Capitolo Quarantadue
La folla l'aveva sempre acclamata, ora invece la reclamava. Il chiacchiericcio attutito ricordava un po' il boato dello stadio, solo che invece di allacciarsi il casco Normani le stava legando un microfono al petto.
L'amica non la guardava negli occhi anche se sostava a pochi centimetri da lei, ma Lauren sapeva che le sue mani non avevano mai lavorato così lentamente.
«Non devi avere paura.» La rassicurò la corvina, impassibile nel suo tono.
Per la prima volta i suoi occhi incontrarono quelli di Lauren, che si rese conto avesse terminato di assicurarle il microfono molto prima di quanto avesse armeggiato. «Non ho paura per me.» Anche la sua voce inespressiva voleva essere una dimostrazione di coraggio, ma se le parole risultavano inflessibili le sue labbra tremavano.
Lauren accennò un sorriso comprensivo e al contempo spensierato. «Lo sai che io ho sempre vinto. In un modo o nell'altro. Lo farò anche oggi.» Ammiccò quasi contenta, come se avesse valutato tutte le conseguenze della sua decisione e avesse riso in faccia a tutte quante.
«Credo che in realtà questa sarà una sconfitta pesante, Lauren.» Non voleva dirle che era terrorizzata per ciò che stava per succedere, ma stringeva le braccia al petto come se fosse l'ultima difesa che le restava per contenere la paura.
«No,» sorrise affettuosamente, depositando una carezza sul suo braccio. «Oggi vinciamo tutti.»
«Lauren! Tocca a te!» Prima che potessero dirsi altro vennero interrotte dal tempo impietoso. La corvina annuì e il ragazzo sparì dietro la sua cartelletta spuntando il nome sulla lista.
Lauren scambiò uno sguardo con l'amica. Non avrebbe mai creduto di meritare lo sguardo patinato di Normani, eppure quella era la prima volta che non le riservava tutta la durezza di cui era capace. Sapeva che non doveva più proteggerla, poteva anche solo esserle amica adesso. Anche se forse era un po' tardi. Lauren le concesse comunque un abbraccio neanche troppo impacciato per essere il primo e l'ultimo, poi salì le scale senza guardarla più, consapevole che una volta illuminata dai riflettori dell'androne non sarebbero state più alleate ma semplici amiche.
Il faro luminescente la colpì sulle palpebre, ma furono gli schiamazzi matallici a stordirla davvero. Era abituata alle vibrazioni, ma solitamente aveva il casco a proteggerla, ma comunque non era molto diverso dover affrontare la traversata del palcoscenico da quella del circuito: anche adesso poteva fare affidamento solo sulla stabilità delle sue gambe. Era divenuta un'esperta a individuare i loghi delle maggior reti televisive; altrimenti come avrebbe potuto evitarle così disinvoltamente? I microfoni adunati e tesi verso di lei erano una sorta di vendetta per tutti quegli anni in cui aveva risposto solo "no grazie".
Sopraggiunta al leggio strinse i bordi come avrebbe afferrato il volante, solo che in pista più giri compiva più felice rendeva il pubblico, ora invece meno giri di parole effettuava meglio era. L'occhio rosso della videocamera su di lei le ricordò che tutti si aspettavano un bello show, ma invece lei sperava di poter apparire il più concisa possibile.
«Buongiorno, grazie a tutti per essere qui.» Occhieggiò i fogli sotto al suo naso. Li aveva scritti meticolosamente la sera prima, ma ora le parevano solo un mucchio di cavolate. Non era un direttore d'orechestra, non doveva leggere nessuno spartito per sentire la musica. Spettava a lei suonare. Prese un bel respiro e alzò il capo dal leggio, senza più chinarlo. «Vi aspettate di sapere perché abbia deciso di gareggiare contro mio padre dopo anni di carriera. Starete pensando "ecco l'ennesima ragazzina viziata che sottrae dalle tasche di suo padre un po' di soldi per ottenere attenzioni".» Un sorriso sardonico le irrigidì le labbra. Solo adesso si rendeva conto che molte persone ai piani alti l'avevano considerata così a lungo. Chissà come sarebbero andati a dormire dopo quella sera. «Io, però, da mio padre non voglio niente. E se credete che sia un'ingrata è perché non sapete che in realtà sono stata io a dargli più di quanto meritasse.» I pugni stretti sopra il ripiano vennero immortalati con un primo piano dalla videocamera onnipresente. «Mike Jauregui è un criminale.» La dichiarazione sollevò un brusio. Adesso temeva che i gomiti dei giornalisti potessero slogarsi tanto si flettevano verso di lei. «E anche io lo sono.» Soggiunse sommesamente, eppure quella confessione riverberò stentorea nell'aria silenziosa.
Inalò a fondo e cominciò: «Mio padre è coinvolto in affari mafiosi. Ha truccato gran parte delle gare che io ho corso per lui. Anzi, che lui mi ha fatto correre.» Adesso parlava rapidamente, senza riprendere fiato. Non ne aveva bisogno perché i suoi polmoni non dovevano rimpersi bensì svuotarsi. «Avevamo estinto il debito, ma mio padre ha perseguito il suo interesse sporcandosi tutt'oggi. Se sapevo che le gare erano truccate? Lo sapevo. Ma solo e soltanto io! Nessuno dei collaboratori ne era a conoscenza, infatti depositerò un risarcimento danni ad ognuno di loro usando le finanze di famiglia.» Famiglia, era una definizione che alle orecchie di Lauren suonava molto astratta. Una famiglia può contare l'uno sull'altro, nella sua invece avevano contato tutti su di lei. Solo una persona le aveva permesso di conoscere il significato di quell'accezione, e sperava che adesso fosse seduta a guardarla in tv. Ma, ora, voleva e doveva parlare con qualcun altro. «Purtroppo barare è costato molto non solo alla mia vita ma anche a quella di tante altre persone. Fra queste in particolare Siope. L'auto non ha avuto nessun malfunzionamento. O meglio si, ma è stato voluto. Voluto da... Da me.» Impiegò meno di un secondo di riflessione per decidere di scagionare tutti gli altri e per accollarsi la colpa di tutto. Un secondo per stravolgere la sua esistenza. Niente di più che un secondo. «Stavo pensando a salvare la mia famiglia, che allora era sotto ricatto, e non ho saputo disegnare un confine. Mi dispiace per tutte le persone che hanno sofferto di questa perdita. Sono pronta a pagare le conseguenze delle mie azioni.» Annuì fra sé e sé, prima di giungere alle battute finali. Adesso fissava dritta nell'obiettivo di vetro rivolgendosi a solo una persona fra le milioni che stavano assistendo. «Io non sono qui per chiedere perdono perché non lo merito. Sono qui per assumermi le mie responsabilità, per dimostrare che sono cambiata e che sono tornata per restare. In qualunque modo e qualsiasi cosa accada, oggi sono arrivata prima io e ho vinto.» Abbozzò un tenue sorriso prima di ringraziare e scendere dal palco.
*****
Quattro giorni dopo la notizia stava già rimbalzando da un telegiornale all'altro, ma lei continuava a sentire solo la voce della corvina rimarcare le ultime affermazioni. Non poteva credere a quanto fosse successo. Si chiedeva quanta responsabilità avesse in tutto quello. Robin aveva fatto delle domande, ovviamente, ma Camila era stata evasiva per tutto il tempo, finché il pomeriggio della sentenza invece di sedersi a tavola aveva afferratto e si era involato verso l'uscita senza dire niente. Robin l'aveva fissata per un tempo lungo e indefinito, poi la cubana aveva saputo solo scuotere la testa per chiederle scusa.
Il suo passo rapido venne però intralciato dalla presenza di una sagoma che conosceva bene. Erano giorni che non sentiva Dinah e giorni che non usciva di casa. Per quanto ne sapesse, poteva anche esser rimasta lì tutto il tempo, ma non importava da quanto attendesse il suo arrivo perché era molto di più il tempo che aveva aspettato per conoscere la verità.
Camila rallentò il passo mentre si approssimava a lei. Non sapeva se fosse meglio abbassare lo sguardo o meno, ma dato che Dinah la inchiodava con occhi algidi pensò che fosse più rispettoso sostenere il peso delle sue pupille. «Dinah...»
«Lo sapevi?» Chiese solanto, marmorea nella postura bellicosa.
«Dinah...» Tentò di nuovo, ma la precedette.
«Lo sapevi, Camila? Quando Lauren ti ha abbandonato e io sono rimasta accanto a te ogni volta, tu lo sapevi? Hai continuato a proteggerla anche quando lei ha solo pensato ad andarsene? Tu lo sapevi?» La rabbia delle sue domande presupponeva che già conoscesse le risposte, eppure non se ne sarebbe andata di lì senza sentirle dalla cubana.
«Lo spaevo.» Rispose con voce rotta, dispiacendosi per la smorfia addolorata che le ricalcò il viso. Comprendeva che Dinah non potesse credere alla sua sofferenza, per questo si sforzò di ricomporsi.
L'amica, o quella che lo era stata, la squadrò a lungo in volto con espressione attonita. Malgrado conoscesse la risposta, non poteva rassegnarsi ad essa. Camila avrebbe voluto chiederle cosa avesse pensato in quell'istante, ma non ne ebbe mai più la possibilità. Dinah le voltò le spalle e uscì dalla sua vita senza rivolegerle la parola. Camila ripensò più volte a quel giorno e non trovò mai un motivo per biasimarla.
Quando Dinah sfrecciò via, Camila comprese che anche lei aveva un posto dove andare. Guidò fino al tribunale dove un nugolo di giornalisti era già assipetato davanti alle scale. Non sentiva Lauren da giorni, e sapeva che la corvina le stava lasciando il suo spazio perché ciò che aveva fatto poteva condurla solo a due scelte: esserci o abbandonarla, e in caso della seconda nemmeno lei avrebbe trovato un motivo per biasimarla.
Normani era lì e quando incontrò gli occhi di Camila per poco non credette di poterla fulminare con il solo ausilio dello sguardo, poi invece comprese che, come Lauren le aveva salvato la vita ora toccava a lei fare lo stesso per la corvina. Si avvicinò alla calca e fece cenno a Camila di passare. Venne scortata da due guardie che la lasciarono solo dopo aver oltrepassato la flotta di giornalisti avversi. Anche le iridi di Normani parevano inamicali, però le fece comunque cenno di seguirla.
La macchina di Lauren sopraggiunse al tribunale con largo anticipo. Erano comunque tutti pronti ad accoglierla. La corvina non rilasciò dichiarazioni e tantomeno fece il suo avvocato. Mentre saliva la gradinata teneva il capo chino, quando arrivò in cima Normani fu la prima persona che intravide. Spostò lentamente gli smeraldi verso destra, scovando Camila. Le labbra della corvina si schiusero in un sospiro stupito, al che Camila avanzò un passo verso di lei. Aveva pensato per notti intere a cosa fare, finché si era ritrovata lì senza avere nemmeno una parola da dirle.
«Quanto è grave la situazione?» Domandò Lauren, e nonostante fossero davanti al tribunale, nessuna delle due si riferiva al processo.
«Abbastanza.» Sentenziò austera Camila. «Ma ce la faremo.» Disse infine, schiudendo sia la mano che un sorriso verso di lei.
Lauren rimase imbambolata. Qualcosa nel suo petto esplodeva così voracemente da inghiottire anche la paura che avrebbe accompagnato i prossimi passi. Le sue labbra si ammorbidirono dopo anni di attesa. Era una primavera un po' in ritardo, ma pur sempre fiorita. Intrecciò le dita alle sue, sorridendo fino a farsi dolere le guance. Erano l'ultima cosa che le faceva male. Tutto il resto era solo un battito di felicità.
Stavolta nessuna delle due aveva intenzione di scappare. Si avviarono mano nella mano verso le conseguenze delle proprie dichiarazioni. Non c'era destino che la spaventasse ora che l'unica sentenza importante era stata decretata. Camila l'aveva perdonata.
Fine.
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Ciao a tutti!
Allora anche questa storia si è conclusa, ma a differenza delle altre mi lascia sì un senso di dispiacere ma anche di sollievo, perché è stata la storia in cui mi sono lasciata coinvolgere emotivamente più di qualsiasi altra, sperando che vi sia arrivato questo. Quindi mi mancherà di sicuro, ma sono anche contenta che abbia avuto il finale che meritava. E dico "meritava" perché quello che per me era importante, come sempre, era il lato morale della storia sul quale ho riflettuto a lungo. Inizialmente credevo che Camila non avrebbe perdonato Lauren, ma questo sarebbe significato che Lauren non avrebbe ricevuto una seconda possibilità per azioni che aveva commesso ma non di certo perché fosse una cattiva persona. Il timore di Camila era che non sarebbe cambiata, che prima o poi sarebbe scappata da lei come aveva già fatto e come è sempre scappata dalle conseguenze, che poi sono le vere colpevoli per l'addio così lungo di Lauren, perché se ne va non ritenendosi la persona giusta per Camila anche perché incapace di affrontare le conseguenze come le aveva chiesto Camila. Stavolta invece Lauren le dimostra che è davvero una persona nuova e che non ha intenzione di fuggire, anzi, è tornata per redimersi.
Spero che si sia compreso il senso del finale è della storia. Se così non fosse resto qui per chiarire eventuali dubbi.
Grazie a tutti per aver seguito questa storia.
Sto già pensando alla prossima (di cui ho solo uno spunto e la copertina, che ammetto mi piaccia molto quindi aspetto un riscontro onesto quando sarà), tempo di organizzare le idee e torno da voi!
A presto.
Sara.
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