🕒
Do you walk in the valley of kings?
Do you walk in the shadow of men?
Who sold their lives to a dream?
Do you hold their lives from a string?
Do you ponder the manner of things
In the dark
___________________
I am flesh and I am bone
I've got fire in my soul
__________________
La musica gli risuonava nella cassa toracica, gli scuoteva carne e ossa scorrere veloce il sangue nelle vene.
Perso nella magia di un bicchiere di whisky, i suoi occhi cercavano di cogliere tutte le sfumature di quel liquido ambrato che si infrangeva sulle pareti di vetro trasparente.
Per nulla interessato a ciò che gli accadeva accanto si ritrovò comunque a far vagare lo sguardo appannato per la stanza calda e soffocante. Nonostante fuori piovesse e il freddo invadesse le strade della città in festa l'aria intorno a lui era bollente.
L'odore di corpi sudati, di fumo, di alcool e di eccitazione gli stuzzicava i sensi facendogli arricciare il naso. In quella nebbia voluttuosa la gente sembrava essersi persa in una dimensione onirica e concupiscente.
Le ragazze, baccanali eccitate ed esaltate, si strusciavano sui corpi affamati di ragazzi con le pupille dilatate e i sensi offuscati.
La lussuria, l'euforia e la pazzia regnavano incontrastate. Sentimenti corposi e invadenti che gli scivolavano addosso, accarezzandogli la pelle con calde promesse e sussurri concitati.
Un ragazzo seduto accanto a lui gli accarezzava la gamba. Altri due centimetri e sarebbe riuscito a infilargli una mano nel grosso squarcio dei jeans alla moda che gli scopriva un'ampia porzione di coscia.
Le pale del ventilatore oscillavano proiettando lunghe ombre contro il soffitto bianco.
La luce gialla si posava sul suo viso dipingendogli i zigomi e la gola con pennellate d'oro e verde. Sulla bocca e le clavicole tocchi di cipria e porpora.
Appoggiò la testa sullo schienale rivestito di pelle marrone del divano.
Il bicchiere di birra sempre nella sua mano. La mano del ragazzo sempre sulla coscia.
Qualcuno aprì una finestra cercando di raffreddare l'aria, ma fu tutto inutile. Quella sera non sarebbe stato così facile spegnere il fuoco che bruciava tra le gambe di quella massa di animali voraci.
Si mosse irrequieto.
Sentiva il desiderio cantare dentro di lui, ma non c'era nulla lì che lo spingesse ad acquietare quella strana fame che lo divorava.
Eppure qualcosa sarebbe accaduto.
Lo sentiva nelle ossa e nella carne.
Quella notte, qualcosa sarebbe arrivato per lui.
Forse non avrebbe dovuto bere così tanto, ma era halloween, quella notte tutto sembrava essere concesso. Portò nuovamente il bicchiere alle labbra e lo prosciugò assaporando sulla lingua il sapore dell'oblio e della concupiscenza.
Quando ebbe finito la scorta di alcool nelle vicinanze si decise ad alzarsi da quel divano mezzo sfondato. Intorno a lui si sollevò una nube scintillante di pulviscolo dorato e il suo posto fu subito occupato da due ragazze affamate l'una dell'altra.
Senza badare a quello che lasciava dietro di sé percorse il breve tratto che l'avrebbe portato fuori di lì.
Il mondo si muoveva confuso intorno a lui, come se stesse guardando immagini proiettate su un telo bianco.
Luci verdi, rosse, blu.
Umani, mostri, angeli.
Si strofinò gli occhi arrossati e cercò di mettere a fuoco le lancette del orologio di cuoio che aveva sul polso.
Diciassette minuti alle tre.
Le tre. L'ora del diavolo; era così che diceva sua nonna mentre gli raccontava storie raccapriccianti e affascianti su orribili creature.
Si infilò le mani nella giacca di pelle nera e uscì in strada.
La pioggia aveva smesso di cadere lasciando dietro di sé un leggero venticello gelido che si infilava sotto la sua giacca e gli faceva aderire al corpo quella leggera t-shirt grigia che poco faceva per proteggerlo dal freddo.
Il clima ostile gli fece riacquistare un po' di lucidità. Evitò un gruppo di ragazzi ubriachi fradici che ballavano indossando maschere di mostri e si diresse verso casa sua.
Sarebbe stata una lunga passeggiata.
Ad ogni passo che faceva la strada diventava sempre meno popolata, finché l'unico rumore udibile fu il suono dei suoi anfibi sull'asfalto bagnato.
Era da solo, completamente da solo.
Liberò le mani dalle tasche e incurante del freddo spalancò le braccia iniziando a danzare per la luna non più coperta da nubi.
Si muoveva seguendo una musica che solo lui udiva e passi che solo lui conosceva.
Un sorriso spensierato sul viso arrossato dall'aria gelida.
Mentre girava su stesso – scoordinato, strambo, ipnotico – vide con la coda dell'occhio un'ombra dall'altro lato della strada.
Si fermò.
Il petto si abbassava e si alzava velocemente, il respiro era affannato e nuvolette di vapore bianco gli uscivano a fiotti dalla bocca.
Un ragazzo con un impalpabile camicia bianca lo guardava immobile con la testa leggermente piegata di lato, le mani infilati nelle tasche di eleganti pantaloni scuri e nessun segno di star soffrendo per il freddo sul viso pallido.
Si guardarono per un periodo di tempo indefinito.
Entrambi immobili.
Uno aspettava di vedere cosa avrebbe l'altro.
L'altro aspettava e basta.
I numeri rossi su un orologio digitale esposto in un negozio di elettrometrici cambiarono.
3:00 a.m.
Il ragazzo dall'altro lato della strada sorrise e Jongdae pensò che fosse bellissimo.
