Capitolo 6
Se gli Inferi sono oscuri e raccapriccianti, il dio degli Inferi condividerà queste qualità.
Raccapriccianti gli occhi rossi, che incutono timore e ansia, occhi spiritati, abissi di fiamme ruggenti, che bruciano lenti le prede.
Ma non erano solo gli occhi a impressionare Persefone, era l'intero: ogni dettaglio era così marcato, diverso che non era possibile paragonarlo a nessun altro.
La pelle bronzea cupa, l'altezza smisurata, il corpo possente e flemmatico, spalle larghe e collo corto e massiccio, caratteristiche difficili da trovare in un solo individuo, tanto difficili, come la testa lunga, la mascella ed il mento massicci, gli zigomi severi e asciutti, le labbra lievi, la lunga barba pece e il naso alla greca, molto lungo con narici alte.
I capelli erano una cascata di acqua nera, lisci e lunghi fino sotto le orecchie.
Ade pareva freddo, calcolatore, un imperatore. Falsamente appariva apatico, ma il pugno chiuso e le labbra contratte lo tradivano insicuro.
Quando Persefone entrò nella sala del banchetto provata, Ade si irrigidì totalmente, mascherando l'ansia.
"Come hai intenzione di agire? " Aveva chiesto Minosse, chiaramente irato per la situazione. Ade gli aveva sorriso e lo aveva rassicurato, dicendogli che la sua forza risedeva nell'improvvisazione.
Per un momento se ne pentì, poi il momento passò e decise di parlare.
-Siedi. La voce grave fece sussultare Persefone, riportandola alla realtà.
Persefone si sedette, intimorita, al capo della tavola, opposto al suo.
Ade mostrò un ghigno che intimorì Persefone.
Lei era ancora assonnata e visibilmente debole. Ade la guardò caritatevole, poi irato con sé stesso: l'aveva sfigurata, se ne dispiacque.
Non sapeva cosa dire, così fra loro cadde il silenzio, ma parlarono con gli occhi: Ade cercava di non fissare il suo corpo, piuttosto guardava i suoi gesti delicati, mentre Persefone fissava il pavimento, completamente neutrale, aveva costruito un muro fra lei ed il mondo attorno, impaurita.
Era arrabbiata, sotto il velo dello smarrimento e della stanchezza, una Persefone ruggente scalpitava.
Ade non sopportò il silenzio, così tossì.
-Bevi. Sembrava non sapesse conversare, piuttosto solo ordinare.
-Quindi tu sei Ade. Disse lei atona.
Ade aprì le braccia in modo teatrale e sfoggiò un sorriso gelato.
-L'unico e il solo.
-Non ti immaginavo così. Doveva essere un accusa, ma Ade sorrise incuriosito.
-E come dovrei sembrare? Chiese intimorito quasi della risposta.
Persefone tentennò, meditando sulle parole.
-Più mostruoso? Disse in un soffio.
Nonostante l'avesse rapita, Persefone aveva sempre udito di Ade come un eremita temibile e spietato, mangiava la carne umana e uccideva per diletto. L'uomo davanti a lei invece spiluccava dal piatto delle verdure e non riusciva a guardarla a lungo.
Ade rise stupito.
- Oh immagino quanto mia sorella ti abbia detto, mi descriveva umano?
Persefone scosse il capo.
Un'altra lieve risata profonda, era così grave e fuori luogo che destabilizzò Persefone.
- Dicevano fossi metà capra, serpente e bue.
Disse Persefone soffermandosi sui suoi particolari come le natiche e i capelli. Era spaventata. Sedeva davanti ad un Dio potente che l'aveva strappata a tutto ciò che era suo, inghiottì le lacrime con un certo sforzo.
- Mangia. Le ordinò. Persefone guardò il suo piatto pieno, ma non si mosse.
Una volta, tempo fa, con sua madre avevano parlato del grano ed un'ingenua Persefone bambina aveva chiesto come mangiassero i morti; la madre le aveva spiegato che il cibo degli Inferi non era simile a quello degli esseri in vita, poiché cresceva nell'ade, qualora qualcuno mangiasse del cibo infernale, non sarebbe più emerso in superficie. Il solo pensiero di rimanere a lungo negli abissi della terra la spaventò.
- Non vorrai morir di fame? Scherzò Ade con i suoi modi bruschi.
-Tanto rimarrei qui. Disse con tristezza Persefone.
Si sentiva più morta che viva.
Non si mosse, non voleva darsi vinta, ma resistere e non soccombere le veniva spontaneo. Se voleva rimanere con la mente lucida e scattante, dove auto proteggersi e darsi forza, ma era impensabile combatterlo. Non poteva, non con quella stanchezza addosso e mal di testa.
Avrebbe approfittato di lei.
Il pensiero le riservò il colpo finale, iniziò a piangere, le lacrime riempirono e arrossarono i suoi occhi verdi. Sapeva che se fosse successo sarebbe morta, sapeva che se l'avesse fatto, combattere sarebbe stato vano.
Ade poggiò il cucchiaio e rimase a guardarla fisso. Non si era mosso affatto, rimaneva impietrito al suo posto a fissarla, sperando che finisse.
Dopo poco si infastidì dei suoi singhiozzi e le ordinò di ricomporsi.
- Mangia.
Quella di ostinò a non fare neppure un sol boccone. Pianse più forte, maledicendosi di mostrarsi così debole.
Stufo della situazione Ade scagliò un bicchiere al suolo, così facendo provocò un urlo in Persefone.
La situazione divenne drastica. Nessuno parlava, ma l'aria pareva soffocante e a causa del silenzio le orecchie della fanciulla fischiarono.
Ade studiò il suo comportamento. Sebbene l'avesse portata con sé, non riusciva ad accettare l'idea di essere innamorato, perciò cercò di rimanere distaccato.
Si domandò se il suo comportamento fosse credibile: era ossessionato dalla fanciulla, lo negava all'esterno eppure davanti a lei si annullava.
Si era perdutamente innamorato di Persefone e non sapeva perché, ma sapeva che se l'avesse toccata o se avesse usato violenza contro di lei, l'avrebbe persa.
-Vai a riposarti. Sei stanca.
Le comandò.
Persefone rabbrividì, non si mosse subito temendo un'inganno. Allora Ade chiamò Radamanto, poiché la riportasse nelle sue stanze.
Rimase seduto a guardare il giudice entrare con la solita flemma e avvicinarsi alla dea.
Il viso di Persefone mostrò prima il suo stupore, dopo in successione: sollievo, paura e rabbia.
Non aveva perso la speranza, ma non aveva neanche smesso di lottare.
Si alzò incerta e debole dalla sedia, passò una mano sulle guance per asciugarsi le lacrime.
Esitò e gli si avvicinò di un passo titubante, c'era una domanda che la tormentava. Si grattò la pelle sul dorso delle mani, fino a sentirla pizzicare.
- Perché sono qui? Domandò balbettando, lo sguardo sfuggente.
Lo sapeva, lo intuiva ma voleva sentirlo pronunciare da lui.
Ade rimase serio in viso, non sembrava poter provare emozioni, o voler provare emozioni.
- Perché così voglio io.
L'avrebbe affrontato si ripromise Persefone, ma non in quelle condizioni; così, con il timore che cambiasse idea, si trascinò fuori, verso il corridoio ed il suo letto, a digiuno.
Nel frattempo in superficie, nei pressi dell'Etna, Demetra accese una torcia: prese un bastone robusto, lo accolse con della stoffa, lo intinse con del liquido forte all'olfatto e lo accostò al falò. Le fiamme mangiarono il lembo di lana e solo quando si accese per bene, Demetra spense il fuoco e strinse il mantello.
Aveva un vuoto nel cuore incolmabile, grande quanto una notte buia, profondo quanto un dirupo.
Non volle piangere, né pensare a nulla, né ascoltare le grida della ragione che tentavano di farla ricomporsi.
Nel cuore di quella notte, con solo dolore, la madre decise di andar a cercare la figlia; non importava quanto ci avrebbe messo, ne dove lontano sarebbe andata, importava ritrovare Persefone al suo cuore e senza curarsi di nulla e nessuno, partì.
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