Capitolo trentanove
Lauren pov
Un messaggio molto chiaro, diretto, incisivo. Avevo pensato per tutta la notte come dirglielo, avevo scritto poemi lunghi tre pagine che poi avevo eliminato, poi una semplice frase che non ammetteva fraintendimenti...
Nessuna risposta.
Certo, avrei dovuto prevederlo. Che mi aspettavo? Io avevo preso una decisione e Camila aveva subito le conseguenze. Se non le importava nemmeno rispondere...
Mi stavo dirigendo all'aeroporto, il mio volo sarebbe partito fra poche ore. Giocavo con la cover dello smartphone, sollevandola leggermente dai bordi per richiuderla in un sonoro stock.
Voltai lo sguardo fuori dal finestrino. Pe un istante mi sembrò di vederla, rannicchiata nell'auto nera, con le lacrime che le rigavano gli occhi, ma la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Mi riferivo a tre anni fa, quando Camila aveva abbandonato la band...
Mi ero appena svegliata. Il pullman era immerso in un silenzioso buio, l'unica cosa che produceva rumore era il ticchettio delle lancette dell'orologio.
Con i piedi scalzi, i capelli scompigliati, le gambe scoperte fino al ginocchio e protette da pantaloncini da basket al di sopra, una maglietta aderente senza maniche, mi avviai in cucina per sorseggiare il mio quotidiano caffè.
Feci un passo e sentii una forte fitta al petto. L'aria era rarefatta, i profumi che le ragazze si spruzzavano, ora, si mescolavano fra loro creando un odore nauseabondo. Eppure a me era sempre piaciuto, perché riuscivo a riconoscere quello di Camila tra tutti.
Io e la corvina non ci parlavamo più granché da quella notte in cui l'avevo trovata a letto con Austin, ma avevamo smesso del tutto quando Normani aveva fatto trapelare la notizia di me e Lucy. All'epoca non stavamo insieme, era solo una frequentazione, ma bastò per stazionare una distanza incolmabile fra me e Camila.
E comunque, certe lontananze, non saranno mai abbastanza forti per non essere abbattute.
Ed io ero consona a farlo. Rivedevo Camila nei panni sporchi gettati a terra, nella chitarra lasciata sul divano, nel plettro dimenticato sulla mensola, nel profumo asperso nella stanza... Riuscivo a trovare un contatto con lei, in qualche modo, ma quella mattina mi resi conto di non esserne più capace perché le cose elencate precedentemente, erano sparite.
I vestiti non erano accatastati per terra, il divano era vuoto, la mensola riordinata, il profumo scomparso. La prima cosa che mi venne in mente di fare fu aprire il suo armadio. Anche quello era spoglio, le grucce si muovevano appena come per schernirmi.
Corsi in cucina, non so perché. Due buste bianche erano poggiate vicino al lavabo. Su una c'era scritto "Fifth Harmony", sull'altra "Lauren". Con la mano tremante scartai quest'ultima, sedendomi.
Mi bastò leggere le prime tre parole per capire che se ne era andata.
Adesso se ne stava andando di nuovo. Non stava abbandonato il gruppo, ma me.
Sospirai, risentendo quella fitta al petto.
L'autista mi avvertì che eravamo arrivati all'aeroporto. Lo ringraziai e scesi dalla macchina, dirigendomi verso il volo che mi avrebbe ricongiunto alle altre ragazze.
Prima di imbarcarmi, controllai nuovamente il telefono. Non c'era nessun messaggio.
Passarono tre ore prima che l'aero tagliasse le nuvole, scendendo a capo fitto verso la pista d'atterraggio. Da una parte ero contenta di essere tornata, dall'altra sentivo la necessità di correre.
Mi sono sempre sentita così di fronte a Camila.
Percorsi a gran passi l'atrio, un'autista mi attendeva con il mio nome scritto su una lavagnetta bianca. Mi salutò con un reverenziale gesto del capo e mi scortò fino all'auto, la quale restò ingarbugliata nel traffico per qualche minuto, poi schizzò via velocemente.
Arrivai in orario al pullman. Con le ragazze avevamo deciso di trascorrere una notte lì prima di partire. Ero la seconda ad arrivare, la prima era stata Ally, al mio seguito Dinah.
«Come mi siete mancate!» Disse Ally, stringendoci entrambe in un abbraccio materno.
«Non sapete che palle queste vacanze senza di voi.» Sbuffò Dinah irritata, alzando gli occhi al cielo.
«A chi lo dite.» Una voce alle nostre spalle ci fece voltare. Normani. Sospirai sconsolata: per un attimo avevo creduto di vedere Camila.
Mani si era tagliata i capelli, sostenendo che era tempo di cambiare, era tempo di andare avanti. Dopo il matrimonio di Val aveva capito che non c'era più speranza per loro, ma cosa più importante, non voleva che ci fosse.
