò Dinah, fermamente convinta di avere delle prove sufficienti a sostenere la sua causa.

Voltai per un secondo lo sguardo verso Lauren. Mi stava ancora fissando, i suoi occhi intimoriti dalla mia possibile risposta. Avrei potuto dire la verità, ma non avrebbe avuto senso metterla in imbarazzo, condividere con loro un momento nostro.

«Sono stata trattenuta...» Cominciai, poi sospirando aggiunsi «Da alcuni fan.» Confutai e subito la corvina si rilassò, affossando le spalle dapprima irrigidite.

Dinah sbuffò seccata, stendendosi l'unica incapace di ritrovare la via di ritorno nel mezzo di un centro commerciale.
Ally la schernì ancora un po', assieme a Normani, ma si interruppero quando il mio telefono prese a squillare.

Era mia sorella. Sospirai sollevata, poi presi la chiamata sorridente.

«Ehi Sofi.» Dissi arzilla, sorseggiando un po' di caffè. Di solito mia sorella mi chiamava sempre prima dell'inizio di un tour, perché poi non avevamo molto tempo per parlare.

«Ehi...» Disse con tono atterrito «Oggi parti.» Asserì malinconica. La sua angoscia nel sapermi lontana mi fece storcere le labbra in una smorfia dispiaciuta.

«Oggi parto.» Dissi in tono piatto, mantenendo un volume basso.

Alcuni secondi di silenzio, poi Sofia schioccò la lingua e il suo tono cambiò radicalmente, assumendo una sfumatura... colpevole?

«Ti devo dire una cosa.» Ammise. Drizzai le spalle, mi sedetti compostamente e l'esortai a parlare.

«Però non ti devi arrabbiare, promettimelo.» Premise rapidamente.

Mia sorella non era il tipo da premesse, ma forse perché non aveva mai combinato niente di tanto grave da doverle attuare.
Deglutii. L'ansia accresceva in me e mille congetture si prospettavano nella mia mente, dando vita a scenari del tutto negativi.

«Che cosa hai combinato?» Chiesi, avvertendo gli sguardi delle ragazze su di me.

«Prima prometti che non ti arrabbierai.» Scongiurò.

«D'accordo, non mi arrabbierò. Adesso dimmi cosa hai fatto.» Incalzai, sentendo il cuore prendere a tamburellare più forte dentro di me.

Intercorse qualche minuto di silenzio, nel quale non accennai nemmeno ad un suono per permetterle di ponderare un discorso quantomeno sensato.

«Potrei aver minacciato Chelsea...» Ammise sottovoce, ma non abbastanza bassa da non farsi capire.

«Che cosa?!» Scattai in piedi, alzando inesorabilmente la voce.

«Avevi promesso che non ti saresti arrabbiata!» Ribadì con tono accusatorio, come se fossi io la responsabile.

«Questo l'ho detto prima di sapere cosa avessi combinato!» Marciai nervosamente avanti e indietro per la stanza. Presi un bel respiro, cercando di calmare i nervi e poi le domandai cosa le avesse intimato.

«Le ho scritto che se non ti lascia in pace divulgherò le foto sexy che ti ha inviato.» Mormorò.

«Ma sei impazzita?! Ma come ti salta in mente? Ma perché poi? Perché l'hai fatto?!» Urlai, dimenticando della presenza delle altre ragazze che mi fissavano preoccupate.

«Perché lei non è la ragazza per te!» Gridò frustrata, con la voce un po' spezzata dal pianto che minacciava di uscire e non seppi identificarlo come rabbioso, ma più che altro mortificato.

«Ah no? E chi lo sarebbe? Sentiamo.» Mi fermai in mezzo alla stanza, portando le mani sui fianchi nell'attesa della ovvia risposta che mia sorella avrebbe dato.

«Lo sai.» Ora la sua voce era più flebile, più tremante.

«Sofia, non sei tu a doverlo decidere. Lo capisci questo?» Risposi più fredda di quanto volessi apparire.

Sentii mia sorella scoppiare a piangere, singhiozzare. Inspirai profondamente, allontanando tutta la rabbia che mi aveva squassata prima. So che aveva sbagliato, ma sentirla piangere mi spezzò il cuore.

