Capitolo 11
"Vado a fare la spesa", così dissi a mia moglie prima di lasciarla a riposare in salotto ed uscire di casa. Ma la verità è che non dovevo andare a fare la spesa, ma avevo bisogno di parlare con Franco e Sabrina. Devo aggiungere che mi era sembrata la cosa più corretta da fare, tenendo conto delle ripetute chiamate a tono preoccupato che avevo ricevuto.
Mi diressi in periferia, fino ad incontrare la grande casa giallo canarino. Sceso dalla macchina, corsi a suonare il campanello e la porta venne aperta da Sabrina. Le mani incastrate tra i suoi capelli lunghi e ricci, si precipitarono su di me per trascinarmi dentro.
-Dovresti chiedere chi è prima di aprire la porta, Sabrina- La rimproverai.
Quest'ultimo venne ignorato da un accentuato gesto della mano.
-Franco è a lavoro. Non tornerà prima di cena -Mi disse, appoggiando di fronte a me una tazza di caffè- Ma se hai qualcosa da dirci su Camilla, puoi dirla a me ed io gliela riferisco- Finì ansiosa, sedendosi al mio fianco con la sua tazza in mano.
Guardavo il liquido caldo e fumante non sapendo se parlare, cosa dire, come dirlo, stavo semplicemente in silenzio. La guardai negli occhi, separando solo le labbra nella speranza di dire qualcosa. Il suo sguardo nervoso rendeva nervoso anche me. "Glielo devo dire?", pensai, abbassando nuovamente lo sguardo.
-Ecco... avrei preferito dirvelo insieme. A te e a Franco insieme.
-Quello che sta succedendo a Camilla?
Annuii, cercando di essere forte, per me, per lei, per tutti... per Camilla. Soprattutto per Camilla.
-Ieri Camilla è svenuta e, al suo risveglio mi ha raccontato tutto. L'ho portata in ospedale e le hanno fatto la TVU...
I suoi occhi spalancati avevano creato nella mia gola un nodo che mi stava affogando. Poi, il suo sguardo diventò perplesso.
-C-Cos'è questa "TVU"? Sembra qualcosa di brutto e doloroso...- Mi chiese, pronunciando le parole con cautela e terrorizzata.
Tirai un forte sospiro.
-E' una sorta di ecografia, ma che ne so io. Per mesi me l'ha tenuto nascosto ed io, come uno stupido, un idiota, l'ho vista soffrire senza potermi prendere cura di lei, senza che lei si prendesse cura di se! -Esclamai con rabbia- Ma lei non ci voleva andare dal dottore, cazzo, sennò avremmo potuto rimediare subito il suo fottutissimo cancro!
Sbattei un pugno sul tavolo con furia, facendo rovesciare un po' di caffè sul tavolo. Avevo il fiatone e, finalmente, la rabbia diede spazio alle lacrime. Da lei non uscirono parole né gesti, era rimasta completamente paralizzata. Tirai su con il naso, lei si alzò come uno zombie e prese un pacchetto di fazzoletti da una mensola. Lo aprì, me ne offrì uno e, dopo aver fatto un paio si respiri profondi ed essermi calmato, ripresi a parlare:
-Volevo andare al laboratorio dove analizzeranno i campioni della biopsia, pagando per ricevere gli esami prima delle due settimane. Sta malissimo, Sabrina, le ho dato per tutti questi mesi vitamine e antibiotici e non so se ho fatto bene o male perché non migliora, la febbre non scende e, poi, non riesce a camminare...
- Qual è il laboratorio dove manderanno i suoi campioni?- Mi chiese improvvisamente. Vidi quasi come una lampadina al lato della sua testa.
-Non ce l'hanno detto.
-Scusami un momento, faccio una telefonata.
Uscì dalla cucina lasciandomi solo e curioso, chiedendomi quale chiamata doveva fare con così tanta urgenza. E, nel mentre, pensai anche che tutto questo lo avrei vissuto di nuovo, e ancora, e ancora una volta, perchè altre persone avevano il diritto di sapere cosa stava succedendo. E fu sempre un ritorno al passato buio in un presente cercato di camuffare, di rendere diverso, migliore.
Il passato è come la nostra ombra. Ci segue ovunque... e per sempre.
Come avrei dovuto fare? Cosa avrei dovuto fare?
"Ci penseremo più avanti", mi dissi. Ora che tutto era ben chiaro, c'erano decisioni da prendere.
-Fabio ti devo dire una cosa -Disse Sabrina, distogliendomi dai miei pensieri, varcando improvvisamente la porta della cucina- Ho chiamato mio zio, lui è un professore della clinica universitaria, gli ho raccontato quanto mi hai detto e gli ho chiesto cosa avremmo potuto fare per avere i risultati il prima possibile. Mi ha detto che contatterà un suo collega che lavora nel reparto di anatomia patologica, dove vengono inviati i campioni. Questo collega gli deve un favore...
Mi porse un post-it con su scritto "Dr Franceschini" e un numero di telefono.
-Ecco il numero del suo collega. Chiamalo domani mattina così parli direttamente con lui- Mi suggerì.
La ringraziai infinitamente e rimasi ancora un po' lì, con lei. Poco dopo, però, dovetti andare, per comprare qualcosa prima che i super mercati chiudessero. Non volevo creare sospetti da parte di Camilla, né farla preoccupare per una cosa come questa.
Era ora di cena oramai e, quando entrai in casa, un profumo di carne m'invase le vie respiratorie. Andai in cucina e vidi Camilla preparare la cena con tutta la calma del mondo. Andai in salotto e appoggiai la busta della spesa sul tavolo. Tornai in cucina e l'abbracciai da dietro mentre lei lavava l'insalata nel lavandino con movimenti delicati.
-Ciao, piccola. Stai bene?
-Sì- Squittì. Si girò per stamparmi un bacio sulle labbra, dopo di ché aprì un cassetto all'altezza della sua testa per prendere una ciotola per l'insalata. Di nuovo, mi ritrovai in sala ed incominciai a svuotare la busta, mettendo ogni acquisto al proprio posto.
-Cos'hai comprato?- Chiese mia maglia, scrutando nel frigorifero.
-Un po' di pane; l'olio, che sta per finire, i pomodori e qualcos'altro...
-Ma a me non piacciono i pomodori- Si lamentò, seria.
-Per questo li ho comprati- Ribattei. Alzò gli occhi al cielo ed incominciò a prendere forchette, coltelli, bicchieri e piatti, incominciò a fare movimenti troppo affrettati. D'un tratto si fermò, poggiò le mani sulla mensola per sostenersi e chiuse gli occhi. L'ansia e la preoccupazione mi salirono fino a farmi ribollire il sangue nelle vene. Mi misi accanto a lei e le accarezzai la schiena.
-E' solo... un giramento di testa- Disse col respiro pesante, mentre sorrideva.
-Vai a distenderti un attimo. Finisco io qui.
Lei annuì e andò verso il salotto. Presi la tovaglia e andai a stenderla sul tavolo, successivamente presi tutto l'occorrente per la cena e l'ordinai su di essa. Squillò il telefono di casa, che vidi sul tavolino accanto al divano quando alzai lo sguardo, Camilla allungò un braccio, lo prese e se lo avvicinò agli occhi per guardare il nome del contatto.
-E' tua madre. Rispondi tu?- Mi chiese, alzando il braccio verso l'alto col telefono in mano.
-Un attimo...
Corsi in cucina, controllai la carne e spensi i fornelli, chiudendo le padelle con i loro coperchi. Tornai un salotto, presi il telefono e risposi.
-Pronto?
Mi misi comodo sulla mia poltrona, quella di pelle di camoscio di marrone scuro.
-Fabio! Allora, come vanno le cose?
-Tutto bene, nella norma, come sempre.
Seguii Camilla con lo sguardo quando si alzò dal divano, si mise a sedere sulle mie gambe e si rannicchiò sul mio petto. Incominciò a dare piccoli baci alla mia guancia e al mio collo.
-E la vacanza? Dove siete andati di bello?
Camilla morse il lobulo del mio orecchio ed io mi separai bruscamente da lei. La guardai negli occhi, lei si scusò con lo sguardo e lo abbassò. Le riportai la testa al mio collo e le accarezzai i capelli.
-Siamo andati sulle montagne, ci era venuta voglia di scalare montagne. Siamo tornati proprio ieri sera, e abbiamo pensato di riposarci dopo il viaggio.
Camilla si mise a ridere in silenzio, io lo notai lo stesso e abbassai la mano fino alla sua anca. Lei respinse il mio contatto, per via del solletico, ma la mia mano rimase al suo posto.
-E lì come vanno le cose?
-Questa settimana abbiamo avuto delle discussioni riguardanti il lavoro, ma niente di ché... E Camilla?
-Sta alla perfezione, pensa che ha così tanta voglia di scherzare che se la trovo le faccio il solletico fino a quando mi supplicherà di smettere.
Mia madre rise mentre Camilla si tense su di me, rimanendo improvvisamente silenziosa e quieta.
-Ora ti devo lasciare, ma prima ho bisogno di chiederti quando hai intenzione di tornare a lavoro.
-Non lo so, lasciami almeno un paio di giorni per prepararmi. E cerca di far stare calmo papà.
-Sì, figliolo.
Ci salutammo, chiusi la chiamata ed appoggiai il telefono sul tavolino.
-Per cosa ridevi, bellissima?- Le domandai.
-Non farmi il solletico, Fabio, ti prego!- Esclamò. Feci un sorriso malefico, mentre incominciavo a sentire il suo corpo tremare.
-Non ti farò il solletico. Non voglio farti del male -Le accarezzai la guancia con il pollice, assaporando la delicatezza della linea curva delle sue occhiaie- Ora adiamo a mangiare.
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