Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo sei



La sera prima...

Susseguirono dei secondi di silenzio, silenzio originato dal trambusto. Camila non riuscì a spicciar parola, e Lauren era talmente tramortita che non avrebbe saputo nemmeno cosa dire.

D'altronde, quando rivedi la donna con cui hai condiviso sei anni della tua vita, e sai che è l'unica che hai amato ma che hai perso a causa del tuo puerile atteggiamento, cosa potresti dirle se non...

«È colpa tua, mi sei venuta addosso tu.» Dichiarò con tono di protesta Lauren, portando le braccia conserte per evitare di massaggiarsi il punto già dolorante a causa dei colpi accusati sul ring.

«Ah, io?» Sgranò gli occhi la cubana, puntando il dito al suo petto con aria stizzita nei confronti della corvina.

«Si, tu.» Replicò recisa, alzando appena il mento nella sua direzione come per sfidarla a muovere il prossimo passo.

«Ma guarda questa.» Scosse la testa Camila, basita per come Lauren fosse riuscita a "innescarla" con una sola parola, anche ad anni di distanza.

«Questa, ha un nome.» Scandì bene la prima parola, velenosamente adirata, ma invece di procedere verso gli spogliatoio e sottrarsi a quella penosa conversazione, si appoggiò contro il muro.

«Dopo tutto questo tempo, credo di averlo dimenticato.» La punzecchiò Camila, la quale si sarebbe chiesta soltanto dopo come fosse possibile che stessero intrattenendo una conversazione quasi normale dopo tutto quello che era successo, come se niente fosse stato mai, né nel bene che nel male.

«Non si dimentica il mio nome» Un'incurvatura maliziosa affiorò sulle sue labbra, componendo l'arrogante sinfonia che aveva sfoggiato la prima volta che era incappata in Camila nel suo ufficio.

«Ma ti prego.» Sbuffò la cubana, scuotendo il capo incredula.

Dopodiché il silenzio fu sovrano indiscusso. Entrambe si scambiavano sguardi furtivi, coglievano le differenze caratteristiche dei loro volti segnati dal tempo.

Lauren aveva una cicatrice sul sopracciglio, Camila aveva adottato il vizio di grattarsi la fronte per stemperare il silenzio. Le spalle di Lauren erano più robuste, sguainavano la superbia della ragazza ancor prima che parlasse. I fianchi di Camila si erano snelliti, i suoi occhi mantenevano lo stesso colore, forse un po' chiaro. Gli smeraldi di Lauren erano gli stessi.

Eppure, anche in quegli attimi di inutile e improduttivo silenzio, nessuna delle due si accinse ad andarsene.

«Che ci fai qui?» Spezzò estemporaneamente il silenzio la corvina, fissando Camila con espressione scettica.

«Lavoro.» Fu la risposta concisa della cubana, susseguita da una scrollata di spalle.

«Lavori?» Chiese perplessa la corvina, aggrottando le sopracciglia.

«Ah... Si, si. Lavoro per il sig... Lavoro per Tommy.» Si corresse velocemente, ricordando la richiesta esplicita dell'uomo alla quale doveva ancora adeguarsi.

«Tommy?» Rimarcò con incongruo stupore la corvina, adducendo poi «Che siete amici d'infanzia? Tommy lo chiamavano solo i conoscenti più stretti.» Appuntò seccata la corvina, che non digeriva l'improvvisa presenza della cubana nella sua vita quotidiana.

«Me l'ha detto lui di chiamarlo così.» Si difese con un sospiro Camila, constatando che lo temperamento irriverente di Lauren non era mutato, anzi si era acuminato.

La corvina borbottò qualcosa sottovoce, chiaramente contraria al rapporto confidenziale che si stava instaurando fra i due, per ragioni controverse. La prima, odiava che Camila stesse attecchendo radici fra le sue amicizie, anche si trattava solo di un soprannome, era comunque urtante. La seconda, perché conosceva Tommy e gli sguardi che dedicava alle ragazze, e non le piaceva per niente che quegli occhi affamati si fossero posati su... No, non era per quello. Quello non le interessava più ormai.