Un inaspettato odore di oleandri si diffuse intorno a lui quasi soffocandolo.
Si guardò intorno per capire da dove venisse ma nulla gli saltò all'occhio.
Quando riportò lo sguardo dinanzi a sé non c'era più nessuno.
Fece un passo in quella direzione ma una stretta calda lo bloccò.
Una mano candida e dalle dita sottili gli stringeva il polso; risalì con gli occhi su quella pelle delicata fino ad arrivare a guardare in paio di occhi felini contornati da lunghe ciglia nere.
Era davanti a lui e la sua mano scottava nonostante la giacca di pelle.
Si voltò completamente e si perse nelle curve e nelle ombre del suo viso. Esaminò ogni dettaglio, dai capelli dipinti di un tenue rosa alla bocca vermiglia, umida e piccola.
Fu su quest'ultima che si concentrò e senza rendersene conto si ritrovò a passare le dita ghiacciate sul labbro inferiore del ragazzo, più carnoso rispetto a quello superiore.
Lui dischiuse leggermente le labbra, due piccoli canini bianchi fecero capolino tra quella carne tenera, e Jongdae sentì il suo alito caldo sui polpastrelli.
Aveva un'aria così maliziosa, eppure così innocente allo stesso tempo.
«Jongdae» lo chiamò poi con voce calda e ipnotica «finalmente sei arrivato».
Jongdae non aveva più freddo, il corpo del ragazzo era premuto contro il suo ed emanava un calore intenso e allettante e lui, che non aveva mai smesso di vagare con le dita sul suo bellissimo viso, disse con una blanda curiosità nella voce: «come conosci il mio nome?».
Il ragazzo sorrise alla sua domanda innocente e gli infilò le mani sotto la giacca di pelle e la maglia, graffiandogli i fianchi con le unghie aguzze. «Tu mi appartieni, come potrei non sapere il tuo nome?».
Anche quella volta Jongdae non reagì né ai graffi, né al tono di possesso nella voce dell'altro ragazzo ma anzi, si crogiolò in quella calda sensazione che si stava diffondendo nel suo petto e ignorò completamente la voce della ragione che gli sbraitava in testa.
«E tu appartieni a me?» gli chiese sprofondando il naso nei suoi morbidi capelli chiari e respirando l'odore dell'oleandro a pieni polmoni.
Il ragazzo gli morse una clavicola e poi leccò le piccole goccioline di sangue che fuoriuscirono dalla ferità. Il suo gesto, una sorta di ammonimento.
«Io non appartengo a nessuno, nemmeno al tempo» gli sussurrò con voce ansimante all'orecchio «ma stanotte puoi provare a catturarmi».
Quello che accadde in seguito fu offuscato da una nebbia di lussuria e follia.
I loro corpi si scontrano sul letto sfatto di Jongdae, senza nemmeno sapere come ci erano arrivati lì sopra. Le loro mani si cercavano freneticamente mentre i bottoni e le cuciture saltavano; le labbra si rincorrevano su distese di pelle candida e immacolata che presto fu adornata di morsi e profondi graffi. La frenesia e l'urgenza la facevano da padrone e niente sembrava spaventare il giovane Jongdae quella sera. Nemmeno i canini aguzzi che scintillavano nella bocca del misterioso ragazzo.
Afferrandolo per i capelli lo costrinse ad esporgli il collo e gli dimostrò che anche chi non aveva denti affilati come i suoi poteva mordere.
La loro diventò una sorta di sfida implicita che finì per portare alla disfatta fisica di entrambi, lasciandoli ansimanti e sudati.
Tutta la notte si diedero la caccia tra quelle lenzuola, troppo presi dal loro gioco per notare il sole che prendeva il posto della luna.
Quando ormai il freddo della notte precedente venne spazzato via dai caldi raggi solari il ragazzo misterioso si rese conto che qualcosa non andava.
Seduto sul letto appariva concentrato e smarrito.
Jongdae lo osservava tranquillo con la schiena appoggiata sui cuscini morbidi e un sorriso soddisfatto dipinto sul volto.
La consapevolezza si fece largo dentro il suo ospite che si voltò a guardarlo con gli occhi coperti da un velo rossastro e disse: «Cosa hai fatto?».
Jongdae gli si avvicinò e premette la mano sul morso che gli aveva lasciato sul collo. «Hai detto che potevo provare a catturarti» rispose rubandogli un bacio veloce sulle labbra strette in una linea sottile.
«Come!?» la voce improvvisamente cavernosa rimbalzò tra le pareti di quella piccola stanza.
«Mia nonna mi raccontava sempre che il diavolo si avvicina quando le lancette si fermano sul numero tre e che bisogna scappare, più veloce che si può. Ma, se si cade tra le sue grinfie, allora esiste un solo modo per salvarsi: "scopri il suo vero nome e controllerai la sua volontà" mi diceva» lo baciò nuovamente sulle labbra e accarezzò il viso sorpreso dell'altro.
«Non trovi sia una bella storia Minseok?».
Il diavolo spalancò gli occhi all'udire il suo nome. Com'era possibile che lui sapesse?
Poi ricordò. Quella notte avevano fatto un patto: per ogni morso che lasciava sulla pelle di Jongdae era tenuto a rivelargli una lettera del suo nome.
Esaminò il corpo del giovane uomo dinanzi a lui. Segni viola, graffi e ...morsi. Erano ovunque.
Era stato così stupido e ammaliato dall'umano da non accorgersi di stargli cosegnando la sua vita su un piatto d'argento.
Troppo stupido.
Troppo accecato dal desiderio.
Il ragazzo si avvicinò e lo abbracciò e Minseok ricambiò appoggiando la fronte sulla spalla nuda.
Il diavolo aveva trovato il suo padrone.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro