Capitolo sedici
Camila venne sopraffatta dallo slancio improvviso della corvina, che non solo la colse alla sprovvista ma la trovò anche favorevole.
La mano di Lauren era redimita sul collo esile della cubana, le loro labbra sembravano quasi scontrarsi casualmente tanta era la fregola che respirava fra i loro ansiti.
«Ti prego, non ti fermare.» Anelò la cubana, immergendo le dita nei ricci scarmigliati dell'altra.
Lauren le ghermì i fianchi e con uno strattone netto l'attirò a se, facendo cozzare i loro bacini in un attrito smaniante, poi prese a strusciarsi contro di lei, originando una frizione costante che inarcò la schiena della cubana.
Lauren cinse la vita minuta dell'altra, incuneandosi nello scavo creato fra l'uscio e la schiena, così da trattenerla a se mentre le mordeva il collo e le sganciava il bottone dei jeans. Camila arcuò anche la testa all'indietro, tentando di concentrare l'equilibrio nelle braccia, se possibile, perché quelle si sorreggevano sulle spalle di Lauren, mentre le sue ginocchia erano prive di sostegno e cedevano ogni secondo di più.
Lauren sgusciò all'interno dei suoi pantaloni e rallentò il ritmo, soffermandosi a carezzare il monte di venere. Camila la sollecitava a discendere, spingendo il bacino verso di lei, agognante di quel tocco fervente e deragliante che solo la complicità inveterata con Lauren poteva scaturire.
La corvina, mente era intenta a passare la lingua sul labbro inferiore, depositò un morso su di esso, già tumido e pieno, rendendolo ancor più vermiglio e desiderabile. Camila gemette, e d'istinto avvinghiò le braccia attorno al collo dell'altra. Era tutto un fremito.
Lauren non aveva ancora sconfinato sul suo fulcro di nervi, si stava ancora trastullando sul tessuto indenne della cubana, e forse Camila era talmente assuefatta a quel patibolo che non si avvide quando le dita della corvina scivolarono più in basso, sfiorando la sua intimità già umida.
Lauren schiuse appena le labbra quando entrò in contatto con la parte bagnata delle mutandine. Trattenne il respiro mentre le scostava l'elastico per addentrarsi al di sotto di esse, e rilasciò un sospiro nitidamente greve e travolgente, sprofondando la fronte nel collo teso della cubana.
Camila, forse allo stremo delle sue forze, perché anche per sapere resistere senza batter ciglio spendeva una quantità di energie inaudita, si intrufolò nel suo stesso intimo, artigliò il polso della corvina e la indusse a muoversi.
Lauren non fu nemmeno più di tanto sorpresa da quella supplica sottaciuta che incarnava un piacere incoercibile. Non ne era stupita proprio per questo: fra loro era sempre stata una questione di insostenibile. In ogni ambito. Sopratutto in quello.
Ovviamente aderì alla richiesta della cubana e orchestrò un movimento del polso, lento ma preciso, che saziasse un po' la sua lussuria, ma non del tutto. Non voleva che il loro incontro a porte chiuse si concludesse subito.
Ed era un desiderio comprensibile, dato che erano più di dieci anni che non la toccava, e sette anni che l'aspettava.
Camila, al contrario, non tollerava più gli arti indolenziti, il respiro trafelato, le ginocchia manchevoli, le labbra libere e le parole autonome. Aveva bisogno che quella libidine sfociasse in un unico delta, perché altrimenti avrebbe continuato a ramificarsi e nidificare dentro di lei, deperendola ad ogni lembo di pelle.
Lauren le stuzzicò l'entrata, constatando quanto realmente fosse pronta ad accoglierla, ma prima di compiacerla, si lasciò andare più di quanto non avesse già fatto...
Le afferrò delicatamente il mento, e l'accarezzò con i pollice, mentre strofinava le labbra imperlate contro le sue. Pareva sul punto di dire qualcosa, ma forse no, forse era solo un tentennamento, o un'ulteriore richiesta di permesso, o forse solo un respiro prolungato...
«Mi sei mancata.» Sibilò invece Lauren, piazzando un bacio casto sulle labbra della cubana.
Camila rimase spiazzata e intontita da quella dichiarazione. Certo, poteva sembrare anche una confessione prosaica, scontata, ma quando hai dentro gli occhi l'unica persona che con un gesto ti ricompone e con l'altro può distruggerti, niente è banale o prevedibile.
Lauren comunque era troppo terrorizzata dalla probabile risposta dalla cubana, o da una sua possibile lacuna di silenzio. Fu così che, senza preavviso, decise di l'entrata con due dita, strappandole il respiro e quindi anche la parola.
Camila smottò seriamente, franando sulle ginocchia dissestate. Lauren la sorresse prontamente a se, abbracciandola interamente e stringendola con forza mentre spingeva per la prima volta dentro di lei.
I cardini dell'uscio cigolarono, il legno sussultò appena, e Lauren spinse di nuovo. Camila gemeva sempre più stridula, combinando un ansito ad un rantolo, un anfratto buio a uno spiraglio di luce, una carezza ad un graffio, un ricordo ad una realtà, una bugia ad una verità.
Lauren lasciò scivolare agilmente le dita fra le sue pareti bagnate, eccitandosi solo per il fatto di essere dentro di lei.
«Non fermarti.» Ribadì la cubana con un sussurro, come se paventasse un improvviso arresto, un passo indietro e di nuovo anfratti, graffi, ricordi, bugie.
Lauren accelerò la cadenza del polso, come per rassicurarla che non aveva intenzione di smettere. E se avesse potuto glielo avrebbe pure detto, ma il coraggio di proferire parola si era nascosto fra un respiro e l'altro, fra una paura e un desiderio.
L'intensità attizzò il focolare soltanto un'ultima volta, dopodiché le fiamme incendiarono entrambe, bruciando in un ultimo affanno.
Camila strinse con forza il collo dell'altra, sostenendosi a lei mentre i suoi muscoli si irrigidivano, le labbra boccheggiavano in cerca d'aria e gli umori si riversavano sulla mano di Lauren.
Entrambe non dissero niente, fu un momento di serenità e colpevolezza, fu un momento di requie e guerra, ma soprattutto fu la presa coscienza che quello che è destinato ad essere lo sarà, in qualsiasi modo o forma, in qualsiasi tempo o spazio, ti raggiungerà se ti appartiene e tornerà se ti possiede.
*****
Camila sgattaiolò di soppiatto dentro l'appartamento, chiudendo con prudenza la porta alle sue spalle.
Si disfece dei tacchi, primo punto a sfavore per camminare sul parquet senza essere notata. Depose le sue cose, borsa e cappotto, accanto alla porta e sbirciò nella camera da letto per origliare i soliti sbuffi di Angie, ma nessun brusio discorreva nel buio.
Camila richiuse l'uscio e guardandosi alle spalle trovò Angie supina sul divano. Si era addormentata con un plaid addosso e la rivista ancora in mano. Probabilmente l'aveva aspettata a lungo, finché non era crollata dal sonno.
Camila la rimirò da lontano, con sguardo colpevole e compassionevole, provando amarezza per quello che aveva fatto alle sue spalle. Una lacrime le rigò la guancia, mentre un'altra si affrettava a raggiungerla. Alzò gli occhi al cielo, sgranando le palpebre per deglutire le lacrime salate. Si coprì la bocca con una mano, perché chiaramente il pianto non accennava a diminuire, ma anzi si era fatto più vigoroso. Un singulto le sfuggì, serpeggiando fra il pertugio delle dita.
Angie si riscosse lentamente, destata da quel rumore estraneo. Camila si voltò di scatto, asciugò frettolosamente le gocciole diafane che le dipingevano il viso, sbiadendolo.
«Mila?» Biascicò con voce arrochita la bionda, issandosi sui gomiti, con faccia assonnata e aria spaesata.
«Si.. Scusami, sono tornata più tardi.» La cubana di girò verso di lei, sorridendo quanto possibile. Come se un sorriso cancellasse là lacrime.
«Va tutto bene?» Si corrucciò Angie, ignara del perché tracce evidenti di pianto solcassero le guance scarne della cubana.
«Tutto apposto.» La rassicurò Camila, inginocchiandosi al suo fianco, sempre con quel sorriso ingannevole che dentro la trafiggeva incurante.
«Allora perché piangi?» Si preoccupò la bionda, raccogliendo il residuo di una lacrima dalla gota sgraffiata della sua fidanzata.
«Abbiamo visto un video alla.. alla festa. Mi sono un po' commossa.» Mentì Camila, confezionando la prima scusa che le saltava in testa.
Fu quasi impressionata dalla credibilità dell'espediente, contando quanto offuscata fosse la sua mente.
«Oh..» L'espressione di Angie mutò immediatamente passando dal cipiglio dall'apprensione all'increspatura della tenerezza «Sei così sensibile. È uno dei motivi per cui ti amo.»
Camila drizzò velocemente la testa, pregando di aver udito male. Ovviamente lo sguardo adorante e melliflue di Angie, assecondato da un sorriso auspicante, rivelavano la certezza di quell'affermazione.
Camila si sentì sotto ad un treno, legata a dei binari che lei stessa aveva forgiato. Non poteva, non poteva ricambiare quelle parole forti con una menzogna sporca. Non poteva proprio. E non era solo per Lauren, per i sentimenti che ancora innegabilmente nutriva per lei, per loro assieme... Era soprattutto perché non poteva commiserare Angie con una sordida bugia per ammansire il senso di colpa che l'arrovellava. Non era giusto.
«Andiamo a letto.» Si limitò a dire, rendendole la mano con un sorriso tenue.
Angie non replicò, abbassò lo sguardo sul tappeto e tesse un sospiro. Poi annuì flebilmente e quando rialzò lo sguardo su Camila stava di nuovo sorridendole.
Intrecciò le dita alle sue e si incamminarono verso il letto, in un silenzio incombente che agonizzava di paura.
La mattina dopo, Camila si vestì di fretta, ed uscì senza salutare la sua ragazza come era avvezza fare. Le lasciò un post-it affisso sul frigorifero, un bacio stampato con il rossetto che non poteva minimamente competere con il "ti amo" della sera defunta.
Camila scosse la testa. Aveva irrevocabilmente deciso che avrebbe sgombrato la testa per tutta la giornata, che l'unico pensiero sarebbe stato il lavoro e il cumulo di pratiche che doveva sfoltire.
Arrivò in ufficio con uno scarto di qualche minuto, ma Dinah, diligente e irreprensibile com'era, mai in ritardo e sempre coscienziosa sul posto di lavoro, aveva aperto l'ufficio ancor prima di lei. Ovviamente questo insospettì la cubana. Dinah era l'unica ad avere una copia del mazzo di chiavi, ma naturalmente, sfaticata com'era di prima mattina, le aveva affidate in mano di un impiegato che giornalmente provvedeva ad aprire la saracinesca. Camila era a conoscenza di ciò, anche se non ne avevano mai formalmente discusso.
«Che ci fai tu qui?» Domandò la cubana, chiudendo la porta alle sue spalle e quindi ovattando anche il caos delle strade trafficate di New York.
«Camila! Ma.. ma non è un po' presto per stare qui?» Balbettò impacciata, gesticolando in maniera nervosa, soprattutto con gli occhi.
«Ehm.. No. È il mio studio, sai com'è.» Abbozzò un sorriso circospetto, calcando la traiettoria dello sguardo imbizzarrito di Dinah che setacciava ogni angolo dell'ufficio apparentemente brullo.
«Io.. dovrei dirti una cosa...» Esordì maldestramente, grattandosi un sopracciglio per sfuggire alla vista duttile della cubana che si stava già angustiando per la testimonianza dell'amica «È che..» Continuò, ma venne preceduta dall'entrata in scena di Tommy che non solo camminò spensierato in corridoio, ma pure senza maglia e con i pantaloni sbottonati.
«Oh, cazzo.» Borbottò impreparato, salutando dopo qualche secondo la cubana con un gesto meccanico della mano.
Camila fece spola fra i due, registrando le loro espressioni maliziose e responsabili. Alzò austera l'indice prima che uno dei due si pronunciasse «Non lo voglio sapere.» Dichiarò, per poi sparire dietro al suo ufficio.
Qualcuno si stava divertendo a ingarbugliare il destino, e ancora non aveva idea dei progetti che aveva in serbo per loro.
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