Capitolo ventisei
Lauren pov
Restai alzata fino a tardi assieme a Normani, sfruttando l'argomento Val come scusante per restare ad aspettare che Camila tornasse.
Era infantile, lo so, ma non potevo farne a meno.
«Lo so che fra qualche mese si sposerà, ma c'è una parte di lui che mi mancherà sempre.» Ammise Normani, abbassando lo sguardo sulla tazza di cioccolata calda fumante.
Ally poggiò una mano sulla sua spalla con fare confortante e l'attirò a se, non sapendo bene cosa dire. In certe occasioni le parole di circostanza sono superflue.
«Comunque...» Disse scuotendosi, come per riprendere tono «Alla cerimonia lo farò morire dall'invidia. Mi vestirò così sensuale che sua moglie a confronto sembrerà un... un...» Cercò di trovare la parola giusta, ma tutte sembravano non essere abbastanza efficaci.
«Un pinguino!» Sentenziò Dinah, producendo uno schiocco fra i palmi delle mani e ondeggiando la testa in maniera spavalda.
«Un pinguino?» Domandò Normani, voltandosi poco convinta verso l'amica al suo fianco «Ma sono animali adorabili! Non puoi paragonarla ad un pinguino!» Eruppe, guardando Dinah corrucciata.
«I pinguini sono dei traditori. Non mi fiderei mai di loro, in più, hanno la pancia.» Fece il punto della situazione la polinesiana, vantandosi di approfondire un argomento dal suo punto di vista.
Normani scosse la testa, dando una gomitata all'amica per intimarla a tacere, però in fondo Dinah era riuscita a strapparle una risata.
Continuammo a parlare fino a tardi. Ormai erano le undici passate, Camila era uscita da più di cinque ore.
Dove diamine sei? Pensai, in apprensione.
E in quel momento la porta si aprì.
La corvina apparve pochi secondi dopo, teneva delle carte in mano che dalla mia posizione non riuscii a identificare. Sospirò pesantemente, appoggiandosi contro lo stipite della porta. Non notò subito la nostra presenza, anzi quasi l'aveva dimenticata.
Voltò spensieratamente il capo verso di noi ed ebbe un sussulto, ricordando solo adesso.
«Ehi, va tutto bene?» Si apprestò a chiedere Dinah. Camila annuì, ma in compenso le chiese se potesse raggiungerla nella sua cuccetta.
No, non andava tutto bene, ma questo Camila non l'avrebbe mai ammesso davanti a tutte noi.
Ricordavo che prima ero io l'unica alla quale raccontava i suoi segreti, l'unica che cercava durante la notte quando la solitudine le stringeva il cuore, l'unica della quale si fidasse davvero...
«Ho perso il segno.» Mormorò, poggiando l'indice sulla pagina del libro aperto, come se potesse ritrovare la riga perduta semplicemente additando un paragrafo casuale.
«È la quarta volta Camz.» Brontolai, per poi sbuffare in un riso gentile.
«È tutto buio! Come faccio a leggere così?» Chiese, scattando subito sulla difensiva. Già, era un po' permalosa la ragazza.
Circondai le sue spalle con il mio braccio, facendola scivolare verso di me. La corvina poggiò la testa sulla mia spalla, ma pochi secondi dopo si sistemò più in basso, vicino al cuore, ed ebbi l'impressione che fosse un gesto voluto.
«Leggi te per me.» Sussurrò e io, anche se il buio prevaleva contro la luce fioca che andava disperdendosi nella cuccetta, sapevo che un sorriso aveva contornato le sue labbra.
Ripresi dal rigo, rileggendolo da capo. Camila era venuta a dormire con me perché, dopo il concerto che avevamo tenuto, era scoppiata a piangere. Le ragioni erano ignote, ma se non era lei ad entrare in argomento sapevo di non dover chiedere spiegazioni. Avrebbe delucidato l'accaduto a tempo debito.
Mi limitavo a leggere o a cantare, o ancora, a raccontarle la mia giornata. Con poco riuscivo a consolarla, a mettere della colla nel punto in cui il suo animo si era crepato.