«A proposito di matrimonio...» Iniziò Mani, voltandosi maliziosamente verso di me. «Una bella cerimonia, vero Lauren?» Domandò sarcastica.
«Oh sì.» Incalzò Dinah «Scommetto che anche a Camila è piaciuta.» Risero tutte in coro.
«Abbiamo sbagliato strada, non sapevamo più dove andare.» Cominciai con fermezza. Avevo studiato un'espediente da usare in caso le ragazze avessero fatto domande e di sicuro sarebbe stato così. Infatti...
«Camila non sapeva impostare il navigatore, così ho tentato di farlo al posto suo. Ci siamo ritrovate dall'altra parte della città. Abbiamo prenotato un albergo, camere separate naturalmente, e siamo rimaste a dormire lì. Questo è quanto.» Incrociai le braccia al petto, un sorriso si stampò sul mio volto per la sceneggiata ben riuscita.
Sembrarono perplesse, come se credessero davvero alle mie parole. Ma durò solo un'istante perché poi Dinah si mise a ridere ancora più forte, Ally scosse la testa e Normani mi guardò sinistra.
«Camere separate naturalmente.» Mi fece il verso Dinah, poi, grazie al cielo, lasciammo cadere l'argomento.
Entrammo sul pullman, dove le altre si rifugiarono in cucina per un tè, mentre io mi occupai di disfare la valigia.
La porta d'ingresso si aprì lentamente, richiudendosi in un sordo tonfo. Nemmeno il tempo di alzare la testa, tendere le orecchie, che il suo profumo mi aveva già raggiunta.
Sentii che salutò le altre in maniera sbrigativa, chiese di me, no, forse no... Non riuscivo a sentire bene. Poi apparse sulla soglia, stagliandosi davanti ai miei occhi vigili.
Tornare a casa le aveva fatto bene, perché era diventata inspiegabilmente più bella. Se questo fosse possibile.
Deglutii. In quel momento mi sentii davvero in imbarazzo, come se potesse vedere tutti i minuti che avevo aspettato invano davanti al telefono una risposta che non era mai arrivata.
«Ciao.» La salutai formalmente, nascondendo le mani nelle tasche posteriori dei jeans.
Lasciò la valigia alle sue spalle, avanzò a grandi passi nel corridoio. Aggrottai le sopracciglia confusa, senza distogliere lo sguardo dal suo.
Pochi secondi dopo la sua mano si chiuse sul mio polso e mi stava trascinando verso il bagno, disposto a pochi metri da noi.
Farfugliai qualcosa, ma non riuscii ad elaborare niente di sensato nel giro di pochi attimi.
Chiuse la porta del bagno alle nostre spalle, mi spinse contro di essa e mi baciò con forza, affondando le mani dentro ai miei capelli.
Restai paralizzata, scioccata. Irriflessivamente le mie mani scivolarono sui suoi fianchi, l'attirai più vicina a me e chiusi gli occhi, reciprocando. Camila stringeva sempre con più prepotenza le mio ciocche, succhiava avidamente il mio labbro e ben presto si ritrovò ad ansimare per mancanza d'ossigeno.
«Ma che diavolo...» Ebbi il tempo di domandare prima che tornasse a baciarmi.
«Camz... Camz, io pensavo che.. che non avessi letto, o che avessi deciso di...» Balbettai fra un bacio e l'altro.
«Ho letto.» Ammise lei, sorridendo.
«E perché non hai risposto?!» Chiesi, sentendo tutta la tensione evaporare a poco a poco.
«Volevo farlo di persona.» Mormorò, ma io la colpii ugualmente sul braccio.
«Dio! Mi hai fatto passare delle ore da incubo. Pensavo che... che tu non...» Scossi la testa, lasciando la frase ad aleggiare sopra di noi.
Camila appoggiò la sua fronte contro la mia, le sue mani strinsero le mie guance e il suo respirò colorò il mio.
«Scema.» Sussurrò soltanto.
«Quindi, quindi cosa pensi?» Domandai. La risposta era chiara, ma agognavo per sentirmelo dire. Lei mi soddisfece.
«Che anch'io voglio te.»
Sì, il messaggio incisivo del quale vi parlavo, recitava un semplice "Voglio te."
Una leggera risata lasciò le mie labbra. Il mio cuore fece i salti nel petto, le mie mani strinsero con più convinzione i suoi fianchi, attirandola al mio petto. Restammo abbracciare senza dire niente: cos'altro dovevamo aggiungere?
Camila, avvinghiando le braccia lungo tutta la mia schiena, raggiunse le mie spalle con le dita e si aggrappò ad esse con le unghie.
Immersi la testa nei suoi capelli, respirando il profumo di cocco che li contraddistingueva.
Non potevo crederci. Stava succedendo davvero. Io e Camila, di nuovo insieme.
