Capitolo sessantacinque - Parte uno
Camila pov
Un mese dopo
Era tutto programmato. Saremo partite assieme alle ragazze, il venti dicembre, per non destare sospetti. Avremo trascorso i seguenti giorni dividendoci fra le varie famiglie, dopodiché la Vigilia di Natale Lauren avrebbe dormito a casa mia, avremo scartato i regali sotto l'albero che mia madre e Sofia avrebbero addobbato rigorosamente di oro e blu; poi ci saremo spostati tutti a casa Jauregui, per celebrare il Natale riuniti. Le seguenti tre settimane, il tempo libero che avevamo a disposizione, avremo oziato in spiaggia, lambiccandoci su cruciverba e restando sdraiate al sole fin quando non si sarebbe scottata la pelle.
Tutto programmato, nei minimi dettagli. Mi ero assicurata che niente fosse fuori posto. Avevo fatto la lista dei regali, non solo per i miei parenti e Lauren ma anche per la sua famiglia. Mi ero assicurata che mia madre cucinasse due teglie di lasagne, sapendo che Lauren ci andava matta. Probabilmente avrebbe ingurgitato una sola teglia per conto proprio e se non fosse riuscita a finirla, l'avrebbe trafugata in camera per mangiarla durante la notte... Lo faceva spesso, ai vecchi tempi.
Avevo chiesto a Sofi di mettere il puntale d'oro, perché era quello che avevamo comprato io e Lauren quattro Natali fa. Avevo detto a mio padre di indossare la sua camicia migliore e di non presentarsi in toni come era solito fare. Avevo impacchettato tutti i regali, assicurandomi che coccarde e carta da pacchi fossero tuti diversi da loro, ma sgargianti allo stesso modo.
Insomma, era tutto pronto, studiato nei minimi particolari nemmeno fosse un matrimonio. Certo, non era un evento tanto importante, ma era la prima volta che le nostre famiglie si riunivano dopo tanto tempo.
I rapporti fra Sinu e Clara si erano freddati da quando io avevo lasciato la band, e nonostante vivessero a pochi isolati l'un dall'altra, il massimo che riuscivano a fare era un rapido cenno di saluto impartito dall'educazione. Un comportamento molto rigido e minimale. Quell'anno le cose cambiavano. E forse, per me, passare il Natale tutti assieme era anche più angosciante di una vera cerimonia nuziale... Era terrificante.
«Ti sei dimenticata qualcosa?» Domandò la corvina, intenta a controllare nuovamente la lista dove aveva appuntato tutte le cose da mettere in valigia e spuntava ogni voce, magistralmente.
«No.» Sentenziai risoluta, chiudendo la zip rapidamente. Io, in questo, ero decisamente più arrabattista.
Non mi prendevo tutto il tempo che impiegava lei per sistemare le magliette, assicurarsi di aver preso lo shampoo di riserva (guai se non fosse quello con l'aroma al cocco), scegliere i libri giusti da portarsi dietro, quelli che la ispiravano a scrivere canzoni. Trucchi, phon, pennarelli (disegnare per lei era un passatempo), felpe se facesse più freddo, profumo, cruciverba, un carico di calzini e... le manette.
No, io mi limitavo a gettare i vestiti nella valigia, mettere qualche matita per gli occhi e l'immancabile lucida labbra. Qualche libro per passare il tempo. Nient'altro.
«Sei sicura?» Alzò un sopracciglio, lanciandomi un'occhiata poco convinta mentre si portava il cappuccio della penna sull'angolo della bocca «Sai, dovresti imparare a farti una lista. Eviteresti di arrivare sprovveduta.» Mi riprese con tono da maestrina, mostrandomi con orgoglio il foglio sul quale aveva cancellato quasi tutte le voci.
«Non ne ho bisogno.» Scrollai le spalle «E poi se dimentico qualcosa, posso sempre attingere alla tua borsa di Mary Poppins.» Dissi, indicando la valigia perfettamente ordinata, aperta dall'altra parte del letto.
«Ah-ah, divertente. Intanto io non rischio di lasciare a casa qualcosa di fondamentale.» Rimbeccò lei, girando la penna fra le labbra lentamente. Perché era sexy anche quando muoveva una stupida biro?
«Certo.» Sorrisi maliziosa, portando le braccia conserte «Infatti ho visto che le manette erano la prima voce sulla lista.»
Per un istante le sue guance si imporporarono e le labbra si schiusero in un'espressione attonita, e strinse la lista al petto come se nasconderla ora potesse servire a qualcosa.
Poi, però, come era consona fare, rigirò la situazione e la sfruttò a suo vantaggio.
«Menomale che non hai letto il resto...» Ammiccò, graffiandomi le orecchie con la sua voce rauca «Ho tante sorprese, Camz.»