«Lauren, chiudi il libro.» Ordinò improvvisamente lei, spezzando a metà la frase che stavo leggendo. Obbedii.
«Adesso abbracciami più stretta.» Mormorò contro il maglione di lana che indossavo e che lei stessa mi aveva regalato.
Anche stavolta obbedii.
Averla fra le mie braccia, sapere che si stava affidando a me, era una sensazione magica che nemmeno il tempo aveva cancellato.
Affondò la testa nell'incavo del mio collo, strinse le sue braccia attorno alla mia vita e io cinsi la sua.
Il mio cuore accelerò; sapevo che lei aveva percepito quella variazione, ma non si mosse.
«Ehm-ehm.» Mi richiamò Normani, passando una mano davanti ai miei occhi e riportandomi bruscamente alla realtà.
La realtà.
«Ti incanti spesso, ultimamente.» Aggiunse, poggiando i gomiti sul tavolo e la testa sulle mani giunte davanti a se.
«Sono solo stanca.» Ammisi in tono basso, quasi piatto.
Ed era vero, ero stanca. Non per bisogni fisiologici, ma psicologici. Comunque Normani non colse quella sfumatura. Nessuno la coglieva mai.
«Già, anch'io.» Sbadigliò, coprendosi la bocca con una mano. Lentamente si alzò dal divano, aggirò la tavola e mi disse che andava a letto, che doveva sfruttare le ore notturne per fare carico di bellezza prima del tour.
Risi sommessamente e le diedi la buonanotte.
Restai qualche altra ora alzata, mentre tutte le altre andarono a dormire. Non ricordo bene a cosa pensai in quel tempo, credo che la mia mente non fosse veramente concentrata su qualcosa. Avevo solo bisogno di restare da sola, a volte è l'unica cosa di cui necessitiamo.
......
La mattina seguente uscii per la mia usuale corsa. Quel giorno le nuvole avevano lasciato sgombro il cielo, permettendo una vista pulita sulla distesa celeste. Eppure, se mi sforzavo un po', riuscivo a vedere le nuvole avvicinarsi a poco a poco, seppur chiarissime, quasi invisibili ad occhio nudo.
E mi domandai se la mia vita non fosse diventata così. Un continuo cercare le nuvole anche durante una giornata di Sole.
Rincasai attorno alle dieci della mattina. Le ragazze erano riunite a tavola, davanti ai loro cornetti caldi. Stavano parlando sottovoce, tutte sporse verso Camila che evidentemente stava raccontando qualcosa del quale non mi fece partecipe, ma, anzi, si ammutolì quando entrai nella stanza.
Pretesi di non cogliere quell'improvviso cambio di tonalità, di non riconoscere l'evidente conversazione scadente che Dinah intavolò come espediente.
«Siete pronte per il tour?» Chiese, applaudendo eccitata. La polinesiana era sempre la più contenta di riprendere la tournée.
«Sì, anche se avrei gradito altri giorni liberi.» Ammise Ally, stiracchiandosi le braccia in avanti come se ancora non fosse abbastanza rilassata.
«Molto. Non vedo l'ora di allontanarmi da qui.» Sentenziò Normani e nessuna di noi si azzardò a porre ulteriori domande.
Versai il caffè nella tazza, sentendo immediatamente il vetro riscaldarsi quando il liquido aderì ai bordi che brandivo con la mano.
«Sono un po' timorosa per la risposta dei fan, ma sono contenta.» Disse Camila, destando la mia attenzione.
Mi voltai parzialmente verso di lei, notando il suo sguardo fisso su di me. Respirai profondamente, come se i suoi occhi mi avessero appena privato di tutto l'ossigeno di cui disponevo e riportai lo sguardo sulla tazza di fronte a me.
Sei perfetta. La gente ti adora. Non dovresti preoccuparti perché loro ti amano così come sei.
Avrei voluto dire, parole che pensavo davvero e che l'avrebbero consolata di sicuro, ma mi limitai a bere un sorso di caffè.
«Andrai benissimo.» La rassicurò Dinah, poggiando una mano sul suo braccio. Normani ed Ally annuirono all'unisco, confermando le parole della polinesiana.
Camila le ringraziò con un sorriso tirato, poi il suo sguardo si posò distrattamente su di me e capii che aveva bisogno di sentire una rassicurazione direttamente da me.
Poggiai la tazza di caffè alle mie spalle e sospirai. Ponderai un discorso efficace, qualcosa che riuscisse a tirarla su di morale, ma tutte le frasi sembravano banali e mediocri.
«Ce la farai.» Dissi infine, abbozzando un sorriso che riaccese la scintilla nei suoi occhi.
......
Mi preparai velocemente. L'appuntamento era fissato per le cinque del pomeriggio, ed erano appena le due, ma sentii che se non fossi uscita in quell'istante, probabilmente, non l'avrei fatto in seguito.
La macchina mi aspettava nel parcheggio, ma decisi di andare a piedi poiché era presto.
Imboccai la strada principale, fumai una sigaretta nel mentre e firmai qualche autografo. Mi fermai a bere qualcosa: un frullato di banana e kiwi e ripresi a camminare, con lo sguardo volto verso il cielo.
Pensavo e ripensavo a quel bacio, pretendevo che non fosse mai accaduto, ma tutte le mie paura di convergevano in quel preciso istante e la verità è che, anche il mio amore si annetteva ad esso. Avevo dimenticato com'era quel sentimento, quel richiamo autentico e primitivo che scatta dentro di noi quando meno ci si aspetta.
Non puoi imporlo, puoi sperarlo vanamente, ma non puoi decretare, decidere che arriverà anche con qualcun altro.
Quando si scatena dentro te lo percepisci, senza limiti, e viene naturale assecondarlo.
E come si fa, infine, a rinnegarlo?
Arrivai al luogo dell'appuntamento circa mezz'ora prima. Accesi un'altra sigaretta; mi illusi che il fumo potesse annebbiare quell'incubo, o quella benedizione (a questo punto non lo so), che viveva dentro me.
Quando Lucy arrivò si sedette di fronte a me senza dire niente, semplicemente accavallando le gambe e incrociando le braccia sul tavolo.
La guardai inerme, aspirando un'altra boccata di fumo che rilasciai andare lentamente.
«Allora? Hai preso una decisione?» Domandò, allungando la mano verso di me per prenderla nella sua.
«Non lo so Lucy.» Scossi la testa energicamente, abbassando lo sguardo su quello che ora era solo un mozzicone di sigaretta.
«Lauren, ascoltami... Quell'appartamento è assolutamente perfetto per noi e io non voglio perderlo.» Sospirò e annuendo impercettibilmente aggiunse «So che sei spaventata, perché ti conosco e lo so, ma lascia andare la paura e affidati alle mie convinzioni. Staremo bene.» Mentre parlava muoveva leggermente la mia mano, come per avvalorare il messaggio che stava cercando di trasmettermi.
«Magari ci sono case migliori, più isolate, più...» Mi interruppe con tono fermo e deciso.
«Lauren. Non ne posso più. Vuoi rimediare le cose con me? Vuoi dimostrarmi di tenere un minimo alla nostra relazione? Allora decidi: sì o no.»
......
Rincasai tardi, le ragazze stavano decidendo alcuni outfit per le date e Normani, insieme ad Ally, stavano finendo di scrivere la canzone.
Mi sedetti assieme a loro, portando indietro i capelli ribelli e appuntandoli con gli occhiali da sole.
Camila era nella sua cuccetta, a quanto pare non aveva nessuna intenzione di uscire.
«Se vuoi sapere cosa le è successo, basta chiedere.» Asserì Dinah, reclinando la testa su un lato per guardarmi meglio.
«Huh?» Chiesi, portando lo sguardo su di lei che dapprima era soffermo sulla tendina beige che mi impediva di vedere la corvina.
«So che sei in pensiero per Camila, dovresti parlarle.» Incalzò persuasiva, lanciando occhiate furtive alla cuccetta per accertarsi che Camila non fosse uscita.
«Cosa? Io?! No.» Scossi la testa, negando subitamente la sua proposta.
«Sei abbastanza impavida da baciarla, ma non riesci a dialogare con lei?» Fece una smorfia, storcendo le labbra in maniera ironica.