Al suono di quel pensiero nella mia testa, sentii l'esigenza di baciarla e così feci. Alzai lievemente il suo mento, inchiodando i suoi occhi nei miei. Spinsi con forza le labbra sulle sue, strappandole qualcosa che ora apparteneva solo a me.
«Perché abbiamo aspettato tanto?» Domandai ad un respiro dalla sua bocca, scuotendo la testa in disapprovazione del tempo che avevamo impiegato per riunirci.
«Perché un amore così fa sempre paura.» Alzò gli angoli della bocca in un sorriso flebile che propagò la stessa reazione in me.
«E noi non siamo brave a gestire la paura.» Ammisi, ma in realtà, adesso che era stretta fra le mie braccia, quel sentimento che era sempre stato predominante, diventava quasi invisibile.
«Per niente.» Concordò Camila ridacchiando.
Questa volta fu lei a baciarmi, un bacio esigente, che bramava qualcosa di più delle mie labbra. Con la mano accarezzai la sua schiena, facendo scorrere le dita lungo la spina dorsale e poi sulle scapole.
«Dio, quanto mi sei mancata.» Sibilò contro il mio collo, spingendo la punta del naso contro di esso. Istintivamente lanciai la testa all'indietro, emettendo un gemito soffocato che la fece sorridere.
«Ho così tante cose da raccontarti. Sai che mia sorella fa educazione sessuale? Non ti pare un po' presto, a me sembra di sì.» Iniziò a parlare a vanvera, sentendosi libera di poter intavolare qualsiasi argomento. Penso fosse la cosa che mi mancasse maggiormente del nostro rapporto.
«Davvero? No beh, non credo.. Meglio prevenire che curare, giusto?» Intrecciai una ciocca dei suoi capelli alla punta dell'indice, poi la sciolsi legandola dietro il suo orecchio.
«Mi ha chiesto se sei brava a letto.» Disse, facendo una smorfia che la diceva lunga.
«Oh!» Risposi con un mezzo sorriso «E tu che hai detto?» Inclinai la testa, guardandola maliziosamente.
«Non ho risposto!» Mi guardò allibita, corrugando la fronte.
«Ok, beh, fallo adesso.» La incitai, sistemandomi contro lo stipite e attirando anche lei verso di me. Non avevo intenzione di lasciarla andare per niente al mondo.
«Uhm..» Mugugnò, facendo finta di pensarci. «Sei fantastica e vorrei constatarlo proprio ora...»
Sorrisi, reclinai la testa su un lato per sfiorare le sue labbra con le mie. Camila si ritrasse all'indietro, sussurrando un flebile "ma" che per un attimo fece aumentare i battiti cardiaci del mio cuore.
«Ma prima, dobbiamo capire cosa fare con le nostre rispettive relazioni.» Dichiarò solenne.
Per un attimo avevo dimenticato Lucy, a dire il vero avevo scordato qualsiasi cosa non riguardasse la corvina. Ero talmente felice che ancora una volta i sentimenti avevano preso il sopravvento.
Appoggiai la schiena contro lo stipite, alzai la testa verso il soffitto e sospirai, concordando con lei.
«Hai appena comprato un appartamento con Lucy... Che cosa hai intenzione di fare?» Catturò il labbro inferiore fra i denti innervosita, come se ancora non fosse sicura che avrei lasciato tutto per lei.
«Di sicuro dovrò parlarle. Metterò in chiaro le cose, le dirò che può tenersi l'appartamento è che mi dispiace davvero tanto di averla ferita, ma che sono innamorata di un'altra persona.» Mi strinsi nelle spalle, facendo un cenno col capo nella sua direzione per chiedere conferma di quanto valido fosse come discorso.
«Ottimo.» Tutto il suo nervosismo adesso era svanito e veniva rimpiazzato da un sorriso a trentadue denti «Alle ragazze che diciamo?»
«Per ora niente.» Abbassai la voce, ricordandomi solo adesso della presenza di qualcun altro a qualche metro da noi.
Una porta non delimitava la nostra privacy, non quando le orecchie attente delle altre di trovavano dall'altra parte del corridoio.
«Non sappiamo nemmeno se riusciremo a gestire questa cosa, perché insomma.. Stiamo parlando di noi. Diciamo che, che siamo in prova, per ora...» Dissi, abbassando lo sguardo su di lei.
Camila annuì. Anche lei era consapevole di quanto il nostro rapporto fosse stato travagliato gli anni addietro, sapevamo che ci stavamo inoltrando in un percorso impervio e tortuoso. Eppure, adesso che camminavamo sulla stessa via, non avevo più tanta paura del domani.
-Spazio autrice-
Spero che questo capitolo vi sia piaciuto! Non sottovalutatemi, però, perché colpi di scena non mancheranno... 😘
Grazie ancora a tutti.
Vi aspetto domani con il prossimo capitolo :)
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