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Capitolo ventidue



Camila aveva scambiato qualche parola con l'avvocato di Sigmund. Sembrava una persona corretta, magari con la testa sulle spalle e le maniera un po' imperiose, ma corretta.

Camila non si capacitava di come un avvocato potesse schierarsi a difesa di Sigmund, proprio non lo comprendeva. Negli anni, purtroppo, anche lei aveva preso in affidamento personaggi non del tutto illibati, e aveva ripulito la loro reputazione non senza nutrire sensi di colpa. Ma se avesse conosciuto la verità riguardo le attività illecite di Sigmund, mai e poi mai lo avrebbe difeso in tribunale. Certo, magari Roy, il suo attuale avvocato, non ne sapeva niente.

Comunque quell'incontro avviene cinque ore esatte prima del match che si sarebbe disputato fra Lauren e Sandra, l'avversaria. Convennero che fosse meglio tenere Tommy e Sigmund lontani l'un dall'altro, ad una distanza di sicurezza che avrebbe garantito pacatezza e avrebbe evitato screzi, inutili alla competizione.

Camila riferì le condizioni, al che Tommy non ebbe niente da contestare: più stava lontano da Sigmund, meglio si sentiva.

«Sai dov'è Lauren?» Domandò disinvolta Camila, mimetizzando una smania insofferente.

«Dovrebbe essere in palestra.» L'instradò con il dito Tommy, salutandola poi sbrigativamente per rispondere ad una chiamata in entrata da un papabile sponsor.

La cubana seguì il corridoio, che si snodava decisamente più ampiamente rispetto a quello angusto della palestra che possedevano a New York. Una piccola finestra dava sulla strada dove i giornalisti erano ancora assiepati, ma stavolta la preda era Sandra che era uscita dopo l'allenamento, volontariamente, per tributare un'intervista al suo pubblico.

Modus operandi un po' eccentrico. Pensò Camila, scuotendo la testa.

Riprese il suo cammino solo per pochi metri, emergendo infine in una stanza più o meno spaziosa, arieggiata da condizionatori installati sotto al cornicione che drappeggiava le pareti.

Camila perlustrò rapidamente la stanza, indagando su ogni sagoma che sferragliava combo di pugni con la forza instancabile di un treno in corsa. Solo che un treno doveva seguire i propri binari, statici e indivisibili, mentre le loro combinazioni erano imprevedibili e dinamiche, in continuo cambiamento.

Camila si soffermò su quel ragionamento, pensando che anche lei e Lauren erano così. Camila un treno con binari rettilinei, Lauren delle rotaie ricurve asimmetriche. C'é sempre qualcuno che nella vita conosce soltanto la retta, mentre altri sono pieni di curve. E quando questa astratta geometria si incontra, non può combaciare. E allora si deve cercare di salvaguardare l'impeccabilità ma conservate l'imperfezione. È difficile, dannatamente difficile.

«Ciao.» Camila non si era nemmeno accorta di aver traversato tutta la stanza e di essersi parata di fronte a Lauren.

La corvina si stava allenando, aveva altre tre ore a disposizione e nonostante le smorfie di dolore che le contraevano il viso, non aveva intenzione di arrendersi.

Fermò l'oscillazione instabile del sacco, si passò l'avambraccio sulla fronte per detergerla dal sudore che l'imperlava.

«Che ci fai tu qui?» Ansimò, tentando di stabilizzare il respiro increspato dall'immane sforzo a cui si era sottoposta.

«Ah.. niente. A dire il vero, niente. Ero passata da Tommy e così...» Scrollò le spalle Camila, con lo sguardo ramingo sul pavimento limpido.

«Mi sto allenando.» Soggiunse la corvina, inarcando le sopracciglia in un'espressione che la invitava a sloggiare.

«Si, lo vedo.» Annuì Camila, mancando sbadatamente il tacito sollecito «Volevo chiederti una cosa riguardo a ieri se..»

«Mi sto allenando.» Ribadì Lauren con più fermezza, scuotendo la testa, e poi riprese incurante a colpire il sacco, con la testa china e lo sguardo assottigliato.

Camila si fece da parte, balzando su un lato per schivare un contraccolpo involontario del sacco che stava per urtarla. Osservò per qualche secondo Lauren, ma non ricevendo attenzione si guardò allora in giro, imbarazzata, poi annuì flebilmente e girò i tacchi.

Anche lei adesso si domandava perché si fosse addentrata all'interno della palestra. Era stato avventato, illogico, sconsiderato e stupido.. Tremendamente stupido!

Camila si rintanò in camera. Il suo respiro era trafelato, non per la corsa in cui si era prodigata per la tromba della scale, ma per il disagio che l'aveva perseguitata, vellicandole il collo con il suo sibilo impertinente e insolente.

Si sentiva stupida, si rimproverava di essersi smarrita nei suoi pensieri e aver permesso ai suoi comandi di amministrarsi autonomamente.

Lei aveva allontanato Lauren, ma anche la corvina non aveva compiuto eroici sforzi per riconquistarla, anzi era stata ben predisposta a lasciarle spazio. Quindi, perché adesso le porgeva l'altra guancia? Non aveva senso. Eppure, Camila conosceva bene gli sbalzi d'umore incalcolabili di Lauren, ma non si era mai abituata. Insomma non era facile riaccompagnare la donna in stanza ebbra, leggere quella poesia toccante e poi la mattina pretendere che niente fosse successo. E Lauren proprio questo stava facendo, fingeva che non fosse avvenuto, probabilmente sfruttando l'alcol come espediente per sottrarsi al discorso.

Indossò dei vestiti più comodi per assistere all'incontro. Dovette operare un intervento di manutenzione per ristrutturare le occhiaie che ora si intravedevano maggiormente a causa dello scolorimento del fondotinta.

Abbottonò la camicetta, di un bianco puro che si abbinava con il ricamo delle semplici vans. Dei jeans per completare la figura. Brandì la borsa ed uscì dalla stanza con un'ora d'anticipo perché gli atleti si approntavano ore prima.

Mentre raggiungeva la hall, da dove Tommy l'avrebbe scortata al luogo prefissato per l'incontro assieme agli altri, le squillò il telefono. Il nome di Angie apparve sullo schermo. Camila inspirò profondamente e fece scivolare il pollice sullo smartphone.

«Ehi! Come stai, amore?» Domandò giuliva, sorridendo felice.

«Ehm.. tutto ok, sono..» Alzò lo sguardo per vedere la mano di Tommy che sbandierava convulsamente, così affrettò il passo per raggiungerlo «Sono di corsa, ma tutto ok. Tu?»

«Stanca. A lavoro non finisce mai. Adoro questo concorso, ma non vedo l'ora finisca.» Confessò la bionda, sospirando sfiancata.

Camila mugolò in assenso, ma in realtà non aveva seguito attentamente la conversazione perché doveva concentrarsi sul caracollarsi dietro Tommy senza inciampare davanti alla stampa.

Riuscì comunque a immettersi nell'abitacolo della macchina evitando figure scabrose, e ovviamente il suo posto era stato riservato accanto a Lauren. Lo sguardo della cubana sorvolò verso quello di Tommy che per un solo attimo aveva sbirciato dallo specchietto retrovisore. Quando i loro occhi si intercettarono, l'uomo lo distolse immediatamente, ma non sfuggì a Camila il sorrisetto che sbocciava sulle labbra dell'allenatore.

Qualcosa mi dice che Dinah lo abbia plagiato. Meditò scoraggiata la cubana, ormai succube del morboso attaccamento della polinesiana alla coppia che lei stessa si arrogava di aver formato. Una volta le aveva pure confessato il nome della loro ship, ma momentaneamente lo aveva dimenticato...

«Stiamo partendo adesso, credo di doverti lasciare, Angie. Ti richiamo stasera, ok? Bene, ciao, ciao.» Sorrise, attaccando la chiamata.

Mentre bloccava lo schermo del telefono, fu stimolata da un istinto arcano a ispezionare la corvina al suo fianco. Lo fece con discrezione, ma notò gli smeraldi della ragazza posati su di lei con una certa irritazione che le infittiva le già folte sopracciglia. Camila si schiarì la voce, un po' di proposito perché quello sguardo intenso le bruciava sulla pelle. Lauren, difatti, si girò di scatto verso la parte opposta, interagendo con un ragazzo dello staff seduto sul terzo sedile.

Per tutto il resto del viaggio, Camila mantenne lo sguardo fuori dal finestrino, intenta a intrufolarsi fra i cretti delle abitazioni che particolareggiavano il Queens. Lauren, invece, mantenne gli auricolari ben saldi nelle orecchie, ad un volume talmente esorbitante da produrre un brusio nell'abitacolo.

Quando scesero, Lauren si involò rapidamente verso gli spogliatoi, senza guardare in faccia nessuno. Ma Camila non ebbe niente da eccepire, perché capiva la corvina non fosse ancora rientrata nei ranghi, che dovesse riprendere l'abitudine con il clangore che avviluppava tali eventi. Tommy le regalò un sorriso consolatorio, poi sparì anche lui nelle retrovie e Camila si avviò verso gli spalti.

Non era troppo gremito, non ancora perlomeno, ma le aspettative trasudavano statistiche astronomiche. Tutti i periodici parlavano di queste regionali, anche se non si piazzavano sul podio o in prima pagina, erano comunque argomento molto discusso. Soprattutto per il ritorno di Lauren che aveva scatenato una crepatura sociale fra i tradizionalisti che amavano la corvina, e coloro che la screditavano per la ignobile fama che si era postergata.

Camila prese posto fra le prime file. Notò che dall'altra parte Sigmund aveva lasciato in avanguardia l'allenatore assunto dalla sua azienda, mentre lui si era accomodato sugli spalti in alto, lontano da qualsiasi schermaglia.

Camila attese con trepidazione e ansia quell'incontro, non solo perché auspicava alla vittoria della corvina, ma anche perché non era più così sicura che la distanza potesse anestetizzare qualsivoglia attrito.

Fortunatamente aprirono le danze con puntualità ineccepibile e il match durò molto meno rispetto al primo. L'avversaria di Lauren era esperta, molto forte, ma la corvina era più agile e scaltra, il che le permise di sterzare più volte ed evadere dalla morsa dell'antagonista. Quando però un destro rimarchevole le frustò la guancia, lo sguardo incattivito suggerì quanto poco consigliabile fosse inimicarsi la corvina. Tempo due riprese e Sandra fu stesa al tappeto. Camila respirava sempre più lentamente mentre l'arbitro, prostrato affianco alla ragazza prona, scandiva i secondi a gran voce. Sugli spalti erano già tutti piegati sulle ginocchia, pronti a saltare in aria in caso di affermativa vittoria. E così fu.

Ci fu un'ovazione assordante quando il braccio di Lauren venne issato verso il cielo. Anche Camila balzò in piedi, sorridendo ed applaudendo, ma con gli occhi lucidi, patinati d'orgoglio.

Non fu tollerabile quella gioia che le esplodeva in petto, così, dopo la decretata fine, accorse negli spogliatoi per festeggiare assieme allo staff. Ovviamente si congratulò con Lauren, ma quando tentò di lanciarle le braccia al collo, quest'ultima fece un passo indietro ed evase con una scusa prosaica, scontata.

«Devo davvero fare una doccia, sono tutta sudata..» Poi abbozzò un sorriso e con lo sguardo gravido di mestizia passeggiò celere verso le docce.

Camila sospirò avvilita. Era strano e ingiusto come la gioia incontenibile potesse mutare da un secondo all'altro in scoramento. Tommy era ancora entusiasta ed elettrizzato, non solo perché la sua allieva aveva vinto il match, ma soprattutto perché aveva sconfitto una cliente di Sigmund. Rientrarono all'albergo in un alone di eccitamento e soddisfazione, pronti per celebrare la serata con champagne e rum.

Camila preferì tornare in stanza, perché era stanca, ma non solo fisicamente. Malgrado la spossatezza ricavata dalla giornata e dallo stato d'animo inavvicinabile della corvina, restò distesa sul letto a fissare il soffitto senza nessuna intenzione di spogliarsi e dormire.

Non aveva sonno, non si ha mai sonno quando dimorano i pensieri nella mente. Perché la notte è misticamente la parola del pensiero.

Restò così a disegnare linee rette e curve, seguendo le scalfitture dell'intonaco. E non si accorse delle lancette inesorabili che sdrucciolavano minuto dopo minuto, finché non avvertì le risate in corridoio, le porte sbattere e le invettive inequivocabili di Lauren che si battibeccava con la carta magnetica.

Quando udì l'uscio della corvina richiudersi, non seppe identificare cosa le formicolò nelle gambe, ma ebbe quell'impulso umano che tutti noi proviamo prima o poi di agire. Non poteva restare ferma, non poteva trastullarsi con il pensiero quando Lauren era ubicata a pochi metri da lei.

Spalancò la porta, lasciandola socchiusa perché sprovvista di carta magnetica che aveva lasciato in borsa. Marciò fino alla camera della corvina e bussò vigorosamente. Lauren non impiegò nemmeno qualche secondo ad aprire, probabilmente perché pensava che fosse uno dei suoi colleghi, ma quando individuò Camila di fronte a se, il sorriso le si avvizzì sulle labbra.

La cubana farfugliò qualcosa d'incomprensibile, scosse più volte la testa e poi, senza nemmeno sapere bene perché, la spinse da parte e sgattaiolò all'interno della stanza, richiudendo la porta alle sue spalle.

«Hai sbagliato stanza.» La sbeffeggiò Lauren, portando le braccia conserte e sospirando annoiata. Ma in realtà il suo cuore stava galoppando forsennatamente. Un po' per paura, un po' per...

«Tu non lo sai. Non lo sai cosa mi sono fatta io quando tu hai deciso di allontanarmi.» Testimoniò inderogabile la cubana, con un tremito che le percuoteva le labbra.

Non ce la faceva più. In fondo anche Lauren le aveva mostrato un suo segreto, quindi anche lei ora necessitava di spogliarsi. La corazza può difenderci, ma dopo un po' diventa troppo pesante.

Lauren si raggelò. Il suo temperamento supponente si scalfì, e gli occhi si sgranarono in sincronia con il respiro. Deglutì faticosamente, avvertendo improvvisamente la gola secca.

«Fam-fammi vedere.» Balbettò impaurita, allungando una mano verso di lei, ma Camila le bacchettò il dorso, allontanandola.

Lauren sentì il sangue agghiacciarsi ancora di più, al che non governò più i suoi istinti. Si avventò su di lei, tentò di sbottonarle la camicetta, mentre Camila si dimenava per scacciarla, ma la corvina era talmente terrorizzata che non ebbe la decenza di porsi con più placidità. Quando finalmente i bottoni saltarono, uscendo dalle asole, lo sterno della cubana fu ben visibile.

Lauren tirò un sospiro di sollievo, portando una mano sul cuore. Camila si era fatta tatuare una libellula, uguale a quella che lei sfoggiava sulla nuca, proprio sotto al seno.

«Sei pazza! Sei.. cazzo! Mi hai fatto preoccupare, idiota!» Sbottò Lauren, trascolorando da pallido a vermiglio.

Camila intuì che le sue parole erano facilmente fraiàntendibili, così arrabattò delle scuse, ma non ebbe il tempo di proferire parola perché Lauren le afferrò le guance e con impeto le disse «Capisci che se succede qualcosa a te io dò di matto?!»

Camila non era intimorita dalla sua reazione, ma era inebetita dalla veemenza che saturava la stanza.

«Volevo solo dire che io.. io ti ho sempre pensato.» Si giustificò in un sussurro.

Il respiro di Lauren era frastagliato e irregolare, mentre i loro sguardi inchiodati l'un l'altro. La corvina premette inaspettatamente le labbra contro quelle di Camila, suggellando un silenzio in un bacio passionale.

La cubana capì una cosa importante quella notte, quasi imprescindibile per lei.

Le persone sono come una fotografia su un rullino. In camera oscura restano integre solo se non c'è luce, fanno il loro corso al buio, e quando il liquido amniotico rivela l'immagine possiamo restarne estasiati o delusi. Non sempre i colori risultano identici alle nostre aspettative, pensate: a volte non sono nemmeno gli stessi colori che immaginavano. Figuriamoci.

Però, Lauren aveva sempre gli stessi colori, anche se la luce si era spenta a lungo.

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