Farfugliai qualcosa a mia discolpa che però non ebbe nessun effetto perché erano solo parole senza senso accavallate fra di loro.
Feci un bel respiro e mi sporsi avanti, abbassando il tono della voce per essere udibile solo alle orecchie della polinesiana.
«Non puoi dirmelo te?» Sibilai.
Dinah mosse la testa da un lato all'altro in segno di diniego e schioccò le labbra, producendo un suono che accreditò la sua precedente negazione.
Mi voltai verso il corridoio. Nessun movimento, nessun rumore.
Dovevo sapere che cosa l'aveva turbata a tal punto da arrivar quasi a rinunciare al tour.
Mi alzai, lanciai un'ultimo sguardo a Dinah che mi fece un cenno con la testa per incitarmi a proseguire.
Drizzai le spalle, gonfiai il petto e trattenni il respiro, assumendo una sfumatura di alterigia che mi aiutò a camminare fino alla sua cuccetta.
Tirai lentamente la tendina, un po' di luce filtrò all'interno offrendomi la visione del suo volto.
Era distesa, con le mani leggermente alzate davanti a se per sorreggere un libro.
Strizzò gli occhi disturbata dalla luce e poi si voltò verso di me, schermando il sole con la copertina rigida dell'oggetto che stringeva.
Tutto il mio apparente coraggio svanì quando i suoi occhi marroni trovarono i miei.
«Ciao.» Dissi, abbassando involontariamente lo sguardo sulle sue labbra. Erano arrossate e leggermente screpolate, probabilmente le aveva morse più di una volta.
«Ehi.» Rispose con evidente sorpresa.
«Possiamo parlare?» Indicai con il pollice la porta alle mie spalle, ma Camila non captò quel gesto e istintivamente annuì e si fece da parte, come per farmi spazio accanto a lei.
Come ai vecchi tempi.
Guardai lo spazio vuoto che aveva lasciato per me sul materasso e deglutii.
Avevo dormito tante volte al suo fianco, proprio nel punto in cui adesso avrei dovuto adagiarmi.
Camila si accorse del disagio che provavo e solo in quel momento si rese conto di ciò che aveva compiuto senza rendersene conto. Alcuni gesti erano divenuti così usuali che, anche a distanza di anni, era impossibile perdere l'abitudine.
«Ah.. ehm... forse è meglio se...» Si mosse leggermente in avanti, indicando la porta che già dapprima le avevo additato.
«Sì, sono... sono d'accordo.» Balbettai, grattandomi nervosamente la nuca. Mi feci da parte per lasciarla passare e, quando fu balzata giù dalla cuccetta e mi ebbe sorpassato, la seguii fuori nel parcheggio.
Nascose le mani nelle tasche e spostò il peso dalla punta dei piedi ai talloni.
Catturai il labbro inferiore fra i denti, imponendomi di ignorare l'aria tenera che la caratterizzava.
«Stai bene?» Riuscii a dire, risultando banale. Camila sorrise leggermente sarcastica, ma annuii arrendevole e mi pose la stessa domanda.
«Ieri mi sei sembrata molto scossa... Volevo, volevo sapere se è tutto ok. Ecco.» Tirai un sospiro di sollievo. Lo sguardo di Camila perse vitalità, il suo consueto colore si offuscò, sparendo dietro uno strato velato.
«Ah.» Proferì con voce chiaramente delusa «È di questo che volevi parlare...» Abbassò lo sguardo sulle punte dei piedi protetti solo dai calzini.
Annuii, aggrottando le sopracciglia. Di che cosa pensava che volessi parlare?
«Niente di importante.» Disse, facendo un vago cenno con la mano per allontanare la conversazione.
«Non sembrava.» Insistetti, incrociando le braccia al petto. Camila lanciò lo sguardo al cielo e le mani sui fianchi, poi sospirando disse
«Vogliono che il prossimo tour sia condiviso con Austin.»
«Che cosa?!» Urlai senza accorgermene.
Immaginai come sarebbe stato trascorrere il prossimo anno con il pensiero fisso di Camila in giro per il Mondo con Austin.
Sentivo già il sangue ribollire nelle vene.
«No, non puoi farlo!» Strillai senza controllo, controllando la chioma ribelle con l'aiuto della mano.
«Come scusa?» Domandò attonita, imprimendosi un sorriso sarcastico sul volto.
Gesticolai frettolosamente, ponderando un discorso sensato che l'esortasse a comprendere il mio punto di vista, ma tutto appariva sfocato, condizionato dalle immagini che avevano popolato la mia mente tempo addietro e ora tornavano a tormentarmi.
Le sue mani. Quelle mani che ai miei occhi apparivano tozze e grezze stavano accarezzando la cosa più pura che avessi mai avuto e lui non aveva la minima idea di quanto fortunato fosse.
«Tu non hai nessun diritto di scelta.» La voce di Camila mi riportò alla realtà.
«Certo che ce l'ho. Tu e lui... insomma voi... voi!» Spiegai balbettando per colpa del fremito che si era impossessato del mio corpo.
«E quindi?» Alzò la voce anche lei, agitandomi maggiormente di quanto non fossi già «Io ho sbagliato Lauren, lo ammetto, ma tu non puoi decidere. Io non voglio stare vicino a lui perché mi ricorderebbe ogni giorno ciò che ho fatto, ciò che ho perso.» Sottolineò con maggior enfasi l'ultima frase, additandomi con fermezza.
«Ma tu non hai nessun diritto di parola in merito.» Serrò la mascella, avanzando un passo verso di me. So che aveva ragione, ma la parte più irrazionale di me aveva preso il sopravvento ed ero incapace di governarla.
«Ma Camila, come pensi che starei se ti sapessi in tour con quello?» Dissi con estremo disgusto, avvertendo un pugno allo stomaco provocatomi dai molteplici sentimenti che duellavano contro le memorie.
La stava baciando. Sì, non era un'illusione, non stavo dormendo. Le stringeva i capelli con una mano, mentre con l'altra le accarezzava la gamba sollevata all'altezza del bacino. Camila non opponeva resistenza, ma anzi assecondava ogni sua mossa, lo baciava con slancio, immersi nel buio parziale della stanza, illusi di essere lontani da sguardi indiscreti. Ma non dal mio, non dal mio.
«E tu..» Riprese lei. La sua voce si impose sul passato e schiarì le immagini del presente, presentandomi il suo volto avvicinandosi pericolosamente a me.
«Tu come pensi mi senta a vederti ogni giorno con Lucy? A saperti sempre più lontana?!» Urlò con foga, mentre le sue gote si coloravano di rosso vivo risaltando la rabbia che si annidava dentro di lei da più tempo del previsto.
«Ti ho lasciata andare, io ti ho lasciata andare.» Ripeté, scadendo parola per parola, ma con lentezza decisa come se quella frase le facesse male.
«Ho lasciato che ti prendessi la tua felicità a spese mie. Anche se quella felicità non comprendeva me, l'ho accettato.» Delle lacrime rigarono le sue guance e non seppi riconoscere se fosse uno sfogo di frustrazione o tristezza.
«Eppure, ogni volta che allento maggiormente la presa, tu torni da me. Non mi permetti mai di lasciarti andare, non del tutto almeno.» Si asciugò rapidamente le lacrime, eliminando ogni traccia di pianto e riprendendo con più rigidità stavolta «Devi lasciarmi andare Lauren. Devi permettermi di vivere come io sto facendo con te.»
Rimasi inerme senza saper cosa dire. Aveva ragione, so che era così, ne ero consapevole. L'idea di lasciarla andare era stata "semplice" fin quando Camila non era tornata a vivere sotto lo stesso tetto, ma adesso sembrava impossibile.
Starle vicino ogni giorno mi faceva vedere la realtà: stavo lasciando andare l'unica cosa della quale mi fosse veramente importato. Ecco perché era più difficile. Come non poteva esserlo?
Ma ero spaventata e ferita, soprattutto ferita.
Paventavo un futuro nel quale avrei dovuto ricomporre nuovamente i pezzi che Camila aveva distrutto.
Comunque non risposi, mi limitai a rientrare nel pullman.
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