«Lauren!» Un operatore della sua crew la richiamò a gran voce «Hai tempo per un'intervista?»

«Arrivo subito, Mel.» Diede l'ok la corvina, alzando il pollice in segno d'assenso. L'uomo reciprocò al medesimo modo, e corse su per le scale, portando la buona notizia ai giornalisti.

Camila osservò la scena con un sorriso ironico, sbalordita dai cambiamenti mutevoli e precari della stampa che se un giorno prima ti dichiarava "una reietta della società, una nullità che ha sfruttato la sua abilità per condannare un'innocente", il giorno dopo potevi essere osannata come "la vecchia regina della boxe torna come una promessa sul ring." Che strano il mondo, si lasciava influenzare dai mass media, producendo eco ai titoli in prima copertina.

«Bene, sembra che debba scappare.» Serrò le labbra in un sorriso vago, pretendendo di esserne dispiaciuta, ma lasciando volutamente trapelare il nitido sollievo.

Sembra che tu voglia scappare. Ponderò Camila, ma ebbe l'accortezza di arginare tale pensiero.

«Va bene.» Annuì, unendo anche lei le labbra in un sorriso che però non riprodusse alcun falso sentimento, solo un'indicibile amarezza che intaccò lo sguardo fiero dell'altra.

«Ciao, Camila.»

«Ciao, Lauren.»

Ciao.

Camila tirò un sospiro prolungato, trattenne l'aria e poi spirò rumorosamente, scalfendo il silenzio intatto che si era creato nella stanza, condizionato talvolta dal remoto scroscio dell'acqua proveniente dal bagno.

«Cioè, fammi capire..» Prese la parola Dinah, chiaramente confusa e allibita da quella situazione inaudita «Non vi vedete per quasi dieci anni, e la prima cosa che ti ha detto è stata "È colpa tua, mi sei venuta addosso tu?"» Evidenziò con enfasi la polinesiana, sperando di aver frainteso, perché le sembrava di assistere alle comiche.

«Si.» Incassò le spalle Camila, scuotendo flebilmente la testa come per premettere la sua ignoranza in materia.

«E tu non le rispondi a tono, non le fai notare che sono dieci anni o quasi che non vi vedete. Segui il suo gioco come se vi foste ritrovate in ufficio per la prima volta... Ma che problemi avete?» Non si capacitò la polinesiana.

Sicuramente nemmeno lei sapeva come avrebbe reagito se si fosse trovata davanti la donna che ha sempre amato, ma che ha incolpato della sua prigionia, nessuno sano di mente possedeva la presunzione di saperlo, ma era certa che la prima frase non sarebbe stata "È colpa tua, mi sei venuta addosso tu".

«Dj, non iniziare a razionalizzare la cosa.» La pregò Camila, austeramente «È andata così, non so che dirti.» Terminò spaesata Camila, lasciando ricadere pietosamente le braccia ai suoi fianchi, sul divano.

«E poi? Poi che è successo?» Incalzò Dinah, chiaramente insaziabili di dettagli.

«E poi.. e poi basta. È andata a fare l'intervista, io sono salita in macchina e sono tornata a casa.» Tagliò corto la cubana, sospirando impercettibilmente.

Dinah notò di come minimizzasse gli eventi dopo, ma esaltasse l'incontro di doviziosi particolari e sguardo inamovibile dal punto in cui era alloggiato. Era come se la sua vita scorresse in quei brevi attimi, perché secondo Dinah non sarebbero passati più di tre, massimo quattro, minuti. Si percepiva proprio la linea impennarsi, schizzare impazzita verso l'alto, e poi accucciarsi, riprendere la monotona corsa, piatta e insoddisfacente.

Si può vivere più in un solo momento che in tutto l'accumularsi dei giorni? Eccome se si può. Bene, quel momento, per Camila, era stato ventiquattro ore prima.

«E tu come ti senti? Voglio dire, a sapere che Lauren è in città, che lavori per il suo capo.» Dinah sbarrò sempre di più gli occhi, tramandandole il suo ditirambico stupore.

«Come mi sento, Dj... Come vuoi che mi senta?» Sospirò Camila, un po' innervosita, ma soprattutto avvilita e spaventata.

«È tutto così.. così, così reale.» Blaterò la cubana, confondendo ancora di più le idee di Dinah che a volte non seguiva proprio i suoi ragionamenti. Forse perché erano immancabilmente contorti, ideati per sopravvivere solo sul pianeta fertile della cubana.

«Nel senso che..» Si affrettò a delucidare Camila, notando il cipiglio frastagliato dell'amica «Che l'ho immaginato a lungo, sai? Insomma, credo che tutti lo facciano quando finisce una storia importante. Inventi scenari impossibili pur di restare accanto a quella persona, per non lasciarla andare del tutto. Però non ci credi mai fino in fondo che si avverranno, li tieni per te solo per non perderla, capisci? E poi, adesso, adesso è successo davvero. Non so se dovrei ritenermi fortunata o sventurata, so solo che è successo. Che ora è reale.» Spiegò minuziosamente la cubana, che per una volta non annebbiò le idee di Dinah, ma anzi si fece intendere a perfezione.

«Ho capito.» Assentì la polinesiana, e proseguì solo dolo qualche istante «Ma tu...» Il discorso venne interrotto dallo scattare della maniglia che rivelò Angie, con i capelli grondanti sulle spalle scoperte, avvolta in un asciugamano bianco che copriva la sua nudità.

«Ah, ciao Dinah.» La salutò con un moto di cordialità frammisto a freddezza. In realtà, Angie ci teneva molto ad esserle amica, ma aveva intuito che non lo sarebbe stato mai.

«Se vuoi il gelato, ce ne è uno per te nel freezer.» La liquidò rapidamente la polinesiana, facendo un cenno verso il frigorifero posto a qualche metro di distanza.

Attese che Angie si allontanasse verso di esso, prima di affievolire il tono e proferire la domanda che prima si era sveltamente rimangiata «Ma tu, come ti senti davvero?»

Camila lanciò uno sguardo alle sue spalle, notando la silhouette slanciata della bionda che stava recuperando i suoi "approvvigionamenti" dallo scomparto gelido, armandosi di cucchiaino, perché ovviamente Dinah non si era scomodata a portarle una paletta apposita.

«Mi sento... Mi sento.» Terminò risoluta, istigando nuovamente quel solco sulla fronte dell'amica «Mi sento, Dinah. Mi sento.» Terminò, pensando che la sua affermazione non facesse una piega e fosse abbastanza diretta da comprenderla, ma Dinah arricciò le labbra, più confusa che mai, e alzò il volume della televisione, dato che Angie si era accoccolata al fianco della cubana.

Dinah, ovviamente ironicamente, pensò Ma non è che adesso Lauren torna dentro per stalking? Anche se, in verità... Probabilmente rischia più Camila.


                                    *****

La mattina seguente, la cubana si addisse interamente alla causa di Tommy. Le stava a cuore, moto a cuore... Ma solo per l'importanza che deteneva tale processo! Mica per altro, sia chiaro.

La cubana passò in rassegna i documenti stilati fino ad ora, le pratiche redatte che aveva compilato, e rilegò il massiccio risma in una cartella unica. Scandagliò lungamente l'azienda rivale, quella che il partner aveva instituito con i soldi intascati indebitamente. Anche loro si occupavano di sport, vantavano una vasta gamma di campioni in varie discipline, e questo attirava molti sponsor che accrescevano la notorietà dell'azienda, infangando il buon nome di quella di Tommy. Era ingiusto, e Camila aveva intenzione di riparare, in qualsiasi modo.

Passò l'intera giornata a indagare sul presidente della cooperativa, un uomo attempato, dalle sopracciglia folte di un nero pece speculare ai capelli. Gli occhi appena incavati, ma di aspetto avvenente. La posizione tronfia di chi vuole trasmetterti fiducia e superiorità attraverso uno scatto.

Pff, buffone. Lo catalogò, rimirandolo con sguardo minatorio.

Non sembrava aver fatto grandi cose, fino ad oggi, ma poteva diventare una spina nel fianco, vista l'agguerrita concorrenza che stava pian piano edificando. E ciò non andava solo a spesa di Tommy su un piano finanziario, ma anche morale. Uno dei suoi migliori amici lo aveva raggirato e usato per inaugurare la sua attività impropria e contendersi il mercato.

Alcuni clienti avevano già abbandonato Tommy per firmare un contratto con... Sigmund, questo il nome dell'impresario. Beh, dovevano dimostrare quanto prima le attività illecite di costui e restituire a Tommy ciò che gli spettava di diritto.

Stampò alcune pagine, le riunì in un fascicolo a parte e si alzò di scatto dalla scrivania, imbracciando la borsetta. Uscì dall'ufficio, con il fardello ancora in mano, e si avviò verso lo studio di Dinah.

Bussò prima di entrare, ma non attese risposta per aprire l'uscio «Ehi, devo scappare, puoi chiudere tu stasera? Ti lascio le chiavi.» Avanzò fino alla sua scrivania, recapitò il mazzo e sorrise, venendo immediatamente scannerizzata dallo sguardo aguzzo della polinesiana.

«Esci presto, come mai?» Si interessò allusiva, avendo già carpito le intenzioni della cubana.

«Devo portare dei documenti a Tommy, niente di che.» Fece un gesto lesto con la mano, scacciando qualsiasi insinuazione, ma il modo celere con cui raggiunse la porta diede a intendere a Dinah che quella di trattasse di una improvvisata fuga.

«Non è che...!» Alzò il volume, ottenendo l'attenzione di Camila che aveva già la mano sulla maniglia «Vai da Tommy perché speri di incontrare qualcun altro?» Sollevò un sopracciglio, stampandosi un'espressione salace e prettamente inconfondibile.

«No, Dinah. Sto solo lavorando con zelo. Impara.» Ammiccò amichevole, chiudendosi frettolosamente l'uscio alle spalle.

Stai ma lavorando con altro, tu... Ponderò la polinesiana, ridendo della sue stessa battuta a sfondo sessuale. Poi tornò a controllare l'email.  

Camila imboccò erroneamente la strada principale, restando imbottigliata nel traffico per una decina di minuti, poi la matassa iniziò a sgrovigliarsi, permettendole di raggiungere l'edificio in poco più di mezz'ora.

Posteggiò nel parcheggio riservato al pubblico, situato sotto l'immenso androne, poi schiacciò il pulsante che prenotava l'ascensore e salì al livello uno. Le porte si spalancarono sul corridoio angusto che aveva percorso la sera prima. Adesso il problema era orientarsi, che per quanto potesse sembrare semplice, essendoci solo due varianti davanti a lei, era una vera impresa per una persona disorientata come lei.

Trovò solo al secondo tentativo l'ufficio di Tommy. La porta era spalancata, ma lo studio era vuoto. Ripercorse a ritroso i suoi passi, ma stavolta, invece che proseguire verso l'ascensore che portava direttamente al sottosuolo, sterzò sulla sinistra, salendo le scale che portava sulla platea, affacciata sul ring.

Un esercito di sedie riposava placido, brullo. Due lottatori si stavano sfidando sul ring, e non c'era dubbio su chi uno dei due fosse. Camila restò defilata, riparata dall'umbratile terrazza che spioveva sopra di lei.

Proprio in quel momento Lauren eseguì un jab, ma mancò l'avversario che schivando il pugno le inferse un colpo sul fianco. Lauren si sbilanciò verso destra, ma si rimise subito a saltellare, tenendo la guardia alta. Un sorriso sghembo comparve attraverso il paradenti. Stavolta mirò sul viso dell'uomo, ma fu solo una finta che scoprì il suo punto debole: l'addome. Lauren è lì che sferrò il primo pugno, piegando in due l'avversario dal dolore che gli aveva procurato quella fitta. Adesso fu libera di colpirlo ripetutamente sul volto, chiudendolo all'angolo e continuò a picchiar duro finché il rivale non urlò a gran voce "Stop!", declamando la sua sconfitta.

«Ci vai giù pesante.» Ansimò l'uomo, facendosi sfilare i guantoni da un tutor che presenziava la sua panchina.

«Sennò non sarebbe boxe.» Rispose a tono Lauren, la quale si fece aiutare dallo stesso Tommy, inerpicato sulle corde, a rimuovere i guantoni.

«Ciao Ray, grazie!» Lo salutò cordialmente Tommy, mentre Lauren pensava a rinfrescarsi con dell'acqua.

Stappò la borraccia e la mantenne a distanza notevole, poi me schiacciò il corpo e centrò la bocca, bevendo voracemente copiosi sorsi. 

Camila per un attimo pensò di andarsene, perché era rimasta camuffata nel buio ad osservare un allenamento a porte chiuse, allenamento di Lauren. Insomma, si sentiva un po' una ladra. Le stava rubando dei momenti dai lontano per viverla da vicino. Era ingiusto, era anche un atto di vigliaccheria.

Se ne sarebbe andata volentieri, se Tommy non avesse voltato la testa nella sua direzione e si fosse accorto della sagoma femminile stagliata in controluce.

«Ehi! È un allenamento a porte chiuse, bambola!» Urlò, facendo echeggiare la voce per tutto l'immenso perimetro.

Lauren era lunata sulle corde, a recuperare ossigeno, quando udì il suono inequivocabile dei passi che l'aveva accompagnata per anni dentro la prigione. Perché Lauren, da quando non aveva mai più rivisto Camila, se chiudeva gli occhi risentiva proprio quello: il suo passo.

«Salve.. Scusate, sono.. ehm. Porca puttana, Camila. Sono passata a consegnarle dei documenti!» Disse a voce alta la cubana, mostrando il fascicolo come lasciapassare.

Tommy la riconobbe solo quando il fascio di luce la bagnò, delimitando i contorni. Sgranò gli occhi e annuì, scendendo con un balzo agile dal ring.

«Scusami, non ti avevo riconosciuta.» Parlò più moderato, avvicinandosi a lei.

Camila sorrise educatamente, gli consegnò la pliche e mentre lo sguardo attento dell'uomo scorreva le righe deferentemente trascritte, gli occhi servili di Camila seguirono il suo cuore distratto, direzionando verso la traiettoria che la ricongiungeva a Lauren.

Gli anni passavano, ma lei era sempre più bella, questo era innegabile. Non aveva perso un filo della sua giovinezza, nessun rudimentale segno di avanzamento d'età. La sua pelle riluceva sotto i fari accecanti del ring, piovendo aurei schizzi sui capelli corvini.

Lauren si sentiva osservata, ma in modo strano. Sapeva che quello sguardo scrutatore apparteneva a Camila, perché sentiva ogni muscolo bruciare e non era per lo sforzo fisico compiuto. Virò di scatto la testa, inaspettatamente, cogliendo Camila in flagrante. La cubana non tentò nemmeno di deflettere lo sguardo, ormai presa in contro tempo, ma sbatté le palpebre e scosse la testa, come se stesse tacitamente giustificando la sua incursione.

«Hai qualcosa da guardare?» Chiese Lauren, astiosa, scavalcando le corde rosse e scivolando fuori dal ring.

«Cos..? No, Lauren.. No, stavo.. stavo controllando le luci.. Bell'impianto.» Mentì spudoratamente Camila, guadagnando ovviamente un ghigno sarcastico da parte di Lauren che scosse la testa per la menzogna inattendibile della ragazza.

Tommy squadrò prima l'una e poi l'altra, un po' intontito. Certo, Lauren non si rivolgeva civilmente a nessuno, ma nel suo tono risuonava un livore caparbio, come una nota dissonante che si protraeva nelle corde del tempo.

«Vi conoscete?» Azzardò Tommy, rivolgendosi principalmente a Camila perché Lauren si stava già incamminando verso le docce.

Si paralizzò al centro, immobile, e ascoltò la risposta della cubana, la quale però non riuscì ad articolare più di qualche suono disgiunto.

«Per l'amor del cielo.» Inveì Lauren, carpendo l'indecisione di Camila nell'affermare qualcosa con certezza, qualcosa che per lei era stato si fondamentale importanza, e se ne andò senza aggiungere altro, inghiottita dal suono sordo della porta degli spogliatoi, sbattuta con intenzionale forza.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro