Capitolo 5
Furono i due giorni più lunghi della mia vita, anzi tre, si era presa anche il giorno in più lasciatomi scritto sul foglietto. Durante questi giorni, non smisi di chiamarla e mandarle massaggi, ma aveva il cellulare spento. Era come se si volesse dimenticare del mondo per questi tre giorni, come se non avesse voluto far parte di questa vita per quelle settantadue ore. Avevo anche pensato di chiamare Mia, ma quando le feci nemmeno lei mi rispose.
Mi chiedevo il motivo, poteva non avere senso tutto ciò, eppure c'era qualcosa nel profondo di me che mi teneva allarmato. Sentivo come se qualcuno fosse in pericolo. Avevo paura che questo qualcuno fosse Camilla.
Oddio! La mia piccola Camilla!
Avevo un nodo in gola che non se ne voleva andare. Ora, in quel momento, capivo cosa provava lei ogni volta che io scappavo dai problemi. Mi sentivo solo, vuoto, con l'angoscia sulle spalle. Ero preoccupato per lei, perchè non mi aveva detto nulla, come stava, dove andava. Volevo vederla. Mi mancava. Volevo guardare come entrava dalla porta di casa e si toglieva la giacca, volevo vedere com'era vestita, il colore della maglietta che portava. Volevo spostarle le ciocche capelli dal viso e scoprire quali orecchini pendevano dai suoi lobuli. Volevo stringerla e non lasciarla scappare mai più. Perchè lei doveva stare con me... Solo con me...
Non dormii, non mangiai, né andai al lavoro, me ne restavo a casa seduto sul divano ad aspettare il suo ritorno. A piangere per il suo ritorno.
Ero coricato, a petto nudo, sul divano. Guardavo il soffitto bianco e, stanco, cercavo di prendere sonno. Ogni tanto socchiudevo gli occhi, ma immediatamente tornavano ad aprirsi. Tirai un sospiro. Poi sentii un rumore di sotto e, in fretta mi misi seduto. Guardai l'orologio: erano circa le tre del mattino. Quando sentii il rumore di una porta chiudersi, mi alzai e corsi nell'atrio. Accesi la luce e, dall'alto della scala, la vidi guardare il pavimento mentre si toglieva la borsa e la giacca e le depositava nel guardaroba. Un'improvvisa rabbia mi colpì il viso, scesi di corsa e mi avvicinai a lei urlando con rabbia, mista a disperazione:
-Dove diavolo sei stata! Cosa ti è preso, Camilla? Come hai potuto lasciarmi solo da un giorno all'altro, come se nulla fosse?
-Ti ho lasciato un biglietto...- Disse con un filo di voce, ritraendosi, spaventata.
-Un biglietto? Un biglietto! Si, l'ho letto, ma io ero preoccupato, mi hai lasciato tre giorni fa, piantato, senza neanche darmi una spiegazione!
Sentivo che sarei esploso, non riuscivo a contenermi. Avevo il respiro pesante e lei la testa china. Era così tanto vulnerabile che per un attimo mi venne voglia di coglierla da terra e portarla a letto con me.Dopo un'interminabile minuto di silenzio, disse, con un tono di voce appena udibile:
-Sono stanca, vado a dormire...
Fece per incamminarsi verso le scale, ma io la presi per il braccio, fermandola, e continuai a gridarle:
-No Camilla! Ora tu...!
Mi fermai quando vidi una lacrima scivolare sulla sua guancia, quella lacrima che cercò di nascondere chinando sempre di più la testa. Allentai la mia stretta al suo braccio, e per un momento ebbi paura di averglielo stretto tanto forte da farle male sul serio. Semplicemente se ne andò senza emettere verso. La seguii molto lentamente, mortificato per come l'avevo trattata.
Le era successo qualcosa che aveva, ancora in quel momento, lasciato il segno. Qualcosa dal quale non si era ancora ripresa.
Ogni suo passo sembrava pesante e disperato e il suo sguardo era sempre fisso a terra, anche quando andò in bagno per prepararsi per andare a dormire. Dopo troppo tempo, uscì, con il viso gonfio e la mandibola serrata. Vidi, per un momento, le sue braccia sfiorarle il ventre ed ebbi una strana sensazione nel cuore. Disteso sul letto che l'aspettavo, la guardai in tutta la sua tenerezza, poi pensai a quella strana sensazione. Una sensazione che non era comoda, bella o gioiosa. Era... angoscia? Tristezza? Dolore? ... Nostalgia?
Si sdraiò in un angolo della sua parte di letto, lontana da me, porgendomi la schiena. Le misi una mano sulla spalla e, con voce dolce, le dissi:
-Amore, scusa per prima, non volevo gridarti... Te la senti di dirmi cos'è successo?
Non ottenni risposta.
Non le avevo mai urlato addosso in quel modo prima d'ora e in quel momento pensai che non solo era triste per un fattore a me enigmatico, ma magari si sarebbe potuta offendere, o talvolta avrebbe potuto sentirsi spaventata e intimidita dal mio tono vocale.
La girai lievemente e le feci appoggiare la testa sul mio petto. Lei restava in silenzio e ciò mi faceva agitare e irrigidire sempre di più, mentre sempre più domande si aggregavano nella mia mente:
Perché mi aveva pianto? Perché non voleva parlare? Perché era mancata da casa? Perché mi stava lontana? Perché non mi guardava negli occhi?
Potevo sentire il suo respiro pesante, segno di un pianto che stava trattenendo, ma che faceva forza per varcare i confini dei suoi occhi e scivolare sulla distesa pelle delle sue guance. Incominciai ad accarezzarle il braccio con movimenti lenti, in modo da calmarla un po':
-Mi ha spaventato molto non trovarti in casa... -Le sussurrai dolcemente, baciandole i capelli- Sai..., una notte ho fatto un sogno nella quale tu... mi dicesti <<Addio...>>... Per questo motivo ero così agitato, avevo paura che te ne fossi andata veramente, che quel mio incubo fosse diventato realtà...
Ad un certo punto, la sentii cadere in un pianto cupo e profondo, con lacrime ardenti e disperate. Provai a sedermi per guardarla in viso, ma lei non me lo permetteva, nascondeva la testa nell'incavo del mio collo. Il suo pianto incominciò a diventare sempre più forte ed emetteva versi sempre più gravi mentre chiudeva le mani fino a formare piccoli pugni appoggiati sul mio petto. Ero sdraiato con lo sguardo confuso e triste allo stesso tempo, per via della sua reazione. Ora avevo due domande ben precise da pormi:
Perché sta reagendo in questo modo?
E la solita: cosa le era successo la sera della sua scomparsa?
-Piccola, no, non piangere, non volevo...
Ma non ci riuscivo, non riuscivo a terminare ogni frase che le dicevo in quel momento, ogni mia parola affogava nel suo mare di lacrime. La sua tristezza sembrava sconfiggere il mio intento a rassicurarla. Feci un sospiro, non avevo molto da dirle per consolarla. Qualche parola ritornò a galla:
-Dai Cami, andrà tutto bene. Insieme risolveremo il tuo problema, qualunque esso sia.
Le baciai nuovamente la testa e la sentii sussurrare parole tra singhiozzi. Mettendo insieme le sillabe, compresi ciò che disse:
-In certe occasioni, non si può fare nulla.
Furono parole che mi fecero venire la pelle d'oca, ma non le chiesi cosa avesse voluto dire, né perché le aveva dette e non lo feci neppure i giorni successivi. Magari mi ero sbagliato, magari non era lei che parlava, ma la voce della mia mente che non poteva fare altro che trovare la soluzione di colmare d'amore un cuore spezzato per poterlo guarire.
Rimasi sveglio, abbracciato a lei, accarezzandola fino a quando il suo pianto la arrese ad un sonno profondo.
Mi dispiaceva troppo sentirla piangere in quel modo, significava che le era accaduto qualcosa di veramente orribile e, quel qualcosa, ronzò nella mia mente per tutta la notte. Volevo soltanto allontanarlo dalla mia Piccolina, non volevo più sentirla, né vederla soffrire in quel modo, emettendo quelle lacrime amare che erano penetrate nella pelle e nel mio sangue attraverso il collo, che s'infiltrarono nella mia memoria rendendo i sogni, incubi cupi. Può sembrare strano e talvolta incredibile, ma le lacrime della cruda sofferenza di mia moglie, mi fecero di paura.
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