«Mi dispiace Mila okay?...» Anelò, recuperando fiato per poter continuare «Mi manca passare il Natale con voi, poter chiamare Lauren per raccontarle la mia giornata. Era l'unica vera amica che avevo.» Singhiozzò e le lacrime iniziarono a solcare anche le mie guance.

Lanciai la testa all'indietro, premetti due dita contro le palpebre per fermare il pianto, ma era troppo tardi. Il mio volto era già imperlato di lacrime salate.

«Sofi...» Mormorai con voce rotta, trattenendo un singhiozzo che si era formato in gola.

«Mi dispiace tanto Mila. Ti prego perdonami, è che mi manca Lauren. Era l'unica persona con la quale avevo un confronto oltre a te. Non so cosa mi sia preso, ho solo assecondato un capriccio del momento.» Si difese, girando per sopraffare il pianto incessante.

«È a me che dispiace Sofia.» Ripresi, asciugando le lacrime con il dorso della mano «Non avrei dovuto... non avrei dovuto. Dovevo gestirla diversamente... dovevo...» Piegai il collo in avanti, e un sospiro cadde dalle mie labbra.

Feci un bel respiro, mi ricomposi. Inghiottii il boccone amaro che si era formato in gola e la rassicurai.

«Senti Sofi, io ora devo andare. Ti ringrazio per avermelo detto. Non lo fare più, okay? Al resto ci penso io, risolvo tutto io.» Mia sorella, dall'altra parte della cornetta, mugolò assentendo e prima di attaccare domandò nuovamente perdono.

Chiusi la chiamata. Portai il braccio contro la bocca, soffocando i singhiozzi che ora predominavano il mio stato d'animo e uscivano irregolari e affannati.

Dinah venne subito da me, poggiò una mano attorno alla mia vita e mi domandò che cosa fosse successo, ma scossi la testa, negando spiegazioni.
Mi attirò a se, stringendomi in un abbraccio confortante. Continuai a piangere a lungo, permettendo a tutte le emozioni che avevo represso di uscire in una sola volta.

«È colpa mia.» Farfugliai, udendo in risposta solo un prolungato "shhh" da parte della polinesiana.

«È tutta colpa mia.» Ribadii, non riferendomi soltanto all'accaduto con Sofia, ma a tutta la situazione in generale.

Avevo perso Lauren per ciò che avevo commesso e fino ad oggi non mi ero mai assunta le mie responsabilità, non avevo avuto il coraggio di fronteggiare la verità, ma la chiamata di Sofia aveva cambiato le carte in tavola. Ora dentro me c'era solo un turbinio insensato di emozioni legato alle colpe che, giustamente, mi attribuivo.

Quando mi fui calmata, mi scusai con il resto delle ragazze e dissi loro che c'era una cosa che dovevo sistemare e mi spostai nell'altra stanza per chiamare Chelsea.

Rispose dopo cinque squilli e non mi diede nemmeno il tempo di dire una parola.

«Come ti è saltato in mente di dire a tua sorella delle foto che ti ho invitato?» Ringhiò arrabbiata, ma a bassa voce; evidentemente si trovava a lavoro, o in una sede poco consona a intavolare tali argomentazioni.

«Mi dispiace.» Mi affrettai a dire «È stata una confessione spontanea e del tutto inappropriata. Capisco che non avrei dovuto farlo, ma ti assicuro che non possiede quel genere di scatti e che puoi dormire sonni tranquilli.» Mentre parlavo, sentii il pullman agitarsi sotto i miei piedi e venni sbattuta verso la cuccetta quando con uno scatto repentino balzò in avanti e poi, acquisendo stabilità, si immise nel traffico.

Eravamo appena partite.

«Accidenti Camila.» Sbuffò nella cornetta, tramandomi tutta la frustrazione che l'attanagliava in quel momento, ma pochi secondi dopo, (attimi che trascorso in silenzio) rise.

«Non ero mai stata minacciata da una ragazzina.» La sua risata si fece più fragorosa e, nell'ilarità generale della situazione, mi lasciai andare anch'io ad un riso liberatorio.

«Dio.» Mormorai, concedendomi di ridere ancora per un po'.

-Spazio autrice-

Il prossimo capitolo conterrà una gioia, promesso... Non vi anticipo nulla, vi aspetto come al solito domani :)

Scusate se ho pubblicato così tardi, sono stata impegnata.

Un bacio😘

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro