Capitolo Venti
«Quel giorno non avrei dovuto vincere.» Lauren iniziò il racconto con una colpa remota che ancora l'attanagliava. «Ma non lo sapevo.» Era una mera consolazione che giustificava lo sbaglio, ma non acquietava il suo sguardo sconsolato.
«La competizione era truccata. Il vincitore era già stato deciso, ma a mia insaputa.» I suoi occhi erano persi su un punto imprecisato della stanza, ma in tutto il nitore che riverberavano gli arnesi, Lauren vedeva solo buio. «Si erano preoccupati di corrompere i piloti professionisti, quelli che avrebbero potuto mettere a repentaglio l'esito, di certo nessuno si era dato pena per un esordiente.» Lauren ricordava quanto si era dovuta allenare per arrivare a quei livelli. Il suo più grande sogno era diventato un incubo.
«Toni Roger sarebbe dovuto arrivare primo, non io. Ma quel giorno non lo sapevo. Vinsi la gara. Sono sicura che tagliando quel traguardo abbia fatto tagliare anche tante teste.» Deglutì esercitando una pressione maggiore con le mani sulle proprie mani. «Toni era il nipote di Sirius Roger Coppelflied. È l'uomo più potente della zona, e non ha sicuramente raggiunto l'apice lavorando onestamente.» Un sorriso sarcastico fu l'unico interludio alla sua stanchezza.
«Sirius non è rimasto contento del risultato, ovviamente. Si è presentato da mio padre e gli ha dato due scelte. Uno, gli consegnava le sue proprietà, ritirava la scuderia e io sparivo per sempre dai circuiti. Due, firmava un contratto per due anni in cui si impegnava a ripagare il debito contratto con la sua famiglia. Un debito di dieci milioni di dollari.» Lauren poggiò lo sguardo sulla cubana. Aveva gli occhi velati, ma le nocche troppo bianche per credere che si sarebbe concessa di piangere. «Non volevo, Camila. L'ho pregato di non farlo. Gli ho detto che preferivo rinunciare alla mia carriera che alla mia coscienza, ma per lui era il contrario.»
«Ha stretto quel dannato accordo. La clausola, ovviamente, non includeva la tassa sugli interessi pecuniari. Sottoscriveva un contratto per cui "gli interessi" sarebbero state le nostre vite: mia e di mio padre.» Dovette ricomporsi per parlare con labbra che non tremassero. «Su ogni competizione ci sono delle scommesse dietro. Scommesse illegali. Toni fa scommettere tutti i suoi uomini su di me, guadagnando ogni volta migliaia di dollari. Mike trucca la gara, così vinco sempre. Se perdo anche una sola competizione, lui mi ucciderà. Ci ucciderà.» I suoi smeraldi si puntarono su i tre astanti, che durante la narrazione avevano mantenuto lo sguardo perennemente altrove illudendosi bastasse così poco per non riviverlo.
«Shawn, Juan e Normani erano con me fin dall'inizio. Mio padre non li ha mai messi al corrente della verità, ma io sì. Non volevo che i miei crimini divenissero anche i loro, ma nessuno mi ha lasciato da sola.» Un sorriso affiorò sulle bocche spente di tutti quanti. Avevano affrontato insieme qualcosa che non li avrebbe separati mai.
Quando l'attenzione di Lauren tornò su Camila, però, i suoi lineamenti si calcificarono di tristezza. «Non avrei mai voluto che entrassi in questa storia.»
Camila era scioccata e senza parole, ma per quanto dispiacere potesse provare, le domande prevalevano. «Mi hai fatto correre una gara truccata?»
«No,» scosse energicamente la testa. «La tua gara non era truccata. Per questo volevo corressi tu.»
Non sapeva se essere contenta o agghicciata dalla confessione. «Hai messo la tua vita nelle mie mani?» Sbarrò gli occhi.
Lauren annuì lentamente.
«Sei pazza? Ma come... Se avessi perso.. Io, ma... Dio.» Si alzò in piedi, non reggeva più il rimbombare del suo stesso sangue, anche se sia vene che arterie adesso parevano corridoi vuoti, tanto si sentiva accapponare la pelle.
«Camila, capisco sia difficile...»
«Difficile!? Potevo ucciderti!» Tremeva. Tutti gli sguardi si erano abbassati tranne quello della corvina.
Chiunque in quella stanza aveva cercato di tenerla lontana dal problema più di quanto avessero provato con altri per il motivo che ora le arrossava le iridi: Camila aveva appena scoperto che la sua vita era in pericolo, ma gridava perché aveva rischiato la vita di Lauren.
«Non l'hai fatto!» Lauren avanzò quel che tanto che bastava per ghermirle le braccia e inchiodare il suo sguardo al suo. «Non l'hai fatto.» Ripeté sommessamente, raccogliendo le lacrime silenziose della cubana con i pollici malfermi.
«Deve esserci un modo per tirarti fuori da questa storia.» L'ardire di Camila non si annottò. Fissò gli occhi arrendevoli della corvina con abbastanza coraggio per farsi in due.
«Continuare a vincere.» Rispose Lauren, con il suo viso ancora fra le mani, il respiro ancora sulle sue labbra.
Camila scosse impercettibilmente la testa. «No, io.. Deve pur...»
«Hai visto che persone sono, Camila, come puoi pensare di...» L'indiscrezione di Lauren pietrificò Camila. La corvina si avvide troppo presto dell'errore per terminare la frase, ma anche troppo tardi per rimangarselo.
«Che vuol dire che "ho visto"?» Il respiro mozzato della donna si infranse con mestizia sulla pelle di Lauren.
Il silenzio si protrasse troppo a lungo per essere sopportato dal batticuore di Camila. «Lauren.» La sollecitò.
«Prima Jared e poi... A cena. Non erano sponsor.» Disse tutto d'un fiato, mordendosi le labbra in una smorfia addolorata che non osteggiò le lacrime che sgorgarono comunque sulle sue gote.
«Tu...»
«Mi dispiace, cazzo. Mi dispiace tanto.» La corvina tentò di collimare la sua fronte con quella dell'altra, ma Camila arretrò di scatto, facendo cadere anche le sue mani nel vuoto.
«Tu mi hai portato a cena con dei mafiosi?!» Nessuno li aveva mai chiamati così, forse per quello tutti trasalirono abbassando lo sguardo.
Lauren rimosse ogni lacrima dal suo viso, scolpendo un'espressione inattaccabile. «Camila, non volevo. Capisci che non avevo scelta?»
«Mi hai fatto gareggiare al posto tuo! Poteva correre qualcun altro! Dio, ma come ti è venuto in mente?!» Si alterò, ma la risposta taciturna della corvina le instillò soltanto una goccia di quanto senso di colpa dovesse tollerare Lauren ogni giorno per alternative che ricadevano su di lei ma non appartenevano a lei. Era abbastanza per accantonare l'argomento, ma non abbastanza per perdonarla.
«Quindi difendendo voi ho assecondato un gruppo di criminali?» Il suo sguardo sondò quello di Shawn, stagliano a qualche metro da lei.
«Non li hai solo assecondati, li hai protetti.» Rispose onestamente Shawn, inspirando a fondo.
Camila fece spola fra tutti i presenti, ma se non avevano un modo per salvare loro stessi, come potevano averne uno per salvare lei? Camila afferrò la giacca e si inoltrò verso l'uscita. Lauren indirizzò un'occhiata verso Shawn. «Vai.» Gli disse pregandolo con lo sguardo. Sapeva quanto avrebbe voluto essere lei al suo posto, ma sapeva anche che Camila la odiava troppo in quel momento per guardarla negli occhi.
Shawn si caracollò dietro la cubana. Camila stava attraversando il parcheggio quando la voce di Shawn la rallentò. Poco dopo anche la sua mano l'acchiappò per la manica. «Camila, devi calmarti, per favore.»
«Sono calma.» I suoi occhi non accennavano a nessuna emozione esplosa poco prima. «Voglio solo stare sola.»
«No,» Shawn scosse flebilmente il capo. Non vi era indulgenza nel suo sguardo. «Io ti conosco, non puoi mentirmi. Che cosa hai intenzione di fare?» Scrutò guardingo la sua espressione facinorosa.
Camila ponderò con cautela se dirgli o meno la verità, ma tanto Shawn l'avrebbe saputa comunque, poteva solo aiutarla. «Rintraccerò Jared. È lui che gestisce i pagamenti, se non ho capito male.» Camila indicò il suo occhio sano. Davanti agli occhi di Shawn baluginò il ricordo del livido di Lauren. La cubana aveva già collegato i puntini, impossibile mentire anche a lei. Il silenzio di Shawn fu una risposta più che loquace.
«Bene, allora è da lui che devi portarmi.» Disse perentoria, sbatacchiando le chiavi dell'auto nella mano di Shawn.
«Camila, non è così che risolveremo la situazione.»
«Non è restando a gridarvi contro che risolverete la situazione. E poi,» Fece una pausa per figgere i suoi occhi già rassegnati. «Non puoi più proteggermi, hai detto bene. Devo farlo da sola. Ed ho un'idea per farlo.» Infine si immise nell'abitacolo e attese che Shawn sospirasse con i pugni chiusi quante volte desiderava, prima di sedersi al volante ed esaudire la sua richiesta.
*****
«Aspetta qui.» Impartì Shawn, ma il suo sguardo cupo non aveva effetto sull'audacia di Camila.
La cubana inarcò un sopracciglio e poi, quando Shawn si incamminò verso l'edificio, Camila lo seguì con passo sonoro, per rispondere "a tono" alla sua richiesta inascolatata. Shawn girò parzialmente gli occhi alle sue spalle e sospirò borbottando qualcosa sottovoce che Camila preferì interpretare come un grugnito.
Camila, alzando gli occhi al cielo, carpì la differenza urbanistica. Avevano nettamente abbandonato l'area centrale. I colori sfarzosi dei locali avevano lasciato posto a grigi accorcchi cittadini. In città tutti muovevano passi svelti per raggiungere appuntamenti che pareva più che importanti a giudicare dal loro affanno, mentre qui, se qualcuno correva, era per scappare da qualche ceffo, e l'affanno era solo una benedizione per qualcuno che già immaginava di spirare l'ultimo alito. Camila era cresciuta fra i campi, capiva benissimo la paura di guardarsi alle spalle e non vedere altro che desolazione: era proprio in mezzo al deserto che si insidiavano i pericoli più avversi.
Il gracidare della porta la riesumò con un sobbalzo alla realtà. Shawn la tenne aperta per lei. Camila inspirò profondamente prima di varcare la soglia.
La mano del ragazzo si avvolse al suo braccio prima che la superasse. Erano abbastanza vicini per captare lo sguardo serioso e minatori dell'amico. «Da qui in poi, si fa come dico io. Chiaro?»
Camila fissò con sguardo folgorante il cipiglio del ragazzo. Annuì una sola volta, quanto bastava per sciogliere la morsa sul suo braccio. Camila gli lasciò intendere che aveva affermato il concetto restando un passo indietro rispetto all'amico, che si addentrò tronfio verso la scalinata malconcia. Camila comprese solo una volta sopraggiunti sul pianerottolo che irrigidire spalle e alzare il mento non era facoltativo. Per attraversare quel corridoio popolato da sguardi tracotanti e ghigni mefisofelici doveva travestirsi di sfrontata baldanza.
Shawn si immise in un secondo corridoio, più spoglio. Malgrado ciò la sua schiena rimase incoccata finché non bussarono all'uscio di quello che si aspettava fosse l'ufficio di Jared.
Non ci volle molto a riconoscerlo. Una cresta fuscia era abbastanza appariscente da fungere da carta d'identità. E forse il ragazzo sogghignante di fronte a loro voleva proprio questo: essere distinto dovunque andasse. Teneva il mento sollevato quel tanto che bastava per comprendere sotto quale protezione risiedesse. Non aveva perciò bisogno di gondiare il petto o incordare le spalle per sostenere la valle di sguardi appena oltrepassata. Loro abbasavano già il capo.
«Shawn, non è giorno di paga. Sei venuto a portarmi la mancia?» Slargò un sorriso denigratorio che fece tremare i muscoli già contratti di Camila, ma non per la paura.
«Dovremmo chiederti un favore.» Rispose con le labbra assottigliate Shawn, sperando che il suo ringhiare non fosse troppo evidente.
Gli occhi di Jared si spostarono su Camila, che fino ad allora aveva preteso non esistesse. Il suo sorriso divenne ancor più viscido, se possibile. «Potete chiedermi tutto ciò che volete,» disse rivolto verso la cubana, ammiccando.
Lasciò aperto l'uscio, andandosi a sedere sulla sua poltrona. Shawn fece segno a Camila di entrare. Per un secondo ebbe un deja-vu. Anche al primo colloquio con Alejandro aveva avuto bisogno di un sollecito per avanzare un passo. Adesso comprendeva che non importava sfoggiare tappeti lussuosi per essere seguiti automaticamente: era sufficiente anche una giacca di pelle e una cresta fuscia, se il potere albergava nelle tue mani e non solo sotto i piedi.
Jared si sedette incrociando le gambe sopra la scrivania e le mani sulla pancia. «Prego,» disse con un chiaro scherno nella voce. Tutti e due si accomdarono sulle sedie scomode, ma di più scomodo vi era la loro indelebile espressione di astio.
«Beh? Allora?» Fece spola fra i due, fruendo del livore invece che offendersene. Essere visto con certi occhi gratificava il suo lavoro.
Shawn girò lo sguardo verso Camila, attendendo che la cubana facesse la sua richiesta.
«Siamo qui perché hai preso qualcosa che non ti appartiene. La libertà di Lauren.» Disse schietta, obbligandosi a non contrarre la mascella mentre la risata fragorosa di Jared la canzonava.
«Ti spiego una cosa, piccola,» si protese sulla scrivania, stampandosi quell'espressione guascona che le urtava il sistema nervoso. «Non so se tu te ne sia resa conto, ma questo non è uno studio legale. Qui non si contratta niente.»
«Di legale non c'è sicuramente niente qui.» Rimbeccò caustica, incassando due sguardi totalmente opposti ma non per questo più facili da tollerare.
Shawn aveva spalancato gli occhi e contratto i muscoli assieme al respiro. Jared, invece, gli occhi l'aveva ridotti a due fessure e aveva irrigidito solamente i pugni, ben in vista sulla scrivania.
«Infatti non è il posto per te, piccola.» Rispose digrignando i denti.
Le palpitazione della cubana le ricordava l'eco prodotto dal boato dei motori allo stadio, ma anche la sua facciata rimase identica a quella sguainata prima di affrontare una gara: impassibile e imperscrutabile.
«Infatti no, non è il posto per me.» Il sorriso blando sul volto di Jared scomparve poco dopo. «L'unico posto dove dovrei essere è nell'ufficio di qualcuno che può effettivamente avere voce in capitolo.»
Essere sminuito non piaceva nessuno, soprattutto a chi aveva votato tutta la sua vita a crearsi un'immagine solida di sé stesso. Il pugno stretto divenne un tonfo sulla superficie di legno. Solo al rumore inaspettato Shawn sussultò, rassicurando la preoccupazione di Camila: sapeva ancora respirare.
«Vuoi che Lauren smetta di pagare? D'accordo.» Il fruscio della sua mano contro la barba ispida fu un simulacro della ruvidità che caratterizzava le sue condizioni. «Ma se lei non paga, dovrà farlo qualcun altro, non credi?»
«Io non ho dieci milioni.» Precisò Camila, che tale somma non sapeva nemmeno come scriverla.
«No, vero. Però hai talento, questo sì.» Le sue labbra si incurvarono nuovamente con malizia. Era tornato a comandare il gioco e lo sapeva.
«Domani sera ho organizzato una gara. Non è qualcosa che tu conosca, piccola. Se credi che questo sia illegale, dovresti aspettare di vedere il terreno su cui correranno i piloti domani.» Ridacchiò, come se la potenza della sua risata fosse direttamente proporzionale con la probabilità di guai.
«Se vuoi partecipare, posso aggiungerti alla lista. La macchina la offriamo noi a quelle carine come te.» Ammiccò rilassando le spalle contro la poltrona molleggiata.
Camila si voltò verso Shawn. L'amico scosse impercettibilmente la testa, implorandola con lo sguardo di non accettare. Camila non l'aveva mai ascoltato, però.
Non lo stava facendo per Lauren. Lo stava facendo per se stessa. Non voleva essere coinvolta in affari di chi non conosceva la provenienza, o lavorare per una scuderia corrotta. Ma, acconsentendo a quella proposta, non si stava gettando nella tana dei lupi?
«Va bene. Correrò.»
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