Un brivido, paragonabile a una scossa elettrica, percorse la mia schiena, vibrando lungo la spina dorsale, arroventando la mia pelle come fuoco. Le bastava così poco per avermi in pugno. Mi piegavo al suo tocco, al suo sguardo, alla una voce, come una chioma frusciava al vento, plasmandosi a seconda del volere del refolo.
Mi sentii avvampare e seppi con certezza che le mie guance si stavano colorando di un vermiglio che ero solita acquisire nei momenti imbarazzo, mentre la sua pelle tornava all'incarnato normale e ora lei quella a ridacchiare.
«Ch-che sorprese?» Riuscii a balbettare, deglutendo a fatica il groppo che mi si era formato in gola.
«Se te lo dicessi sarebbe più tali.» E riprese a leggere quella dannata lista che, adesso, non sembrava più così stupida.
......
Trascinai la valigia sull'aereo, sollevandola da terra con due mani perché troppo pesante per essere sostenuta con una soltanto.
Lauren restava alle mie spalle, ridacchiando della mia scarsa forza e ribadendo il concetto che se avessi fatto una lista con le proprietà avrei evitato di portarmi dietro cose inutili e non mi sarei dovuta cimentare in una prova con i pesi.
«Lauren.» Sbuffai infine, voltandomi verso di lei stizzita e con l'affanno «Se non ti zittisci, penso che ti colpirò.» Portai le mani sui fianchi, guardandola di sbieco.
«Okay, fai pure!» Alzò le mani in segno di resa, facendomi segno di proseguire a salire la scaletta «Continua a trascinarti quel macigno colmo di futilità.» Mormorò, ma non a voce abbastanza bassa da non essere udita.
Mi voltai di scatto, riducendo gli occhi in due piccole fessure dalle quali le lanciai uno sguardo torvo che arrestò la sua camminata.
«Un altro commento sulla mia valigia e...» Pensai ad una minaccia abbastanza efficace, non riuscendo quasi mai ad eccellere nell'improvvisazione «E io ti ruberò la dentiera ogni giorno quando saremo vecchie. Sarai così sdentata che parlare ai nostri nipoti sarà impossibile.» Le puntai il dito contro il petto e per quanto inizialmente le sue pupille si fossero davvero dilatate per la sorpresa nel vedermi assumere un atteggiamento scostante, adesso si contorceva dalle risate.
«Magari non avrò nemmeno bisogno della dentiera. Forse sarai tu quella che la indosserà.» Rispose, cercando di mantenere una serietà apparente che sfumava leggermente sotto quel leggero sorriso che ancora contornava le sue labbra.
«Dopo che oggi stesso ti avrò ripetutamente colpito per un'altra affermazione sulla mia organizzazione.. Ne avrai sicuramente bisogno.» Sentenziai e stavolta Lauren almeno si degnò di trattenere la risata, catturando il labbro inferiore fra i denti.
Scodinzolai fino al sedile, sbattendo più volte la valigia da una parte all'altra a causa dello spazio angusto nel quale eravamo rilegate.
Lauren, invece, si sedette tranquillamente al suo posto, appoggiando le sue cose senza problemi, sbattendomi in faccia, ad ogni gesto, la sua sfacciata precisione che evidenziava la mia imparagonabile goffaggine.
«La prossima volta te la faccio io una lista.» Dichiarò la corvina, stendendo le gambe sul sedile di fronte a se, per poi tendere la sua mano verso di me e accarezzarmi il braccio con fare consolatorio.
«La strappo, Lauren. La strappo.» Precisai, scandendo parola per parola, rivendicando la mia perfetta gestione dell'organizzazione.
E lei, forse un po' per la mia espressione contratta rigidamente, o per le labbra incurvate in quello che doveva essere un ghigno ma ai suoi occhi apparve solo un sorriso sghembo, o magari per il modo in cui avevo arricciato il naso, scoppiò a ridere, facendo scivolare la sua mano verso la mia e intrecciando le nostra dita assieme.
Scossi la testa, lasciando cadere l'argomento. Rilassai i muscoli delle spalle, ma impressi con più forza i polpastrelli sul suo palmo.
Sarebbe stato un viaggio abbastanza lungo, tanto valeva sfruttare il tempo in maniera producente: dormendo.
......
Quando mi svegliai, Lauren mi stava ad un palmo dal viso. Aveva lasciato un bacio sulle mie labbra, che ancora sapevano di lei. Sorrisi tenuemente, stiracchiandomi sul sedile, dopodiché afferrai la valigia e mi diressi verso l'uscita, fulminandola con lo sguardo prima che potesse addurre qualsiasi dileggio.
Salimmo in auto e ci facemmo scortare davanti a casa mia. Miami era immersa nell'inverno, eppure soffiava ancora un venticello caldo che screpolava le labbra e avvizziva la pelle.
Nessuno era abbastanza intrepido da fare il bagno, ma molti se ne stavano distesi in spiaggia a leggere comodamente un libro, o a prendere il sole che batteva impertinente anche durante quel periodo dell'anno.
Un ronzio infastidì le mie orecchie. Mi girai di scatto, credendo che un'insetto potesse essere sgattaiolato all'interno dell'abitacolo facendosi strada attraverso il pertugio che l'autista aveva aperto nel finestrino, ma invece era solo il telefono di Lauren.
Ancora peggio.
«È..?» Domandai titubante, esitando nell'incertezza di volerlo sapere oppure no.
Lei annuì, leggendo il messaggio ad alta voce. Lucy le "chiedeva" di passare il Natale con lei, ma non solo, aveva deciso che la corvina si sarebbe stanziata a New York per tutte le tre settimane di vacanza.
Laure catturò il labbro inferiore fra i denti, voltandosi verso di me con aria dispiaciuta.
«No.» Dissi, scuotendo la testa e facendo pressione sulla sua mano. Non poteva portarmela via, non ancora.
Quelle tre settimane erano l'unico momento in cui potevamo vivere spensierate, dimenticando le nostre maschere, riabbracciando il nostro essere. Tre settimane, non erano un giorno.
«Camz..» Mormorò lei, portando l'altra mano sul dorso della mia. Io continuavo a scuotere la testa: non potevo accettarlo.
«No, Lauren. Non mi importa.» Le sfilai velocemente il telefono di mano, spegnendolo; la schermata che divenne subito nera «Farai finta di non aver visto il messaggio e terrai il telefono il spento. Non andrai a New York, non stavolta.» Sentenziai con audacia, rinvigorita da un senso bellicoso che non accennava a tacere dentro me.
«Camila, sai che vorrei, ma è troppo pericoloso..» Abbassò lo sguardo sulle nostre mani, con il pollice prese ad accarezzare il dorso della mia, intenta a confortarmi.
Non c'era alcun bisogno di rincuorarmi, perché lei non sarebbe andata da nessuna parte.
«Correremo il rischio. Lauren, ti prego non andare.» La supplicai, avvicinandomi maggiormente a lei. I suoi occhi incontrarono i miei; la luce che gli contraddistingueva prima che prendessimo il volo, ora era sparita, rimpiazzata da un'alone nebuloso che annebbiava le sue iridi.
«Lo so che hai paura. Ne ho tanta anch'io, ma se Lucy avesse voluto rivelare il nostro segreto, l'avrebbe già fatto. Ti tiene in pugno, perché non ha intenzione di rinunciare a te. Stavolta, però, sono io a non lasciarti andare.» Dichiarai, accarezzando la sua guancia ammorbidita dalla cipria rosea che colorò le mie dita.
«Fra quattro giorni sarà Natale. Ho passato due settimane a programmare questo giorno, non te ne puoi andare adesso. Ti prego Lauren.» La implorai nuovamente, portando la sua mano alle mie labbra. Lasciai un bacio sul dorso, e poi l'adagiai contro il mio volto, bisognosa di ricevere una carezza.
«Camz, pensaci un attimo..» Riprese lei, ma l'anticipai prima che potesse controbattere.
«Ci ho già pensato!» La mia voce si alzò più del dovuto. Tutta quella situazione mi dava sui nervi: trovarmi con le spalle al muro, era insopportabile.
«Non voglio che tu vada, nonostante sappia i rischi che quest'azione comporta. Non te ne andare, ti sto supplicando Laur. Non andare.» Poggiai la fronte contro la sua spalla, volendo nascondere l'incipiente pianto che offuscava la mia vista. Con un gesto rabbiosa asciugai gli occhi contro la manica della felpa.
Lauren mi baciò ripetutamente la testa, poi appoggiò la sua guancia contro di essa, respirando profondamente.
Per una manciata di minuti la macchina sprofondò nell'assoluto silenzio. Solo il fruscio del vento si insinuava attraverso il finestrino, sibilando irriverente nelle mie orecchie, trasportando il profumo impregnato nelle sue vesti attraverso tutto l'abitacolo. La strinsi più forte, chiudendo le mani a pugno attorno alla sua maglietta.
«Non succederà niente, te lo prometto.» Azzardai. Un sussurro che racchiuse un giuramento che purtroppo non ero in grado di poter controllare. Come mi era venuto in mente?
Avrei fatto di tutto pur di farla restare, di poter trascorrere il Natale con lei. Perché la mia famiglia non era la mia famiglia se Lauren non c'era.
Lei prese ad accarezzarmi i capelli, il suo respiro caldo inumidiva le mie ciocche, l'altra mano mi stringeva forte al suo petto che si gonfiava più pesantemente adesso.
«Va bene.» Disse infine «Resto.»
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